Storia di Carlomagno vol. 1/2

Part 11

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Le guerre oltre la Loira, sono anch'esse personificate nel romanzo dei _Quattro figli d'Amone_, antica espressione delle avversioni tra le razze del Mezzodì e quelle del Settentrione. Rinaldo di Montalbano, la cui storia si fece di poi tanto popolare, era figliuolo d'Amone, della famiglia meridionale di Dordogna. Amone viene alla corte di Carlomagno co' suoi quattro figli Rinaldo, Ricciardetto, Alardo e Guicciardo, per fargli omaggio, senza dubbio, come duchi d'Aquitania. Rinaldo giuocando agli scacchi[127] spacca la testa con uno scacco a Bertolotto nipote o bastardo di Carlomagno, onde tosto è intimata la guerra, e il re furibondo convoca i paladini; e Ivone, duca di Guascogna, prende a difendere il duca Amone, nel suo feudo della Dordogna; in quella forma che Lupo pigliò già per poco la difesa d'Unaldo. Quante meraviglie nell'assedio di Montalbano, dove la schiatta meridionale fece tanti prodigi! I figliuoli d'Ammone son tutti colà entro chiusi; trasportativi sul rilucente suo dorso dal nobil destriero Bajardo, e si apparecchiano alle difese, magnanimi e prodi come sono. L'assedio di Montalbano è lungo e notabile per le sue vicissitudini, da ogni parte di questo poetico racconto scritto dalla razza meridionale, traspar l'odio contro Carlomagno, uomo del Nord che viene ad imporre il suo giogo alle nobili città del Mezzogiorno. Il romanziero quindi lo rappresenta qual uom vendicativo, ridicolo, in balia al capriccio de' suoi baroni ed al dispregio de' figli suoi, tanto che ti par non già d'essere a' tempi della nascente grandezza della schiatta carolina, ma sì a quelli del decadimento suo e della sua ultima ruina sotto Carlo il Semplice.

La canzone eroica intorno ad Ivone di Bordò appartien pur essa all'epopea delle guerre d'Aquitania e di Guascogna. La cronaca spesso non toccava che un motto appena, non facea che un arido e steril racconto di questa o quella guerra; la canzone eroica all'incontro raccontava tutte le geste della cavalleria, e raccoglieva mille tradizioni in un fascio. Il romanzatore non curasi dell'esattezza dei fatti o del colore degli avvenimenti; egli inventa, orna e cinge di leggende d'oro l'immagine di Carlomagno, il cui nome risuona per più secoli dopo. I cartolari delle badie si contentan di dire: «Re Carlo venne ad abitar le celle nostre nelle feste di Pasqua o di Natale, e vi celebrò le solennità della Chiesa». Le canzoni eroiche ci danno a conoscer la vita delle caccie, delle corti plenarie, il tumulto delle battaglie, l'intima condizione di quella società fuor delle solitarie mura dei chiostri.

Dato termine alla guerra d'Aquitania, Carlomagno fa ritorno nelle sue città dei Reno e della Svevia, dimora sua gradita; non così Parigi dov'egli mai non abita, e passa indi rapidamente a Compiegne. Le sedi a lui più care sono alcune grandi mense o tenute regali nelle diocesi di Giulieri, Seltz, Vormazia, Magonza; e visitar gli piace i fiumi della Schelda, del Reno, della Mosella e del Meno[128], e le foreste delle Ardenne e delle Montagne Nere. S'ei tiene gran corte o corte plenaria il fa sempre nella Germania; la Neustria fu sol per poco porzion del retaggio suo, perpetua è la confusione del patrimonio ereditario tra lui e Carlomanno; nessuna esattezza nè distinzione. In una di tali corti plenarie fu trattato del matrimonio di Carlomagno con una delle figliuole di Desiderio re dei Longobardi, poichè al par di Carlo Martello, di Pipino, Carlomagno anch'esso non ha una moglie sola; sposato già ad Imiltrude, di franca origine, egli abita con essa i palazzi, le ville, e nondimeno Berta sua madre vuol dargli in moglie Desiderata, figliuola di Desiderio re de' Longobardi. L'unità del matrimonio ancor non è di domma fra quegli uomini violenti, che pigliano, a grado delle loro passioni, una o più compagne; e non è raro vederne tre o quattro nei palazzi de' leudi, argomento ai solenni rimproveri che loro indirizzano i papi, custodi come sono della santità e della purità dei costumi.

