Part 15
Dopo aver vinto i Sassoni, Carlomagno indusse i capi loro ad abbracciare il cristianesimo, giogo morale che afforzar doveva la sua sovrana signoria. Tutto inteso a vederne la fine, piantò nella vernata gli alloggiamenti suoi in un luogo che prese il nome di Heerstal, che suona campo di guerra, e ivi tenne la sua corte plenaria fino a primavera. Indi un editto suo reale intimato avendo una dieta di leudi, conti e vescovi a Paderborna, alcune tribù sassoni v'accorrono per rinnovare il giuramento loro di fedeltà, ma non il fiero Vittichindo, che fuggitosi fra i Danesi, è ito a cercare un rifugio nella Giutlandia, dove accampano alcune tribù alleate dei Sassoni; Vittichindo, l'eroe della gente veramente germanica. In mezzo a queste guerre del Reno, dell'Elba e del Veser, tre popolazioni muovono con comune accordo di resistenza contro Carlomagno, e sono i Sassoni, i Danesi e i Frisoni, che tutti mostrano di appartenere al medesimo sangue, alla medesima causa, e di mano in mano che egli incalza i loro avanzi gli uni sugli altri, essi popoli si concentrano nella Scandinavia fino alla reazione de' Normanni, che a vendicar poi verranno i loro maggiori sull'impero dei deboli successori di Carlomagno. Le leggende dicono che Vittichindo ebbe per moglie Geva, sorella d'un capo danese dello Sleswich, che nella lingua franca nomasi Sigifredo e nella danese Sivardo. Una parte dei Sassoni seguì il loro capo Vittichindo appo i Danesi, mentre l'altra venne per trattare con Carlomagno alla dieta di Paderborna; e dopo lunghi parlamenti, a lui questi si soggettarono, conservando per patto molte franchigie sotto la dominazione dei Franchi. Essi serbarono, a simiglianza de' Longobardi, le leggi loro, le radunanze dei capi nei campi di guerra, e soggettati a tributo, altro non fecero che un atto di vassallaggio, acconsentendo insieme alla propagazione della religion cristiana in mezzo alle tende e città loro[169], onde a' vescovi e preti fu libero lo scorrer le città e borghi per annunziarvi la verità della fede. Per ultimo fu conceduto che tutti que' capi delle tribù sassoni, che sottomettersi non volessero al trattato conchiuso con Carlomagno, potessero ritirarsi dove lor meglio paresse o piacesse. Tale si era la regola generale di quelle tribù erranti: anzichè sottoporsi al giogo esse fuggivano, però che il suolo per esse non costituiva altrimenti il domicilio, ma in ogni luogo dove piantar potessero la tenda ivi era la patria loro. Laonde parecchi di quei Sassoni andarono ad unirsi con Vittichindo in Danimarca.
Nè appena son corsi due anni dal parlamento di Paderborna, che veggiam quest'ultimo sollevar di nuovo i Sassoni, e condurre i Danesi insiem con le tribù riparatesi nella Giudlandia; d'onde ei muove in gran forze, ricevuto a grandi acclamazioni dalle antiche tribù soggette a Carlomagno, e si avanza vittorioso fino al Reno, distruggendo le borgate dei Franchi ch'ei trova sul suo cammino, atterrando i castelli e le torri poste a vedetta, ed ardendo i segni militari della dominazione di Carlomagno, intento a que' giorni nella spedizione di Spagna. Ordinava questi in un capitolare di ributtar col terrore e con la forza quelle masse di gente; onde tutti i possessori de' terreni, le guardie dei confini ed i leudi dovean pigliar le armi, e questa leva de' Franchi arrestò per poco le depredazioni dei Sassoni sul Reno, e la mossa del vittorioso Vittichindo. Arriva quindi fra breve il gran Carlo medesimo, disperde gl'invasori, pianta di nuovo i suoi alloggiamenti nel campo di Heerstal, e vi passa l'inverno per quindi scagliarsi addosso a' Vesfalii. Nulla più resiste a questo fortissimo uomo, a questo re giganteo, la cui sola parola porta lo spavento per ogni dove; parecchie di quelle tribù corrono a dimandargli la pace, ed egli si fa consegnar da esse gli statichi, come era uso; ma non vuol trattar più spartitamente con una o più popolazioni, bensì chiede che i Sassoni vengano tutti ad un parlamento per trattar le condizioni della pace; Vittichindo, sempre irremovibile, non vuol assistere, vedendo l'umiliazione della sua patria, a questo congresso, e ritirasi una seconda volta in Danimarca.
