Storia di Carlomagno vol. 1/2

Part 19

Chapter 193,655 wordsPublic domain

Ed a qual pro queste contese di preminenza? Per qual ragione ogni popolo non avrà conservato la sua propria indole, ed ogni poesia la propria originalità sua! che bisogno v'ha dell'effetto d'una fantasia sull'altra? qual rassomiglianza ci ha egli fra i trovieri di Piccardia, gli Anglonormanni, i Sassoni e i trovatori della Linguadoca e della Provenza? Ogni nazione ha le sue poetiche tradizioni; gli scaldi cantavano l'Edda e l'Olimpo mitologico di Odino; i Sassoni e gli Alemanni recitavano i loro canti nazionali, i Nibelunghi della patria, e i Provenzali aveano i loro poeti a quel modo che i Normanni i loro trovieri. Quanto all'influenza orientale dove trovare al secolo decimo e all'undecimo, in Siria e nella Spagna medesima, que' fiori d'immaginazione, quelle arabe novelle, dove in palagi di cristallo si veggono il visire Yafar ed Arun-Al-Rascid, parti poetici nati in tempi assai posteriori?[199] A legger le croniche arabe del secolo decimo, ed anche le relazioni orientali intorno alle crociate, null'altro ci troviamo che una tal quale aridezza di forme, e un modo di narrar sì misero e spolpato come nelle più povere cronache dei monasteri di Francia. Or che avrebbero potuto levar da tali monumenti i trovieri ed i trovatori? Dov'è questa vantata fantasia orientale? In tutte le opere d'arte ci sono forme consimili, e una consonanza che vien di più alto, un tipo comune, ma conchiuder da questo, che la letteratura sanscrita e l'araba ha influito nei poemi di cavalleria, e prescriver così una genealogia all'immaginazione, è grossissimo errore[200].

E per qual ragione lo spirito francese non avrebb'egli potuto, per impulso del genio nazionale, crear da sè solo questi grandi poemi che rimaser come testimoni dei costumi di un tempo? Siam noi forse una nazione che viva d'accatto? le nostre magnifiche cattedrali non sono forse opera nostra? E queste leggende di marmo, significanze delle leggende scritte, non lascian forse inferire una immaginazione vivace, profonda, sì da potere spontaneamente produr le opere della poesia carolingica? E perchè insieme con le compagnie de' muratori che innalzarono quegli egregi lavori di marmo, esser non vi poterono eziandio compagnie di poeti a celebrare i fatti gloriosi della patria? Tutte le cose, in una civiltà, si pongon fra loro in armonia, ed al tempo che l'organo mormorava nelle cattedrali, e il canto fermo risonar faceva i solenni inni di morte, ben esser ci potevan poeti sì ricchi di fantasia lor propria da celebrar le prodezze di Carlomagno.

Una tra le più antiche creazioni della scuola romanzesca evidentemente appartiene al Mezzogiorno, ed è il poema o la canzone eroica di _Guglielmo Corto Naso_[201]. Guglielmo dal corto naso, o d'Orange, è fra gli eroi uno di quelli che i poeti della gaia scienza più celebrarono; come la vita sua meritava. Egli era contemporaneo di Carlomagno, e forse ch'ei fu quel medesimo Guglielmo d'Aquitania, che sotto Carlo Martello, assalì gagliardamente l'esercito dei Saracini; ed infatti la presente canzone lo addita come il flagello degl'Infedeli; egli è santo insieme e prode paladino, e abbiamo intorno a lui una lunga leggenda, però che la pietà al tempo della cavalleria aveva pur essa le sue epopee, ed accanto alla storia romanzesca veniva la divota leggenda, che raccontava le religiose maraviglie e i miracoli degli epici eroi; e l'uomo celebre trovavasi sempre così tra due grandezze, quella del cielo e della terra. Varie discendenze ci sono di questo romanzo di Guglielmo Corto Naso, che conducono da Carlo Martello fino a Lodovico il Pio, creato re d'Aquitania, che la generazion dei trovieri non lasciava così un pio paladino senza mescolar la sua vita in tutti gli avvenimenti di qualche rilievo onde scosse erano le immaginazioni. Ognuno famigliarizzavasi con la storia di quei nobili personaggi: le donne, i cavalieri, che ascoltavan queste canzoni, volevano innanzi tratto sapere la prima età di colui che aveva lasciato sì alto grido di sè, donde la _Fanciullezza_ di Carlomagno, d'Orlando, d'Uggero il danese; poi veniva l'età più operosa della vita, venivano i combattimenti, le gesta degli affettatori di giganti, i pellegrinaggi armati, e per ultimo dopo la vita focosa, il pentimento, e, come allora dicevano, il _monacato_ (moinage).

