Storia di Carlomagno vol. 1/2

Part 8

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La razza d'Austrasia serbar seppe così il primato suo militare nella battaglia di Tours e di Poitiers, con poca perdita delle genti germaniche, sì difficile era ferirle sotto quelle loro ben temprate armadure di Svevia, e il nome di Carlo Martello andava alle stelle. L'indole religiosa di questa spedizione lo rendea popolare in tutti i paesi della cristianità; or duca d'Austrasia e prefetto dei Franchi qual era, non poteva egli aspirare alla dignità sovrana? In un campo di Marzo, che fu tenuto a Colonia, egli tastò quindi gli uomini d'arme che lo avean seguito, a vedere se il farebbero re; ma o l'antico nome dei Merovei avesse ancora un tal qual potere sui Franchi, o l'autorità di duca e di prefetto del palazzo fosse indispensabile pel servigio della guerra, Carlo cangiar non potè questo titolo militare nella dignità regia, più religiosa allora e venerata; e tuttavia vi adoperò tutti i modi, il miglior de' quali fu d'acquistarsi i soldati con larghe distribuzioni di bottino e di terre, sola paga che si avessero allora le milizie, come l'uso di quelle schiatte germaniche portava. Carlo aveva anche tratto i suoi Conti alla guerra, or che ricompense darebbe loro? Gli convenne por la mano su' beni de' cherici, o, per meglio dire, porre a campo sulle terre ben coltivate de' vescovi e delle badie i suoi guerrieri, e partirle fra loro, sì che ad un vescovado fu dato questo o quel conte, e un fiero e biondo Austrasio ebbe questa o quella badia. Universale fu il lamento degli uomini da chiesa, ma più poteva la forza materiale, nè v'era modo a resistere a queste armate occupazioni. Molti dei vescovadi toccarono in sorte a' laici e fin alcune badie di femine caddero in mano a guerrieri di razza franca. E' non fu tuttavia, come alcuni supposero, un sistema generale, però che siffatte usurpazioni ebbero lor limiti; ma bene dovendosi rimunerar coloro che aveano fatta la guerra, si rimunerarono spogliando i cherici, ai quali altro non rimase che protestare in faccia al cielo, e invocar Dio, giusto vendicatore delle ingiustizie umane. Essi pertanto composero quella famosa leggenda del dannato, che narra i tormenti dello spogliatore in inferno, quasi dir volessero al popolo, ai Romani, ai Galli, ai coloni dedicati alla coltivazion della terra «Ecco l'uomo ingiusto che v'ha rapito i vostri beni, eccolo dannato nell'altra vita». Qual pegno di sicurtà pe' deboli e indifesi cultori! L'armato Austrasio non poter cacciarli dalla loro terra senza esser colto dalla mano di Dio! Le leggende che ripongono Carlo Martello fra' dannati, eran di questo modo una guarentigia per i poveri coloni, contro la prepotenza e la rapacità degli uomini di guerra.

E nondimeno ancor durano alcuni diplomi di Carlo Martello, come prefetto del palazzo, i quali quasi tutti sono per donazioni a' monasteri e badie. Dota egli di parecchie terre le cattedrali, e per un diploma dato il giorno di Pasqua, san Dionigi, in Francia, riceve un campicello adiacente al monastero; per un altro suo diploma pure, l'apostolo della Germania, san Bonifazio, vien raccomandato ai duchi ed ai conti da per tutto dov'egli porterà la predicazion del Vangelo. Tutto questo creder lascia che tal sistema di spogliamento applicossi principalmente alle badie vacanti ed ai beni fiscali, che Carlo Martello confidava ai Franchi di cui avea bisogno in guerra ed agli uomini che da lui dipendevano, nascondendo suoi fini, che miravano a farsi re, come già tentato aveva anche il padre e predecessor suo nella prefettura del palazzo, Pipino d'Eristal. Dopo la gran sua vittoria sopra i Saracini, egli stimò poter meritarsi la corona, ma il tentativo fu vano ancora, però che la dignità reale a que' tempi avea un qualche cosa di religioso e sacerdotale, ben altramente dalla prefettura del palazzo, ufficio tutto d'armi e di guerra; il più forte e più fermo era duca e prefetto. I cherici ed il popolo facevano i re, i conti; i Franchi e i soldati facevano i prefetti del palazzo, e gli ultimi Merovingi, deboli e cattivi com'erano, furono appunto protetti dall'antedetta indole religiosa della dignità regia. Carlo Martello avea inoltre offeso i vescovi ed i cherici in modo da non si attentare a mettersi definitivamente in luogo de' Merovingi, e però vi rinunziò nell'assemblea del Campo di Marzo; solo che i Franchi non fecero re alcuno, e fuvvi un lungo interregno, durante il quale Carlo Martello governò senza i Merovei sì, ma pure altresì senza corona.

