Part 21
Cotesto rinnovamento dell'imperio romano nei termini antichi imprime d'ora innanzi una gran forma d'unità all'amministrazione delle terre conquistate da Carlomagno. Sotto gli auspizi del suo scettro e della porpora imperiale, due regni son già fondati, l'Aquitania e l'Italia, i quali compongono, come se tu dicessi, il primo grado di quella gerarchia che d'ora innanzi darà forma all'impero d'Occidente: due re sotto lo scettro augustale, poi i popoli tributari che vivono nelle marche e frontiere, e i grandi feudatari, specie di vassalli lontani sotto l'imperial giurisdizione, come sono i duchi di Baviera, del Friuli e di Benevento. Questo modo d'amministrazione, che vien quindi ordinandosi e pigliando forme regolari, addita nel nuovo imperatore un alto intelletto, però che la sua gerarchia poggia sopra tre principali ordini di uffiziali che ricevono comandi immediati dal capo supremo dello Stato. I primi risiedono stabilmente in una città, e magistrati civili in uno e militari, traggon l'origin loro dalle forme romane, con titolo, quasi dappertutto, di conti (_comites_), e amministrano la giustizia, pigliano le armi quando n'è d'uopo a respingere il nemico od a procedere innanzi alla conquista, di natura tuttavia più civile che militare. I secondi, che governano le marche sotto il titolo di capi e marchesi, hanno all'incontro un mandato militare più che una magistratura[213]; e sono il tipo d'Orlando e d'Uggiero il Danese. Risiedono essi alle frontiere, in faccia alle popolazioni barbare che potrebber disertare l'impero, ed accampano a guisa de' centurioni e tribuni che comandavan le legioni sugli ultimi confini dell'impero. Finalmente v'ha una terza dignità di particolar istituzione dei Carolingi, senza nulla di permanente, nulla di stabile, ma sempre errante, dir vogliamo i _missi dominici_, che interpreti delle istruzioni imperiali, or si recano in un distretto, ora in una città, in sè congiungono tutti i poteri, radunano i comizii o gli eserciti, presiedono le istituzioni municipali o i consessi che tengono ad ogni tornar di stagione i magistrati delle città, gli uomini liberi, i possessori delle terre, tutti quelli insomma che hanno obbligo di servitù verso la corona. Il ministero dei _missi dominici_, come vedremo, sta in cima di tutti gli altri.
Al tutto amministrativo è quest'ordinamento dell'impero di Carlomagno; re o imperator ch'egli sia, e' conserva pur sempre e mantiene le instituzioni inerenti ai costumi ed alle consuetudini germaniche; ci vorrebbe in vero una grande smania di classificare a voler trovare principii regolari nella congregazion delle assemblee de' campi di marzo o di maggio; delle quali troppo s'è magnificata l'importanza, quando altro non erano, aggreggiate intorno ai re carolingi, che consessi militari e adunanze tumultuose, che venivano chiamate dall'imperatore a deliberar insieme intorno a questo o quel soggetto da lui medesimo proposto[214]. Quando trattavasi d'una spedizione militare a cui muover dovessero migliaia di lancie, allora spettava ai leudi ed ai possessori delle terre feudali l'accorrere al campo per marciar sotto il gonfalone del loro signore; quand'era a conquistar nuove terre e a fondar una signoria, ogni leudo montava a cavallo, seguito dalla sua gente, il perchè siffatte assemblee, che prima tenevansi al principiar di marzo, furono prorogate fino al maggio; chè se il sole di marzo era languido, i foraggi scarseggiavano con danno de' cavalli, laddove in maggio i prati eran fioriti, e poteasi stare attendati in mezzo alla campagna. In queste adunate non si discuteva, ma deliberavasi per acclamazione; l'imperatore diceva: «Fedeli miei, ho risoluto questa o quella spedizione, in Ispagna o al di là delle Alpi, contro gli Unni o gli Avari» ed i leudi a gridare: «Noi ti seguiremo, _rex_ o _imperator!_» La spedizione era quindi tosto apparecchiata, e pronto il sussidio militare promesso per acclamazione nelle diete, e poche settimane appresso ella movea alla conquista.