Tutti questi racconti legavansi l'un dopo l'altro, e il capriccio del cantore li veniva con incessante volubilità disvariando. Quanti non furono i poemi su Guglielmo Corto Naso da Girardo di Rossiglione fino alla _Fanciullezza di Viviano_, una delle più graziose fra l'eroiche canzoni! Ed a che ripetere a voi la fanciullezza di un eroe, a voi, generazione tutta intesa a materiali interessi, e sì aliena dalle semplici impressioni di quel tempo? Trattasi pur sempre della trista e fatal rotta di Roncisvalle, che gravò per sì lunghi anni sul cuor dei Francesi[202]. «Guerino, fatto prigione, si vede intimata la morte fra' tormenti se non dà il proprio figlio in ostaggio, ond'egli manda una scritta a' suoi baroni, i quali si stringono a consiglio per deliberare se sia da mandar Viviano fanciullo, il figliuolo del prigioniero Guerino. Guglielmo Corto Naso è d'avviso che Viviano si sagrifichi per salvare il padre suo, chè non v'è albero dell'orto il quale prestar non debba l'ombra sua al suo padrone: ecco dunque il fanciullo che va a trovar la madre sua tutta in lagrime: pietosissimo abboccamento! — Vanne, Viviano, gli dice la madre, io spiccherò de' tuoi capegli e della carne delle tue unghie e delle dita, più bianca che ermellino, e mi porrò ogni cosa come ricordo attorno la persona. — Nè questa nobil madre si fa punto a stôr Viviano dal pietoso dover suo, chè troppo a cuore gli sta la liberazione del diletto suo sposo. Viviano, armato cavaliere da Guglielmo Corto Naso, il miglior uomo nato da donna, giura di non mai fuggire dinanzi ai Saraceni come farebbe un vile e malnato cavaliere. — Tremendo voto! gli dice Guglielmo, e tuttavia questo Guglielmo non è forse il più impetuoso dei cavalieri? Talvolta, soggiunge indi, la fuga è buona quando è a conservare la propria persona. — Partesi Viviano dopo aver ripetuto il suo voto di cavaliero, e lo compie bravamente, però ch'egli manda a Guglielmo Corto Naso una barca, in cui stanno più di cinquecento Saracini, quali con le braccia, quali con le gambe, quali coi nasi tronchi dal fendente della poderosa sua spada. I Saracini vogliono vendicarsi, e vengono senza numero appiè della città d'Arlephaus o di Arli, e assediano il luogo dove riposan le ossa cristiane. Viviano si precipita su loro, ma che può un solo contro cento, contro mille? Egli sta per soccombere, e già presso a morire richiama le memorie, della sua giovinezza, il suo zio Guglielmo e la nobil sua dama Gibora, che lo nutrì al suo seno. La mischia divien sì folta che più non si conoscon fra loro. Viviano è alle mani con Ordovano, uno dei re saracini, e scampato per un miracolo, ripara nell'antico castello a sopraccapo della città, ed ha il tempo di fare avvisato Guglielmo d'Orange.

