Part 24
«Or come fu, soggiunge l'antico cronista che scrive impressionato dalle solitudini di San Dionigi e dalle tradizioni della badia, or come fu che le reliquie e il landitto vennero di poi trasportati sotto la giurisdizione del nostro monastero? Fu, dice la leggenda, che, avendo un imperatore, o re ch'ei fosse, bisogno di denaro, e possedendo noi un reliquario e alcuni altari tutti coperti d'oro, ce li chiese, e ci diede in cambio le reliquie e il landitto d'Aquisgrana.» Di questo modo già principia la gara fra Aquisgrana, la città di Carlomagno, e Parigi, la città dei Capeti, San Dionigi di Neustria e la gran basilica d'Austrasia si contendono il primato; finchè Carlomagno abita Aquisgrana, la preminenza è per la marmorea sua basilica; essa è il tesoro suo, egli ha caro di soggiornarvi, di bagnarsi in quelle tiepide linfe; ma poi, morto lui, i suoi successori aman d'abitare più spesso le selve d'intorno a Parigi, e allora San Dionigi vince il primato, e le sue reliquie, le sue fiere ottengono privilegi. Aquisgrana riman pur sempre carlinga anche dopo spariti dal mondo gli ultimi avanzi di questa schiatta; Parigi è la città dei Capeti, e dee il suo lustro ad un nuovo lignaggio di re. Ma ecco qua un'altra storia che ci racconta il buon arcivescovo Turpino, e forma il quarto dei libri dei fatti e delle gesta del forte re Carlomagno, inserito nelle _Croniche di San Dionigi_. «L'imperatore, compiute ch'ebbe tutte le sue conquiste, avea giurato dinanzi a Dio che per l'appresso avrebbe dedicato la vita alla Chiesa di Gesù Cristo; ed ecco che una notte, mentr'egli stava nella foresta di Compiegne, guardando il cielo, gli venne veduta una via di stelle, la quale, come gli parve, principiava dal mar di Frisia, e dirizzavasi tra Lamagna e Lombardia, tra Basco e Guascogna, e tra Spagna e Navarra, dirittamente in Gallizia, colà dove riposava, senza nome e memoria, il corpo di messer Sant'Jacopo. E veduto per parecchie notti questo sogno, cominciò a pensar fortemente in cuor suo, che significar potesse, e mentre stava così fra sè pensando, ecco apparirgli un uomo di maravigliosa bellezza, e dirgli: «Bel figliuolo, che fai tu?» E l'imperatore gli rispose: «E tu, sere, chi sei tu?» Allora il bell'uomo gli disse che era sant'Jacopo, il cui corpo stavasi in Gallizia, senza nessuna memoria in mano dei Saracini.
«Dio ha fatto sì potente Carlomagno appunto perch'egli compier possa la liberazion della Spagna: quella traccia di stelle significava la nuova via che i pellegrini dovean seguire.[237] Carlomagno inginocchiasi, e fa orazione; poi, convocati i suoi baroni, come fece nella spedizione di Palestina, parte e s'impadronisce di Pamplona. I principi saracini s'inchinavano e umiliavano dinanzi a lui; le città si arrendevano, e le lontane gli mandavano messaggeri di pace, per modo che fece tributaria a sè tutta la gente di Spagna. Visitò indi con gran devozione la sepoltura di sant'Jacopo, mio signore, poi passò oltre, senza impedimento, fino al monte; piantò sua lancia nel mare, e veduto che non poteva andar oltre, rese grazie a Dio e a sant'Jacopo, mio signore, per aiuto ed assentimento de' quali era venuto[238]».
