Part 7
La prima vita un po' chiara, un po' esatta che negli annali della prima schiatta si abbia di questi prefetti palatini si è quella di Pipino il Vecchio, detto anche di Landen, prefetto del Regno d'Austrasia sotto Dagoberto. La storia sua meglio descritta l'abbiamo in una leggenda, però che egli fu in onore di santo, ne fu altrimenti di que' Barbari che spogliavano i monasteri, chè anzi li protesse e ricolmò di doni. Ebb'egli l'autorità in comune con Arnoldo vescovo di Metz, e con Cuniberto vescovo di Colonia. Sotto Dagoberto, re guerriero com'egli era, i prefetti del palazzo altro non furono che semplici ministri.
Pipino il Vecchio ebbe a successor nella sua prefettura d'Austrasia Pipino il Grosso o d'Eristal, suo nipote di figlio, ma solo per madre: la progenie sua veniva dall'Austrasia, ed ei dovette il soprannome di Eristal ad un piccol villaggio della Belgica dov'era nato. Formavano gli Austrasii la parte germanica più fiera ed indomita del regno dei Franchi, e aveano conservato la prodezza e il vigore della prisca origine loro. Alla morte di Dagoberto, elessero eglino a governarli, col grado di duca, Pipino d'Eristal e Martino o Martello, che non vuol esser confuso con Carlo Martello. Amendue questi prefetti palatini portarono le loro armi in Neustria, dove Martino periva in battaglia, intantochè Ebroino, prefetto di quel regno, veniva ucciso con una mazzata, e Terigi o Teoderico, re di Neustria, vinto anch'esso, era forzato a prender Pipino per suo prefetto. Distinzione curiosa! Pipino d'Eristal, non è sol prefetto, ma duca e signore d'Austrasia, cioè condottiero d'uomini; invade la Neustria co' suoi Germani, da lui guidati alla guerra da vero conquistatore, s'impadronisce per forza della prefettura palatina, ma punto cozzar non vuole co' pregiudizi della razza de' Franchi neustri e borgognoni che vogliono la dignità reale ereditaria nella famiglia di Clodoveo, e rispetta questo principio, chè ei ben si ricorda come suo zio Grimoaldo, prefetto anch'ei del palazzo, avendo voluto innalzar per usurpazione un de' figli suoi sul trono de' Merovei, i popoli non vollero mai riconoscerlo. Pipino d'Eristal è un uom di fermo pensare, ei governa i Franchi come duca d'Austrasia e insieme come prefetto palatino di Borgogna e di Neustria[105], e tanto bastar gli dee. V'ha un momento in cui egli si attenta d'impossessarsi della dignità regale, di por la mano sul diadema, ma invano, chè infruttuosi riescono tutti questi suoi tentativi, però che i Franchi hanno, come tutti i popoli barbari, una certa fedeltà alla famiglia che possiede la podestà sovrana, e la eredità è inerente ad essa, tal come appunto ella si trova in Oriente nei Califfi; ed è una massima tolta dalle sacre tradizioni del tempio d'Israele; l'eredità contrassegna del suo sigillo le più bambinesche del pari che le più deboli fronti.
Molto vi fu da combattere innanzi che la schiatta carolina, tutta germanica com'ell'era, venisse con grado regio a piantarsi nella Neustria e nella Borgogna, e ancor continua il conflitto del principio ereditario colla forza materiale, che risiede nella famiglia dei Pipini; i quali già son duchi d'Austrasia, ma per diventar re dei Franchi hanno ancor molti servigi a prestare, e bisogno d'uno spossamento morale nella dinastia di Meroveo. L'usurpamento dei Carolingi fu come un'irruzione della schiatta germanica in mezzo ai Franchi dell'Austrasia e della Borgogna; i duchi germanici divennero i re di Parigi e dei Borgognoni; punto istorico questo che anch'esso prepara ed avvia la grand'opera di Carlomagno.
CAPITOLO V.
CARLO MARTELLO.
