Part 23
Ma se i Saracini di Spagna s'accostavano per trattati a Carlomagno, così non faceano i Mori d'Affrica; se non che le forme della guerra mutavano. Già fin dall'ottavo secolo, arditissimi navigatori, costoro si danno, al par de' Normanni, alle spedizioni marittime, armano flotte, e abbiam dalle cronache antiche com'essi depredarono le isole Baleari, la Sicilia, la Sardegna, la Corsica; tutte le coste di lor paventavano, e il Mediterraneo era pieno delle armate barche loro che giù pe' fiumi penetravano fino alle città principali, e ben lo seppero la Provenza, la Settimania, da que' barbari disertate, sì che le città loro anche più floride videro violati i monasteri, disperse le reliquie, spogliati gli altari, e il convento di San Vittore a Marsiglia, per salvarsi, fu costretto di cingersi d'alte mura a guisa di rocca.
Di questo modo le condizioni della guerra vanno mutando. Carlomagno è certamente il principe più formidabil che sia nelle grandi spedizioni di terra, niuno può tenergli fronte quand'ei muove guidando i suoi leudi alla guerra; i popoli sono gli uni su gli altri incalzati e ributtati con rapidità quasi miracolosa; ma ecco in breve operarsi contr'essi la riazione; tu diresti che, al veder sorgere questo gigantesco edifizio, i nemici della razza austrasia ne indovinino quasi per istinto e preconoscano il lato debole, onde e Danesi e Saraceni si gittano al mare, e si danno al corseggiare, al predar la marina. Essi contender possono l'impero a Carlomagno e render vane le forze sue, quella germanica sua cavalleria, bardata di ferro, è fatta impotente; nulla può l'arte sua militare; le animose flotte lo sfidano sul Mediterraneo e sull'Oceano; a settentrione già si mostrano i Danesi sulle barche loro costrutte nel Baltico; a mezzodì i Saraceni di Spagna e d'Affrica già stanno per penetrar fino al Rodano.
In Italia il tener in devozione le razze vinte è cosa più facile che altrove, e le conquiste son ivi più durevoli, perchè a tutto si pon rimedio con una spedizione militare, e il varcar le Alpi è cosa da nulla per quei tanto intrepidi eserciti austrasii. Pipino, re d'Italia, è luogotenente colà dell'imperatore, in quella guisa che Lodovico ha questo titolo alla frontiera de' Pirenei; nè Carlomagno per altro attende a questa guerra, se non perchè l'Italia si congiunge col Tirolo e coll'Alpi, che sono le chiavi della Germania, e padron come egli è della Pannonia e della Dalmazia, gli convien serbare la Lombardia insiem co' feudi che gli danno il dominio dell'Adriatico. Le guerre d'Italia divengono dunque il suo campo d'esercizio dov'ei trovasi a fronte non che dei Greci, degli Unni ancora, degli Avari e dei Bulgari, che accampano nel mezzo dell'Europa; ond'è che le sue guerre italiche van di conserva con le germaniche, e quando Pipino si parte dal regno di Lombardia a condursi per la via del Tirolo e dell'Alpi venete fino in Lamagna, anche l'imperatore si parte dal Reno e dal Danubio, per venire a congiungersi con suo figlio, e muovere di concordia contro le tribù erranti che vivono sotto la tenda, dal Danubio fino alla Bulgaria.