Duca e prefetto del palazzo com'egli era, egli ebbe pratiche, come tutti i Carolingi, con tre grandi potentati al di fuori: i re ed imperatori di Costantinopoli, il papa e i Longobardi. A Bisanzio regnava Leone l'Isaurico, soldato in origine, a pari di Carlo Martello; quel Leone odiator delle immagini, quel barbaro che faceva in pezzi le statue di oro dei santi nelle chiese, e i reliquiari ornati di topazi e di smeraldi. Scrivea costui a Carlo Martello per trarlo nell'eresia degli iconoclasti: _ponesse in pezzi le immagini_, gli dicea, _che n'avrebbe i modi a mantenere i suoi soldati, ed a distribuir loro in contanti l'oro che orna inutilmente le arche benedette_. Se non che Carlo non osa pur trattenersi in questo pensiero; usa cautamente co' Greci, ma non vuole inimicarsi i papi, in corrispondenza spirituale, com'ei si trova, con Gregorio III che regna a Roma; il pontefice intanto paventa insieme dei Greci, de' Longobardi e de' Saracini, e già la politica papale ha ricorso all'aiuto de' Carolingi. Le fantasie de' Barbari vogliono essere scosse con oggetti materiali, onde Gregorio invia a Carlo Martello le chiavi di san Pietro[108], ed i ceppi che tennero avvinto l'apostolo nella sua scura prigione, a simboleggiar nei ceppi la suggezion della Santa Sede, e nelle chiavi i modi a liberarla; e invoca a protettor della Chiesa romana quel fiero e prode capitano, cui dà il titolo di esarca, a Carlo Martello decretato dal senato e dal popolo raunati ora, nelle basiliche, come un giorno nel Foro; e tuttavia l'esarcato è un titolo greco. Il papa distrugger volendo la dominazion bisantina in Italia, conferisce l'esarcato al capo de' Franchi, sì lontano dalle cose d'Italia che non può dargli timore.

Sì alto era salita la riputazione di Carlo Martello dopo la vittoria di Tours e di Poitiers, che i Longobardi stessi cercano d'averlo a confederato contro i Saracini, i quali già minacciano le loro mediterranee possessioni. «Orsù vengano i Franchi all'Adriatico, e vi troveranno ricche città che gli aspettano, e fertili campagne, dove pascolar possono liberamente migliaia di cavalli».

Carlo Martello fu dunque il primo ad illustrare i Carolingi, e Pipino con Carlomagno non fecero che continuar l'opera sua co' Papi, co' Longobardi e co' Greci. Ei passò di vita giovine ancora, però che appena era giunto all'anno cinquantesimo dell'età sua, e fu sepolto in terra sagrata. Vennero poi più tardi le leggende intorno alla sua morte ed alla sua dannazione, per esempio a frenar la violenza militare dei condottieri di guerra. «Carlo Martello, scriveva un secolo dopo l'arcivescovo di Rouen, fu dannato in eterno, perchè primo dei re Franchi, che ciò facesse, tolse a' cherici le terre ecclesiastiche, e sant'Eucario, vescovo d'Orleans, che fu rapito alla terra nel secolo scorso, lo vide fra' tormenti nell'inferno, e interrogato il suo angelo, n'ebbe in risposta, averlo Dio dannato all'eterne pene, perchè avea posta la mano su cose consacrate all'amor di Dio, al suo culto divino, ai poveri ed ai servi di Cristo. Di che essendosi sparso il grido, san Bonifazio e Fulrado abate di san Dionigi, visitarono il sepolcro di Carlo Martello, e trovarono in vece del suo corpo un dragone, e tutto guasto di dentro il monumento, come se fosse stato arsicciato dalle fiamme, e noi pure abbiam conosciuto persone, aggiunge il leggendario, che visser fino ai dì nostri, e renderon testimonio nei termini detti di quanto avean veduto e sentito». Or questo fiero simbolo del dragone che riempie un sepolcro vuoto è una lezione che si vuol dare all'ingiustizia e alla violenza altrui, quasi dicesse agli uomini prepotenti del Reno e della Mosa: «Non toccate i beni consacrati a Dio ed ai poveri, altrimenti avrete vuota la sepoltura, e un sozzo serpente divorerà nella fossa della morte le carni vostre».

