Storia di Carlomagno vol. 1/2

Part 2

Chapter 23,564 wordsPublic domain

Lo studio indispensabile che far si convenne per ben determinare il periodo carolingico quello fu di sceverarlo da quei della prima e della terza schiatta, però che la confusione di questi tre periodi era sorgente di molti errori. Io so bene che nella storia i tempi si seguono e si succedono; che nulla v'ha in essa mai d'interamente isolato, che il passato si confonde nel presente e il presente nell'avvenire, che una misteriosa catena congiunge con l'une le altre generazioni, ma pure, il ridico, il periodo di Carlomagno è un qual che di appartato. Ond'è che quando altri spiegar volle il sistema merovingico coi capitolari, e i capitolari con la feudalità, s'inoltrò per un ginepraio. Lo studio de' capitolari è da sè solo un'opera delle più faticose, e l'attenta disamina dell'ampia compilazione che dobbiamo alle cure di Benedetto, diacono di Magonza[7], ben dovette dar a conoscere altrui più d'un fatto importante; se non che erano tempi che si compilava senza metodo, senza critica, e il buon diacono ebbe a framezzar, copiandoli, frammenti del codice teodosiano, e interi titoli dei Concilii ai Capitolari. Gli eruditi anche più sicuri e sodi, qual, per citarne uno, sarebbe il Baluze, non poterono andare esenti da simil confusione, donde venne che alcune instituzioni romane furon prese per creazioni di Carlomagno. Certo è che il grande imperatore molto tolse da Roma, e avea conoscenza del codice teodosiano, e certo è ancora che i papi gli avean fatto dono delle decretali, ma pur mostrerebbe di mal conoscere la particolar sua legislazione chi vi comprendesse tutto che da Benedetto fu attinto nelle decretali e nei codici teodosiano e giustinianeo.

I capitolari vogliono essere chiariti col riscontro delle carte antiche e dei diplomi, col _Codex carolinus_ (codice carolino), di cui conservasi a Vienna il testo originale, e con alcuni sparsi avanzi delle leggi barbare. Questi capitolari son venuti ad uno ad uno, e quindi la raccolta venne compiendosi in lungo spazio di tempo, e si fecero nuove scoperte fino all'ultimo secolo. Aveano i Benedettini trovato un modo di scientifico pellegrinaggio che venne ad ampliar sempre più l'ampia loro raccolta; degni questuanti della scienza eran essi, che se ne andavan con la tonaca indosso di san Benedetto da biblioteca in biblioteca, a Montecassino, a Roma, nel settentrione, nel Belgio, a Vienna, non altro che per fare incetta degli sparsi frammenti dei nostri tempi storici. Il padre Martene e il padre Durand fraternamente si unirono nei loro pellegrinaggi in Italia e in Germania, e il padre Mabillon viaggiò per dieci anni a raccogliere l'_Analecta_, curiosissimi documenti che servirono di elemento ai nostri annali. Essi trovavano sparsi qua e là, capitolari, patenti, diplomi, cartolari; li ragunavano, e ne facean presente alla nostra Francia, alla nostra Francia cristiana allora e credente[8].

Ed io pure amo questi viaggi di erudizione e di studio; chè le impressioni dei luoghi ti si scolpiscono profondamente nell'animo, e tutti questi fatti e queste epopee del medio evo si schierano dinanzi agli occhi tuoi col corteo dei secoli andati. Argomento di schietta gioia è per l'erudito il ritrovamento di qualche documento della storia nostra, e niun sa come gli batta il cuore alla vista di un diploma che rettifichi un fatto innanzi falsamente riferito; tutte sono allora ricompensate le cure sue, e talvolta dalla polvere di un cartolaro esce bello ed intero un sistema.