Gli Unni e gli Ungheri sono i primi contro i quali fa impeto Carlomagno, che avendo essi spalleggiata la sollevazione dei Bavari, tanto bastò ad accender contro di loro la collera dell'implacabile Austrasio. Questa guerra contro le tribù erranti e questi scontri tra i Franchi ed i Barbari, ebbero principio di buon'ora, però che si legge nelle cronache: «(792) Il re si trattenne in Baviera a cagion della guerra cogli Unni, e rizzò sul Danubio un ponte di barche per giovarsene in essa, e celebrò la festa del Natale e quella di Pasqua. (795) Nel tempo che il re stava a campo sull'Elba, furono a lui alcuni inviati, venuti dalla Pannonia, l'un de' quali era un capo degli Unni, da' suoi chiamato Tudone, che promise di ritornare e farsi cristiano. Il re tornò quindi ad Aquisgrana, dove passò il suo tempo come al solito, e celebrò le solennità di Natale e di Pasqua. (796) Pipino cacciò gli Unni oltre il Tibisco, smantellò il palazzo del re loro, al quale palazzo gli Unni danno il nome di _ring_ e quel di _campo_ i Longobardi, predò quasi tutte le ricchezze degli Unni; poi si rese ad Aquisgrana per passarvi l'inverno con suo padre, a cui offerse le spoglie del regno che seco avea portate. Tudone intanto, colui di cui detto è più sopra, serbando la sua promessa, recossi dal re e fu battezzato con quanti lo accompagnavano, e avuti di bei presenti, tornò al suo paese, giurando prima fedeltà; ma non la tenne gran tempo, nè gran tempo andò ch'ei fu castigato della sua fellonia. (805) Il cagano[229], o principe degli Unni, venne all'imperatore pe' bisogni de' suoi popoli, e gli domandò un luogo da abitarvi tra Sarvaro ed Amburgo, però che quei popoli durar più non potevano nelle loro prime dimore a cagion delle continue irruzioni degli Schiavi, chiamati Boemi. Infatti codesti Schiavi, il cui capo avea nome Lecone, correvan le terre degli Unni, il cagano de' quali era cristiano, e chiamavasi Teodoro. L'imperatore lo accolse benignamente, esaudì le sue dimande, lo presentò largamente e l'accomiatò. Tornato al suo popolo, poco tempo dopo uscì di vita, e il nuovo cagano inviò uno de' suoi grandi a dimandar la conferma dell'antica dignità sopra gli Unni in lui pervenuta; e l'imperatore fu contento, e ordinò che il cagano avesse la signoria di tutto il reame, secondo la consuetudine de' loro antenati».
Queste guerre con le tribù erranti e questi trattati di pace con barbare nazioni, van seguitando per un lungo tratto di tempo sino a finito il regno dell'imperatore. Certo la fama di Carlomagno doveva esser ben grande, se da ogni parte venivan così a fargli omaggio; non v'era nazion barbara che non s'inchinasse al suo piede, chè il nome d'un conquistatore, avea per quelle selvagge nazioni ben più potente prestigio, che non il nome d'un legislatore o d'un supremo intelletto; quella che più d'ogni altra cosa sbalordisce i Barbari, si è la forza prepotente che mostrasi nelle battaglie, e si fa ubbidir dalla terra; Alessandro, Cesare, Carlomagno e Tamerlano, sono i nomi ch'elle serbano nella memoria, e raccontano sotto la tenda; questi nomi vivono al sicuro dai guasti del tempo, benchè sfigurati, come i bronzi dalla ruggine dell'età. Ora niun di così fatti nomi può a quel compararsi di Carlomagno; perchè in qual contrada non risonò egli? e qual è il paese che non serbi memoria di lui? qual è l'opera del nono secolo che non porti impresse le orme sue?
CAPITOLO XVII.
SVOLGIMENTO DELLE CONQUISTE FAVOLOSE DELL'IMPERATORE CARLOMAGNO.
Le due maggiori propaggini delle conquiste favolose. — Gerusalemme. — Sant'Jacopo di Compostella. — Spirito dei pellegrinaggi. — Relazione di Turpino. — Persecuzione de' cristiani d'Oriente. — Il patriarca di Costantinopoli. — Sue lettere a Carlomagno. — Consiglio co' baroni pel santo viaggio. — Partenza per Costantinopoli. — Liberazione di Terra Santa. — Traslazione delle reliquie più famose. — La santa corona e il santo chiodo. — Miracolo. — Il tesoro di san Dionigi. — La visione di Carlomagno intorno a Sant'Jacopo di Compostella. — Enumerazione delle città prese da Carlomagno in Ispagna. — I prodigi. — Le battaglie contro i Saraceni ed Agolante lor capitano. — Rassegna dei baroni che seguono l'Imperatore al pellegrinaggio. — Agolante ed i Saraceni sconfitti. — I Mori d'Affrica e Ferracuto o Ferraù. — Senso e fine di tutte le leggende favolose delle conquiste.
800 — 814.
