Part 18
Il regno dei Longobardi, pertinenza dell'impero dei Franchi, prova pur esso, intorno a questo tempo, una trasformazione, e da semplice tributario e vassallo ch'era in origine insieme con Astolfo e Desiderio re suoi, diventa una dipendenza assoluta dell'impero. Verona, Pavia, Milano, città sue capitali, s'inchinano alla corona di ferro in fronte al loro alto signore; poi la conquista accozza, l'un dopo l'altro, Benevento, il Friuli, Spoleti, la Puglia e la Calabria, a titolo di feudi dipendenti dalla medesima corona, e le terre dei Longobardi diventan di questo modo il reame d'Italia[191]. Il concetto romano domina per sempre nell'ordinamento di questo reame, e Carlomagno non fa che ricostituire l'antico Lazio. Sempre di buon accordo coi papi, ei cede loro un vasto dominio affine di assicurarsi per sempre la signoria morale sopra l'Italia; ei governa fino in fondo alla Calabria; e domato ch'egli ha il popolo dalla montagna fino al mare, dalla Puglia fino a Ravenna, lo confonde in un regno solo; dell'Adriatico far vuole un golfo sotto il suo freno insiem con la Venezia, l'Istria, la Croazia, la Dalmazia, paesi abitati da popolazioni erranti che si sottraggono al giogo dei Greci, per passar sotto la spada dei Franchi, ed eccettuata la nascente Venezia, poche son le città e le ricche colonie che avanzarono dell'imperio romano: ma monti e solitudini profonde formano tutta la ricchezza di quelle regioni di selvatico aspetto, chè Attila conquistatore le ha attraversate. Così sur un punto dell'Adriatico, la Calabria e la Puglia: sull'altro, la Dalmazia, e come antemurale la Corsica, ch'era per l'Italia quel che le Isole Baleari per la Spagna. Tale si è la geografia dell'impero di Carlomagno, il quale architetta oramai l'opera sua nell'ampia misura degli imperatori d'occidente.
Per congiunger l'Italia con la Germania, Carlomagno ha sottomessi i Bavari che abitano fra il Danubio e l'Issel fino alle montagne dei Tirolo, sulle frontiere degli Alemanni[192]. Dopo il giudizio e l'infamia del duca Tassillone i Bavari si sono assoggettati ad intera ubbidienza; la Pannonia è conquistata fino ai monti Carpazii; la dominazione dei Franchi si stende sulle foreste bagnate dal Raab, e sui monti che veggon la sorgente della Vistola; l'Oder forma a settentrione il limite delle conquiste; le guerre contro i Boemi e gli Schiavoni dieron per frutto Ratisbona e Praga fino alla Varta, e poichè quei popoli sono erranti, Carlomagno non li dà a governare a' suoi conti, nè li sottopone altrimenti al reggimento dell'amministrazione sua regolata, ma per essi usa tuttavia il sistema dei tributi e dell'omaggio, il che pure avvolge in qualche confusione i limiti reali dell'impero suo. Ei doma piuttosto le orde che le terre, le popolazioni piuttosto che i monti ed i fiumi ch'esse scorrono, e su quegli estremi confini, ch'ei non può sempre serbare, altro non esige che l'omaggio e i tributi, segni del vassallaggio. Le nazioni slave della Boemia e della Pannonia, i Dalmati e i Croati stanno dunque all'ultima frontiera a simiglianza di quei Barbari che attorniavan l'imperio romano, o minacciavan Bisanzio; solo che Carlomagno ha man sì poderosa da reprimere i loro conati, e li trattiene e doma, intantochè gl'imperatori greci si lasciano imporre la legge, e comprano la pace con tributi d'oro, di seta e di gemme.