Quand'era a trattarsi d'un giudizio civile, perchè l'assemblea del mese di marzo o di maggio pronunziava pur sentenze di condanna e d'assoluzione, convocavasi la medesima dieta; se non che composta di leudi attempati, non atti più a marciar con le spedizioni militari, di vescovi e di cherici, e tenevasi, a tempi non certi, qua e là, ora in un castello, ora in un podere del patrimonio reale in mezzo a qualche foresta. L'accusato compariva, come vedemmo far Tassillone duca di Baviera, con dimessa e mesta fronte dinanzi a' suoi pari, i quali lo interrogavano, lo stringevano, e la dieta così composta avea facoltà di deporre un leudo, un conte, un duca ed anco un sovrano, e di confinarlo in un monastero. In mezzo a queste diete di vescovi e di cherici, Carlomagno dettava pure i suoi capitolari[215], grandi forme legislative di quei tempi, mescuglio, confuso anzichenò, di provvisioni civili ed ecclesiastiche, e per le quali era necessario il concorso della forza materiale e della forza morale. I capitolari sono come il ritratto dello spirito e della tendenza di quelle diete, tuttavia superstiti nel diritto pubblico della Germania, dove principalmente son da rintracciare le orme di Carlo imperatore, dove tutto si riferisce a questa grande stampa d'uomo. In Francia, all'incontro, non n'abbiamo che lievi vestigia, a segno che gli editti della terza schiatta non tolgono quasi più nulla dai capitolari[216]; l'epoca importante di Carlomagno è il passar suo dal regno diviso al regno unito, da quest'ultimo al patriziato, e dal patriziato all'impero. Ma fin qui tutto è guerra e conquista, chè l'ordinamento civile e politico solo avvien quando la podestà è ben ferma, e ci convien vivere prima di studiare e assegnare le condizioni della vita.
CAPITOLO XVI.
ULTIMO PERIODO E CONSOLIDAZIONE DELLA CONQUISTA CAROLINGICA.
Cambiamento nello spirito delle guerre. — Termine della conquista. — Raffrenamenti. — Solerzia inaudita di Carlomagno. — Suoi viaggi al settentrione e al mezzogiorno. — Vigilanza dei campi. — I Sassoni. — Moti loro e sedizioni. — Entrano in campo i Danesi. — Cambiamenti nei mezzi militari. — Forza marittima. — Punto debole dell'Impero di Carlomagno. — I Saracini. — Le frontiere dell'Ebro. — Lodovico d'Aquitania in Ispagna. — Apparizion dei Mori d'Africa. — Flotte saracine al mezzogiorno, e flotte danesi al settentrione. — Raffrenamento in Italia. — I popoli delle montagne e della Puglia. — Ricapitolazione generale e ordine cronologico delle guerre e delle conquiste. — Per qual cagione le non potevan durare. — Azione e riazione. — Accoramento di Carlomagno sul destino avvenire dell'opera sua.
790 — 814.
Il principio di Carlomagno fu, come vedemmo, un patrimonio in comune, e quasi confuso col fratel suo Carlomanno; ma quale smisurato avanzamento fu quindi il suo! però che eccolo imperator di Occidente, con la porpora e gli onori dei Cesari e la corona d'Italia! Signor quasi barbaro testè di alcune tribù di Franchi, egli ha rimesso in piedi l'antico impero, e i Romani l'hanno gridato Augusto, a gloria e trionfo suo! Egli ha seguito in ciò la naturale inclinazione e tendenza dei suoi predecessori: le dignità dell'antica Roma allettan pur sempre quei popoli conquistatori; Pipino e Carlomagno furon prima patrizii; poi il patrizio divenne imperatore[217], in quella guisa che Augusto fu consolo e dittatore prima d'assumere il titolo d'_imperator_. Così tuttavia splendeva la memoria di quest'impero già spento; i re, a simiglianza di Clodoveo, chinavano la fronte dinanzi alle rimembranze della civiltà, ed a quel modo che lo sposo di Clotilde s'era fatto romano, accettando il cristianesimo, così Carlomagno faceasi romano accettando la porpora degli imperatori.