«Or ecco il messo entrar nell'antica città dei conti d'Orange, ove si veggono officine in esercizio per ogni parte; chi fa scudi o maglie d'acciaio, e chi selle e chi staffe. Il messaggero trova Guglielmo che giuoca agli scacchi, e n'ha promessa di pronto soccorso. Ahi che Viviano n'ha troppo bisogno! S'ode da lungi il suono del suo corno: già perde a fiumi il sangue, e il nobil cavaliero si muore. Mentre se gli fanno i funerali, i Saracini assaltano Guglielmo d'Orange, sì che il prod'uomo è pur costretto a fuggire sul suo buon cavallo Bucento, col corpo del giovin Viviano, freddo morto. Obbligato a lasciare indietro il prezioso suo carico, egli scappa e scappa fin dentro ad Orange, la sua città, dov'ei trovasi tosto assediato». Un'altra discendenza del gran poema segue Guglielmo fino alla tomba, essendochè, come dissi, l'epopea non era compiuta, se non quando la schiatta era spenta. Di questo modo e cantori e trovieri si appigliavano ad una sola vita, la presentavan sotto tutti gli aspetti dall'infanzia fino alla morte, e cavalieri e castellane abituavansi a tutte queste memorie e a questi nomi propri d'eroi. Era la cronaca delle grandi schiatte, il patrimonio glorioso di questo o quel castello; sapevasi com'erano nati Orlando, Rinaldo, Uggero il Danese; si tenea dietro ai degni figli loro, e nipoti, e cugini; vivean della loro vita, famigliarizzavansi con le loro imprese, ed ognuno vi cercava la sua genealogia, la sua origine, la sua discendenza e gli esempi suoi. Un prode castellano avrebbe descritte, come se le avesse avute dinanzi agli occhi, le arme dei paladini del gran Carlo, e i bisanti d'oro su fondo rosso del duca Namo o del traditore Ganalon di Maganza.

Guglielmo dal corto naso è una tradizione meridionale, a simiglianza del romanzo o della leggenda di _Filomena_ e della _cronica_ di Turpino, di origine supremamente spagnuola. Turpino non iscrisse alla fin fine se non una leggenda, nè il suo racconto è altro più che la semplice tela d'un pellegrinaggio a Sant'Iacopo di Compostella, e non mica una di quelle grandi pitture delle prodezze cavalleresche: egli è, posto a paragon delle maggiori canzoni eroiche, quel che la leggenda di Guglielmo Corto Naso esser può a paragon dei romanzi che furono scritti sul prode conte d'Orange. I pellegrinaggi avevano a quei tempi vivissima efficacia sull'immaginazione altrui, e masse intiere di gente si moveano per correre ad un sepolcro, e questo spesso risveglia i vivi, e l'entusiasmo circonda le memorie di tutti coloro che consegnano un gran nome alla tomba.

Ed oltre questa fervente pietà, altri motivi ancora ci avea che rendevan più frequenti e rinomati i pellegrinaggi. All'udirsi esaltare i miracoli d'un'arca santa, d'un pio monumento, tutti vi accorrevano, come se a versar gli affetti del cuore fosse proprio bisogno di andar in terre lontane; i pellegrini vi recavano le loro offerte d'oro, d'argento e di zaffiri. Il più ricco di questi sepolcri era quello di sant'Iacopo di Compostella, e niuno veniva a visitarlo senz'accrescer di qualche cosa la dovizia de' suoi tesori. Questi devoti pellegrinaggi servivano altresì di pretesto alle grandi imprese militari, e quando Carlomagno meditava qualche spedizione, facea prima un pellegrinaggio a questo o quel santo sepolcro. Ivi, protetto dalle immunità dei pellegrini, niuno poteva toccarlo; esaminava quindi sicuramente i luoghi, le vie romane ancora intatte, le posate, le forze che oppor potevansi ad una prossima irruzione, confidandosi pur così di conoscere più esattamente la geografia dei siti, onde poi aggregarli a' suoi dominii. I pellegrini erano come grandi viaggiatori che vanno a scoprir nuove terre; parecchi aveano già esplorato il monte di Giove e il monte Cenisio prima di tentare il passo alle guerre di Lombardia, e il pellegrinaggio dell'imperatore a Sant'Iacopo di Compostella fu senza più un pretesto per saper la cima dei Pirenei, e assicurasi un varco attraverso di quei sentieri, e fra quei mal noti burroni.