Varii sono gli elementi che compongon quest'opera, ma la cronaca n'è per sempre la base: Eginardo cioè, il monaco di San Gallo, e le croniche di San Dionigi in Francia, tutte raccolte nel quinto volume dei Benedettini, che il Pertz[9], quel gran ricoglitore della Germania, ci diede in testi più purgati ed esatti che prima non erano. Di costante amor patrio diè prova questo dotto Tedesco, nel dedicar così la sua vita al solo assunto di cercare tutti i monumenti che si riferiscono agli eroi della Germania: e però che Carlomagno è tutto germanico anch'esso, è un Austrasio che ha caro di vivere sulle rive del Reno, nelle foreste delle Ardenne, nei regali poderi della Mosella, e nelle badie di Fulda e di San Gallo, il Pertz si diè cura di restituire alla Germania l'antico suo imperatore, sdebitandosi con giudiziosa perspicacia di questo carico suo.

Troppo facil sarebbe, ed anche in generale, mal chiara l'opera dell'erudizione, dove avesse solo a guida le cronache, però che in fatti le più di esse sono foggiate alla medesima stampa, e derivando dalla medesima fonte monastica, hanno naturalmente sui fatti uno stesso concetto. Egli è uopo dunque spiegarle con documenti, ardirei così dir, più ufficiali. Il regno di Carlomagno non consta già solo d'avvenimenti interni, nè tutto si consuma in militari spedizioni o in atti di palazzo; chè quel gran feudatario germanico ebbe pratiche coi papi e cogli imperatori di Costantinopoli, e ci restan frammenti del suo carteggio diplomatico e lettere che ci posson dar ad intendere il senso esatto di moltissimi avvenimenti politici; e questi elementi volevan pure essere raccolti e ordinati. Quest'essa è l'epoca pontificia. E' sono i vescovi quelli che danno l'impulso all'incivilimento sotto i Merovei, e al tempo di Carlomagno sono Adriano e Leone papi, quelli che con essolui concorrono a cacciare innanzi le idee della podestà e dell'ingegno; quindi egli è agevole comprendere tutta l'importanza del carteggio pontificio, chè non trattasi già solo dei racconti d'una cronaca, o delle dicerie, con maggiore o minor esattezza riferite da un povero frate, ma sono atti usciti dai medesimi grandi operatori degli avvenimenti. Rare sono le lettere di Carlomagno, ma numerose all'incontro quelle d'Adriano, e spiegano la ragione vera della conquista d'Italia contro i Longobardi, e ci fan penetrar nell'interna politica che guidò alla creazione dell'impero d'Occidente.

Nè questo disegno fu altrimenti effettuato da Adriano, ma sì da papa Leone; chè Adriano, inteso com'era particolarmente ad assicurare la dominazione dei Franchi in Italia, volle, innanzi tutto, strigarsi dei Longobardi. Ad Adriano succedette indi Leone, l'amico, il confidente di Carlomagno, pel quale la creazione più vasta dell'Imperio d'Occidente fu come un potente principio di opposizione contro l'impero d'Oriente. L'Italia era minacciata dai Greci e dai Saracini: or col porre la spada imperiale in mano a Carlomagno, Leone affortificava d'un possente protettore la Chiesa contro i nemici che la minacciavano. In progresso di tempo il concetto pontificale venne ampliandosi, e fu allora che per mezzo d'un imeneo fra Carlomagno ed Irene, il papato congiunger volle i due imperi, per cessare lo scisma, e ricondur l'unità dove innanzi altro non era che discordia e disordine.