Origine e nascita di Carlo Martello. — Suo nome. — Sua puerizia. — Prefetture dl Neustria ed Austrasia. — Cattività sua. — Sue prime guerre. — Invasione della Neustria. — Guerra meridionale d'Aquitania. — Le forze de' Saracini allargansi al mezzodì delle Gallie. — Guasto delle città. — Disfatta di Manuza per opera di Guglielmo di Poitiers. — Leghe dei Saracini. — Nuova invasione. — Abderamo. — La schiatta germanica in Aquitania. — Battaglia di Tours o di Poitiers — Relazioni degli Arabi. — Degli autori occidentali. — Terre clericali. — Terre dei soldati. — Leggende intorno a Carlo Martello. — Sue pratiche con Roma. — Diplomi e documenti. — Tradizioni cavalleresche. — Canzoni eroiche. — Primo canto dell'Epopea di _Garino il Loreno_.
715 — 741.
Pipino d'Eristal avea da poco compiuta l'occupazione della Neustria e dell'Aquitania, con l'aiuto delle fiere genti d'Austrasia, che ei conducea come capo. Gli antichi Franchi s'erano effeminati nelle città del mezzo e australi della Gallia; essi più non erano i guerrieri del Reno e della Mosa, e fatti troppo Romani, avean tralignato dagli antichi loro marziali costumi sotto l'influenza della più benigna civiltà dei vescovi, dei cherici e dei Galli. Pipino d'Eristal, come venuto dalla Svevia e dalla Turingia, assicurò il primato agli usi e costumi germanici, e come duca d'Austrasia e prefetto palatino di tutta la nazione dei Franchi, fece che essi accettassero a re loro tre giovani della schiatta di Meroveo, che furono: Clodoveo III, Childeberto III e Dagoberto III.
Nella vita, sua benchè tanto agitata, Pipino d'Eristallo si tenea ne' suoi palagi più donne, invano i vescovi opponendosi a questa consuetudine dei prischi tempi della Germania; i re e i duchi austrasii aveano mogli, concubine e compagne e schiave ch'ei cambiavano e ripudiavano a grado loro. Due figli, Drogone e Grimoaldo, gli avea partoriti Pletrude, una di queste mogli, e due Alpaide, un'altra concubina o sposa sua, il primo de' quali ebbe nome Carlo o Karl, usato nella schiatta d'Austrasia; il quale allevato presso il padre, fu, da pargoletto, il più careggiato dal padre, perchè avea la madre bella, ed egli era l'ultimo. San Lamberto, vescovo di Maestricht, denunziò l'unione di Pipino e d'Alpaide per un adulterio e un incesto: ma la cristiana sua voce non ebbe ascolto, e colei continuò ad essere amata e accarezzata come prima, e Odone, conte austrasio, fratello della donna oltraggiata, trafisse d'una stoccata, dentro al medesimo santuario, il pio san Lamberto, e il lasciò morto sulle soglie della cattedrale. Drogone e Grimoaldo morirono prima di Pipino, lasciando alcuni figliuoli in età tenerissima ancora, che per diritto ereditario chiamar si vollero al governo degli Austrasii, dei Neustri e dei Borgognoni; cosa contro la consuetudine, però che i prefetti del palazzo dovean essere robusti ed atti a condur la gente d'armi; nè era possibile che una intrepida generazione, come i Franchi erano, patisse re senza forza e prefetti del palazzo fanciulli. A condurre pertanto a fine il disegno suo, che quello era di dar que' duchi ai Franchi sotto la tutela d'una donna, Pletrude fece chiuder Carlo in una delle torri di Colonia, come figlio d'una concubina.
Ma Carlo non rimase colà entro a lungo imprigionato, che fuggitone anzi per zelo dei fedeli di Pipino d'Austrasia, i quali il riconobbero, assunse il titolo di duca d'Austrasia, e per tale in breve il gridarono i Franchi, simile com'egli era in tutto a Pipino d'Eristallo suo padre. Fatto di questo modo capo militare d'Austrasia, Carlo chiuse in un monastero la tracotante donna, che avea voluto costituirsi reggente, e partì i tesori fra la gente d'armi. Ecco dunque Carlo duca d'Austrasia; intanto i Neustri, che pur non volevano per prefetto un fanciullo, si eleggevano a capo Ranfredi, e questi e Carlo, uom d'armi l'uno; e uom d'armi l'altro, rompevan guerra fra loro. Ranfredi, con l'aiuto dei Frisoni, nazione in gara cogli Austrasii, assalì gagliardamente Carlo, a cui sulle prime toccò una sconfitta; ma indi tosto ritornò a battaglia e i germanici suoi Franchi fecer macello dei Neustri e dei Frisoni. Si trattò della pace, e Carlo diceva a Ranfredi: «Lasciami le terre d'Austrasia, tienti la Neustria, e sarà tregua fra noi». Ma Ranfredi, parlando a nome di Chilperico, un de' Merovei, volea tutto governare, e ricusava i patti. Ad un re dunque si volea contrapporre un altro re, che tale era l'uso dei Franchi, onde Carlo prende anch'egli un Meroveo, facendolo re sotto il nome di Clotario, e fatto questo, muove co' suoi guerrieri di razza germanica, viene a giornata co' Neustri a Vincy e gli sbaraglia, si diffila verso Reims, trova nel piano le genti della Neustria congiunte con quelle dell'Aquitania, viene con esse a campal battaglia, e pel valore delle sue nordiche schiere, meno effeminate, meno use alle mollezze della vita, riporta un'altra luminosa vittoria[106].