Durante l'inverno, Carlo raccoglie tutte le sue forze ad Heerstal, alloggiamento suo prediletto, ed ivi, in fronte di sì grosso esercito — che niun resister gli potrebbe, impone senza colpo di spada ai Sassoni le sue leggi. L'atto che nacque dal parlamento quivi da lui convocato, si è quello che reca il titolo: _De partibus Saxoniæ_, costituzione vera della Sassonia. I vescovi che in quantità intervennero al detto parlamento, si fecero a predicar ivi nel campo stesso, ed i Sassoni ricevettero in gran folla il battesimo. Aveva il re provato il metodo de' tributi con lasciare independente ogni vassallaggio, ma essendogli male riuscito, stipulava ora che i Sassoni sarebbero quindi innanzi governati da conti della nazion franca; onde sottomessi così ad un ordinamento comune, ad essi rapita veniva l'independenza loro natia. Tutti ubbidir dovevano a questi conti, e chiunque manomettesse o ingiuriasse i delegati regi, sarebbe in pro del fisco spodestato delle sue terre; nè più i Sassoni tener potrebbero nè adunanze nè diete, se non previo il beneplacito del re e alla presenza di commissarii da lui disegnati.
A quest'ordinamento di polizia militare, Carlomagno aggiunse alcuni articoli risguardanti specialmente il cristianesimo. Edificar doveansi in certi luoghi del paese de' Sassoni diverse chiese, le quali aveano ad esser sacre, e più sacre ancora dei templi dell'idolatria; chi uccidesse un prete cristiano o sagrificasse vittime umane alle antiche deità della patria, fosse punito di morte; e dovendo il battesimo esser quindi innanzi il segno dell'ubbidienza, quelli fra i Sassoni che si nascondessero per sottrarsi al santo lavacro della Chiesa, o mangiassero carni nei giorni di magro, sarebbero tenuti per ribelli e come tali dannati a morte. Il tornare all'antica religione del Norte, era pur segno di ribellione. Ogni pena tuttavia redimer potevasi con la penitenza ecclesiastica, però che a quei tempi la legge cristiana va pur sempre confusa col governo politico.
A questo periodo della conquista e suggezione delle tribù sassoni, si riferisce in Germania l'instituzione degli otto vescovati di Brema, Verden, Minden, Alberstat, Hildesheim, Paderborna, Munster ed Osnabruch, sedi cristiane che divennero indi sorgente di civiltà e di sapere per l'Alemagna. Dalla predicazione cattolica ebbe fondamento la dominazione dei Carolingi in Sassonia. Al parlamento d'Orleim i Sassoni passarono dal sistema di vassallaggio independente alla costituzione per contadi e vescovadi, nè furon più solamente vassalli, ma una parte del gran tutto sottomesso al governo dei conti e dei vescovi. Così abbiam già tre periodi in questa storia della conquista dei Sassoni; 1.º il vassallagio per tribù; 2.º l'aderimento alla predicazione cristiana; 3.º la costituzione uniforme per contadi e vescovadi, e la sommessione all'ordinamento amministrativo del re.
Questo governo dei conti e dei vescovi riuscì, in sulle prime, odiosissimo ai Sassoni; i primi amministravano la giustizia, e governavano in nome di Carlomagno; i secondi si travagliavano d'ampliar l'autorità della Chiesa e di sottomettere le barbare nazioni ai giogo della religione, cose tutte che a distrugger miravano la libertà delle popolazioni germaniche. La presenza di Carlomagno, e il terror del suo nome potean solo conservar la dominazione dei Franchi colà, ed egli costretto di correr continuamente l'Europa, dalla Spagna all'Italia, dalle Alpi ai Pirenei, non potea sempre aver l'occhio sulle terre germaniche, onde i Sassoni più d'una volta profittaron di quest'assenza del sovrano, per ripigliare le armi. Eccoli dunque di nuovo sollevati, recarsi in massa sulle rive del Reno, e scuotere il giogo dei conti e dei vescovi.