Tutti i quali ammaestramenti risultano, quanto ad Adriano, dal carteggio dei papi e dal codice carolino, e quanto a Leone, dagli archivii del Vaticano, e ci vengono inoltre da parecchi curiosi frammenti degli storici bisantini, e da Teofane in particolare. Io ne ho riportati i testi greci, però che questi fatti mi parvero sì curiosi e risolutivi, ch'io credetti indispensabil cosa pienamente giustificarli. Un'altra cosa deesi notare ancora, ed è che a questo carattere meramente pontificale del regno di Carlomagno, viene a mescolarsi l'incontrovertibile ingerenza dell'ordine di san Benedetto. Sotto i Merovingi tu vedi i Vescovi risplendere e operar quasi soli; sotto Carlomagno in vece maggioreggiano i pontefici ed i capi degli ordini monastici; i vescovi son posti nella seconda schiera, e tu diresti che se ne ricattano a danno di Lodovico il Pio. Le badie, protette come sono dall'imperator d'Occidente, esprimono un non so che di regale, un carattere di autorità e di potentato: san Dionigi, san Martino di Tours, san Bertino, Corbia, Fontenelle, Ferrieres, l'uno e l'altro san Germano di Parigi, esercitano l'autorità che mai la maggiore sopra la società, e questo procede dall'indole di generalità che van pigliando le istituzioni monastiche; l'autorità del vescovo avea qualcosa di locale, di circoscritto; egli era come dir la podestà della comune, della diocesi. Ma quest'uffizio più non bastava al concetto carolingico, mentre l'impero procedea verso sì alti destini, che già essi abbracciavano l'Occidente; ond'è che a Carlomagno fu forza di entrare in pratiche col papa rappresentante del mondo cattolico, e a quest'uopo si giovò pur degli abati, i quali corrispondendo direttamente coi papi, s'imbevevano del principio di universalità di questi ultimi, testimonio la regola di san Benedetto.

Alle cronache si aggiungan le carte, i diplomi, documenti della vita privata di quella società; chè molte rivelazioni hai nel semplice contratto di vendita d'un bene allodiale e di quel che nella _Polyptyca_ dell'abate Irminone vien chiamato un _aripennum_[10] di terra, nel testamento d'un militare, o nell'emancipazione d'un servo. A cui non piace veder la società nell'interno suo? Le cronache parlano di fatti generali, i diplomi vi raccontan la vita della famiglia fra le domestiche pareti. Vengon poscia le vite dei santi, le leggende, documenti preziosi intorno alla prima e alla seconda schiatta; nei Bollandisti tu trovi la storia dei costumi; con le vite di sant'Eligio e di santa Genoveffa ricompor tu puoi le costumanze di due secoli. Le leggende furono derise e avute in dispregio assai, come se tutti nosco non portassimo la nostra leggenda: leggenda che ci agita il cuore, che ci fa bollire il cervello, leggenda di fanciullezza o d'amore: e se noi più non n'abbiamo, gli è quando siamo troppo antichi d'età, troppo logori e rifiniti.

Col sussidio appunto di questi particolari documenti ti riesce fattibile lo stabilir le condizioni delle persone e delle sostanze, quistioni rilevantissime dell'età media; se non che lo spirito di sistema s'è impadronito di queste idee, e così accadere dovea. Ai tempi degli usi eleganti e delle costumanze cortigianesche del secolo decimottavo, i Sainte-Palaye, ed i conti di Caylus attendevano ai romanzi di cavalleria, e altro non vedevano che i gran fendenti e le maravigliose prodezze. Veniva indi la scuola degli Enciclopedisti, dei filosofi disputanti, i quali altro non cercarono nei tempi lontani se non armi di scherno per combattere le credenze. Così ora, poichè l'epoca presente si è fatta politica, s'è voluto esaminar più che altro lo stato delle persone e delle instituzioni, e trovar per ogni dove assemblee e rappresentanze nazionali. Un tempo ad altro non si pensava che ai blasoni ed ai titoli di nobiltà; oggidì la borghesia, che governa la società, ha voluto pur essa cercare i suoi titoli, e frugar sin entro le instituzioni della Germania, quindi sognaron la storia del terzo stato, colà dove ancor non appariva indizio di libertà. Le sono smanie coteste che passeranno al pari di tante altre, e tracotanze che pur se n'andranno: la borghesia ha pur essa le vanità sue, e vuole anch'essa i suoi genealogisti che la servano nell'ubbriachezza del suo potere.