Ecco adunque Carlo signore al par di Pipino dei due reami d'Austrasia e di Neustria, qui come duca, colà come prefetto del palazzo. Muore indi Clotario, da lui fatto re, ed egli, da destro politico, profferisce ai due popoli di governarli, come già Pipino suo padre sotto la semplice autorità di prefetto, lasciando re dei Franchi Chilperico innalzato al trono dei Neustri. Il vinto Ranfredi accetta queste condizioni, diventa duca d'Angiò, rinunzia alla prefettura del palazzo, e Carlo governa insieme la Neustria e l'Austrasia, intento più che mai a difendersi contro tutti i nemici, che non son pochi, della signoria franca nelle Gallie. Di quivi ha principio la faticosa e militar sua vita per la difesa della nazione; i popoli ostili ai Franchi sono numerosissimi; gl'indomiti Sassoni assaltano le Gallie dalla parte della Belgica, e Carlo, accorsovi co' suoi, costringe i Barbari a rientrar nelle loro terre dell'Elba e della Frisia. Cinque volte i Sassoni tornano al Reno, e altrettante Carlo Martello spinge addosso di loro i Franchi dell'Austrasia e della Neustria. Le cronache raccontano pur le sue guerre d'Aquitania, e il vediamo or sull'Elba, or sulla Loira, or sul Reno, or sul Rodano; egli è il più perfetto prototipo che sia dei guerrieri franchi, razza vagabonda ch'ei sono: la vita cittadina lo annoia, egli non istà bene se non fra guerre e spedizioni lontane. Queste qualità degne d'un prefetto del palazzo, gli giovano a meglio conservar l'autorità sua sopra i Franchi, popolo che non abitava se non di mala voglia le città, come s'egli si trovasse soffocato nel cerchio delle mura e sotto il peso delle torri e delle rocche; egli ha bisogno delle antiche selve e delle spaziose campagne come i suoi maggiori.
Ma il nome di Carlo sta per risuonare assai più famoso; le invasioni dei Saracini venuti d'Africa e di Spagna, minacciano il centro delle Gallie; non contenti di correre il Mezzodì, muovono ora contro il Settentrione. La razza dei Goti in Ispagna è già caduta sotto quei rapidi conquistatori; salvo alcuni antichi cristiani rintanati nei monti delle Asturie e i conti di Castiglia, i popoli ispani, ubbidiscono ai luogotenenti dei califfi: Cordova e Siviglia son fatte sedi degli Emiri mandati dal Commandator dei credenti ad occupar le terre degl'infedeli. Già da quindici anni i Saracini aveano varcato i Pirenei, ed ahi! con quante stragi e ruine a danno de' cristiani! Che strazio legger nelle leggende e ne' cartolari delle badie, i guasti e disertamenti che patirono le città di Arli e di Nimes con quelle inesorabili bande sempre sul collo. Qui basiliche distrutte, colà reliquiari saccheggiati; le città della Linguadoca, pur dianzi sì splendide, i municipii, in fratellanza con Roma, in preda ora ad ogni sorta di desolazioni!