Qui il cronista novera tutte le città di cui s'insignorì Carlomagno, da Pamplona fino a Lamego. «Nulla resister seppe alla furia delle sue conquiste, non pur Gibilterra. E di questo modo Carlomagno conquistò tutta la terra di Portogallo, di Navarra e di Catalogna. A Cadice trovò quell'idolo famoso in figura umana sopra una colonna larga e quadrata, con una chiave in mano rivolta verso il mezzogiorno, la quale cader dovea il giorno in cui la Spagna fosse libera dagl'infedeli.[239] Ma quel giorno non era sì presso ancora, però che non sì tosto Carlomagno avea tocca la terra di Francia, un pagano, di nome Agolante, usciva, guidando un potentissimo esercito, dalle terre d'Affrica, e scagliavasi sulla Spagna. Al quale annunzio Carlomagno ripassa i Pirenei, e vola in Andalusia; il Saracino non si spaventa, vuol combattere corpo contro corpo, e manda a chiedergli battaglia in quella guisa che più gli piace: venti contro venti, quaranta contro quaranta, cento contro cento, mille contro mille, duemila contro duemila, o uno contro uno. Carlo mandò cento cristiani contro cento Saracini, e questi furono tosto morti, poi Agolante ne mandò altri cento, che furon pur tosto uccisi, poi dugento contro dugento, ed anche quelli uccisi. Da ultimo Agolante ne mandò duemila contro altrettanti dei nostri, e parte furon subito morti, parte fuggirono; (così fatti eran gli usi della cavalleria, uomo contro uomo, corpo contro corpo), poi Agolante intimò la giornata, ed ella fu sanguinosissima, che ben quarantamila cristiani vi perirono, ed oh miracolo! le lance loro fiorirono come le palme dei martiri. Carlomagno stesso versò in gran pericolo di sua persona, chè gli fu ammazzato sotto il cavallo; ma, rosso il volto di sdegno, trasse Gioiosa, e precipitatosi con grand'animo addosso dei Saracini, si pose ad affettar pagani, e fece intorno a sè una maravigliosa uccisione.»
Nè tutto è ancora finito; Carlomagno ripassa in Francia per convocare i baroni e cavalieri suoi, intantochè Agolante raccoglie anche esso tutti i vassalli suoi, Mori, Moabiti, Etiopi, Saracini, Turchi, Affricani e Persiani, e tanti re e principi saracini, quanti potè avere da ogni parte del mondo. Questi Infedeli calano sulle città cristiane, nulla resiste loro, e vengono fino alla città di Agen. Carlomagno non è vinto per questo, e adoperando l'inganno viene ad esplorar trasvestito il campo di Agolante; niuno lo riconosce così con lo scudo in ispalla, senza lancia nè mazza; ma invano ei tenta d'ingannare Agolante.
Anche il re saracino viene al campo di Carlomagno per trattar della tregua, e qui un lungo e caloroso diverbio fra loro[240], in cui Carlomagno si dà a fare il convertitore; non combatte già solo, ma predica e con questa doppia qualità il rappresentan continuamente le _Croniche di San Dionigi_; egli disputa coi Maomettani, e spiega loro la legge e la verità di Gesù Cristo. I cronisti si deliziano in così fatti racconti, e que' poveri monachelli trionfano nel raccontar la potenza delle cerimonie cristiane e la vittoria ch'esse danno a chi invoca il nome di Dio; e però ci narrano: «Come i Saracini furono tutti sconfitti ed uccisi insieme con Agolante, tranne pochi che si salvarono con la fuga, e come i Francesi furono uccisi per la loro ingordigia, tornando di notte al campo di battaglia; come il re dei miscredenti combattè con Carlomagno, e fu morto insiem con la sua gente. E poi di coloro che morirono fuor di battaglia».
Or credi tu d'aver tagliato a pezzi tutti i nemici tuoi, o valoroso imperatore? Oh no, ti convien vincere ancora. Agolante è oppresso, ma ecco qua Ferraù che giunge cogl'infedeli della Siria; Ferraù non è mica un uom da dozzina, egli è un gigante che piglia con la man destra un cavaliere e te lo getta, come un'arista, parecchie leghe lungi dal campo di battaglia. Sì grande era, ch'egli avea dodici cubiti d'altezza, un cubito la faccia, un palmo il naso, quattro cubiti le braccia e le coscie, e tre sommessi di lunghezza il dorso della mano. Chi manderemo a combattere un uomo tanto gagliardo? Qui torna in campo il fiero conte Orlando, che noi morir vedemmo a Roncisvalle; o che battaglia mai, che spadate! Ferraù si fa innanzi, solleva con una sola mano in collo al proprio cavallo il paladino, e se lo porta via; ma Orlando allora lo prende pel mento, e gli torce in modo il capo che ambedue cascano a terra; poi con un rovescio della sua Durindana, il paladino parte in due il cavallo a Ferraù, indi si afferrano e stringono corpo con corpo, sì che il gigante, spossato, dimanda tregua fino al giorno appresso. Il paladino assale indi il gigante a colpi di mazza, e il combattimento dura parecchi giorni. Or che vuol dire che la spada d'Orlando non fa se non rimbalzare su tutto il corpo di Ferraù? Vuol dire che il pagano è fatato, nè può esser ferito se non al bellico[241].