All'estremità settentrionale il termine dell'impero di Carlomagno esser doveva, sì come pare, il ducato di Schleswick e il Baltico fino all'Oder, terre in cui viveano i Sassoni Osfalii e Nortalbini, quasi al tutto domati, nel tempo in cui l'impero d'occidente si viene aggruppando su larghe proporzioni. I diplomi additano resistenza di conti e marchesi, governatori delle marche e frontiere fino alla Frisia orientale, dove quelle spiagge dell'Oceano, sbattute dalla tempesta, aveano conservato qualcosa di selvaggio come le dune della Bretagna. In su quelli scogli vivea un'ardita popolazione di pirati, che corseggiavano i mari lontani, e le barche dei Frisoni spargevano per ogni dove funesti terrori[193]; onde difficilmente esercitavasi la regolata amministrazion dell'impero su quelle terre mal note e su popoli che abitavano inaccessibili dimore, genti libere, le quali, non che il giogo d'alcuna umana potenza, non riconosceano pur quello dell'oceano e de' suoi flutti. Quando un popolo è fermo sur un territorio, non v'è cosa più facile del determinare i confini di uno stato e l'indole del suo governo; ma con quelle erranti torme che si tramutavan continuo da un luogo all'altro, non è possibile di segnar con esattezza le frontiere del grand'impero; le quali non venivano a quei tempi altrimenti tirate con la cordella degli ingegneri, nè tampoco assegnate da vicendevoli trattati. Alcune torri difendeano le marche; il conte o governatore stanziavasi, a guisa dei Romani, in questa o quella città principale, e alcuni leudi coi loro armati ponevansi sotto alle tende, o nei forti eretti a difendere il fiume o il monte che separava una gente dall'altra. Le continue correrie allargavano gli stati del vittorioso conquistatore, e le tocche sconfitte all'incontro li riducevan fra limiti più stretti di prima. Tu detto avresti che il suolo scuotevasi e ondeggiava, come per continuo tremuoto, sì spesso mutava di padroni e di dominatori! Carlomagno fu il primo che mostrò curarsi di impor qualche regolata misura a' suoi Stati. Quand'egli ebbe a fondar l'impero, le sue possessioni si stendevano da mezzogiorno a settentrione, dall'Ebro fino al Baltico, sopra uno spazio di quattordici gradi, e da levante a ponente le frontiere sue si allargavano dall'Oceano bretone fino alla Pannonia ed ai monti Carpazii, per una estensione di circa venticinque gradi; da ultimo, a misurare orizzontalmente l'impero suo dalla Schelda fino alla Calabria, comprendeva esso ben diciassette gradi[194]. Di questo modo Carlomagno, superate altissime montagne e grandi fiumane, trovossi esser padrone d'un impero quasi vasto altrettanto quanto quel dei Romani in Occidente, se tu ne cavi la Gran Bretagna, soggetta a quei giorni all'ettarchia sassone, però che il dominio suo stendevasi sull'Italia, sulla Francia d'oggidì, sur una parte della Spagna, su tutta l'Alemagna, la Baviera, la Sassonia, l'Illirio, l'Austria, la Prussia, ed a settentrione l'Olanda e la Belgica, il che tutto comprende ai dì nostri una popolazione d'ottanta milioni d'abitanti, numero a cui certo non sommava nel secolo ottavo, ma pur le terre son quelle stesse, nè i confini sono punto mutati.
Eginardo, segretario di Carlomagno, ci ha tramandata la descrizione del vastissimo impero del suo signore in queste parole: «Il regno dei Franchi (così egli), quale fu a lui trasmesso da Pipino, era certo anche innanzi ampio e forte, ma egli ebbe quasi a raddoppiarlo, tanto l'ampliò con le nobili conquiste sue. Esso in effetto non comprendeva prima di lui che la parte della Gallia situata fra il Reno, l'Oceano, la Loira e il mar balearico, la porzion della Germania abitata dai Franchi, confinata dalla Sassonia, dal Danubio, dal Reno e dalla Sala, che divide i Turingi dai Soravi, il paese degli Alemanni e la Baviera. Carlo aggiunse a tutto questo, con le memorabili sue guerre, prima l'Aquitania, la Guascogna, l'intiera catena de' Pirenei, e tutte le contrade fino all'Ebro, che nasce nella Navarra, bagna le più fertili pianure della Spagna, e gittasi nel mar balearico sotto le mura di Tortosa; poi, tutta la parte dell'Italia che dalla valle di Aosta fino alla Calabria inferiore, frontiera dei Greci e Beneventani, si stende sopra un'ampiezza di oltre a un milione di passi; poi ancora la Sassonia, ragguardevol parte della Germania, la quale, tenuta pel doppio, in larghezza, della parte di questa regione abitata dai Franchi, stimasi pari in lunghezza; più le due Pannonie, la Dacia situata sulla riva opposta del Danubio, l'Istria, la Croazia e la Dalmazia, salvo le città marittime, di cui lasciar gli piacque il possesso all'imperator di Costantinopoli, per la lega e amistà che era fra loro; finalmente tutte le barbare e fiere nazioni che occupano la parte della Germania compresa fra il Reno, la Vistola, il Danubio e l'Oceano; le quali, comechè parlassero press'a poco la medesima lingua, molto differivan tra loro negli usi e nei costumi, e furon da lui sì al tutto debellate che le ridusse a pagargli tributo. Le principali di queste nazioni erano i Veletavi, i Soravi, gli Obotriti ed i Boemi, con le quali gli fu forza venire alle mani; laddove accettò la sommessione delle altre, più numerose ancora[195]».