La prima regolare invasione de' Mori nelle Gallie fu condotta da un emiro di nome Musa. «Il vento dell'islamismo, dice una cronaca araba, cominciò a soffiar contro tutti i cristiani». Il Rodano udì sulle sue sponde i nitriti dei cavalli d'Affrica e di Spagna, e in queste ardimentose spedizioni i Saracini erano aiutati dalla fiacchezza e dalla discordia dei cristiani, e sì pure dalla tradigione degli Ebrei, numerosissimi allora nelle città delle Gallie meridionali, i quali avendo familiare la lingua araba e la siriaca, se la intendevano co' figli dell'Oriente, del cui passaggio si veggono ancor vestigia a Vienna, a Lione, a Macone, e fino a Chalons alla Saona. Gli annali pur di Digione narrano i guasti di costoro nel reame di Borgogna; se non che talvolta le cronache, non contemporanee, confondono le invasioni degli Ungri, razza di Vandali, che vennero al nono e al decimo secolo, con quelle dei Saracini del secolo ottavo. I settatori del profeta, popolo di ardente immaginazione, aveano ideato un ampio disegno di conquista, simile a quelli che Maometto immaginar sapea nell'ambiziosa sua mente. Gli eserciti arabi doveano impadronirsi, a così dir, di carriera, come i cavalieri del deserto, del regno de' Franchi (l'Austrasia e la Neustria); doveano fare alto un istante sul Reno, indi passar per mezzo le terre dell'Alemagna, calar sull'Italia e sulla Grecia, sì da convertire il Mediterraneo in un lago infeudato alla razza del Profeta.
Questo disegno a meraviglia concordava coi modi delle ampie conquiste che gli Arabi, errando, aveano già compiute in Africa e nella Spagna. Movendo essi dalla Siria, aveano costretto l'Egitto a sottomettersi al loro dominio, rincacciato i Berberi dell'Africa fin dentro alle ardenti sabbie del deserto, e nulla valse ad arrestar questo torrente devastatore. Padroni che furon dell'Africa, avevano in men di due anni soggettata la Spagna; i Goti ubbidivano oramai alle leggi loro, ed ora agognavano l'Italia e la Grecia, per prender Costantinopoli da tergo. Ancor durano nelle arabe geografie le tracce di questa sterminata mossa dei Saracini, i quali nell'irrompere con tutte le forze loro, congiunger sapevano in battaglia l'astuzia col valore. Alla intimazione della guerra sacra, tutti salivano a cavallo, però che il comando del Profeta era legge pe' Musulmani; si servivan delle genti de' paesi conquistati per ingrossar vie più le loro masse, gli emiri, come ausiliari della conquista, conducevano innumerabili torme di Berberi affricani, che formavano l'agile ed intrepida loro cavalleria, e seco avevan pure gli Ebrei, prontissimi sempre nelle città meridionali al tradire. Se si dee prestar fede alle cronache, costoro tenean pratiche co' nemici de' Franchi, sol per odio contro i cristiani, cui avrebber voluto dare in mano ai nemici, a quella guisa che fece Giuda con Cristo; infatti, quasi tutte le città della Gotia furon vendute dagli Ebrei. Questi innumerabili eserciti de' Saracini traevano seco donne; fanciulli, tutto che era necessario a fondar colonie, con disegno di stabilirsi nel mezzo dell'Europa, e rinforzar l'islamismo con migliaia e migliaia di settatori. Era tempo di continuo conflitto tra razza e razza, tra dominio e dominio, tra credenza e credenza. La vittoria stava per decidere chi avrebbe occupata questa terra, quali sarebbero i vincitori e quali i vinti.
Eudi, duca d'Aquitania, fu il primo dei capi di guerra ad opporsi alla rapida irruzione dei Saracini, ed è debito di restituirgli una parte della gloria che i posteri serbaron solo a Carlo Martello. I Saracini aveano sotto l'emiro Alsama, fatta la città di Narbona, situata presso il mare fra i Pirenei e l'Aquitania, principal sede del dominio loro, donde masse d'infedeli si spandevano nella Settimania, e venivano ad assediare Tolosa, sì che Eudi della razza dei Franchi, ed, al dir d'alcuni, uscito dai medesimi Merovei, chiamate all'armi le popolazioni meridionali, intanto che i Saracini stringevan d'assedio Tolosa, piombò sui loro alloggiamenti, li ruppe e costrinse a ritirarsi disordinatamente ne' Pirenei verso Narbona. L'emiro Alsama fece mostra di gran valore, e nel combattere andava ripetendo quel verso del Corano: «Se Dio è con noi, chi sarà contro di noi?» ma fu atterrato da una forte lanciata per un de' guerrieri aquitani; e dopo di lui Abd-Alrahman, dalle antiche cronache, chiamato Abderamo, assunse il comando dei pochi avanzi di que' Saracini.