Negl'intervalli di questo combattimento a tutto transito, ci son sempre discussioni teologiche; Carlomagno convertir volle Agolante; Orlando, buon teologo, vuol convincere Ferraù; a simiglianza degli eroi d'Omero, i combattenti sospendono i rovesci e i fendenti per discorrerla e ricordar le cose loro passate di famiglia e di cavalleria; ma indi tosto la zuffa ricomincia, la mazza di Orlando è tagliata in due dalla spada di Ferraù, il quale gli s'avventa sopra, ma il paladino, cacciatosi fra le sue gambe, afferra la spada e gliela ficca nel bellico, ed ecco in qual modo ebbe fine il combattimento e la guerra di Spagna.
Tanto narran le favolose tradizioni che all'imperator Carlomagno dispensano una gran rinomanza, nè la storia dee altrimenti sdegnarle, facendo esse conoscer gli usi d'un tempo eroico. Qual è il conquistatore, qual è l'uom di gran ventura, che non abbia dopo di sè lasciato qualche cronaca favolosa, qualche leggenda ripetuta dai contemporanei e accolta spesso dai posteri? Noi stessi lunge non siamo da tempi che videro altre maraviglie; quante gloriose credenze non abbiamo accettate, che passano come istoriche verità? Racconti di battaglie, parole dell'imperatore ai soldati, combattimenti epici, detti di grandezza e di maestà gittati a' morienti. Accanto ai fatti storici degli imperi, crescono l'epopeie, nè si vuol rimbrottarne le nazioni, chè quest'è un atto della riconoscenza loro verso chi le innalza e ingrandisce. Tutte queste poesie, tutte queste cronache intorno a Carlomagno, che nelle parti loro ci sembran puerili, si collegano pur nondimeno con due grandi episodii del medio evo, la liberazione di Gerusalemme e la Spagna sottratta al giogo dei Mori. Egli vi ha ne' popoli de' nobili pensamenti e de' generosi istinti, e quando un nome sia venuto, quasi meteora ignita, a risplender nel mondo, il volgo gli attribuisce tutto il passato, il presente e bene spesso ancor l'avvenire.
RICAPITOLAZIONE.
PERIODO DELLA CONQUISTA.
768 — 814.
L'opera militare di Carlomagno, chi la segua dall'origine sua, abbraccia il più lungo periodo di guerre che mai la storia offerisca negli annali suoi più lontani; però che la durata sua, a principiar dalla spedizione d'Aquitania fino ai rintuzzamenti delle popolazioni slave, e alla guerra contra gli Unni e i Boemi, è di quarantasei anni. Le spedizioni d'Alessandro il Macedone, rapide al par d'impetuosa fiumana, finiscono con questa verde e superba vita che si abbevera nella tazza d'Alcide; la vita militare di Cesare, comprendendovi anche l'ordinamento delle Gallie, non si stese più in là di diciott'anni; Annibale e Scipione prima di lui, e tutti quegli altri nomi famosi, fecero guerre più o men lunghe e difficili, ma niuna si produsse così continua da settentrione a mezzogiorno. I Romani soli, presi come corpo di nazione, ebbero, nella successione delle loro conquiste, quella sì costante perseveranza e sì grande tenacità ch'ebbe Carlomagno.
Or questa vita sì faticosa di gloria procedeva ella dall'indole personale di Carlomagno, dalla vigorosa natura sua, o era ella una necessità della sua politica, una ineluttabile fatalità dell'opera da lui concetta? Quest'opera, sì attiva sempre, non era tanto individuale quanto un legato di famiglia, e una conseguenza necessaria della sua condizione, però che non si vuole sceverar mai la vita da conquistatore di Carlomagno, dalla storia di Carlo Martello e di Pipino. E qual era infatti l'intento che questa nuova stirpe de' prefetti austrasii proponevasi? La corona. Ora un'usurpazione non compiesi altrimenti senza grande travaglio, nè senza gran fatica distruggesi un culto antico, foss'anche una superstizione; e il fatto dell'esaltazione de' Carolingi è, a proprio dire, una specie d'invasione della stirpe austrasia sul territorio della Neustria; i Merovingi, effemminati, son cacciati di trono da uomini vigorosi che vengon dalla sponda del Reno e della Mosa. La stirpe austrasia, d'alta statura, che passò la vita nelle provincie germaniche, viene a corsa condotta da' suoi prefetti, e in breve comanda nelle piagge di Neustria, domando i re imbastarditi, corrotti dal troppo vivere alla romana, nelle loro ville di Compiegne, di Palayeau, di Querzì all'Oisa e nelle badie di San Dionigi, dell'uno e dell'altro San Germano, o di San Martino di Tours; ed insieme coi re imbastarditi, doma pure i Franchi tralignati.
