Part 16
I re Franchi seppero giovarsi di queste discordie per vantaggiar le loro spedizioni e conquiste in quel paese. Nel tempo che Carlomagno teneva una dieta in Paderborna attorniato da conti e vescovi, vide venire a lui alcuni emiri o alcaldi saracini, avvolti in larghe vesti, come a que' dì usavano al di là de' Pirenei, il più ricco dei quali chiamavasi Soleyman Ebu-Jaktan-Alarabi, o Mofras-Ebu-Alarabi, governatore, come dicevano, di Saragozza. Venivano questi emiri da lontani paesi, per prestar fede ed omaggio a Carlomagno, profferendo di consegnargli le chiavi di essa Saragozza e di Valenza ch'essi aveano in poter loro come vassali d'Adelramo. Carlomagno rimase meravigliato alla vista di quegli emiri, e la superbia de' conti ne fu lusingata; la conquista ch'essi offrivano tale era da solleticar l'appetito de' Franchi, e Carlo accettò fede ed omaggio da quei Saracini. Laonde in quella medesima corte plenaria, Abiatar, governatore di Huesca e l'emiro Ebn-Alarabi, si dichiaravan vassalli della corona di Francia, e si obbligavano a consegnare i quattro passaggi dei Pirenei, di Barcellona cioè, di Puicerda, di Pamplona e di Tolosa, donde il suo esercito avrebbe potuto allargarsi fino alla Stretto e liberare i cristiani della Penisola. Oh come cangiati s'erano i tempi! Un secolo appena era trascorso dal dì che il conte Giuliano aveva aperto la Spagna alle conquiste degli Arabi, e già gli emiri davano in mano i Pirenei ad un esercito di Franchi! Il qual esercito trovar dovea spalla in una massa ragguardevole della popolazione. A primavera tutto sarebbe presto per una spedizione oltre i Pirenei, e gli emiri traditori se ne tornavano a Saragozza e a Barcellona, ivi attendendo l'effetto delle promesse del gran Carlo, d'ora innanzi loro alto signore.
Gli apparecchi di questa guerra furono grandissimi: tutti i conti possessori di terre fiscali, convocati per bando reale, doveano tenersi pronti a marciare. Il grande accorgimento di Carlo quello era di calar sempre sui nemici con forze talmente formidabili, che gli avviluppava prima che si fossero ordinati a resistergli; così avea fatto contro i Longobardi, quando le sue schiere disceser dall'Alpi con la rapidità d'un torrente, così a forza d'uomini avea vinto i Sassoni, e così preparavasi a far ora nella spedizione in Ispagna, congregando tutta la sua gente, non solo della Neustria, dell'Austrasia e della Borgogna, ma sì pure chiamando i suoi vassalli di Baviera e di Germania, insiem coi conti della Provenza e della Settimania. I Longobardi appena erano soggiogati, e nondimeno una schiera dei loro univasi all'esercito, presto a varcare i Pirenei. A simiglianza degli altri grandi conquistatori, Carlomagno adoperava i popoli domati a domar l'altre nazioni, alla foggia dei Romani. Non sì tosto primavera comincia a metter le foglie ed i fiori, che già, come narrano i romanzieri, si vede il gran re alla sua villa di Casseneuil, nel contado di Agen, dove celebra la Pasqua; poi visita la Guascogna e la Settimania per esser sicuro che le mura son forti e salde le torri. L'esercito suo è diviso in due schiere, l'una delle quali, destinata ad invader la Catalogna pel passo di Perpignano, dovea muover da Narbona, proceder lunghesso il mare fino a Girona e a Barcellona e far alto all'Ebro; l'altra calar dai Pirenei per la via della Navarra, e precipitarsi sovra Pamplona, la chiave dei monti, e di questa seconda schiera, Carlomagno avea riserbato il comando a sè stesso, col fiore de' suoi conti e paladini, e per più rinforzarsi dovea passar per mezzo all'alpestre paese de' Guasconi, forti e torosi balestrieri, che conducevano gli armenti su per quelle rupi. Giunto all'Ebro, avrebbe poi visto se gli conveniva di proseguir la conquista fino allo Stretto.