A grande inquietudine mosse l'animo di Carlomagno questa presa d'armi universale, che avvenne all'occasione dell'invocar che fecero i conti franchi la fedeltà dei Sassoni per respinger l'irruzione dei popoli slavi. Vittichindo ricomparve allora tra' suoi, e disse loro: «Ecco giunto il momento di vendicarvi de' vostri oppressori.» I Sassoni lo seguono, si raccolgono appiè d'un alto monte sul fianco destro dell'esercito di Carlomagno, capitanato dai tre conti maggiori Adalgiso, Geilone e Volrado, e quando questi arrivaron sul Veser, anzichè trovarvi i Sassoni in loro aiuto, li vider apparecchiati a scagliarsi su loro. Il conte Teoderico, accorso dal Reno, non esitava intanto a cominciar la guerra contro i fedifraghi Sassoni stessi, e la zuffa fu sanguinosa. Il gran Carlo non v'era; i Sassoni, pieni di astio contro i conti, diedero dentro con gran forza, ed in breve quasi tutti i capitani de' Franchi furono uccisi sul campo, gli altri messi in volta, ed i Sassoni intuonaron l'inno della vittoria di Vittichindo, ributtando gli oppressori fino al Reno. Carlo accorse indi tosto per vendicare l'affronto dell'armi sue, con fitto in mente il pensiero che i Sassoni non fossero altrimenti nemici da combattere, ma sì popoli ribelli da sterminare. Venne dunque a tener la sua dieta a Paderborna, e citati dinanzi al campale suo parlamento i principali fra i Sassoni, dimandò loro perchè avessero rotta la guerra, perchè ribellati si fossero contro i conti? Tutti ad una voce risposero: Aver ubbidito ai voleri di Vittichindo, ed egli solo esser colpevole di quella ribellione. — Ma non per questo il re placò l'ira sua, chè anzi fece proponimento di vendicare i suoi leudi trucidati in campo, ed i vescovi delle chiese di fresco edificate, martoriati o cacciati da Vittichindo.
I Sassoni aveano infranta la legge di vassallaggio, dunque eran ribelli: Carlomagno ordinò quindi un grande esempio, e ad imitazione di tutti gli altri conquistatori, non esitò punto a versar fiumi di sangue, onde lasciar lunghe orme di terrore e di sommessione. Si fece dare in mano tutti i capi e gli uomini più ardimentosi della nazione, e comparve in mezzo a loro, con la spada in mano, girando sovr'essi il corrucciato suo sguardo, a guisa di un gigante che scuota la sua clava sopra i vinti; poi dal suo campo di Ferden, a riva dell'Aller, comandò che tutti i Sassoni ribelli avessero mozzo il capo; le cronache ne sommano il numero a quattro mila cinquecento; fu una beccheria che durò tutto un giorno. Terribile rappresaglia dei conti e vescovi uccisi dai Sassoni, e dell'aver inseguito i Franchi fin sul territorio loro; ma era pur forza muover terrore in que' popoli, e Carlomagno si trovò costretto a colpirli con la tremenda sua spada[170].
Se non che il sangue di questi supplizii punto non valse a spegnere l'astio dei Sassoni, ed altre tribù pigliaron le armi, nè appena era domata questa, insorgeva quella; le erano popolazioni gelose, indipendenti, tutte situate a' confini di genti naturalmente nimiche di Carlomagno; i Danesi, gli Slavi, i Frisoni, istigati dai Sassoni pigliavan le armi al primo segnale per far causa comune co' nemici degli Austrasii; guerra infinita di popoli e di razze. Ma le genti di Carlo aveano veramente il primato militare, nè i Sassoni mai vennero a campal giornata se non per essere vinti e sconfitti; nessuna rilevante vittoria ottennero essi mai contro a Carlomagno, cui essi temevano come un Dio; parendo loro aver sempre addosso quella sua mazza ferrata.