Se non che questa dominazione si compie solo a patto di condur senza posa i popoli alla conquista e alla guerra; quivi comincia l'opera gloriosa di Carlo Martello, il quale si rende famoso per la maravigliosa sua vittoria di Tours o di Poitiers. Egli libera l'Aquitania, ributta gl'Infedeli fino al di là de' Pirenei, e questo è il primo dei grandi benefizi dei prefetti della stirpe austrasia. Carlo Martello, capo del lignaggio carolino, serba pur sempre il tipo natío, imperioso, selvatico, delle sponde del Reno e della Mosa; non pensa che a' suoi guerrieri, e sdegna qualunque mescolanza co' Neustrii. Prodi compagni il seguirono nella guerra sua contro i Saraceni, con esso lui liberarono quelle ricche provincie, or che dar loro? ricompense in terre e benefizi[242] ch'essi faranno appresso coltivar dai coloni. Carlo Martello s'impadronisce quindi senza scrupolo delle terre ecclesiastiche, e le riparte fra' suoi, in che si vede la fera potenza germanica che trionfa, senza mescolanza d'altro in quest'indole silvestre, in questo tipo agreste e barbaro, che si riman, soprattutto, guerriero.
Vien Pipino, e già tempera la natura della podestà sua e del suo mandato; vero è ch'ei pur si rimane austrasio e serba la preminenza dell'armi sue sulle popolazioni che abitan le rive della Senna e della Loira, ma pur noi lo vediamo andare a poco a poco accostandosi alle consuetudini, alle idee romane ed alle usanze de' Neustri. Egli non è altrimenti inesorabile in guerra come Carlo Martello, le sue sollecitudini non son già solo per gli armigeri suoi; ma poichè gli sta a cuore di fondar una dinastia, vede ch'ei non sarà riconosciuto re se non per l'autorità del papa e della Chiesa, vede che imprimer non potrà sulla fronte sua il sacro carattere che sublimava innanzi agli occhi di tutti la schiatta de' Merovei, se non porgendo la mano ai vescovi, ai vescovi che imperano nelle sacre basiliche; ei sa tutto questo per mirabile istinto, ed opera mirando a questo fine. In che egli non punto abbandona la sua guerriera missione, chè egli dee, prima di tutto, farsi appoggio della razza d'Austrasia, cui suo padre condusse dai boschi della Turingia. Per essa la conquista comincia; Pipino dee far le sue prove; tutte le guerre che poi compier dee Carlomagno, son principiate da suo padre; al Mezzogiorno reprime gli Aquitani; varca le Alpi due volte per combattere i Longobardi, e gran frutto ivi ottiene da un cambiamento di lignaggio, passando la corona di ferro da Astolfo in Desiderio. A Pipino parimenti è dovuta la prima suggezione della razza sassonica; egli tragitta il Reno e il Vesero, per imporre tributi; egli prepara le ampie vie della conquista carolina, onde alla morte sua un carico smisurato da sostener lascia a Carlomagno, suo degno erede, perchè a questo pur corre obbligo di guidar la razza austrasia alla vittoria ed alla conquista.