Le canzoni eroiche dunque compongono un certo numero di discendenze o diramazioni che ne formano come alberi genealogici, ma egli è da notare altresì che quando celebrano il gran nome di Carlo o di Karll, elle non si riferiscono solo a Carlomagno, ma a tutti i Carolingi in generale. I trovatori mescono continuamente insieme e confondono Carlo Martello, Carlomagno e Carlo il Calvo o il Semplice, a quel modo che insiem confondono Lodovico il Pio e Luigi il Balbo, d'onde una confusione di nomi proprii, e quel continuo scambiar l'un per l'altro tutti questi rappresentanti della schiatta carolina. Le grandezze e le picciolezze sono accumulate sur un medesimo capo, in una medesima vita, onde avvien poi che Carlomagno è talvolta sì mal certo, sì prostrato a petto de' suoi eccelsi baroni.

Queste tradizioni della cavalleria furono quasi tutte scritte al tempo delle guerre feudali tra il signore e i vassalli, quando la superba effigie di Carlomagno era già cancellata e la monarchia in guerra coi feudatarii maggiori. I romanzi cavallereschi rappresentano continuamente i baroni in atto di negare il servizio loro, o i sussidii che ad essi i sovrani domandano. I trovatori che andavano di castello in castello a sollazzar le corti e i superbi siri, lusingar doveano l'inclinazione di questi a resistere all'autorità regia, onde, allorchè parlavano di Carlomagno, nol dipigneano altrimenti come il supremo e potente signore, innanzi a cui tutte le volontà s'inchinavano; ma nei loro canti, i baroni gli tengono fronte, ed egli è costretto a far la guerra co' suoi vassalli. Qua egli è messo in campo contro i quattro figli di Amone e il castello di Montalbano; colà cacciato sull'orme di Doolino di Maganza, tanto ch'ei ti pare Luigi il Grosso, quand'è costretto a combattere i castelli che attornian Parigi, e ad assediar la torre di Monmorencì e di Monterì.

Quanto all'epopee che si riferiscono al Mezzogiorno, altro havvi motivo a giustificar ivi questo svilimento di Carlomagno, ed è l'odio contro la razza del Nord, che evidentemente ci si vede; che, se le provincie meridionali conservaron qualche memoria del passaggio di Carlomagno, esse conservarono più ancora gli odii loro e risentimenti contro di lui, e in quasi tutti i romanzi di cavalleria l'invecchiato Austrasio è vituperato come il leone infermo della favola; il fanno marito deluso, principe imbecille; Malagigi lo mette in un sacco; pien di puerili debolezze pe' suoi bastardi e per Carlotto suo figlio prediletto, non ha più volere in cosa che sia, e tutti si fan giuoco di lui. Il Mezzogiorno parea vendicarsi così col dileggio del passar che egli aveva fatto colà, conquistando la razza austrasia, e quanto l'Aquitania erasi affezionata al pacifico governo di Lodovico il Pio, fattosi tutto meridionale, altrettanto conservava la mala sua preoccupazione contro gli uomini del Nord ed i conti che la governavano, e se la pigliava con Carlomagno, l'imperatore di schiatta germanica.