Di mano in mano che le conquiste di Carlomagno imperatore vanno pigliando un andamento rapido e universale, anche le leggende amplificano la poesia dei loro racconti; già esse hanno accennati i punti del mondo, sui quali egli rimbombar fece lo strepito dell'armi sue, ma dappoi ch'egli ha vestito la porpora imperiale, i cronisti, con le loro ciarlerie, s'impadroniscono più che mai di questo nome per esaltarlo e portarlo sempre più a cielo. Questi racconti a fantasia non han più misura, e tale si è la potenza della opinione in onor di quell'eroe, che le cronache più autentiche raccolgon le dicerie favolose, come fossero verità, e sei secoli appresso non si mette pur dubbio che Carlomagno non abbia davvero compiuto le imprese che la leggenda gli attribuisce.
I due episodii che la _Cronica di san Dionigi_ attende principalmente a svolgere, seguendo la relazione di Turpino, sono la conquista del Santo Sepolcro e la liberazione di Sant'Jacopo di Compostella. Le quali due imprese si compiono in dipendenza de' due pellegrinaggi, l'uno al Sepolcro di Gesù Cristo, l'altro all'arca del Santo protettore de' Cristiani in Ispagna. Il pensiero del pellegrinaggio collegavasi a que' dì con quello della conquista; prima veniva il pellegrino tutto solo per adorare il Santo Sepolcro, poi una banda, poi finalmente un esercito che invadeva il paese; tale si era il procedimento dei voti di pellegrinaggio, che a quella irrequieta generazione, era necessità di muoversi e fare; starsi ella non potea così cheta, dentro il chiuso delle sue mura, e avea bisogno di respirar l'aria aperta del paese lontano, in cima de' monti o nelle valli, alla caccia, per le scure foreste o in romeaggi alle regioni straniere. Queste favolose spedizioni ai sepolcri di Gerusalemme e di Sant'Jacopo, che troviam nella vita di Carlomagno, preparano due grandi fatti della storia, le crociate del secolo undecimo e la liberazion della Spagna, sottratta al giogo de' Mori.
Il falso Turpino, il poeta cronista, l'arcivescovo di Reims, fu quegli che primo narrò le meraviglie di questa doppia conquista; nè si vuol credere altrimenti che questa epopea sia una creazione degli ultimi tempi del medio evo, chè ella si collega invece con un'epoca quasi contemporanea, e la troviam come una santa tradizione nei manoscritti del secolo decimoterzo[231], e ognuno ne può seguire le tracce anche al secolo undecimo. Così pure, alla quarta generazione dell'epoca carolingica, teneasi per cosa certa che Carlomagno avesse liberato il santo sepolcro di Cristo, e conseguite maravigliose vittorie contro i Saraceni ed i Mori. E perchè la storia non renderà ella conto di queste due tradizioni che si mantennero nell'età più rimote? E non formavano esse il diletto dei nostri padri, e il vanto delle antiche generazioni? Per qual ragione non racconteremo le imprese e le gesta che i nobili cavalieri attribuiscono al poderoso braccio ed al senno del magno imperatore? Le sfrondi pur la critica severa, quando chiama a sindacato la cronaca delle morte età; quanto a noi che andiam cercando le vestigia delle credenze già spente e delle passate grandezze, facciamo anzi di rammentare, gloriando, questi racconti degli alti baroni, massime se rivelin lo spirito d'un tempo: chè in tutte le età la nobil nostra patria ebbe le sue gloriose credenze, il suo culto alla gloria, i suoi simboli di grandezza e di patria devozione.