Lo stato delle persone, e delle sostanze sotto la seconda schiatta, poco diversifica da quel ch'era sotto i Merovingi, chè i governi ben possono con rapidità mutarsi; ma gli usi della famiglia e lo stato delle proprietà van soggetti a tardi rivolgimenti. Malagevol sarebbe il distinguere appuntino da che sceverate fossero le differenti classi dei coloni e dei servi al tempo dei Merovei, quando le distinzioni erano piuttosto stabilite dall'origine dei popoli che dalla condizione degli individui: chi era Franco, chi Romano, chi Longobardo, chi Gallo, e la condizione risultava dal valore, dal merito pecuniario di ciascuno. Nè si vede che sotto Carlomagno questa condizion sociale siasi gran fatto mutata: la schiavitù comprende ancora una ragguardevol porzione della società; vi sono servi che appartengono al principe, servi che appartengono alle Chiese, il maggior numero ai conti ed ai feudi; il colono non è ancor divenuto contadino: le città sono riguardevoli, e ritraggono dell'origine gallica e romana; ancor non si veggono torri feudali sorger di villaggio in villaggio, e il titol di conte è un uffizio più che un onore.

La proprietà è rimasa nelle condizioni del beneficio romano e germanico: qual possiede una terra libera o allodio, e quale la terra dell'erario o del fisco; non v'è orma di feudalità disciplinata, non indizio di quella gerarchia che poi costituisce il diritto pubblico della terza schiatta. Col sussidio dei diplomi e dei cartolari seguir tu puoi l'andamento della proprietà carolingica e delle regie tenute; ma chi cerca ivi l'origine della comune, chi fa sì alto salir nella storia i titoli della libertà attuale, troppo è preoccupato dalle idee de' nostri tempi. Lasciate ad ogni età l'indole sua, ad ogni cosa morta il suo sepolcro, ad ogni generazione del passato la sua sembianza: non v'ebbe terzo stato sotto i Carolingi in quella guisa medesima che non v'ebber pari nel regno di Carlomagno.

V'ha pure un altro genere di documenti, di che molto mi sono giovato nel comporre quest'opera, dir voglio le epopee, ovvero le canzoni narrative, notabili poemi che formano argomenti di nuovi e speciali studi. Certo non è da prestar fede intera a siffatti componimenti epici, i quali furono, per la maggior parte, compilati non più su del secolo XIII, ma pure e' ci rivelano il concetto che il mondo erasi formato di Carlomagno, alcune generazioni dopo di lui, e la grandissima impressione che questo genio avea lasciato ne' suoi contemporanei; chè ci sono nella storia alcuni nomi, i quali nel passare d'età in età si fanno più grandi. Quanto alle dette canzoni, io poco le ho discusse, contentandomi di analizzarle. Io mi son tenuto all'uffizio di archivista dei tempi andati e delle generazioni defunte, e ho raccolto le testimonianze dei sepolcri.

Di utili studii si son fatti recentissimamente intorno ai documenti carolini, e oltre la raccolta del Pertz e dei Benedettini, si son pubblicati alcuni cartolari originali, e quello principalmente di Sithieu o di San Bertino; il libro dei censi della badia di San Germano, fu buono anch'esso a dare un giusto concetto della condizion delle proprietà e delle persone ai tempi dei Carolingi. Essendomi stato conceduto di consultar tutte queste raccolte, io ne trassi alcune preziose notizie, che dar potranno a quest'opera un nuovo aspetto. L'edizione dei testi è impresa di maggior merito assai ch'altri non creda, sol mi duole che lo spirito dei tempi abbia spesso framezzato di mondani e frivoli pensieri queste gravi raccolte, patrimonio un tempo dei monasteri.