Carlo Martello ebbe, a somiglianza di Pipino d'Eristallo, più donne. Rotrude (tale si è il nome che le vien dato negli annali) gli partorì Carlomanno e Pipino, che furono allevati, come lui, negli accampamenti; da una seconda moglie di nome Sonnichilde, ebbe un terzo figliuolo chiamato Grifone, e secondo l'uso germanico l'eredità fu tra loro partita nel modo seguente: a Carlomanno toccò l'Austrasia con le terre del Reno e della Mosa, la Neustria a Pipino, amendue col titolo di duca o condottier d'uomini; Grifone, il terzo de' figli, ebbe alcuni contadi in mezzo agli stati de' suoi fratelli. Così finiva la podestà di Carlo Martello, apparecchiando la futura grandezza della schiatta carolina, facendola salire in altissima riputazione, e collocandola al di sopra dei Merovingi. I Saracini erano a que' tempi i nemici implacabili della razza così franca come germanica, e irrompevano a torme dalla Siria, dall'Africa e dalla Spagna in cerca di conquiste; ma Carlo Martello seppe arrestarli a Poitiers, nè i Franchi della Neustria e dell'Austrasia dimenticarono poscia mai quel servigio.

Il nome di Carlo Martello fu indi sì famoso, che menestrelli e trovatori il cantarono a gara, e il vediamo nobilmente celebrato nella prima canzone dell'epopea cavalleresca di _Garino_ il _Loreno_ in cui tutto è confuso come ne' canti eroici[109] del medio evo. I Saracini insiem co' Vandali e cogli Ungheri, tutti que' Barbari, che lasciarono con la conquista le malaugurate orme loro nella società, son ivi posti a fronte di Carlo Martello; che gl'insegue vittorioso, e muore sul campo di battaglia; nè vi si fa caso di date o di fatti. «O antica canzone, vuoi tu ascoltare, dice il trovatore, vuoi tu sapere la grande e meravigliosa istoria, come i Vandali vennero in questo paese, distrussero Reims, e assediarono Parigi?» Carlo Martello si oppose a queste invasioni, e marciò contro gl'infedeli in tempo che i monaci neri di san Benedetto pigliavano per sè terre e mulini, e la gente era povera e i cherici ricchi. E però esso Carlo Martello parte, e va difilato a trovare il papa in Lione, dov'eran più di tremila cherici e ventimila cavalieri, e si gitta ai piedi del santo padre, e gli dice: «Sere apostolo, il mio paese è invaso dal nemico, gli arcivescovi ed i vescovi sono uccisi, e con essi i miei cavalieri». L'apostolo piange a questo discorso, e si consiglia co' suoi cherici. «Voi siete ricchi, e ben potete donare qualcosa per la cristianità». L'arcivescovo di Reims e gli altri prelati, rigettano le istanze del papa, e allora il Loreno Ervigi si alza corrucciato in viso, e dice: «I cherici posseggon tutti i forni e i mulini, e' convien dunque prendere un partito per aver danaro[110]». — «Per san Martino, prorompe l'arcivescovo, che io non ci metterò un quattrino!» L'abate di Cluny risponde invece: «Noi siamo ricchi di buone terre; or bene ognuno ci metta un picciolo almeno del suo». Il papa contristato per tutto questo, si volge a Carlo Martello, e: «Bel figliuolo, gli dice, io concedo a te l'oro e l'argento che sono in man de' cherici, i palafreni, le mule, ed intanto anche le decime, per fin che tu abbia vinto i Saracini». Ed allora il Loreno Ervigi di nuovo prorompe: «E le armature dei cherici ancora». Carlo Martello fa indi ragunar le sue schiere, muove co' suoi Francesi contro i Saracini, e combatte da destra e da manca, come un lupo che si caccia dinanzi le agnelle. Dopo di che confondendo insieme i Vandali co' Saracini, la battaglia di Soissons con quella di Poitiers, il poeta racconta gloriosi e cavallereschi fatti dei Loreni, dei Franchi e dei Borgognoni; Carlo Martello imbrandisce la lancia, i timballi suonano, ed ivi in mezzo a quel gran macello egli è colto da due colpi di spiedo, l'uno al dosso e l'altro al petto; che desolazione fra l'esercito di Francia! «Su corriamo ad aiutar Martello, il re di San Dionigi!» grida il Loreno Ervigi; ed ecco in un subito vendicata la morte di lui, e Marzofio, emiro dei Saracini, di gigantesca statura, atterrato da una lanciata. «Addosso! addosso signori, gridano i Francesi, che il re è morto[111]». E poscia i cavalieri fanno, tutti in pianto, a Carlo Martello di gran funerali.