Ma l'opera non è altrimenti compiuta; chè una dignità, per ben grande ch'ella sia, non vale a porger la forza materiale, quand'è a condurre e governar le tribù erranti; fatiche ci vogliono e continui sudori; ci vuole il capitanato della guerra con tutta la podestà sua, nè un manto, sia pur di porpora e d'oro, ci dà punto d'autorità sui nostri compagni di guerra. Chi è nato dall'armi dee mantenersi con l'armi, e ad un conquistatore non è conceduto fermarsi a mezzo. Frequente è il rimprovero d'ambizione a coloro che si gittano per questa via di rischi e di gloria; ma per essi la guerra divien necessità: i capi, che accomunaron con essi il pericolo, sono insofferenti del riposo e dell'ozio infruttifero; e dopo, una vittoria si vuol guidarli ad un'altra, chè una generazione non muta così a ogni poco; nata tra 'l ferro, del ferro si piace, e più che altro è a lei necessario il trambusto delle battaglie. Onde Carlomagno, al par di tutti gli altri conquistatori, comprimer non potea quel mare in tempesta, costretto a soddisfar le giuste ambizioni dei guerrieri che seguito l'aveano nelle conquiste; egli avea fatto bollire il sangue negli umani cervelli, nè or lo poteva a grado suo racchetare. La necessaria condizion sua era quella di guerreggiare e di vincere, come fatto avean Carlo Martello e Pipino; tale il duro retaggio suo.
E non pertanto intorno a questo tempo nuova indole pigliar sembrano le spedizioni militari di Carlomagno. Di terre non ha difetto, chè anzi ne possiede il suo bisogno per un'estensione di parecchie migliaia di leghe quadrate, ed a legger la geografia dell'edifizio carolino, si vede che le frontiere sue sono più ampie dell'impero occidentale d'Onorio, e si perdono e confondono in mezzo alle popolazioni germaniche, non mai vinte da Roma. Egli non ha dunque bisogno più d'ampliar questa già sterminata estensione di territorio, ma sì solo di tenerla nello stato d'ubbidienza e di reprimere le sue sedizioni. La guerra cangia quindi d'aspetto, più non si combatte per conquistare e aggiunger nuovi dominii agli antichi, chè l'impero è già sì vasto da saziar qualunque ambizione: la Francia nei termini d'oggidì, poi una gran parte della Germania, poi l'Italia, poi la Spagna fino all'Ebro; che si può desiderare di più? Ma questi territorii sono abitati da popoli riottosi ed indomiti, onde si vuole aver sempre l'occhio aperto su loro e assoggettarli all'ordine, alla gerarchia; questo si è d'ora innanzi l'intento gravissimo della faccenda caroliniana.
Re o imperator ch'egli fosse, quasi in ogni luogo instituì conti e governatori delle marche e frontiere, i quali sono come capi degli accampamenti militari, e si alloggiano all'estremità dei confini con numerose bande di soldati franchi, germani, lombardi, tutti elementi che l'imperatore adopera nella conquista; ivi edificano borghi e villaggi ed alcuni hanno terre, cui fan coltivar da coloni militari, a imitazion di Roma, quando le legioni rizzavano città ed are in onore d'Augusto e di Tiberio. Cotesti conti e governatori richiedono un'attentissima vigilanza del padrone, ond'è che Carlomagno non ha un momento mai di riposo, nè può averlo, chè il sonno non è fatto pe' fondatori delle grandi istituzioni. Cosa veramente stupenda e meravigliosa, chi legge le croniche di quei tempi, è questa incomprensibile solerzia dell'imperatore, anche attempato; egli è da per tutto; i suoi capitolari son promulgati dai Pirenei fino alle frontiere della Frisia e della Gotlandia; pellegrino com'egli è della gloria, non prende sosta, e corre a tener suoi parlamenti militari dall'una all'altra regione; e chi badi alla difficoltà delle vie di comunicazione a quei tempi, avrà certo per miracolosa nella vita di Carlomagno quest'alacrità sua.
In questi viaggi, ch'ei facea cavalcando, non andava però solo, chè dopo di lui venivano grosse schiere di lance, le quali seguivano il signor loro alla guerra e alle diete, che tener si solean quasi sempre in sulle frontiere, affin d'indi più prontamente scagliarsi sui popoli da serbare in devozione. Se non che in breve il carico suo si fece talmente greve, che ei si tolse ad aiuto i due suoi figliuoli, Lodovico[218] e Pipino: confidando all'uno le guerre d'Aquitania, le spedizioni in Ispagna, il raffrenare i Saracini, la parte meridionale dell'impero, con l'appoggio dei conti franchi da lui deputati a guidarlo; all'altro, le guerre di Pannonia e di Baviera, pur sempre con l'appoggio dei conti franchi e di Adalardo, abate di Corvia, figlio del conte Bernardo, datogli a guida[219]. Egli, come re e imperatore, serbava per sè le spedizioni di Sassonia, che, siccome pare, a lui più gradivano, forse perchè le vedea più difficili e più minaccevoli per le frontiere dell'Austrasia; e ad esse moveva in persona, insiem col diletto suo bastardo Carlo o Carlotto. Le fatiche non lo trattengono, e sia ch'ei vada cacciando nelle Ardenne, o per la Selva Nera, o ch'ei venga nell'inverno a riscaldar le intirizzite sue membra nei tepidi lavacri d'Aquisgrana, ei pensa pur sempre e dispone le sue forti spedizioni sulle rive dell'Elba e del Veser, spedizioni rese indispensabili dalle incessanti sollevazioni dei Sassoni.