Allato alle discendenze meridionali dell'epopee carolingiche por si dee la canzon de' Loreni, che essenzialmente appartiene all'epoca del Nord. Numeroso n'è il lignaggio, e tutto rannodasi al principal tronco di Lorena. I trovatori hanno a raccontar prima i fatti e le gesta del conte Ernigi di Metz, di Garino il Loreno e di Begon di Belino, suoi figli; poi di Gerberto, figlio di Garino, e della sua lunga discendenza che vien a finire all'epopea più moderna di Guerino di Mongrana. Il qual corpo di gran canzone intorno ai Loreni sembra così antico, per lo meno, come i canti eroici accumulati d'intorno ad Orlando, a Guglielmo d'Orange o a Rinaldo di Montalbano; anzi creder si può che la canzon dei Loreni sia di prima origine, però che il trovatore non allude a nulla d'antecedente, nè cita, secondo l'uso de' poeti, le antiche canzoni, le tradizioni o le croniche. Essa è l'epopea della Francia settentrionale, traslatata in appresso nel dialetto di Sciampagna, di Lorena, di Piccardia, di Normandia, epopea ch'ebbe un altissimo grido, perchè il lignaggio suo si mantien ragguardevole pel corso di ben tre secoli; il primo de' suoi rami è quello d'Ernigi, che nel blasone si dice essere lo smalto e il sostegno dei Roani, dei Monmorenci, dei Talleyrand e dei Ferenzac. Il manoscritto è del secolo XII, e questa data v'è segnata con un carattere particolare. La gente di stato mezzano principia quivi ad entrare in campo, che Ernigi non è uomo da cavalleria, ma figlio d'un semplice borghese chiamato Teoderico, e giovin di mestiere qual è, ha nondimeno sposata la figliuola del duca di Metz, con le quali nozze egli ha contratto le inclinazioni cavalleresche. Suo padre vuol ch'egli continui ad esercitare il traffico, e vada a vender le sue mercanzie alle fiere di Laguy, di Provins e di San Dionigi; ma egli, giovin liberale, anzichè venderle, davale in dono ai baroni e ai cavalieri alla foggia de' gran signori. L'intento di questa canzone eroica, quello si è, come chiaramente si vede, di stabilir la differenza che era di que' dì, tra l'ordine liberale de' cavalieri e la borghesia tutta lesina e povera in canna. La canzone d'Ernigi finisce al tempo in cui Carlo Martello è assalito dai Saracini, i quali il cantore confonde cogli Ungheri, e però comincia il romanzo di _Garino il Loreno_, che rannodasi, come detto è, col suo primo canto all'epoca di Carlo Martello, e finisce alla morte di Begon di Belino, toccantissimo episodio del romanzo. Questa massa sterminata di versi, che sommano a ben sessantamila, può essere con pro consultata a conoscere gli usi e le consuetudini della cavalleria, e principalmente ad apprendere e seguir le invasioni dei Goti, degli Unni e dei Saraceni dal settimo fino al nono secolo, lugubri avvenimenti che aveano lasciato profonde impressioni; esso è il racconto epico di quei tempi di conquista, fatto dai trovatori, entro ai castelli, a' tempi di Filippo Augusto e di San Luigi[203].

Ora questi grandi poemi somministraron essi materia a scriver le cronache, o furon piuttosto le cronache quelle d'onde attinsero i cantori? Nel corso de' tempi, i canti recitati precedettero i gravi annali dei popoli; Omero cantava le sublimi sue rapsodie ben prima che i grandi storici della Grecia avessero raccolti i primi annali; havvi dunque tutta l'apparenza che i canti guerrieri, recitati dalle popolazioni germaniche, le _saghe_, i _Nibelunghi_ delle nazioni scandinave o sassoni, abbiano preceduto tutte le cronache scritte; i _fatti_ e le _gesta_ si narrano prima di confidarle allo scritto, e però le primissime canzoni eroiche esser deggiono anteriori alle croniche de' monasteri.

Se non che quest'influenza d'una letteratura sull'altra, non è guari sì potente come altri crede ed afferma. La cronica veniva da una sorgente tutt'altra da quella del poema epico; i trovatori, che cantavano le grandi prodezze, appartenevano generalmente ad un ordine di persone che pellegrinavano pel mondo, e frequentavano i campi di battaglia, nè punto aveano dello spirito monacale; camminavano con gli eserciti, viveano sguazzando nei castelli, ed erano per così dire, la significazione della parte fattiva e bellicosa della società. Che cosa aver potean essi di comune con quei poveri cronisti, che in fondo alla loro cella scriveano gli avvenimenti d'ogni giorno, i disastri, il turbine fischiante, il tremuoto che agitava le città? Le croniche sono il registro delle esequie anniversarie della badia; le canzoni eroiche il racconto dell'allegra vita de' cavalieri; il vecchio cronista narra come questo o quel re, questo o quell'abate, venne a inginocchiarsi sull'arca del monastero; come il lupo udir fece le sue urla in mezzo al nevaio nella nuda foresta; come nella notte di Natale furono udite le mille grida di gioia de' pastori sorti a celebrar la nascita di Gesù; come a Pasqua di resuressi l'erba intorno era tutta verde; come il contagio, a guisa di cavaliere ardente, s'è mostrato per la contrada; come le reliquie furono insultate; il cronista raccoglie gelosamente tutte queste novelle e le consegna agli annali suoi. Volete ora un saggio del modo loro di raccontar gli avvenimenti politici, eccolo appunto: «Carlomagno s'è ricoverato nel nostro monastero, ed i Sassoni han dato il sacco agli oratorii; il tal conte fu percosso dalla man di Dio, per aver insultato i battisterii.» Queste si erano le grandi novelle pel monastero, per la badia e pei poveri cronisti.