D'ora innanzi il nuovo impero non si troverà a fronte più o in comunicazione se non coi Greci, coi Saraceni e gli Scandinavi. I Greci confinano con le terre del suo dominio per parecchie parti, che sono la Dalmazia, la Sicilia e la Puglia; e di mano in mano che i Franchi indietreggiano verso il Danubio, e' s'accostano ai Bisantini ed ai Barbari da cui sono accerchiati i Saracini; onde, per via dell'Ebro, il nuovo impero trovasi a fronte della civiltà araba, e dei regni moreschi di Valenza, di Murcia, di Cordova e di Siviglia. I Greci e i Saracini non son più da temere, finito è per gli Arabi il tempo delle conquiste, nè più irrompono come torrente, chè una forza maggiore gli ha frenati. Dopo la battaglia di Poitiers la potenza dei Mori vien meno, e forza non ha per impedire all'ordinamento carolingico e all'istituzione dell'impero di Occidente di progredire e stabilirsi, nè gli emiri stessi più nulla valgono ad attraversarsi al nuovo impulso dato alla nazion francese dalla man poderosa di Carlomagno.
I Greci son ridotti a maggior impotenza ancora. E come potrebbon essi contrastar con la vigorosa e fresca instituzione dell'impero d'Occidente? Come resistere a questo ferreo colosso d'imperatore? A Bisanzio, l'astuzia, la destrezza, gli avanzi meravigliosi d'una gran civiltà; nelle corti plenarie di Carlomagno la forza prepotente e il rigoglio di tutte le posse esercitate dall'uso della guerra, dalla robustezza del corpo e dalla volontà. L'opera di Carlomagno non sarà quindi minacciata dai Greci nè dai Saraceni, chè gli uni, a malincuore sì, ma pure il riconoscono e soffrono perchè non vi ha modo a combatterlo, intantochè gli altri cercano di trattar con questo nuovo potentato che il fatalismo ad essi impone: _perchè Dio è grande e Maometto è il suo profeta._
L'instituzione adunque del grande impero franco non è minacciata più se non dai Barbari al settentrione ed al mezzo dell'Europa; terribile sarà la riazione degli Scandinavi sotto l'impero di Lodovico il Pio e di Carlo il Calvo; i discendenti dei Sassoni e dei Danesi, verranno a ricattarsi delle conquiste franche; Carlomagno s'è mostrato sull'Elba e sul Baltico, e cinquant'anni appresso gli Scandinavi verranno a mostrarsi sulla Senna e sulla Loira; mentre, al mezzo, le razze tartare e slave, cacciate a punta di spada fino alle lande della Sarmazia, impugnata pur essi la spada, verranno sotto il nome di Ungheri a disertar le più belle terre della Borgogna, dell'Austrasia ed anche della Neustria. Al par di tutte l'opere immani della conquista, l'impero di Carlomagno era mal connesso, mal congegnato, e necessariamente richiedea la man gagliarda, la mente suprema, il genio in somma del gran monarca che sta per esser salutato col titolo d'imperator d'Occidente nella basilica di Roma. E dopo lui tutto dee cader in ruine!
CAPITOLO XIV.
L'EPOPEA DELLA CONQUISTA CAROLINGICA.