Questa canzone eroica su Carlo Martello non ha verun carattere di storica verità; tutto v'è insiem confuso, come vediam nella più parte dell'epopee del medio evo: i tempi, i luoghi, i nomi de' personaggi, i quali son fatti vivere e morire in mezzo ad avvenimenti di cui pure non parteciparono. E tuttavia ne risulta una grande verità storica, ed è che il nome di Carlo Martello ancor splendeva luminosissimo tre secoli appresso. Quando Garino il Loreno compose questa canzone, già spenta era la prosapia de' Carolingi, e regnava quella de' Capeti, onde non più motivi di adulazione, e pure ancor durava negli animi la memoria delle grandi cose operate da quella prosapia, e il nome di Carlo Martello fu popolare al par di quello di Pipino e di Carlomagno nei manieri della nobile cavalleria.

CAPITOLO VI.

PIPINO IL BREVE, DUCA, PREFETTO DEL PALAZZO E RE.

Conseguenze dello spartimento de' beni paterni tra i figli di Carlo Martello. — Guerra di famiglia. — Elezione d'un re merovingico. — Abdicazione di Carlomanno. — Pipino duca dei Franchi. — Sue pratiche coi cherici. — Sue nozze con Berta. — Leggende e canzoni eroiche. — _Berta dal gran piè._ — La Berta tedesca. — Guerre d'Alemagna, di Baviera, di Sassonia e d'Aquitania. — Pratiche con Roma. — Papa Zaccaria. — Esaltazione di Pipino alla corona. — Ultime reliquie dei Merovingi. — Pipino il Breve incoronato da san Bonifazio. — Sue guerre. — Carteggio co' papi. — Viaggio in Francia di Stefano III. — Abboccamento con Pipino. — Nuova incoronazione. — Calata di Pipino in Italia. — Spedizione contra i Longobardi. — Natura della donazione apostolica quanto all'esarcato. — I Longobardi si sottomettono. — Civiltà greca e latina. — Dignità regia di Pipino incontrastabile. — Concilii e assemblee pubbliche. — Guerre di Sassonia e d'Aquitania. — Morte di Pipino.

741 — 768.

Nella famiglia carolingica regna, del pari che in tutte le schiatte germaniche, la massima del dividere, come una eredità comune, il patrimonio regio. Carlo Martello lasciava, come dicemmo, tre figli, l'uno di nome Carlomanno, duca d'Austrasia, l'altro chiamato Pipino, prefetto di Neustria, e il terzo Grifone, erede di alcune signorie. Nelle quali divisioni regolate dal padre, chi si tenea pregiudicato, facea la guerra, chè tale era il diritto, la forza decidendo della eredità. Grifone uscito d'una figlia della Baviera, diede principio a sanguinose ostilità volendo una porzione più abbondante del paterno retaggio, e raccolti d'intorno a sè non pochi fedeli, assaltò Pipino nella sua bella porzione della Neustria, ma per suo peggio, chè respinto e incalzato fin dentro alla città di Laon, fu preso e chiuso in una torre, nell'oscura foresta delle Ardenne, in balía del fratello.