Così non è a dirsi del trovatore: se il signore tiene gran corte, ei te la descrive in tutto il suo sfarzo; tutto è maraviglioso nei natali del figliuol del barone, e la sua vita è circondata di una non so quale aureola fantastica. Le battaglie occupan gran parte di questi romanzi, nè quivi i combattimenti sono altrimenti narrati in due o tre righe, come nella cronaca; il trovatore ne descrive tutti i particolari, ne scorre tutti gli accidenti; è l'aurea leggenda in altra leggenda. Se mai ti avvenne di por l'occhio in questi antichi manoscritti, certo ci avrai notato le miniature di quelle battaglie, dove i cavalieri, con la lancia in resta, colla visiera calata, si mischiano, s'intrecciano, si confondono; il sangue scorre rosso come grana, si veggono le famose prodezze; un paladino affetta i nemici a centinaia. Ebbene ivi è appunto ripetuta l'epopea cavalleresca, ivi è il romanzo disegnato e dipinto, a quel modo che le mille figure della cattedrale ti ridicon le leggende del santo, e queste scene dipinte passano nei mille versi del romanzatore, con tali e sì minute particolarità, che spesso inducono stucchevolezza.

Così, qualunque giudicio facciasi dell'epopea carolingica, s'ella non appartiene all'età che vide il magno imperatore, almeno essa tutta a lui si riferisce, vive dell'immagin sua, del suo splendore, è protetta dal suo nome; e soprattutto comprova la grande popolarità di Carlomagno. E valga il vero: ecco una dinastia scaduta, i suoi discendenti furon sì fiacchi, che bastò il voler de' baroni francesi a metter in pezzi lo scettro loro; e nondimeno, uno o due secoli appresso, questo nome di Carlomagno risplende per ogni dove; in tutte le veglie della cavalleria si rammenta l'antico imperatore dalla lunga barba; di lui trattano le prime epopee, e mentre la stirpe sua cade in dispregio, il nome del fondatore va pur sempre ingigantendo. Le son cose che si veggono talor nella storia, un nome splende grandissimo, poi si spegne e cancella per la dappocaggine o viltà della sua discendenza.

CAPITOLO XV.

RESTAURAZIONE DELLA DIGNITÀ IMPERIALE IN OCCIDENTE.

Finita la prefettura del palazzo. — Il titolo regio nella persona di Carlomagno. — Patriziato. — Consolato. — Istituzione dei regni d'Italia e d'Aquitania. — Pipino e Lodovico. — Andamento e progresso delle idee romane. — La porpora. — Lo scettro. — Il manto. — Viaggio di Carlomagno a Roma. — Cambio del patriziato nella dignità imperiale. — L'impero d'occidente. — Diete militari. — Diete per la guerra e giudizio. — Triplice ordinamento del governo. — I duchi e difensori delle marche. — I conti uffiziali civili. — I Missi Dominici. — Natura dell'opera di Carlomagno, quanto alle sue conquiste.

780 — 800.

Nel progresso e incremento d'un'opera politica sempre si tratteggiano e rivelano dell'epoche parecchie, essendochè, per bene ardimentoso che un uomo sia, egli non va mai diritto al suo fine nè tutto stringe ad un tratto il potere, ma procede lentamente e con risguardo, per tema di non sollevar contro a sè l'opposizion degli spiriti, scossi, spaventati, inquieti della nuova grandezza d'un solo. Il medesimo avvien sotto Carlomagno, dal dì ch'egli accomuna il titolo regio con Carlomanno, fino alla esaltazion sua alla dignità imperiale, intervallo di lungo e penoso lavoro, che vien ad essere spiegato dagli intoppi della conquista. Prima che un capo si pianti alto e forte in una società, egli dee, con grandi servigi, meritar l'ammirazione e la confidenza delle moltitudini; in che curioso appunto è studiar la storia della sovranità nel periodo carolino.