Intanto Carlomagno, fatta sua dimora d'una delle germaniche sue ville, attende a soggiogar per sempre i Sassoni, riedifica la fortezza d'Eresburgo, e tiene in mezzo a' suoi guerrieri corte plenaria a Paderborna; e ad ogni tratto spedisce grosse schiere di Franchi a guastar ben oltre le terre de' Sassoni, ed a piantarvi accampamenti alla foggia de' Romani. Ma vedendo di questo modo non aver più fine la guerra, deliberossi di rivolgersi dirittamente allo stesso Vittichindo per trattare con lui a tu per tu della pace. Vittichindo ed Albione, i due capi di maggior grido tra i Sassoni, dimandarono salvocondotto, e vennero a trovar Carlomagno nella sede sua di Paderborna, accoltivi a grande onore, festeggiati dai conti, e catechizzati dai vescovi. Carlomagno profferse a Vittichindo il titolo di duca di Sassonia, e gli onori della sua corte, purchè abbracciasse il cristianesimo, segno di soggezione appo i Sassoni, essendochè un giogo era per essi la religione dei Franchi, e giogo spesso odiosissimo. Vittichindo accettò la profferta, e con lui altri più capi di quella nazione ricevettero il battesimo. Grande vittoria fu questa, e il termine, a così dir, della salvatica indipendenza di quelle tribù. Prive del valoroso capo che le guidava alla guerra esse oramai più non s'avventurarono che a spartate sollevazioni, le quali furono anche tosto compresse dalla ferrea mano di Carlomagno.
Divenuto fedel vassallo a quest'ultimo, Vittichindo lasciò al tutto le armi, ed andò a ricoverarsi in un monastero. Quasi tutti i più nobili lignaggi della Germania discender vollero da questo ceppo; chi non potea dirsi della schiatta di Carlomagno, gloriavasi d'aver Vittichindo per antenato, chè un prod'uomo ognuno il vorrebbe per suo progenitore. La stirpe che più ragion d'ogn'altra potea gloriarsi d'essere uscita da Vittichindo, quella fu di Capeto, recando infatti le cronache che Roberto il Forte, il poderoso conte di Parigi, fu pronipote del Sassone glorioso[171]; chè fra que' battagliatori v'era sempre, come a dire, una misteriosa catena, che univa gli uni cogli altri, di gloria in gloria, di forza in forza, e bello certamente era l'aver principio da Vittichindo. Il quale, fatto quindi piissimo, fu onorato per santo e nominato nelle antifone, cantico d'onore e panteone del medio evo. Ad esempio di lui, gli altri Sassoni convertiti, si danno sinceramente al cristianesimo.
La rinomanza di Vittichindo, e la gloria della spedizione di Sassonia, doveano naturalmente somministrare ampio soggetto alle canzoni eroiche; infatti sotto il titolo della canzone di _Guiteclino di Sassonia_, un trovatore di nome Giovanni Bodel, nativo di Arras, compose in sull'entrar del secolo XIII un intero poema epico sopra Guiteclino ed i Sassoni, che ritrae de' tempi feudali, i più vivi e coloriti di quel periodo di confusione in cui i tracotanti baroni comandavano ai re. Eccovi lo spirito di questa canzone eroica. «I Sassoni minacciano l'impero de' Franchi, ci vogliono dunque aiuti, sussidii, modi a far la guerra, onde Carlomagno dimanda quattro denari ai suoi baroni _urepi_ o _urepedi_ (_hurepés_)[172] dell'Angiò, della Bretagna e della Neustria; gli Scozzesi, gl'Inglesi, gli Alemanni e i Bavari pagano questo tributo, e togli qua che i baroni _urepi_ di Carlomagno non vogliono pagare, dicendo che si fa per avvilirli, che addio alle immunità loro se fossero sottoposti a un tributo. Che fanno dunque i superbi feudatari? Pigliano il partito di chiudere quattro denari nel pennone d'ogni lancia, poi vengono così innanzi a Carlomagno, alla sua corte plenaria d'Aquisgrana, e gli dicono: «Imperatore, vien tu stesso a prendere, se tanto ardisci, il tributo». Qui il poeta gode di abbassar Carlomagno, e segue a raccontar come al sopravvenir dei suoi baroni, ei si fa incontro ad essi a piè nudi, senza corona in fronte, e rinunzia all'imposta promettendo di non mai più dimandar loro tributo alcuno. Ecco pertanto la libertà feudale in tutta l'ampiezza sua; il barone deve il suo corpo, ma non il danaro mai; il pagamento del denaro è solo un dovere pel villano, e per l'uomo di _podestà_, cioè in poter d'altrui.