La vittoria del conte Eudi, e ne fe' relazione al papa, fu siffattamente risolutiva, che da quel giorno in poi i Saracini più non si mostrano che in alcune isolate spedizioni, in opera piuttosto di genti da saccheggio che di schiere ed eserciti formati. Seguir tu puoi le orme loro nelle triste lamentazioni dei monasteri, pei guasti che facevano all'arche coperte d'oro e per le taglie che imponevano a tutte le badie dell'Aquitania. Indi a qualche anno Ambiza, governator della Spagna pel Califfo, deliberossi di varcare i Pirenei con un formidabile esercito tutto coperto d'armi forbite, e preceduto da un nugolo di Berberi. Tenne costui non tanto il modo della violenta conquista, quanto quello d'impor tributi ai vinti, come già erasi fatto in Ispagna, onde la maggior parte delle città di Linguadoca ricomperavansi con danari, per saziare l'avidità d'Ambiza, il quale mandava monti d'oro a Siviglia e Cordova, finchè fu morto in una delle sue spedizioni. Alla morte di costui i Saracini tornarono ai loro saccheggi, poi si fe' una mescolanza di popoli, ed Eudi stesso, vincitore testè dei Saracini, acconsentì a una lega di popoli e di famiglie. Munuza, emiro pieno di tolleranza, avea nelle sue spedizioni contro l'Aquitania, rapita la propria figlia d'Eudi, nomata Lampegia, di maschia bellezza, e innamoratosi di lei, la faceva sua sposa, benchè cristiana. Il duca e l'emiro si congiunser così d'interessi e di famiglia, simbolo dell'unione sempre naturale fra le razze conquistatrici e le conquistate, come già era avvenuto in Ispagna fra i Saracini e i Visigoti, e nelle Gallie tra i Franchi e i Romani, chè un'antica società, non è mai al tutto neppur da violenta conquista, disfatta, ma sempre seguon transazioni da sè fra le razze. I ferventi Saracini e i cristiani, divoti al culto della chiesa[107], non ammiser questa unione dei culti e dell'anime, e Munuza fu riprovato, pel suo procedere, nelle meschite di Cordova e di Siviglia, e accusato come spergiuro, intantochè il conte Eudi, dall'altra parte, veniva per suo peggio scomunicato.
In questo mezzo Abderamo fece gridar la guerra santa nelle città d'Africa e di Spagna, e in breve infinite torme di Saracini varcaron di nuovo i Pirenei, disordinatamente e confusamente, a guisa di tutte l'altre spedizioni in massa, seco traendo donne, fanciulli, bottino, e armenti, affine di stabilirsi come pastori nelle terre conquistate. Abderamo distrusse indi il dominio di Munuza al di là dei Pirenei, il tolse di seggio, come traditor della legge, e fattagli troncar la testa, la mandava a Damasco, intantochè Lampegia, sua giovine sposa, veniva posta in mano delle donzelle di Cordova, e serbata pel serraglio del califfo. Dall'alto dei monti i Saracini si sparsero poscia per tutta la Settimania; videro Arli e Bordò che s'inchinaron dinanzi ad essi; pigliaron indi la via della Loira, senza che nulla resister potesse all'impeto loro. Un conte di Poitiers, che solo ardì d'opporsi all'invasione, fu preso e decollato, e i topazi e smeraldi del suo tesoro furono, in un co' reliquiari delle sue chiese, mandati a Damasco. «Abderamo, dice uno storico arabo, fu come una tempesta che tutto abbatte, e una spada a due tagli».