I principii di questo regno sono incerti comparativamente alle grandi cose che lo precedono, e non è già che Carlomagno non sia nel rigoglio della vita, però che quando suo padre scende nel sepolcro, egli ha già ventisei anni; la complession sua, quale ce la ridicon le _Cronache di San Dionigi_, è fortissima; poderoso il suo braccio; egli accompagnò suo padre in quasi tutte le guerre; giocava fanciullo col giavellotto e con la chiaverina, e lo portavano sovra un lungo scudo; egli è insomma degno figliuol di prefetto e di re. Ma quel che gli toglie di dar alle prime sue imprese tutto l'ardor suo di conquista e tutta la potenza del genio suo predace, si è la division del trono con Carlomanno; nell'esercizio d'un poter comune e assegnato egli non trovasi ad agio suo, chè gli spiriti, anche mezzanamente sublimi, non si attentano alle grandi imprese, se non quando e' son padroni assoluti del campo e dispor ne possono a grado loro; se non sien arbitri appieno della podestà, non sanno esercitarla e la sdegnano. Così avvenne a Carlomagno, finch'ei regnò di conserva con Carlomanno; quindi quelle sue inquiete concitazioni e quelle sue gelosie verso il fratello; Carlomanno si muore, e tu lo vedi allora correr con le sue selve di lancie raccolte nei regi dominii; vedi que' fieri Austrasii non riconoscere i figliuoli di Carlomanno, ed ei cacciarli in un chiostro, farli radere a quel modo che il padre suo rader già fece i Merovingi, e difilandosi diritto al suo fine, insignorirsi delle due corone d'Austrasia e di Neustria, congiunzion questa di forze che gli è indispensabile. Nè il potere è gran cosa per lui, se non quando l'ha tutto intero in sua mano.
Non è per questo ch'ei non cominciasse l'opera sua militare nel tempo che Carlomanno ancor regnava in comune con lui. Gli Aquitani, mirando a separarsi dal dominio franco, s'erano raccolti d'intorno ai duchi loro, nè ciò procedea solo da antipatia di razza, e da quegli astii di nazione verso nazione, o tribù verso tribù che tuttavia ardevano in que' tempi di barbarie, ma in questa rivolta dei meridionali d'Aquitania ci avea pure una ragione politica, chè fedeli, come sempre furono, a' Merovingi, questi aveano ancora fra loro di molti partigiani, ed i duchi d'Aquitania medesimi, stando alle tradizioni, formavano un ramo collaterale del lignaggio de' Merovei. In tale stato di cose Carlomagno non si tien punto dal muover tosto verso le città del Mezzogiorno, preceduto dalla memoria dell'avolo suo Carlo Martello, il vincitore di Poitiers o di Tours, e in men di sei mesi mette quella gente a dovere. Sottomette di più i Pirenei, ordina militarmente le terre della Loira e della Garonna, ben sapendo non poter egli acquistar valida autorità sopra i guerrieri suoi, se non gratificandoli con la vittoria e con donativi di terre. Da ora in poi i popoli d'Aquitania non gli son più d'ostacolo, ma anzi d'aiuto nella nuova guerra ch'egli sta per intraprendere, e noi li vediamo schierati sempre sotto le sue bandiere.
La prima guerra di Lombardia è impetuosa e rapida. Vero è che Pipino fu due volte a Milano ed a Ravenna, ma egli però non disfece la nazion longobarda, e quei re rimaser tuttavia potenti sotto la loro corona di ferro. Or donde avvien mai che a Carlomagno sì facil cosa riesce, e quasi in una sola stagion campale, l'atterrar questa medesima nazione? Forsechè in questa natura d'uomo era qualcosa di più fermo, di più imperativo, di più superbo, che in quella del padre e dell'avolo suo? Dicasi tutto: i tempi erano meglio apparecchiati; ci son pe' popoli certe età di decadimento, da cui preservar non si possono; la monarchia lombarda cadea già in ruina, e Carlomagno altro non fece che affrettar un tracollo che sarebbe avvenuto anche senza di lui[243]. Quand'ei varcò le Alpi, i Longobardi più non erano quella conquistatrice nazione, di cui Paolo Diacono ci lasciò quella fierissima pittura; non eran più quegli uomini gagliardi, con le negre chiome, che ondeggiando sulle gote, si confondevano con la lunga e folta barba loro; col viver nelle città d'Italia s'erano infiacchiti ed effeminati; portavano vesti di seta con trascico alla maniera de' Greci, a stento sostenevan lo scudo, e il commercio con l'impero bisantino avea tolto ad essi l'antico marziale aspetto loro. Senzachè, eran fra loro divisi da gare e gelosie; l'ubbidienza non era più intera come innanzi; i feudatari supremi s'erano separati dalla corona di ferro; la Puglia, Benevento, il Friuli non riconoscevano tutti per titoli conformi Desiderio in re de' Longobardi; la nazione era perduta, sparpagliata! Il travasamento della signoria da Astolfo in Desiderio, compiuto da Pipino, giovava del pari gl'interessi di Carlomagno, essendone venuto raffreddamento nel servigio feudale e guerre civili di città contro città. Aggiungasi ora a tutto questo un esercito agguerrito, che dall'alto delle Alpi si scaglia in mezzo a questa razza effemminata, con uomini vigorosi, condotti da capitani di sì universal grido, come sono Carlomagno e Bernardo, i quali cominciano la guerra alla gran foggia d'Annibale e dei Romani, e prendono i Longobardi da fianco e da fronte.