Indole delle canzoni eroiche. — Origine loro. — Epoca loro. — Le discendenze o lignaggi. — Primissime canzoni eroiche. — Addizioni. — Incremento dei romanzi di cavalleria. — Le canzoni dei pari o baroni di Francia. — Originalità nazionale delle canzoni eroiche. — Tradizione intorno a _Guglielmo Corto naso_. — _La fanciullezza di Viviano_. — I _Loreni_. — I pari di Carlomagno. — L'ultima delle canzoni eroiche. — Effetto dell'epopea carolingica sulla storia.
DALL'VIII AL XIII SECOLO.
Le canzoni eroiche dell'epopea carolingica tutte si riferiscono alle vittorie ed alle conquiste di Carlomagno, e ad altro non intendono che a celebrare ed esaltar lui solo, senza che niuno di quei poeti si dia cura di descrivere l'andamento delle instituzioni, o pensi tampoco al progresso delle leggi o alla formazione degli imperi. In quel tempo di guerre e battaglie un principe non mostrava la sua grandezza se non per le forti spadacciate che dar sapesse, ond'è che i poemi di cavalleria relativi a Carlomagno sono tutti consacrati intieramente alla vita attiva e bellicosa di lui. Il perchè ci sembra cosa essenziale collocarli nella parte di quest'opera dedicata al periodo della conquista.
Chi tratto dall'amore dei tempi poetici del medio evo entra nelle lunghe gallerie dei manoscritti della Biblioteca reale, vede, su quelle ampie scansie fregiate di ricchi dipinti, antichi volumi _in folio_, quasi tutti coperti di _testi_ o legature a marocchino rosso, in cui si vedono le arme di Francia coi tre gigli d'oro accanto a quelle di Colbert, con la vipera aggruppata; o anche vede manoscritti guerniti di velluto sopra il legno, che recano talvolta i fiordalisi di Francia a ribocco, o i tre leopardi d'Inghilterra, o la banda rossa di Lorena coi tre alerioni d'argento; o ben anco la luna e la mezzaluna su fondo nero, di Diana di Poitiers. Se tu apri quei ricchi volumi, ci trovi spesso, così alla rinfusa, canzoni eroiche, e leggende, e croniche in versi o in prosa, che poi la pazienza degli eruditi cerne e riconosce con sudato lavoro. Colà entro in quei manoscritti a due colonne sono stipate masse di quindici o venti migliaia di versi, tutti di caratteri del decimoquarto e decimoquinto secolo, abbastanza bene tratteggiati e con le abbreviature e i segni di quell'età. Alcuni hanno lettere squisitamente ornate di rami d'alberi intrecciati o di fiori vermigli, e sopravi augelli, il falco dal lungo becco, lo sparviero della castellana o il timido augellino che si nasconde nel nido. Molti di così fatti libri hanno miniature e rappresentazioni che si riferiscono al secolo decimoquarto: qua tornei con aguzze spade, e padiglioni coperti d'arme gentilizie ed imprese, da cui pendono i gonfaloni e le insegne delle grandi case di Francia; colà un varletto o paggio inginocchiato, che presenta un messaggio al suo signore; più lontano una castellana in groppa della bianca sua chinea, vestita d'una lunga roba di colore azzurro e col capo cinto d'un di quegli alti berretti alla foggia di Normandia e di Caux; a tergo un monaco con la tonaca di bigello di San Benedetto o un santo eremita nella sua capanna; poi assedii e battaglie ove si vede rosseggiar il sangue come se fosse versato ieri. Alcune di tali miniature son d'oro, altre di carmino, e ci si vede il gran Carlo con la lunga sua barba, il suo scettro in mano, e col suo diadema in fronte sormontato dalla croce; gli stanno intorno i paladini ed i pari, congregati a corte plenaria per muovere contro i Saraceni, o per difendere il papa nostro santo padre; in un luogo egli sta pellegrinando per Gerusalemme, in un altro ei se ne va a conquistare la Spagna contro il re Marsilio.
Questi ricchi manoscritti, che formano il vanto degli antiquari, comprendono le grandi epopee carolingiche, col nome quasi sempre dell'autore, il quale esser suole un trovatore o cantor di gaia scienza, come sono: Lamberto il Corto, Pietro di Santafiore, Giovanni Bodel, Guglielmo di Bapaume; o qualche cherico di Troyes, un trovator delle Corti d'Amore di Normandia o d'Inghilterra, Benedetto di San Mauro, esempigrazia, o Roberto Wace. Questi canti eroici recano quasi tutti titoli appetitivi:[196] Il _romanzo di Lancillotto_, o di _Girone il Cortese_; la _canzone di Guiteclino di Sansognia_; le imprese di _Guglielmo Corto Naso, Fiora_ e _Biancofiore_ e altri siffatti, tutti componimenti poetici che si riferiscono, qual più qual meno, ai tempi della cavalleria.