Il conte Eudi d'Aquitania, impotente a resistere a questa piena di armi, venne a Carlo duca d'Austrasia, prefetto del palazzo, appo i Franchi che teneva la plenaria sua corte a Colonia. La Neustria era minacciata; dopo la Loira, sarebbe assalito l'impero dei Franchi; se terribil era la guerra dei Sassoni a settentrione, tale non meno era quella dei Saracini a mezzogiorno, onde Carlo movea intorno il grido d'una spedizione in Aquitania, e alla voce sua sì nota alle razze dell'Austrasia, tosto si raccoglievan le genti dalla robusta complessione, dalla ferrea armatura e dalla pesante mazza, del Danubio, dell'Elba, del Reno, della Senna e dell'Oceano; ed egli le conduceva, passando per Parigi e per Orleans, sulla Loira, però che i Saracini si avanzavano verso Tours, sapendo che in questa città chiudevasi un ricco bottino di vasi d'oro e di serici ornamenti, di che decorar volevano le loro moschee. Abderamo tuttavia stette alquanto fra due, timoroso per l'esito della battaglia alla vista del lusso che spiegavano le sue genti, e della mollezza e indisciplina che s'erano introdotte fra loro. Essi non eran più i Saracini conquistatori della Spagna, ma confuse masse e un tramestío di Berberi, d'Arabi, d'Ebrei, e tutti aveano a combattere contro gli uomini pronti e nerbuti del Reno e della Mosa, non già più contro i molli Aquitanti pacifici abitatori delle romane città di Nimes, Arli, Tolosa e Narbona.
Qual fu il campo di battaglia in cui fu risolto il conflitto fra i cristiani della razza germanica, e i Saracini snervati nei serragli di Cordova e Siviglia, sotto il sole di Spagna? Gli Arabi lo pongono nelle vicinanze di Tours; i cartolari de' monasteri lo additano a Poitiers, in una vasta pianura non lunge dalle porte di questa città, nè si sa a qual credere di queste due tradizioni, se non che forse la battaglia cominciò a Tours, e terminò a Poitiers, a simiglianza di quegli altri lunghi conflitti, di cui anche la storia moderna fu spettatrice, che si stendono per uno spazio di più leghe, e comprendono più d'un campo di battaglia. I Saracini furono per impeto improvviso cacciati dai sobborghi di Tours, indi Carlo passò la Loira, spiegò le schiere sue, sempre vittoriose sulla Vienna, e Poitiers divenne ampia tomba degl'infedeli. Questa giornata, che seguì nel mese d'ottobre, fu notabile per la fermezza in essa dimostrata dalle nazioni settentrionali, che al dire d'Isidoro di Beja, cronista che spesso ha molto del poeta, resisterono ferme come muri all'impeto nemico, e stettero serrate come cerchio di ghiaccio. Quantunque i Saracini traessero una numerosa cavalleria leggera, composta d'Arabi e di Berberi, che andavano da diritta e da manca volteggiando, pur non fu mai ch'eglino smuover potessero i saldi Austrasiani. «Queste nordiche genti, prosegue Isidoro di Beja, combattevano gagliardamente, e la spada degli Arabi spuntavasi contro ai petti loro».
La battaglia durò più giorni facendo i Saracini impeto da destra e da sinistra senza frutto, e le genti della razza germanica sempre avanzando ferme nelle loro ordinanze e senza lasciare fra esse vacuo veruno. Un'ardita diversione fe' risolvere la vittoria, e fu che mentre i Saracini respinti da Carlo Martello, vacillavano, Eudi, cogli Aquitani, gli assaltò di fianco, e si impadronì del campo loro e della tenda dell'emiro, improvviso assalto che li pose in gran confusione. Abderamo intanto, veduto il pericolo, avventava i suoi cavalli berberi sugli Aquitani, ma passato d'una freccia scagliata da man vigorosa cadeva spento sul campo; Carlo vede il momento decisivo, muove innanzi con impeto; le schiere degli infedeli sono disordinate, e ben tosto messe tutte a sangue e a macello. Ottenuta la vittoria esso Carlo si fece a distribuire il bottino fra' suoi soldati, come era l'uso; nè oltrepassò Poitiers, chè quelle meridionali provincie non eran di sua giurisdizione, ed altri nemici avea da respingere a settentrione. Dopo la rotta di Abderamo, fu a Carlo confermato il soprannome di Martello. «Però che, dice la cronaca di san Dionigi, come il martello pesta e rompe il ferro, l'acciaio e ogn'altra sorte di metalli, così egli pestava e rompeva in battaglia tutti que' nemici e quelle stranie nazioni». E per verità il duca de' Franchi aveva menato il _martello_, poichè il numero dei Saracini uccisi fu infinito, facendolo i cronisti cristiani ascendere a più di centomila; laddove i cronisti arabi, sempre fatalisti, senza maledire alla sorte loro, si contentano di chiamar la funerea campagna dove seguì la battaglia, col nome, di _Lastrico dei Martiri_.