In questo trattato di nozze con Desiderata certe ragioni di materiale interesse entravano nella gagliarda opposizione che fecero i papi all'imeneo di Carlomagno con una figlia di Lombardia. Vero è che Desiderio non erasi, ad esempio degli altri re de' Longobardi, chiarito inimico della santa sede, ma pur facendosi alteramente suo protettore, non avea lasciato d'impor certe condizioni al papato; e oltracciò Stefano III, che sedea sul soglio di san Pietro, con ribrezzo vedeva la congiunzion delle due monarchie franca e longobarda, in questo parentado. E chi fu il difensor di Roma, allorchè il papato, assalito dalle forze de' Longobardi, manifestò i suoi pericoli al mondo cristiano? Non altri che Pipino co' suoi leudi di Austrasia e di Neustria, che varcate le Alpi co' gravi loro cavalli, furon tosto, per ragion di conquista e per la forza dell'armi, signori delle città di Lombardia.

La sovranità temporale dei papi, venia lor parimenti da Pipino, il quale, in contraccambio, avea da essi ricevuto il titolo di patrizio di Roma; ed ora, se il re franco e il re longobardo collegavansi con un matrimonio, il pontificato non avrebbe avuto più chi il proteggesse e vendicasse, e questo era ciò che profondamente affliggeva Stefano III, onde quand'ei seppe l'andata di Berta a Pavia e a Ravenna, affrettossi di scrivere a Carlomagno: «Sappiate[129], o gran re, che ella è cosa empia pigliare altra moglie, oltre quella che avete; vi sovvenga, eccellentissimo figliuolo, che il nostro predecessore di santa memoria, fece istanza col padre vostro affinch'egli non ripudiasse vostra madre, e che Pipino anche aderì alle istanze sue. Sarebbe invero cosa lacrimabile che la nobil nazione dei Franchi, si lasciasse corromper dalla perfida e puzzolentissima gente dei Longobardi, la quale non si conta pur nel numero delle nazioni, e da cui certo è esser nata la stirpe dei lebrosi[130]... Or qual comunione vi può essere tra la luce e le tenebre, tra il fedele e l'infedele? Pigliatevi, ad esempio degli illustrissimi e nobilissimi re della stessa vostra patria, una bella moglie della nobil gente dei Franchi, e pigliatela per amore, rinunziando a mescolare il vostro sangue con le nazioni straniere. Così fece l'avolo vostro, così il bisavolo, e così il padre, che mai non vollero menar moglie fuori del regno».

Stefano III, manifesta continuamente le sue paure, in una sfilata di lettere indiritte ai grandi, a Carlomagno ed a Berta, già scesa in Italia, che persiste pur sempre nel suo disegno di parentado con la stirpe longobarda, come nodo di pace fra loro, e le pratiche sono già sì innoltrate che non si può tornar più addietro. Desiderio altro non è che un vassallo, e Carlomagno è ben contento ch'ei lo mostri con pubblici omaggi, e già vede in fantasia risplender sulla sua fronte la corona di ferro; Desiderio non ha figli maschi[131], e sarà suo successore.

Desiderata divien dunque, a dispetto del papa, la seconda moglie di Carlomagno, e poichè dispiacer non vuole al potentato de' Longobardi, di cui suo figlio ha bisogno, si fa mediatrice d'accordo tra Stefano III e Desiderio. I Longobardi, già s'erano, all'uso lor soldatesco, dalle città di Milano e Pavia precipitati sul territorio romano, avevano occupata la Pentapoli, ed eran quasi alle porte di Roma. Stefano ha quindi ricorso a Carlomagno, perch'egli faccia rispettar la donazione di suo padre a Roma ed a san Pietro; e Carlomagno porge benigno orecchio alle preghiere di Stefano III, e fa che Desiderio, per mezzo di arbitri da lui mandati, debba contentarsi del regno di Lombardia, e rispettar la donazione di Pipino, non avendo egli ragione alcuna sul dominio di San Pietro. «Questo accordo assicura a Carlomagno la preminenza in Lombardia in uno ed in Roma; patrizio della città eterna e protettor dei papi, egli è altresì il signor sovrano del re dei Longobardi, e al primo atto di fellonia di costui potrà scender dall'Alpi, per fargli batter la guancia della temerità sua. Egli è già re dei Franchi, già alto signore dell'Aquitania, e presto anche l'Italia diverrà una pertinenza della sua corona.