Amendue le schiere o spedizioni furono simultaneamente condotte con l'usata vigoria di Carlomagno. L'esercito che mosse da Narbona componevasi di Longobardi e d'Austrasii guidati dal conte Bernardo, fortissimo paladino, che gran riputazione erasi acquistata nel passaggio dell'Alpi, e sottomessa Girona e Barcellona con tutte l'altre terre fino all'Ebro, per una mossa militare a cerchio, venne a congiungersi con Carlomagno dinanzi a Pamplona. L'assedio di questa piazza fu lunghissimo e fierissimo; vinta che l'ebbero i Franchi, vennero a campeggiar Saragozza, per aver con essa tutta la fronte dell'Ebro. Dopo vigorosa resistenza i Saracini chiesero i patti; si offrirono statichi ed omaggi al re, il cui esercito, dominatore e vittorioso, si traeva dietro gli alcaidi e gli altri Infedeli già debellati. Tutto il paese che si stende dai Pirenei all'Elbro, fu soggiogato, e Carlomagno l'ordinò alla forma delle marche militari sulle frontiere, il che val quanto dire ch'ei pose suoi conti e leudi nelle città a difenderle. Da questo momento i Pirenei più non servono omai di confine alle sue possessioni; ma ben l'Ebro diventa frontiera sua, e Pamplona e Saragozza sono gli antemurali della fronte sua militare.
Ordinata ch'egli ebbe così la sua conquista, ripigliò il cammino verso Francia, traendosi dietro carra piene di ricchezze, e mule cariche di spoglie, e gli emiri saracini che seguivano il cocchio del vincitore. Le folte lance marciavano in massa, e la scorta di battaglia era sì coperta di ferro, che nessuna punta l'avrebbe potuta toccare, e Saracini e Guasconi sarebber del pari venuti a rompersi contro quelle corazze e usberghi di Sassonia, di Lombardia, d'Austrasia e di Neustria. Alla coda poi dell'esercito, e come schiera spartata, seguiva un retroguardo composto di prodi cavalieri condotti dal conte Orlando, valoroso guardiano delle spiaggie di Bretagna. Partitisi da Pamplona, procedevano tutti in gran sicurtà, per mezzo a quelle strette, a que' monti, a quegli scoscesi dirupi e precipizi che formano il varco da Francia in Ispagna, e Orlando, gli uni addosso agli altri, li guidava con perizia di ottimo capitano. Avevan essi ad attraversare il paese de' Guasconi, popolo di arditi e rozzi valligiani; i Guasconi e Navarresi ritraevano della durezza de' monti loro, e sapevano con nerboruto braccio maneggiar l'arco e la freccia, e popoli pastori e bellicosi com'erano, non temean punto d'affrontarsi cogli uomini del Nord. E non vivean forse anch'essi in mezzo alle nevi e alle ghiacciaie?
Ora è da saper che in quel tempo i Guasconi aveano appunto per loro duca Lupo, nipote per figlio di quell'Unnaldo, che le carte antiche dicono uscito della schiatta merovingica. E' non si vuol perder d'occhio mai quest'odio naturale che i duchi d'Aquitania portavano a Carlomagno. Procedea questo dall'esser eglino i discendenti d'un lignaggio proscritto ed erede del trono di Clodoveo; e Carlomagno n'avea fatti impiccar due o tre sotto pretesto che fossero rei di ribellione e sedizione, ma più ancora per ispegnere i Merovei. Che se pur Lupo ha ottenuto le terre di Guascogna, come vassallo di Carlomagno, egli ha tuttavia serbato in cuore i lunghi astii di famiglia contro di lui, e comanda ad una robusta popolazione che ha in odio la razza dei Franchi; vede Lupo con ispavento questa dominazione degli uomini del Norte stendersi già fin sopra la Spagna; i Pirenei non son più confini, e benchè egli sia cristiano, ama piuttosto di conservare il commercio suo cogli alcaidi di Pamplona, di Saragozza, di Valenza che sottomettersi a Carlomagno. I Guasconi videro passare, senz'ardirsi di toccarle, le innumerevoli masse della cavalleria franca, e le lance che luccicavano in cima dei Pirenei; ma qui è una retroguardia sola, separata, che conduce un