E qual secolo nascer vide questo grande ammasso di monumenti dell'antica età? Venner eglino tutti spontaneamente e d'un sol tratto, o per una lenta e progressiva formazione, al pari d'ogni altra cosa prodotta in quel tempo? L'arte bisantina e longobarda si trasformò, nel secolo duodecimo, nelle cattedrali frastagliate, e così le prime _canzoni eroiche_, recitate dai Franchi nelle antiche foreste, divenner solo a poco a poco e progressivamente que' bei poemi di cavalleria che formavano il passatempo delle corti sotto i regni di San Luigi e di Filippo il Bello, il che val quanto dire, che quei poemi non appartenevano altrimenti, per sè stessi, all'età carolingia, non più che le cattedrali a sesto acuto appartenessero all'arte longobarda o bisantina.
E tuttavia non è da dubitar che gli Austrasii, seguaci di Carlomagno, non avessero lor canti e grida di guerra, e ricordi di vittorie o di sconfitte; le cronache antiche ci hanno conservato alcuni informi versi d'una canzone che i soldati cantavano nei campi di battaglia sotto Lodovico il Germanico, ed Eginardo e il Monaco di San Gallo fanno menzion di poemi in barbarico idioma de' quali faceva diletto suo Carlomagno. E non era questa, d'altra parte, l'usanza delle nazioni boreali? E la poesia degli scaldi non era forse giunta sino in Germania, dove ancor duravano i canti nazionali antichi? Al decimo secolo recitavasi la canzone di Roncisvalle e la leggenda di Guglielmo Corto Naso, in lingua volgare d'_oil_ o di _oc_, che le grandi spedizioni e le lunghe guerre dan sempre origine a qualche canto poetico.
Così l'età primitiva di Carlomagno non ebbe in fatto se non queste canzoni guerriere, e non punto poemi, chè ancor non sono se non tradizioni che si vengono perpetuando: il gran nome del sovrano signore non passa d'età in età, e quando già i Carolingi sono caduti, quando già regna un nuovo lignaggio, al tempo o in quel torno, di Filippo Augusto, questi poemi sono ricomposti per frammenti o discendenze. Tornato è il tempo delle grandi imprese, Filippo Augusto incomincia a distrigare la matassa feudale, a quel modo che Enrico II viene a suo tempo a ingentilir le corti plenarie degli Anglonormanni, e allora la generazion dei trovatori raccoglie le tradizioni, i canti antichi, e gli abbellisce e ricama in quella forma che la regina Matilde, chiusa le lunghe sere nel suo castello, tessea di mille colori le imprese di Guglielmo il Bastardo. Questi tre secoli, che abbracciano il periodo da Carlomagno a Filippo Augusto, son fecondissimi; poichè certamente il tempo che creò l'organo per la musica, le cattedrali per l'architettura, sì gran copia di canzoni eroiche per la poesia, non era povero d'ingegno nè d'immaginazione.
I maggiori poemi intorno a Carlomagno, quali ora ci durano con loro discendenze e lignaggi, non furono scritti se non dopo le crociate, che sì grande impulso diedero alla cristianità quando Goffredo di Buglione andò a piantar i suoi vessilli appiè di Gerusalemme. Non è punto maraviglia che in quell'età, sì piena essa medesima di prodigi, tornasse a quelli di Carlomagno: le cronache d'altro non risonavano che del suo nome; la sua imagine era in tutte le corti plenarie, egli avea dietro a sè lasciata quella lunga traccia di gloria, che una strepitosa fama lascia sempre dopo di sè; l'imagine del grande imperatore era per tutto; e le canzoni eroiche, in prima recitate solo da qualche cantore, divennero grossi volumi che leggevansi nelle corti bandite in presenza delle dame e dei varletti[197].