Se non che Grifone giunge a fuggirsi da quella torre in abito da pellegrino, passa il Reno, e va a cercar rifugio tra i Sassoni, e qui è da sapere che tutti i duchi, i conti, i signori, scontenti della schiatta franca, andavano a cercar asilo in Sassonia, certi d'averlo per le molte ragioni di nimistà ch'ivi erano contro Carlo Martello. Curiosa è la vita di questo Grifone, intorno a cui, come ad uno degli eroi loro, si ravvolgono le leggende cavalleresche. Rifuggitosi da esule in Baviera, ei n'è fatto duca, e que' popoli il sollevan sullo scudo[112] in luogo del figlio dell'antico lor capo Odillone; cacciato, indi per opera di Pipino, dalla Baviera, e rotto il vassallaggio del feudo de' dodici contadi che gli eran dati dal fratello[113], attraversa la Germania, e dimanda per ogni dove soccorso, ma invano, che gli Alemanni non osan difenderlo, ond'egli viene a riparare in Aquitania, l'aprico paese dal viver giocondo, ed ivi s'invaghisce di Lionora, moglie di Vaifro, duca del paese, ed altresì ella piglia a ben volere il fuggitivo, onde il vecchio duca dà in tanto furore di gelosia, che lo caccia, e fa inseguire ed uccidere a tradimento nelle Alpi, mentre vassene a cercar fra i Longobardi un altro rifugio. Così finì un dei figliuoli di Carlo Martello, nè Pipino andò esente dal sospetto di aver aiutato Vaifro in questa vendetta.

Nel durar di questi primi anni Carlomanno e Pipino reggono da padroni la nazione dei Franchi, sotto il titolo l'uno di duca d'Austrasia, l'altro di maestro, o prefetto del palazzo di Neustria, poichè Carlo Martello avea lasciato vacare il trono nella famiglia dei Merovingi, a provare se i Franchi si sarebbon lasciati, senza re, governare dai duchi e dai prefetti. Il nome ch'egli erasi acquistato, gli avea consentito di conservare un siffatto interregno, e un duca suo pari ben valea quanto un re di nascita; ma una simil ragione di riverenza più non reggeva pe' figli suoi Pipino e Carlomanno, giovani amendue, non benemeriti ancora per alcun servigio, e tali che in altrui non movevano nè venerazione nè tema. Laonde i signori dicevano: perchè non creare un principe della casa di Meroveo? Giovine l'uno e giovine l'altro meglio valere un re della stirpe sacrata. Fu quindi convocata, secondo l'antica consuetudine, nel Campo di Marzo, una dieta che avesse ad eleggere il re, e fu recato a questo supremo grado, sotto il nome di Childerico III, un fanciullo nobil rampollo de' Merovingi, quasi ostacolo posto dai Franchi all'ambizione dei prefetti del palazzo. Da quel momento in poi Carlomanno e Pipino posero ogni cura a precipitar questo simulacro di re, ed a diffamarlo per la dappocaggine sua, per la sua viltà, tanto che alla fine il chiamavano, e non altrimenti, lo _snervato_ e _l'insensato_. Così avviene al finire delle dinastie; inesorabili più che mai sono inverso di loro, quelle che ad esse succedono, e i popoli voglion sempre giustificare la violazione d'un diritto.

Dall'esaltazione di Childerico III, Pipino e Carlomanno erano obbligati a cercar sostegno fra i cherici, poco tempo dopo che Carlo Martello avea offeso le chiese e i monasteri col metodo suo di spogliarli delle lor terre, e dividerle fra' suoi soldati. Ma se questi facevano i prefetti del palazzo, i cherici facevano i re, onde appunto perchè i Carolingi molto donarono ai monasteri, le cronache tanto avvilirono i Merovingi a profitto dei lor successori. Carlomanno intanto pigliava l'abito monacale, e noiato del secolo s'avviava verso Roma per ivi ricever l'assoluzione da papa Zaccaria, perocchè, dicevano, avea da rimproverarsi alcuni atti di violenza con Vaifro duca d'Aquitania, e ne portava il segno di maledizione. Avuta indi la tonsura, per mano del pontefice, ritiravasi prima sul monte di Soratte, per ivi vivere alla maniera de' monaci, poi nel devoto convento di Montecassino, dov'egli soggettavasi a' più faticosi uffizii della comunità, servendo in cucina, lavorando l'orto e guardando, soletto, come fu spesso veduto fare sul monte, gli armenti della badia. Il maggior diletto suo era d'ivi coltivare una vigna, che indi appresso cedette ad un altro penitente, il re de' Longobardi, il quale venne ugualmente a dimorar nei monastero di Montecassino[114]. Così per quegli uomini operosi ed armigeri la pace del monastero succedeva alla vita agitata dei campi di battaglia, e dalle sfarzose corti passavano ai modesti refettorii dei cenobiti. Poichè Carlomanno ebbe lasciato il grado di duca d'Austrasia per vestir l'abito monastico, Pipino potè recarsi in mano la prefettura generale dei Franchi, e signoreggiar tutte quelle schiatte all'ombra del vano titolo di Childerico III, intantochè Dragone, figlio di Carlomanno, raso e confinato dovea pure abbracciar lo stesso genere di vita del padre suo, monaco in Montecassino, essendochè i Franchi non amavano i prefetti ancora in fasce, preferivano i gagliardi, e Pipino sapea maneggiar l'armi: era piccolo di statura sì, ma nessuno poteva con lui contender di forza e di vigoria.