ricco bottino atto a solleticar l'ingordigia di quei poveri montanari, abitatori di caverne e di rupi, onde composta com'è di poche lance guidate dal conte Orlando e da qualch'altro paladino, vien d'improvviso assalita fra que' burroni, e Lupo di Guascogna si fa partecipe di questo repentino assalto di cristiani contro a cristiani[177]. Al passo appunto di Roncisvalle, dove le rocce pendono sospese sul tuo capo quasi trinciate dalla durindana d'Orlando, i Guasconi arrestarono il retroguardo di Carlomagno. In vano i paladini si difesero valorosamente, in vano Orlando eccheggiar fece il suono dell'eburneo suo corno per quelle profonde valli, in vano la poderosa sua spada ne spezzò i macigni, tutti que' prodi, oppressi dal numero, perirono nelle terribili gole de' Pirenei, e la dolorosa memoria n'è pietosamente conservata nelle croniche, e riempie tutto il medio evo. La rotta di Roncisvalle è scritta in tutti i monumenti della cavalleria; i trovatori la cantavano nelle corti plenarie a muover l'esercito a vendetta contro gl'Infedeli, perchè a questi principalmente attribuivasi il tradimento ed il macello della cavalleria cristiana; le matrone e le donzelle piangevano a quel racconto, e i cantori avean caro di ripetere in versi lugubri la catastrofe d'Orlando e d'Oliviero suo cugino morti a Roncisvalle[178].
Da per tutto tu trovi queste tradizioni popolari; i romanzi le raccontano, e nelle stesse _Cronache di San Dionigi_ è inserita la supposta relazione di Turpino sulla morte di Orlando e dei paladini del gran Carlo[179]. Ma i prodi cavalieri non recitavano altrimenti, prima di combattere, le pie e divote esortazioni di Turpino, nè i versi che «Tagliaferro assai bene cantava andando di gran passo alla battaglia d'Hastings,» e nè tampoco le canzoni guerriere intorno a Carlomagno, Orlando ed i suoi vassalli che morirono a Roncisvalle; ben altri poemi ebbero quei tempi sulla catastrofe de' Pirenei, che oltre alla cronaca di Turpino, venivano per ogni dove nelle gran corti dalla cavalleria recitati, e ripetuti nei racconti del tempo di Filippo Augusto. Carlomagno, Orlando, Oliviero ed i suoi vassalli, furono pure argomento ad una gran canzone eroica, prediletta lettura del medio evo, che comincia:
Carles, li reis, nostre emperiere magne, ecc.[180]
La quale canzone eroica intorno ai casi di Roncisvalle è uno dei maggiori poemi di cavalleria che ancor ci rimangano di quei tempi antichi, e comechè mista di favolosi episodi, almen ci prova, insieme con la _Cronaca di San Dionigi_, come luttuosa era la memoria della disfatta di Roncisvalle; uno fu questo dei maggiori disastri della cristiana cavalleria, e quindi ne fu serbata la ricordanza attraverso dei secoli. I trovatori del secolo XIII composero una compiuta azione drammatica sulla morte di Carlomagno, nè dicono altrimenti che i Paladini di Carlomagno morirono per mano dei montanari Guasconi, guidati da Lupo, cristiani come loro; sarebbe stato un affligger troppo i fedeli, ad essi raccontar dovendosi come tanti valorosi conti, erano periti sotto i colpi di perfidi e traditori cattolici, onde voller piuttosto attribuire la morte d'Orlando ai miscredenti e Saraceni, ed alla fellonia di Ganellone da Maganza. Tornando poi alla storia vera di questo fatal disastro della cavalleria, dir si dee essere stati i Guasconi e Lupo duce loro, quelli che ne' Pirenei furono addosso alla retroguardia di Carlomagno, e questo è sì vero che le croniche stesse raccontano il supplizio di Lupo, che fu impiccato come fellone e sleale per aver tradito l'oste dei Franchi, e un diploma di Carlo il Calvo ricorda il nero tradimento della razza meridionale, e scaglia eterna maledizione su Lupo di Guascogna, il quale ben si meritò il nome di Lupo per la sua perfidia verso i paladini di Francia.