Agevol cosa è seguire e abbracciar, nel periodo carolingico, le guerre di conquista, però ch'elle sporgono fuori dal tutto. Altre spedizioni ci sono che si diramano a guisa di maestose fiumane, e son quelle di Lombardia, di Sassonia e di Spagna, delle quali si può vedere il principio, il mezzo ed il fine, con l'aiuto delle cronache; ed hanno tutte e tre un colorito sì proprio che servir potrebbono di argomento a grandi epopee. Altrettanto non è a dirsi di quelle, che chiamar si possono guerre di raffrenamenti militari, operate da Carlomagno su tutta la superficie del vasto impero suo; gli eserciti suoi più non traboccano al di fuori, ma girano per le terre acquistate a tener in dovere le popolazioni; nè i parlamenti son più convocati per iscagliarsi sulle lontane contrade fin oltre i termini dell'incivilimento, ma sì per serbare in obbedienza le già sottomesse. La storia di queste oscure guerre, appena accennata, è tal che non viene sotto la mano a metterla per tempo e per ordine, e tuttavia le cronache ne son piene, e formano episodii, qual più e qual men curioso nella vita del sovrano. Quei conti che vedete accampar sulle marche o frontiere, han per uffizio di reprimere i Sassoni, i Bretoni, i Saracini e i Visigoti di Spagna, i Longobardi e i Greci d'Italia; ogni volta che questi popoli non vogliono ubbidire, non pagano i tributi, o negano il servizio militare, essi conti si precipitano sul loro territorio, e spengono le ribellioni nel sangue.
La parte epica della guerra ebbe termine con Vittichindo, e la conversione di questo capitano, la fede e l'omaggio da lui prestati, operarono un notabil cangiamento nello stato politico e militare dei Sassoni; essi non han più questa grande individualità intorno a cui raccogliersi; già ci son conti belli e stabiliti, ed i vescovi a lato dei conti, i primi con la forza militare, i secondi con la podestà coercitiva e morale; gli uni sopravveggono le tribù, gli altri le istruiscono e aggentiliscono. I quali due ordini sono validi sì, ma pur niente ancora risolvono, però che lo spirito sedizioso, inquieto dei Sassoni continuamente si manifesta, e le croniche il dicono ad ogni tratto; in prova ecco quanto leggesi negli annali contemporanei, sette anni e non più dopo la conversione di Vittichindo (793): «Mentre il re facea pensiero di terminar la guerra incominciata, ed avea deliberato d'invader di nuovo la Pannonia, gli venne avviso come le milizie condotte dal conte Teodorico, erano state sorprese e tagliate a pezzi dai Sassoni, vicino a Rastringen sul Veser. Saputo questo il re, ma dissimulando la gravità del male, rinunziò all'impresa di Pannonia (794). Il re deliberossi di assaltar la Sassonia con un esercito diviso in modo che egli stesso v'entrasse con una metà di quello per la parte meridionale, mentre che suo figlio Carlo[220] passando il Reno a Colonia, vi penetrasse con l'altra metà per la parte occidentale. Il qual disegno gli venne compiuto non ostante che i Sassoni, fatta fronte a Sinfeld, ivi aspettassero il re per combatterlo. Ma poi disperatisi della vittoria, che pur dianzi tenevano vanamente per sicura, si arresero a discrezione, e vinti senza colpo tirare, si sottomisero, dando statichi, e giurando solennemente fedeltà ed obbedienza. (795) Quantunque i Sassoni avessero, l'anno scorso, dato statichi, e prestato ogni sorte di giuramento ad essi imposto, il re, non dimentico della perfidia loro, tenne, secondo le forme, la dieta generale nel palazzo di Kuffenstein, a riva del Meno, oltre il Reno, rimpetto a Magonza. Egli entrò quindi in Sassonia con l'oste sua, e la corse quasi tutta, predandola; poi giunto a Bardenvig, vi rizzò il suo campo ad aspettar l'arrivo degli Schiavoni, a