Ora fatevi tutti meco a queste investigazioni, o antichi cronisti, trovatori, leggendarii, cancellieri e protonotari di Carlo; sedete una volta ancora ai banchetti delle corti plenarie, alle diete del campo di maggio, bevete con le labbra vostre inaridite dalla morte una capace tazza di vin del Reno, e contempliamo insieme le battaglie della Sassonia, della Lombardia e la rotta funesta di Roncisvalle[11]. Io voglio far conoscere Carlomagno tal quale io l'ho inteso, veduto, toccato. Il disegno di quest'opera mi fu suggerito dal visitar ch'io feci in due fiate la basilica d'Aquisgrana[12], e al calcar co' miei piedi la lapide spaziosa che copre il vuoto sepolcro del grande imperatore, mentre mi pendea sul capo l'antico doppiere di cera gialla offerto da Federigo Barbarossa a san Carlomagno. Io toccai con la mia propria mano il sedile di pietra su cui s'assise: io vedeva in ogni luogo il magno imperatore, e gli occhi suoi sì fiso mi guatavano ch'io n'ebbi spavento. A quel modo egli guardar doveva i suoi paladini, quand'ei comandava in campo. La palla ch'ei teneva in mano, quella era del mondo; la spada era la buona Gioiosa. In mezzo a quelle memorie e a quell'ombre io formai il disegno di quest'opera, e sto, quest'anno, compiendolo in Ravenna, la città del greco esarcato, la città del Longobardi. Aquisgrana ti rammenta Carlomagno imperatore, cinto della corona d'Occidente; Pavia e Monza ti rammentano il re di Lombardia cinto della corona di ferro. Di questo modo quel genio straordinario si mostra per ogni dove, e domina su tre civiltà, la franca, la germana e la lombarda.

Ravenna, a dì 25 d'agosto 1841.

PERIODO DELLA CONQUISTA.

L'onnipotente Signore dei principi, arbitro dei regni e dei tempi, franto innanzi il maraviglioso colosso dai piè di ferro o di creta del romano impero, innalzò per mano dell'illustre Carlo un altro colosso, non meno maraviglioso, col capo d'oro: quello dell'impero dei Franchi.

(_Monach. S. Gall._, lib I.)

STORIA DI CARLOMAGNO

CAPITOLO I.

LE RAZZE E I TERRITORII ALL'ESALTAZIONE DEI CAROLINGI.

I Franchi dell'Austrasia, della Neustria ed i Borgognoni. — I Sassoni. — I Frisoni. — Nazioni Scandinave. — I Longobardi. — Gli Aquitani. — I Provenzali. — I Guasconi. — I Bulgari. — Gli Ungari. — Gli Schiavoni. — Il grande impero greco. Roma e l'Italia. — I Saracini.

752 — 768.

Indarno tu cercheresti un territorio fermo per ciascun popolo, e segni bene impressi di nazione in mezzo al secolo VIII, epoca in cui la schiatta carolingica comincia a mostrarsi nella grandezza sua. Gli imperi, le province e le città, sono in continuo scompiglio per le invasioni e il rapido passaggio delle diverse popolazioni che si riposano un istante, poi si precipitano per nuove contrade, seco recando le costumanze loro, le loro leggi, e le tradizioni dell'antica patria. Non c'è ancora nè Francia, nè Alemagna, nè Inghilterra, ma ci son Franchi, Alemanni e Sassoni[13] che vogliono stabilir la loro signoria per forza di conquista: si veggon tribù che passano nei territorj, e non si veggono nazioni stabili. Tutto ha forma di vita errante: re, principi, capi, popolazioni, gli stessi cherici non hanno alcuna stabilità nel governo delle chiese; se tu n'eccettui le pie famiglie dell'ordine di san Benedetto che coltivan la terra e son come legati al suolo, i vescovi, gli abati diventano come grandi viaggiatori che recano la predicazione evangelica col pastorale in mano e insieme col bordone da pellegrino[14].

I Franchi, siccome quelli che possedevano le più belle città dell'antica Gallia romana, conservarono alcune di quelle denominazioni con le quali i pretori ed i consoli della città eterna chiamavano pur dianzi le province della Gallia. Si partiron eglino in diverse potenti famiglie. I Franchi austrasii abitavano le colonie del Reno, famose nei fasti degli imperatori, dove si trovano ampie tracce delle grandi opere loro; da Colonia, Magonza, Treveri, sino ad Aquisgrana che già viene da' poeti celebrata per l'acque sue termali. E' sono accampati a guisa di conquistatori nelle province dalla geografia imperiale additate sotto il nome di _Germania inferior, Belgica prima et secunda_; dalle leggi loro sono governati quanti portano scudo ed asta, intanto ch'essi conservano quel carattere d'individualità che è il tipo delle conquiste barbare; sotto l'impero della civiltà romana, sì profondamente scolpita com'è, i Franchi lasciano ai popoli le usanze loro; i municipj ai Galli; ai vescovi i loro canoni; ai Romani il codice teodosiano ed il giustinianeo[15].