Anche nelle valli de' Pirenei durò per lungo tempo questa dolorosa memoria di Roncisvalle, ed un canto dl que' montanari in lingua basca celebra la vittoria dei loro antenati sui guerrieri dì Carlomagno[181]; esso è come dire l'espressione dei sentimenti e degli odii di quella popolazione contro gli uomini del Norte che venivano a turbare la pace de' Pirenei. Ivi non è alcun lamento per gli uccisi paladini, non compianto per Orlando, ma solo la cara memoria della vendetta contro que' guerrieri che abbandonarono il Reno e la Mosella per venir a piombare sull'Ebro. Ecco quel canto antico, selvaggio in uno e sublime. «Un grido sorse dal monti, e il pastore dimanda: Chi va là, chi mi vuole? E il cane, che appiè dormiva del suo padrone, si sveglia, ed empie la valle de' suoi latrati. È il sordo mormorio d'un'oste che si avanza, a cui rispondono i nostri dalla vetta dei monti soffiando nei loro corni bovini. Vengono! vengono! o che selva di lance! quante bandiere! o che lampi mandano le armi loro! Quanti sono! Contali bene, figliuolo: venti e migliaia d'altri ancora. Orsù uniamo le nerborute nostre braccia, strappiamo questi massi, gittiamoli dalla cima dei monti sui loro capi, schiacciamoli, ammazziamoli. E che vengono a far questi uomini del Norte nelle nostre montagne? le montagne sono fatte da Dio a frenare il corso degli uomini. — E i massi rotolano, il sangue scorre: oh quante ossa peste! oh che mare dl sangue! Fuggite, fuggite, voi che avete ancor lena e un cavallo!.... Fuggi, re Carlo, con le tue piume nere e con la rossa tua cappa; il tuo nipote, il primo de' tuoi prodi, il tuo caro Orlando è laggiù steso morto. Fuggono, fuggono! Tutto è finito; e voi, montanari tutti, forbite le vostre frecce, e riponetele insieme col vostro corno di bue; a notte le aquile verranno a divorar quelle peste carni, e tutte quell'ossa biancheggeranno in eterno!»
Niun rincrescimento si desta in que' valligiani, chè essi punto non sceverano il sangue cristiano dal sangue saracino; nè trovan l'uno più nobile o più puro dell'altro; gli uomini del Norte son venuti a turbare i loro pascoli, a ingombrar le loro valli, a scuoter le loro montagne, ed essi fan rotolar su loro que' massi: è l'espressione d'un odio di cuore, e godono al pensiero di veder l'aquile alpine divorarsi quelle carni ancor sanguinenti, e di contemplar quelle ossa biancheggianti. La rotta di Roncisvalle è un monumento di gloria pe' Baschi, però che da loro furon distrutti gli uomini del Nord in quelle alpestri contrade. Nella Navarra ogni cosa è piena della memoria d'Orlando, e ci si vedon le cappelle espiatorie in onore dell'eroe; i massi spaccati da Durindana, e l'eco de' Pirenei vi ripete Orlando in quella guisa che le onde del Reno scorrendo gorgogliano maestose il nome di Carlomagno[182].