Ecco dunque succedere una gran persecuzione contro la cristianità nella terra d'oltremare, i Saraceni penetrar nelle contrade della Siria, insignorirsi di Gerusalemme, e contaminare il Santo Sepolcro, sì che il vecchio patriarca, costretto alla fuga, viene a trovar Costantino imperatore di Bisanzio, e suo figlio Leone. «Con pianti e lagrime raccontò loro il grande strazio e la gran persecuzione che erano nella terra oltremare, come gl'infedeli Saraceni aveano presa la città, contaminato il Sepolcro e gli altri luoghi santi della città diserta, prese pur le castella e le città del reame, guaste le campagne, e il popolo, parte ucciso e parte menato schiavo, e fatto tanto vitupero a Nostro Signore, e tanta persecuzione al suo popolo, da non esservi cuor d'uomo cristiano che non debba andarne mesto e corrucciato.[232]»
L'imperator Costantino medesimo non poteva non contristarsi a questa novella del Sepolcro contaminato; ma non poteva egli solo guerreggiare in Palestina, e non avea forze bastevoli ad opporsi agli Infedeli. Ora tutti sapevano a quei giorni che in Occidente veniva sorgendo un grande impero, e che la stirpe austrasia maggioreggiava mercè la potenza sua ed i suoi leudi; onde Costantino mandò suoi ambasciatori a Carlomagno, con una lettera, suggellata per lui, del patriarca Giovanni, sargente dei sargenti di Dio[233] in Gerusalemme; e con essa lettera un'altra di Costantino e di Leone, tutta in seta ricamata d'oro, da cui pendeva un bel suggello; la qual lettera così diceva: «Costantino e Leone, suo figliuolo, imperatori e re delle parti orientali, infimi fra tutti, ed appena degni d'essere imperatori, al famosissimo re delle parti d'Occidente, altissimo Carlo, potenza e signoria sempre felice. Dilettissimo amico Carlo il Magno, quando tu avrai vedute e lette queste lettere, sappi che io non ti scrivo per diffalta di cuore, nè di gente nata da cavalleria, però che alcune volte io ebbi vittoria de' pagani con manco cavalieri e gente ch'io non ho, e li cacciai da Gerusalemme da essi presa e ripresa due o tre fiate, e ben sei volte gli ho vinti e cacciati dal campo con l'aiuto del Signore, e presine ed uccisi ben delle migliaia. Ma che t'ho a dire? E' bisogna che tu sia ammonito da Dio per mezzo mio, non per li meriti miei, ma sì per li tuoi, a compiere questa grande impresa. Però che una delle passate notti, mentr'io stava pensando al modo di cacciare i Saracini, ebbi questa visione: In quella, dissi, ch'io stava in questo pensiero, e pregava Nostro Signore, che mi mandasse alcun aiuto, mi apparve d'improvviso innanzi al letto un damigello che mi chiamò assai leggiadramente per nome, e scossomi così un poco, mi disse[234]: — Costantino, tu hai chiesto aiuto a Nostro Signore nella tua impresa, ed ecco ch'egli ti comanda, per mezzo mio, di chiamare in tuo soccorso il Magno Carlo di Francia, difensore della Fede e della pace di Santa Chiesa. — E allora mi mostrò un cavaliere tutto armato d'usbergo e di cosciali e schinieri, con uno scudo al collo, la spada al fianco con elsa vermiglia, e una lancia bianca in pugno, che parea mandar fiamma dalla punta. Nell'altra mano aveva un elmo d'oro, e all'aspetto era vecchio con lunga barba. Era bellissimo di volto, grande della persona, avea bianco e canuto il capo, e gli occhi splendevano come stelle. Non è adunque da dubitare che queste cose non sieno fatte e ordinate per volere di Nostro Signore, ed avendo noi di certo luogo saputo qual uomo tu sei, e quali sono i tuoi fatti e costami, ce ne rallegriamo nel Signore, e gli rendiamo grazie nelle tue gesta meravigliose, nell'umiltà tua e nella tua pazienza. Io fermamente mi confido, che l'impresa avrà felice compimento pe' tuoi meriti e per l'opera tua, però che tu sei il difensor della pace, e la cerchi con gran fervore, e quando l'hai trovata, sì la conservi e mantieni con grand'amore e carità.
«Ora, i detti ambasciatori trovarono Carlo imperatore nel suo palazzo, ed egli pure fu dolentissimo a questa novella dei disastri di Palestina, e versò largo pianto, udendo il doloroso messaggio. I messaggeri, questo pure si vuol sapere, venivano accolti nella badia di San Dionigi in Francia. L'imperatore, rotti i suggelli, fece in più d'un tratto per legger le lettere, chiedendogli i baroni: «Sire, che cosa cantar possono quelle carte?» Allora, fatto chiamare a sè il prudente arcivescovo Turpino, che era sapientissimo, il richiese d'interpretar quegli scritti, numerosissima essendo la corte dei baroni d'intorno a lui, però che era quasi un parlamento: «Orsù, miei fedeli, disse lor Carlomagno, che consiglio mi date?» ed essi ad una voce risposero: «Re, se tu pensi che noi siam sì stanchi e travagliati da non poter sostenere la fatica d'un sì gran viaggio, noi siamo qui, e protestiamo che, se tu, signor nostro in terra, nieghi di venir con essonoi, nè vuoi condurci, noi moveremo domani, al sorger del giorno, insiem con questi messaggeri, parendoci che nulla ci debba esser grave, se Dio si fa nostra guida.» Immaginate come l'imperatore fu lieto di simile risposta; egli fece dunque mandar grida per tutte le terre che: «quanti, e giovani e vecchi, marciar volessero contro i Saracini, tutti pigliassero le armi». E la moltitudine fu sì grande che più non si sapea come albergarla.