Carlomagno ed i suoi baroni muovono indi da Aquisgrana per la guerra di Sassonia, e qui mille descrizioni di combattimenti; un abbassar di lance, un mescolarsi di pennoni e il duca Guiteclino è ucciso in battaglia. Qui pure s'intrecciano gli amori di Berardo e d'Elisandra, di Baldovino e della regina Sibilla; le crociate hanno siffattamente riscaldate le fantasie, che si trovan per ogni dove le rimembranze di Gerusalemme. Ma ecco i fratelli di Guiteclino che insorgono a vendicar la sua morte, e atterrano Berardo e Baldovino, niuno resiste ai colpi loro, e qui un'altra rimembranza viene a collocarsi nella mente del poeta; quella dell'invasion dei Normanni e degli Ungri al secolo decimo: la stessa confusione, solo che vi è in ogni parte celebrato il nome di Vittichindo. La guerra dei Sassoni, fu la grande impresa del regno di Carlomagno, ed ebbe ad esser soggetto di poema come Roncisvalle, e come ogn'altro tema che ricordasse le grandi gesta militari.
Il modo che tenne Carlomagno nel terzo periodo delle sue guerre sassoniche, fu più efficace che non il suo primo ordinamento del vassallaggio. Veduto che le popolazioni erranti non si affezionano al suolo, ei fa trasportar le principali famiglie sassoni nell'interno della Francia, e il paese loro fu dato ad altri popoli (gli Obotriti) a Carlomagno più ubbidienti e fedeli. Così le famiglie sassoni più riottose ed audaci, tramutate in Francia, ebbero in retaggio le terre del fisco, o furono cacciate nei monasteri e condannate alle solitudini del deserto; ond'è che sotto Lodovico Pio troviam di queste cotali famiglie nelle badie, e ardenti religiosi ed eziandio santi di origine sassone[173], e cronisti e poeti che attendono a scriver gli annali del paese.
Se la guerra sassonica fu la più crudele, la più sanguinosa che mai avesse a sostener Carlomagno, essa rende pur testimonio della grandezza e della fermezza sua, della forza e della destrezza ch'ei vi pose; ma era un'opera di conquista, che dovea col tempo trar seco la sua reazione. Avea Carlomagno rincacciate, stipate le popolazioni nel Nord, nella Danimarca, nel Giudland; e da chi fu rovesciato l'impero suo? Da quelle popolazioni medesime che vennero alla volta loro ad assalire i Franchi. La storia del mondo è azione e reazione; i conquistatori cacciano le nazioni, e queste ritornano più forti a spezzar trono e spada di coloro che sognaron l'impero universale del mondo!
CAPITOLO XI.
CONQUISTE DI CARLOMAGNO IN ISPAGNA. — ROTTA DI RONCISVALLE.
La Spagna e i Saracini dopo la battaglia di Poitiers. — Corrispondenza di Pipino coi califfi. — Gli emiri di Catalogna, di Navarra e d'Aragona. — Gli antichi cristiani. — Discordie civili. — Gli emiri alla corte plenaria di Paderborna. — Carlomagno delibera di conquistare la Spagna. — Convocazione delle milizie — Le due irruzioni per mezzo ai Pirenei. — Assedii di Barcellona e di Saragozza. — Ritorno dell'esercito. — Rotta di Roncisvalle. — I Guasconi e il duca Lupo. — Lugubre suono di questa rotta. — La canzone di Roncisvalle. — Tracce del passaggio de' Franchi ne' Pirenei. — I corpi de' martiri. — La cappella. — La rupe e la spada d'Orlando — Romanza spagnuola di _Alda la bella_, sposa _di don Orlando_.
732 — 778.
Le spedizioni di Carlomagno furono, sin qui, in Germania e in Lombardia; il Reno, l'Oder, le Alpi, il Po, avean veduto le lance dei Franchi, folte come le messi estive agitate dai venti[174]; la corona di ferro dei Longobardi ornava la fronte del re dei Franchi; le terre d'Italia erano partite fra i suoi duchi e conti e leudi, e la Germania acclamava il re dalla gigantesca statura che conduceva i Franchi d'Austrasia e di Neustria alla conquista e al dominio della Sassonia e della Baviera. Già fin dal primo istante della sua esaltazione avea Carlomagno compiuto il soggiogamento dell'Aquitania, e la Guascogna ubbidiva alla grande famiglia de' suoi vassalli; a' Pirenei il nome suo era in grido, com'esser dovea quello del pronipote di Carlo Martello, e formidate v'erano la potenza e la forza di questo coronato capitano, benchè ancor veduto non avessero sventolar colà le sue bandiere. Ma ben presto il suono del corno stava per assordar que' forri e quelle valli, e una spedizione già era pronta a varcar quelle alpi dirupate. Or qual cagione mai traeva tanta selva di lance in mezzo alle città della Spagna? Come avvien egli che i Saracini da conquistatori stanno per divenir conquistati? Qual memoria restava di quella sanguinosa irruzione, che Carlo Martello, l'avolo di Carlomagno, arrestava nelle pianure di Poitiers?