cui aveva dato ordine di venire; ma avuto avviso che Vilzano, re degli Obotriti, nel passar l'Elba era caduto negli agguati dei Sassoni a lui tesi presso quel fiume, ed era stato morto da essi: questa perfidia aggiunse nell'animo del re nuovo stimolo ad assaltar, più presto che potesse, i nemici, e nuova ira contro quella misleale nazione. Diede il guasto ad una gran parte del paese, ebbe gli statichi da lui richiesti, e ritornossene in Francia. (796) Il re assaltò in persona la Sassonia con l'oste dei Franchi, e dato il guasto ad una gran parte del paese, tornò a passar l'inverno al palazzo suo d'Aquisgrana. (797) Il re entrò in Sassonia per conculcar l'orgoglio di quel popolo infido, nè si fermò prima di aver corso tutto il paese, perch'egli si spinse fino agli ultimi confini, al luogo dove la Sassonia è bagnata dall'Oceano, tra l'Elba ed il Veser. (798) Il re, forte adirato conto i Sassoni, perchè aveano morto Gotscalco, uno de' suoi uffiziali, e parecchi altri conti, ch'ei mandava a Sigifredo re dei Dani, raccolse l'esercito suo nel luogo chiamato Minden[221], e posto il campo sulle rive del Veser, assalì i felloni che avean rotta la fede, e vendicando la morte de' suoi inviati, mise a ferro ed a fuoco tutta la parte della Sassonia che giace tra l'Elba ed il Veser. (799) Il re tenne il suo general parlamento a Lippenheim, presso il Reno; varcò questo fiume, con tutta l'oste, si condusse fino a Paderborna, dove pose il campo, ed ivi aspettò l'arrivo di papa Leone, che veniva alla sua volta. Intanto mandò suo figlio Carlo verso l'Elba, con una parte dell'esercito, per dare assetto a certe bisogna fra i Vilzi e gli Obotriti, e ricevere in fede alcuni Sassoni del settentrione. (803) Il re, durante la state, attese a cacciar nelle Ardenne, mandò un esercito in Sassonia, e fece dare il guasto a quel paese fino al di là dell'Elba. (804) L'imperatore passò l'inverno ad Aquisgrana; al ritornar della state condusse un esercito in Sassonia, e trasportati in Francia tutti i Sassoni che abitavano oltre l'Elba, con le loro donne e fanciulli, donò il paese loro agli Obotriti».
Tale si era l'usanza delle nazioni conquistatrici; la terra non era per esse altro che una passeggera possessione, ed a somiglianza delle tribù tartare, non aveano mai territorio stabile: lo tenevano finchè avean la forza in mano, e quando un altro vincitore se ne impadroniva, o erano da lui ridotti in servitù, o dispersi in altri paesi, od egli dava la terra conquistata ad altre tribù, alla foggia degli Egizii o dei Sirii. Le nuove guerre sassoniche, quali ci son dalle croniche narrate, non hanno cosa più che somigli alle prime e potenti spedizioni guidate da Carlomagno; quando Vittichindo capitanava quella gran militare confederazione. Alla conversione di questo valoroso capo parve andarne in dissoluzione quella soldatesca repubblica; nè più vediam la massa intera dei Sassoni accorrer dalle rive dell'Elba e del Veser per combatter Carlomagno ed i Franchi, ma solo alcune sparse tribù venir l'una dopo l'altra ribellanti a combattere contro l'imperatore, come se si confidasser di logorarlo così e spossarlo nella canuta età sua.
Questa guerra vien terminata con un partito da fiero conquistatore, il dispergimento delle tribù militari della Sassonia, alcune delle quali vanno a congiungersi coi Danesi, per indi tornar, pochi anni appresso, ai danni dell'impero carolingico[222], mentre le altre sono come vane spoglie trapiantate sullo stesso territorio dei Franchi, tanto che dir si può i trentatrè anni delle guerre di Carlomagno contro quelle popolazioni, aver avuto per risultamento l'esterminio per le armi, per la cattività o per la fuga dei fieri e generosi Sassoni.