Scorrete la Spagna, e le _romanze_ di Castiglia, le _scagne_ dell'Andalusia, e le _ramble_ di Barcellona vi racconteranno pure le ambasce di Alda la bella, la casta moglie d'Orlando, dopo le gramaglie di Roncisvalle; tradizione che si ripete d'abituro in abituro nell'Alava ed in mezzo alle torri del Mauro, in Navarra, a Valenza, a Badajoz ed a Murcia, dove tuttor l'ho trovata. Eccovi ora la romanza di Alda la bella, tradotta dall'antica lingua castigliana: — Stava donna Alda, la sposa di don Orlando, in Parigi, con seco trecento dame per accompagnarla; tutte vestono un abito simjle, tutte calzano una simile calzatura, e tutte mangiano ad una mensa, tutte il medesimo pane, eccetto donna Alda, la maggioringa fra loro. Cento filavano oro, cento tessevano zendado[183], cento suonavano vari stromenti per divertir la loro signora; ed un giorno ch'ella erasi addormentata al suono di quegli stromenti, ella ebbe un sogno, un tristissimo sogno. Svegliatasi tutta spaventata, mandò grida sì acute che furono udite per tutta la città, e le sue dame le dimandarono: «Che avete, nostra signora? Chi vi ha fatto male? — Un sogno, donne mie, che mi dà molto da pensare. Mi son trovata sopra un monte altissimo, in luogo deserto, e sopra questo monte sì alto ho veduto un astore con l'ali spiegate, e dietro un'aquila che lo inseguiva con acute strida, e l'astore si ricoverò sotto le mie vesti, intanto che quell'aquila grossissima, cogli occhi accesi d'ira, sforzandosi trarlo di là sotto, gli spennacchiava le ali e gli dava di gran beccate». Ora la cameriera le rispose: «Vi spiegherò io subito questo sogno, mia signora». Ma ella cerca in vano di consolar la sua signora, che ha pur sempre fitto in mente quel sogno come un pensiero di morte. Ahimè! un altro giorno di gran mattino si recan lettere scritte a nero di dentro, e fuori tinte di sangue; era morto lo sposo di donna Alda, don Orlando era morto alla rotta di Roncisvalle! —
Questa rotta di Roncisvalle avea dunque in ogni luogo contristato il popolo cristiano, e la raccontavano e recitavano in flebile suono a ricordar la catastrofe della cavalleria e il tragico episodio del regno di Carlomagno. Così ogni nazione ha la sua funebre avventura, la sua gran disfatta ch'essa piange come un funerale della patria; i suoi poeti ne sono concitati, contristati gli storici, e dopo secoli e secoli ancor dura la memoria di quel giorno fatale in cui caddero i più sublimi difensori d'una nazione già spenta!
CAPITOLO XII.
GUERRE DI CARLOMAGNO CONTRO I VASSALLI E I POPOLI LONTANI.
I duchi di razza lombarda. — Sollevazione del Friuli. — Ribellione dei Bavari. — Spedizione fra i Bretoni. — Lega dei duchi di Benevento, dei Greci e dei Bavari. — Dieta contro Tassillone duca di Baviera. — Guerra contro i Longobardi ed i Greci. — Spedizione contro gli Avari e le nazioni slave. — Guerra pannonica. — Conquista delle Isole Baleari, della Calabria e del paese degli Avari. — La Venezia e la Dalmazia soggiogate. — L'isola di Corsica. — Spedizioni favolose di Carlomagno. — Mistero intorno alle sue grandi correrie militari.
780 — 806.
Chi scorre le cronache antiche e le tradizioni popolari, scosso rimane al vedere l'immensa vastità delle conquiste di Carlomagno. Gli annali scritti nella solitudine del monastero sono laconici, come esser deggiono le opere di uomini che non avendo avuta cooperazione nelle attive faccende della vita, le considerano tutte quante come avvenimenti uniformi e in un campo circoscritto; i devoti allievi del chiostro si contentano di citare una data, un fatto, un viaggio, senza entrare in alcuno di quei particolari, che rischiarar possono la storia circa la natura e i risultamenti d'ogni singola spedizione. Non trovansi dunque se non alcune semplici note, sulle corse vittoriose di Carlomagno, e ben si sa aver egli recato la guerra or sul Danubio, or sulla cima de' Pirenei, or sull'Ebro, or nella Bretagna, ma non vi sono ragguagli, e troppo è se nelle guerre maggiori, le canzoni eroiche e i racconti dei romanzi di cavalleria, vengono ad aggiunger qualche episodio, alla menzion generale dei fatti d'armi del re franco o dell'imperatore.