Questa terribil giornata di Tours o di Poitiers, fu termine alle conquiste degl'Infedeli al di là de' Pirenei: la vittoria di Carlo Martello, era venuta a raccendere l'invilito coraggio de' cristiani in mezzo all'abbattimento generale degli animi e alle paure sparse pel durare d'un secolo dalle rapide e maravigliose vittorie di quei Barbari, e tanto bastò a mutar la condizione rispettiva dei popoli. Quella sanguinosa disfatta dell'islamismo diede un irresistibile impulso ai conti, ai duchi, alle intiere popolazioni della Gallia meridionale, e i cristiani quasi tutti si levarono per una poderosa crociata nella Guienna e Settimania. Fin dal regno di Pipino più non v'erano se non alcune colonie spartate di Saracini nella Provenza e nell'Aquitania, e quando Abd-Almalek, o Addamelecco bandì la guerra santa, gl'Infedeli non aveano in mano più che la sola città di Narbona. Tutta la potenza degli emiri s'era concentrata in Spagna, e nei monti durava tuttavia un'antica schiatta di cristiani, maschia popolazione, che s'era già liberata del giogo de' Saracini. Coperta di pelli ferine o d'armature fabbricate negli antri delle rupi o in qualche solitaria borgata, quella valorosa schiatta di Leone e di Castiglia scendeva di quando in quando dall'inaccessibil suo ricetto per molestare i Saracini delle città e delle campagne. In mezzo a quella lunga giogaia di monti che si stende dalle Asturie fino alla Catalogna, viveva una maschia e forte nidiata, che dovea coll'andar del tempo cacciar i Mori dalla soggiogata Spagna, e piantar sulle francate città lo stendardo della croce.
Oltre di che la Spagna non era già sottomessa ad una sola signoria, chè non bastando ai Saracini, vincitori dei Visigoti, d'essersi separati dal califfato di Bagdad, e dalla podestà del Commendator dei credenti, intestine discordie regnavan anco nella penisola fra città e città, e quasi ogni provincia aveva il suo emiro[175], e in mezzo alla guerra civile, gli uni invocavano il braccio dei conti cristiani e delle popolazioni visigote, potenti ancora sotto il vescovo loro a Cordova o a Toledo; gli altri ricorrevano per aiuto agli antichi Castigliani ed agli Asturiani delle montagne. Già fino a' tempi del regno di Pipino alcune Ambascerie degli emiri di Spagna eran venute a visitare il re di Francia nelle sue corti plenarie, ed egli mentre dava loro udienza, ponevasi pure in corrispondenza coi califfi di Bagdad, ricevendone ricchi presenti, e mandando loro in contraccambio cani da caccia usi correre il cignale delle Ardenne e della Turingia. È cosa incontrastabile che Pipino ebbe pratiche politiche col califfo Almanzor[176] e che alcuni conti de' Franchi dimorarono per tre anni a Bagdad, donde poi toccarono, sbarcando a Marsiglia, la città del traffico.
L'ordinamento delle provincie meridionali, qual Carlomagno ebbe a compierlo, piantava sulla frontiera di Spagna due grandi vassalli militari della corona di Francia, ed erano i duchi dei Guasconi e degli Aquitani, i quali Guasconi, per la loro dimora rimpetto a' Pirenei si trovavano continuamente in commercio coi Saraceni, così come i duchi loro con gli emiri, e mescolavano spesso i sangui loro; indarno i concilii vietavano questa comunanza di nozze, che più d'una fanciulla cristiana vedeasi andare sposa ad un miscredente, e più d'una nera saracina di Barcellona, di Cordova, di Granata o di Toledo pigliarsi a marito un figlio della Guascogna o dell'Aquitania. I Saracini aveano moschee nelle città meridionali a Narbona ed Arli, e i cristiani aveano chiese e fin vescovi a Siviglia; praticavan gli uni cogli altri pel commercio, per l'industria, per le arti; le antiche animosità s'eran venute cancellando, e bene spesso era più facil trovar nimicizie e gelosie fra emiro ed emiro, o fra conte e conte, che astii veri d'una credenza contro l'altra.