Questi poemi di cavalleria si dividono in più epoche, nè io adoprerò pei tempi antichi la prosuntuosa parola di _cicli_. Che mai direbbono i cantori di gaia scienza, se alzando il capo dal sepolcro, vedesser l'opere loro incastrate nelle inflessibili cerchie della scuola, essi che recitavano i bei fatti e le imprese con la viola o la ghironda tra mano, come il fedel Biondello di Riccardo I.... Che direbbon essi di quelle invariabili misure, tra cui chiuder si vogliono le semplici e cicalatrici lor poesie. Certo, quand'essi riceveano dalla mano dei baroni la pelliccia di fine armellino, o il mantelletto, o il tôcco ornato con piume di falco, quei semplici cantori di prodezze non credeano che un giorno verrebbon tenuti in conto di tutt'altri che nobili trovatori, chiamati dal barone e dal cavaliero a _vegghiare_ nella sala del convito. I modesti nostri antecessori nella scienza dell'erudizione, i Lacurni Sainte-Palaye, nobili gemelli, che passaron la vita loro a studiar gli antichi costumi della patria, simboli dell'anima loro schietta ed affettuosa; il marchese di Paulmy, quel gran ricoglitore di biblioteche, il marchese di La Valliere che avea tutta mossa la polvere dei manoscritti; e il grande d'Aussy, e la Revelliere, e Freret, e Ginguené, con le loro filosofiche opinioni, ben maggior lume gittarono sull'antica epopea francese, già rivelataci dal Pasquier e dal Fauchet, che non tutti i nomenclatori dei sistemi e dei cicli, i quali spesso anche non han pur letto le opere dei tempi de' quali magistralmente ragionano. Nè a te, immenso Ducange, nell'ammirabil tuo _Glossario_; nè a voi, pazienti Benedettini, nelle vostre prefazioni alla _Storia letteraria di Francia_, nè a voi tampoco, modesti giovani, che sedete nella Biblioteca reale, copiando ad uno ad uno i versi di quelle grandi epoche, certo è mai passato pel capo di ordinar per _cicli_ questi semplici trovatori dei tempi mezzani, amici vostri e confidenti, che vi accompagnano nelle notturne vostre vigilie!
L'epopea carolingia non appartien tutta alla stessa epoca, nè alle stesse idee; tre soggetti formavano il consueto racconto de' canti poetici, le canzoni dei pari o baroni di Francia, i romanzi della Tavola Ritonda, e perchè facea d'uopo mescolarvi per sempre l'antico, si contavano ancora le storie di Troia, di Roma e d'Alessandro il Grande. Ciascuna delle canzoni eroiche traeva l'origine sua da qualche personaggio, i poemi intorno ai baroni di Francia si riferivan tutti a Carlomagno, ed erano a fior d'evidenza, l'espression delle diverse nazioni. _Girardo di Rossiglione_, all'incontro e _Guglielmo Corto Naso_ erano epopee provenzali; i _Loreni_ appartengono al Nord, e i romanzi della _Tavola Ritonda_ all'Inghilterra ed alla Bretagna. Tutti narrano le grandi avventure e prodezze cavalleresche di Orlando, di Rinaldo e d'Uggiero il Danese, che fece tanti prodigi.
Una grande quistione fu posta in campo: i trovatori del mezzodì precedettero essi i trovieri del nord nell'epica narrazione dei patrii avvenimenti? V'ebb'egli qualche influenza della letteratura orientale per mezzo delle crociate sui romanzi della cavalleria che si riferiscono a Carlomagno? Le son quistioni di parole, inutili per lo meno, a parer mio, perchè indissolubili; ognuno in questa sorta di guerre d'erudizione, si tiene il suo sistema, le sue preoccupazioni succhiate insiem co' suoi studi: questi, nato sul suolo della Provenza, sostiene appassionatamente che ogni cosa vien da' trovatori, che nulla s'è fatto da altri se non da loro, che in ogni luogo son le orme della vivace e splendida loro immaginazione, che essi soli andavan con l'arpa tra mano di castello in castello, essi soli possedevano la scienza gaia; mentre quegli che nacque nell'antica Normandia, all'ombra della vetusta cattedrale di Caen o di Rouen, sosterrà che tutto si dee alla letteratura anglonormanna; che la corte aggentilita di Enrico II diede l'impulso, che le più ridenti ispirazioni dei trovieri e dei trovatori nacquero fra le nebbie del Tamigi[198].