Giunti poi che sono in Italia, i Franchi non usano solo i modi della guerra, ma tengon pur certi semi in mano di discordia, cui vanno spargendo con frutto; Carlomagno piantasi innanzi tratto con un piede su Roma, l'altro su Milano, e trova l'antica nazione italica in contrasto sempre co' Longobardi; i rappresentanti della quale sono i papi, ed ei di questi si fa spalla nel suo conflitto contro Desiderio. E' non si pose troppo mente che i pontefici erano a que' dì come il simbolo dell'antico Lazio, della patria romana[244], appresso i quali i Longobardi altro non erano che usurpatori e conquistatori; eglino volean liberarne l'Italia, e Carlomagno fu lo strumento da essi tolto a quest'uopo. Or questa monarchia longobardica si scioglie in una sola campagna, e bastano a ciò due soli assedii, quel di Pavia e l'altro di Verona, e questo perchè essa era effettivamente in ruina al momento in cui i Franchi giungevano al di là dell'Alpi, e sarebbe caduta per altre cagioni, anche senza Carlomagno. Ci sono tempi così predisposti, che gli uomini altro non sono che il braccio di quella misteriosa provvidenza, la quale altro non è infine se non la grande preconoscenza dei tempi. Ogni nazione ha i suoi periodi di grandezza e di fatalità; un popolo sparisce, e un altro apparisce tutto rigoglioso di forza e di gioventù; il nuovo edificio s'innalza sull'edificio caduto: sì vero è questo, che i mosaici di Ravenna servirono ad ornare la basilica d'Aquisgrana. E poi mirate con che facilità Carlomagno dispone di Desiderio; ei lo converte in un monaco, e insieme con esso disperde nei monasteri i capi longobardi, nè alcuno resiste al voler suo. A suo tempo l'antica capitale di Carlomagno, città morta e silenziosa, cedè pure essa la sua magnificenza e il suo splendore ad altre città oggidì floride e potenti
Le guerre contro i Sassoni paiono anch'esse contrassegnate d'una indole speciale; esse non durano soltanto i trentatrè anni, che comprendono le spedizioni di Carlomagno in Sassonia; ma al pari della guerra di Lombardia, principiata già sotto Pipino, esse pure vengon solo a terminarsi sotto il figlio suo; e qual figlio! sì che tu diresti Carlomagno avere il carico di por l'ultima mano al disegno carlingo. Due volte il re dalla breve statura, varcò le Alpi, e Carlomagno viene a cinger la corona di ferro a Milano; Pipino spiegò le insegne sue militari sul Vesero ad impor tributi ai Sassoni, ed a Carlomagno tocca pur di disperdere questo popolo e farlo, per così dire, disparir dalla Germania. La guerra contro i Sassoni non ha nulla di ordinato, ella si ristringe in sulle prime a subitane irruzioni di quei popoli che vengono a molestar la dominazione dei Franchi sul Reno: quanti sudori, quante fatiche per domarli! Una delle grandi vie per giungere a quei fini di depressione, a cui Carlomagno costantemente mirava, si fu la predicazione cristiana. A Roma i Franchi ebbero il papa per aiutatore a conquistare la Lombardia; sul Reno e sul Veser i vescovi e i santi missionari apparecchian le vie alla franca dominazione. San Bonifacio e Levino furono strumenti di civiltà e di conquista. Quando Carlomagno domar vuol questo o quel popolo, instituisce vescovadi, fonda monasteri, spedisce operosi missionari a convertirli, e mentre appoggia la podestà sua sul pastorale dei vescovi, orna della croce la sua corona, ben sapendo egli come tutto che sarà cristiano diverrà suo, intantochè tutto ciò che tale non sia, rimarrà estraneo al suo impero.