«Ecco dunque Carlomagno ed i suoi baroni, che si mettono in via con tutta l'oste loro. Niuno raccontar potrebbe le avventure accadute per viaggio; attraversati boschi e monti, giunsero, cammin facendo, ad una selva, che trovaron tutta piena di grifoni, tigri, orsi, lioni e d'altre maniere di belve; e più d'una volta smarrirono la via diritta, nè sapevan dove andassero, o se dovessero tornare indietro, e allora il gran Carlo si pose a leggere nel suo salterio: «Messere Iddio, guidaci tu con la voce de' tuoi comandamenti». Ed a gran miracolo s'udì la voce di un augellino gridar tutto giubilante: «Franco, Franco, che di' tu, che di' tu?» E i Greci anch'essi ne rimasero maravigliati, perchè ci avean bene tra loro certi uccelli che cantavano _Cara Basilon Anichos_ (salute, re invitto), ma niuno che avesse mai parlato come il detto augellino, che guidò l'imperatore per la via da seguire.
Chi resister poteva a questa grand'oste di gente a cavallo? Gerusalemme fu liberata, i Saracini giacquero sul campo, e Carlomagno tornossene a Costantinopoli, dove rimase tre giorni colmato di presenti e d'ogni maniera di ricchezze: «Destrieri, palafreni, uccelli da preda, pallii e drappi di seta, di varii colori, e tutta la gloria delle pietre preziose. Carlomagno non volle niente accettare, e il medesimo i suoi baroni, però che essi eran venuti da pellegrini, e per liberare il Santo Sepolcro; quando Costantino, l'imperatore d'Oriente chiamò Carlo, l'imperatore di Francia, e gli parlò in questo modo: «Sire, diletto amico, re di Francia ed imperatore augusto, io ti prego umilmente, per amore e per carità, che tu e l'oste tua vogliate prendere e scegliere a grado vostro di queste ricchezze, che sono qui raccolte per voi e per le vostre genti, e molto più ci gradirebbe che le pigliaste tutte.» A che l'imperator Carlo rispose che nol farebbe in modo niuno, perchè egli e le sue genti eran venuti colà per l'acquisto delle cose celestiali, e non delle ricchezze terrene, ed aveano di buon cuore sofferte quelle fatiche e quel viaggio per meritarsi la grazia di Nostro Signore, e non mica la gloria di questo mondo».
Questo nobil rifiuto d'ogni mercede per parte dell'imperatore e de' suoi baroni, non comprese tuttavia le reliquie. Le reliquie erano la gloria e il tesoro di tutta quella generazione; le chiese ne facean raccolta come di stupendi trofei; Costantinopoli ne era piena; ivi i reliquari erano lavorati con arte squisita e indicibil perfezione; la porpora v'era mista con la seta, i topazii e gli smeraldi incastonati nell'oro; l'arte romana erasi conservata nella sua perfezione; e nondimeno, a dir dei cronisti, queste non eran le ricchezze che più agognassero i baroni; le sacre reliquie bensì erano agli occhi loro più preziose di tutti questi vani ornamenti. A Carlomagno stava più che tutt'altro a cuore d'aver la corona di spine, che già toccò la fronte a Cristo; santa corona che spandeva intorno un dolce olezzo, come di paradiso terrestre; egli si pose in ginocchio dinanzi a quel reliquario, e colui che fondato aveva lo sterminato impero d'Occidente, si mise a pregar Dio come l'ultimo dei pellegrini, dicendo: «Io ti prego dunque, messere Iddio, ti prego di cuore umile e devoto, in cospetto della tua maestà, di concedere che io possa portare una parte delle tue sante pene, e di voler visibilmente mostrare a questo astante popolo i miracoli della tua gloriosa passione, sì ch'io possa far vedere al popolo d'Occidente il vero segno delle tue pene in modo che niun miscredente possa dubitar più che tu non abbia patito e tribolato corporalmente sulla santa croce sotto la spoglia della fragile nostra umanità!» E detta ch'egli ebbe questa preghiera, scese una dolce rugiada dal cielo, e le spine della corona fiorirono.