Dallo studio, nondimanco, delle cronache, impariamo profondamente a conoscere ed a sentir la grandezza e la potenza di Carlomagno. Cosa non v'ha che comparar si possa a questo smisurato intento della sua vita; dappertutto tu trovi il re Carlo; egli scorre in lungo e in largo l'Europa, i suoi diplomi son dati da cento reggie e ville di nomi diversi; che s'ei preferisce d'abitar le terre della Germania, ed ama di trovarsi nelle scure foreste de' suoi maggiori, e alle caccie della Turingia e delle Ardenne, non lascia tuttavia di correr continuamente gli altri ampli paesi che compongono l'impero suo; nè questa irrequieta fattività sua mai ha posa un momento. I popoli insorgono, si sollevano, duchi e conti prendono l'armi, ed ecco Carlomagno reprimer con la forza questi conati d'independenza! Egli è sempre a cavallo agitando la pesante sua spada; non si dà tregua mai nè riposo nell'opera sua gigantesca, e la fama sua cresce a segno che alcune cronache suppongono conquiste e spedizioni armate, ch'ei pur mai non fece. Di questo modo le canzoni eroiche attribuiscono a Carlo imperatore la conquista di Costantinopoli ed anche una spedizione al Santo Sepolcro. Secondo queste poetiche tradizioni Carlomagno non portò già soltanto l'armi sulle rive dell'Ebro, ma sì pure alle colonne d'Ercole, e conquistò la Spagna in uno e la Grecia, e ruppe la doppia podestà del Califfato e dell'impero d'Oriente. Cosa difficile in tanta oscurità è il dividere in due parti le cronache vere e le false leggende che si riferiscono a Carlomagno, però che questo nome signoreggia il medio evo, nè cosa s'è fatta di qualche celebrità in quei tempi che al nome stesso non s'attribuisca. Alla critica dunque è forza esercitarsi in mezzo alla confusione dei fatti e dei tempi; ora io m'accingo a tentar di ridurre questi sparti annali della conquista nei termini del vero.
La prima guerra speciale, escluse le tre principali spedizioni di Carlomagno, è rivolta contro i duchi del Friuli, che serbano una frazione della monarchia longobardica, distrutta dalla vittoriosa potenza di esso Carlomagno, essendochè le razze non cadono così tutt'a un tratto, e sopravvivono alla distruzione della potenza lor nazionale. I re longobardi aveano tre feudatari della loro monarchia, i cui feudi dipendevan dalla corona di ferro, ed erano i duchi del Friuli, di Spoleti e di Benevento, dei quali Carlomagno, poi che si fu posto in capo a Monza la detta corona, si contentò di ricever l'omaggio, credendoli oramai sottomessi all'autorità sua; e gli fu ben forza contentarsi di questa semplice prestazione di omaggio e di fede (che fu dagli statuti feudali più tardi regolata) in tempo che occupato nel governo di vaste terre e in continue spedizioni, non poteva tutto sopravvedere. Di tal modo que' duchi furon dunque di nuovo rappiccati alla corona di ferro: ma germogli com'erano del ceppo longobardo, e congiunti di Desiderio o degli Astolfi, re loro nazionali, impazientemente sopportavano il giogo straniero, ed a simiglianza dei Sassoni e degli altri popoli di fresco soggiogati, approfittavano delle lontane spedizioni di Carlomagno per insorgere contro di lui.
Una ribellione vi fu del duca del Friuli, mossa da amor della nazione longobardica, che si difendea con un ultimo sforzo, contro la straniera oppressione. Un figlio di Desiderio erasi rifuggito a Costantinopoli, e per una curiosa vicenda della fortuna, questi principi di Lombardia, nemici naturali dei Greci, venivano ad implorare il soccorso di quegli imperatori a cui essi aveano tolto una parte dell'Italia. Questo figlio chiamavasi Adelgiso, e avea lasciato per ogni dove buona memoria di sè nelle città greche; d'altra parte gl'imperatori di Costantinopoli, miravano con occhio geloso questo rapido innalzamento del re de' Franchi, il quale già confinava con le loro frontiere. L'alpestre Friuli era sotto il dominio d'un Longobardo di nome Rodogauso, confederato d'Arigiso, quando quelle popolazioni tôr volendosi dal collo il giogo di Carlomagno, dichiaratesi independenti, si strinsero in lega a scuotere il vassallaggio. Ma il potente re dei Franchi ebbe tosto avviso di questi moti dei popoli longobardi, però che patrizio di Roma com'egli era, avea ivi sue corrispondenze, ed i papi lo avvertivano d'ogni menomo segno di sedizione; ed avendo appunto in que' giorni finito di reprimere i Sassoni, al primo scoppiar della sollevazione comparve in Italia co' suoi conti e leudi, e il duca del Friuli fu domato e costretto a giurar di nuovo fede ed omaggio, ed a dar pegni dell'intera sua soggezione.