Intorno a questo tempo, il duca dei Franchi cercò moglie per aver reda, come dicon le cronache di San Dionigi, e gli annali contemporanei aggiungono ch'egli sposò Berta, figliuola di Cariberto, conte di Laone, soprannomata _dal gran piè_, alla quale le tradizioni cavalleresche danno altra origine facendo della sua vita una leggenda romanzesca. Il _romanzo di Berta dal gran piè_[115], una delle più graziose composizioni del medio evo, ed un de' più ingegnosi canti de' trovatori racconta: «Che in sull'uscir d'aprile, nella dolce e amena stagione, che l'erbette spuntano, i prati rinverdiscono, e gli alboscelli _desiderano_ d'essere fioriti, un monaco di San Dionigi aveva a lui, gentil trovatore, narrata la storia di Berta e di Pipino». Ora il trovatore si fa in gaia scienza a ripetere questa storia. «Era un re in Francia di gran signoraggio, per nome Carlo Martello, il quale, dopo aver fatto grandi prodezze in guerra et vinto gl'infedeli, morio lasciando duoi figliuoli, uno di nome Carlomanno che si rendè monaco in una badia; l'altro di nome Pipino, assai piccolo (non avea più che cinque piedi di statura), ma forte della persona, sì che sendo un lione fuggito dalla sua gabbia, e correndo come fiera arrabbiata, egli poco men che fanciullo, armatosi d'uno spiedo, andò a quello, e sì lo abbattè d'un colpo nel fianco. La madre sua, tutta lieta, basciandolo, «Bel figliuolo, gli disse, come hai tu avuto animo d'affrontare una fiera sì ridottabile;» ed egli rispuose: «Donna, mai non si dee ridottare». Il giovine si maritò poi in prime nozze, ma la moglie sua, figliuola di Gerberto o di Gerino di Malvoisin, non potè dargli erede, ond'egli in consiglio co' suoi baroni, dimandò loro: «Che donna potrei tôrre?» E allora Engherrando di Moncler, nobile barone, si levò e disse: «Sire, al corpo di sant'Omero, io so una figliuola del re d'Ungheria, che nessuna di più bella persona oltre mare, e chiamasi Berta la Buona». «Se ne vada in cerca,» disse Pipino. Ed ecco una bella cavalcata che si parte in gran pompa, e va e va fino in Ungheria: buona ventura a voi, illustri cavalieri. E vanno a trovare il re d'Ungheria e Biancofiore, la reina, mostrò loro la figliuola sua bianca e vermiglia. Furono apparecchiate le tavole per un grande convito, ed a Berta furon dati cavalli, oro ed argento, e la nobile figliuola prese comiato dal padre suo — Ella sen venne adunque per mezzo Polonia e Lamagna, e in ogni luogo parlavasi la lingua francesca, però che i conti e marchesi di quelle terre, tenevano Franceschi per insegnarla a' loro figliuoli e figliuole, come se fossero nati a San Dionigi. Berta era cortese e semplice, e veniva in groppa d'un palafreno baio di bella razza, e di questo modo giunse ai confini di Francia, e passò il Reno a Sant'Erberto, cavalcando per mezzo le Ardenne sotto la protezione del buon duca Namo di Baviera. Il bel drappello vide l'Hainant e il Vermandois, e giunse lietamente a Parigi, dove le campane suonarono a festa, le case furono coperte di ricchissimi drappi, e le vie giuncate di erbe, volendo ognuno onorare la sposa menata a Pipino; poi furono fatte le nozze grandi e solenni, i menestrelli fecero lor arte, con gran suoni di ghironde, di arpe, di flauti e di trombe, e con balli di dame e damigelle, e così fu compiuto con gioia di tutti, il maritaggio». Oh pur beato il tempo che Berta filava!