A lato dei Franchi austrasii, i cui estremi confini vanno, da occidente fino a Reims e a Chalons, si distendono i Franchi della Neustria, stabiliti fra la Senna, la Marna e la Loira; la città lor capitale è la Lutezia dei Galli (la Parigi poi delle cronache), la città dove si veggono le terme di Giuliano, memoria di Roma, le badie di San Germano d'Auxerre ed ai Prati; il pellegrinaggio di Santa Genoveffa al monte. I Franchi della Neustria sono padroni di San Dionigi, di San Clodoaldo[16], illustre pel suo fondatore di franca origine, di Melun, di Chartres, di Meaux, d'Evreux e di Lisieux; poi de' solinghi monasteri sulla Senna, sull'Orna e sull'Era, ubertose contrade. Essi respinsero i Bretoni sin dentro alle selve druidiche; quei Bretoni, popolo misterioso di cui parla Tacito, con le sterminate loro tavole di pietra, e le mitologiche lor tradizioni; quei Bretoni che nelle oscure lor solitudini e in mezzo ai sacri boschi sagrificavano ad ignoti iddii[17].

Altri conquistatori dalla bionda capellatura si sparsero nella Borgogna. L'Ionna di nuovo risuonò delle grida di guerra; Sens, la città dei pretori; Auxerre, la città episcopale; Autun, superba degli archi suoi trionfali e de' suoi templi; Lione, famosa per le sue accademie e pe' suoi martiri; Vienna, dove vivea la civiltà romana in mezzo alle reliquie d'un'altra età: tutte queste metropoli, con Besanzone pure, e una porzione della Svizzera, erano egualmente soggette ad un ramo della gran famiglia franca sotto il nome di regno di Borgogna. Se non che fra i Borgognoni notavasi un cambiamento più sensibile degli originari costumi, e s'erano ammolliti sotto l'impressione della civiltà cristiana. Alcune tribù di Franchi eran pur traboccate nell'Aquitania, in mezzo alle razze del mezzodì; i Goti della Settimania, avean dovuto piegare il capo sotto il giogo de' Merovingi; i quali varcando la Loira si precipitavano sull'Aquitania per le città d'Angoulemme e di Perigueux; la Dordogna e la Garonna, che uniscon come due sorelle le acque loro, avean pure soggiacciuto al giogo, e i campi loro coperti di vigneti e le città loro fatte splendide più che altre dal sole, ubbidivano a re o a conti della razza conquistatrice[18].

Ben dir potevasi che nel settimo e ottavo secolo il nome dei Franchi era in ogni luogo, a somiglianza della memoria dei Goti nel quarto e quinto secolo. Ad ognuna di queste epoche, nuove popolazioni accorrevano per dividersi fra loro le spoglie del vasto impero romano. Così quando una nazione cade in basso, altre sorgono ad occupare il suo luogo; quando una civiltà si estingue, un'altra viene a riempier questo vuoto, nè la consunzione è legge di Dio, che anzi dalla morte nasce la vita. I Franchi erano popoli virili che accorrevano per ringiovanir l'infiacchita società; i loro re e i conti loro si combattevano a morte l'un l'altro, e pur non ostanti queste guerre civili, i Galli già vecchi e prostrati si assoggettavano al dominio loro. Le zuffe tra i vincitori, che si contendevano le spoglie della vittoria, ricordavano il vaso di Clodoveo a Soissons[19]. Dell'antica forma romana e gallica oramai più non sopravvivevano se non le fondazioni tuttavia incerte della Chiesa, e pochi avanzi dei municipj; il cristianesimo in somma e le reminiscenze delle leggi che si veggono ancora durare, attraverso alle barbare costumanze, fino in mezzo alla schiatta carolingica[20].