«Meravigliando tutti del miracolo, e tutti gittandosi su quei fiori, Carlomagno affrettassi d'avvolgerli in un lembo del purpureo suo pallio, poi mise tutto questo nel guanto della sua mano destra (che guanto e che mano! ecco pur sempre l'idea del gigante!). Quanto magnifiche, o Dio, sono le opere tue! e tutta la schiera dei baroni, inginocchiatasi, rendè grazie a' Gesù Cristo. Essi stavano ancora orando, allorchè il vescovo Daniele recò il vero chiodo che aveva servito alla passione di Nostro Signore. Carlomagno partissi, portando le reliquie in un sacchetto di bufalo appeso al suo collo, le quali reliquie erano la Santa Croce, il sudario di Nostro Signore, la camicia di Nostra Donna ch'ella vestiva nell'ora che partorì senza doglia Nostro Signore, la benda con cui lo fasciò in culla, il braccio destro di Simeone, con cui prese nostro Signore il dì che fu offerto al tempio in Gerusalemme. E il fondatore del grande impero era tutto glorioso di portare al collo questi avanzi della morte, queste polveri, quest'ossa del sepolcro.
«L'imperator d'Occidente pigliò dunque commiato da quel d'Oriente, e portando egli sempre al collo, senza mai da sè dipartirlo, il sacrosanto deposito, ebbe perciò, cammin facendo, il dono di far miracoli; toccava gli infermi e guarivano, nelle città dov'era moria, all'appressar dell'imperatore tosto ella cessava. La via di questa grande cavalcata fu lunga e per mezzo a mille pericoli, finchè Carlomagno giunse alla sua città d'Aquisgrana, dove da tutte le parti accorrevano per vedere e adorare le reliquie, nè ci vennero solo i vescovi, ma papa Leone ancora co' suoi cardinali, tutti attoniti in veder cose tanto miracolose! Quand'essi furon ivi così radunati, l'imperatore fece ad essi una dimanda, dicendo loro in questa forma: «Signori tutti, che qui siete adunati, e voi primieramente, ser papa di Roma, che siete capo di tutta la cristianità, e tuttissimi[236] voi, signori prelati, arcivescovi, vescovi, abati, io vi prego che mi facciate un dono». A che, rispose Turpino, l'arcivescovo di Reims, a nome di tutti. «Dolcissimo imperatore e sire, chiedi pure quel che ti piace, che noi lietamente e di buona voglia tel concederemo. — Io voglio, ripigliò l'imperatore, che voi scomunichiate dalla communione di Dio e di Santa Chiesa tutti coloro che impedissero o turbasser, dovunque io passi di vita, che il mio corpo sia trasportato ad Aquisgrana, ed ivi sepolto; però che io desidero di esser deposto qui, che deposto in qualunque altro luogo, onorevolmente, come si conviene alla sepoltura di re e imperatore». E tutti risposero al grande imperatore, che in mezzo alle vittorie già pensava al suo sepolcro: «Sire, così sia».
La tomba è un pensiero che preoccupa tutti coloro che hanno a compiere un gran destino! Essi preparan la loro dimora, il gelido letto per la spoglia loro mortale; godon d'additarla dall'alto d'una peritura grandezza, e Carlomagno sceglie Aquisgrana per metropoli dell'impero suo, ed insieme per la città capitale de' suoi funerali. Ad Aquisgrana infatti egli istituì il primo _landitto_ o fiera, al digiuno delle Quattro Tempora, con perdono e indulgenza per quanti ci verrebbono, chè in tempo di agitazioni e turbazioni era d'uopo ricoverare il commercio sotto la protezione d'un pio pensiero, e le merci così stavano all'ombra delle reliquie.