Da Imiltrude, sua prima moglie, avea già Carlomagno avuto un figliuolo per nome Pipino, quand'ebbe a menare in seconda moglie Desiderata, che varcò le Alpi in compagnia di Berta, e fu da essa condotta in una delle regie ville nella foresta delle Ardenne. Ora in queste ville risedevano ordinariamente i re franchi e i prefetti del palazzo, ed erano, come a dir, masserie ben coltivate, sparse in mezzo a paesi incolti, e formavano i redditi principali della corona, amministrate da maggiordomi secondo la forma romana e le consuetudini dei coloni naturali delle Gallie. Quali di siffatte masserie appartenevano ai monasteri, alle badie, ai vescovadi, e quali al re; i leudi, i conti ed i duchi ne avean pure di ragguardevolissime, ed ogni uom d'armi possedea la sua terra lavorata a profitto suo dai coloni.

Se non che presto questa Desiderata venne grandemente a noia di Carlomagno, o fosse per quanto il papa gli avea detto intorno alla volubilità ed ai vizi della gente longobarda, o fosse per memoria del suo primo imeneo con Imiltrude. Che che ne sia, fatto sta che sei mesi dopo appena, egli già intona di volerla ripudiare, senza rispetto alle rimostranze di Berta, come se il sangue de' Franchi parlasse contro quel de' Longobardi, e l'uomo del Nord ripugnasse dal viver congiunto alla donna che nacque a Milano. Ei caccia dunque alla fine Desiderata, e quasi ad un punto si fa marito a una donzella della Germania di nome Ildegarda; sì che all'età di ventinove anni egli ha già, tra ripudiate e sposate, tre mogli, nè fa caso alcuno dell'unità matrimoniale. Indarno Stefano gli rinfaccia i suoi adulterii, che egli sostiene fermamente questa riotta contro il moral dettame del papato; siamo in tempi che le passioni tuttavia trionfano, e la Chiesa non è ancor freno sufficiente per uomini carnali che tutto si fanno lecito nell'ebbrietà della vita. E che importa a Carlomagno del minacciar di Desiderio? Egli saprà ben farlo stare a segno. Intanto tutti i malcontenti vanno a cercar rifugio a Pavia od a Ravenna, nè sì tosto questo o quel leudo ha, per suo peggio, rizzato bandiera contro i Carolingi, passa le Alpi, e va a trovar il re longobardo per chiedergli aiuto. Or bene, la corona di ferro inchinar si dee innanzi alla corona del re de' Franchi, poichè fino a tanto che quest'ultimo ciò non ottenga, non vi sarà più nè pace nè tregua per lui; e' si vuol rimuovere questo pericolo con una spedizione oltre l'Alpi. Unaldo o Unoldo stesso, l'ultimo duca d'Aquitania, è ito a cercar un rifugio a Pavia, mentre Desiderata anch'essa corre a querelarsi alla corte dei Longobardi dell'oltraggio ch'ebbe dai Franchi e dal re loro.

La monarchia cadde, a questi tempi, tutta nelle mani di Carlomagno per la morte quasi subita di Carlomanno. E' non v'ebbe mai nessuna intimità tra' due fratelli, nè mai fu ben determinata tra loro la divisione del paterno retaggio, chè anzi i diplomi stessi attestano una gran confusione nei termini dell'autorità loro; amendue regolavano in comune l'amministrazion delle terre del Reno, della Mosella, della Senna e della Loira, e nei tre anni ch'ebbe a regnar questa confusione, saper non è dato se la Neustria o l'Austrasia fosse piuttosto dall'un che dall'altro governata. Carlomanno passò di vita in una villa reale chiamata di Samoucy, nella diocesi di Laone, giovanissimo ancora, dicendo la Cronaca che appena avea compiuta l'età di ventun anno.

Lasciava Carlomanno due figli pargoletti, ma gli succederanno essi nel regno? Se ancor durato avesse la legge di successione sacra già tra' Merovingi, i due fanciulli avrebbero, come tante altre volte si vide negli annali dei Franchi, ereditato in comune il paterno retaggio; ma i Carolingi, lignaggio nascente, non destavano ancora quella religiosa pietà che già i figli di Clodoveo destavano nell'antica razza dei Franchi, da poco uscita delle foreste; la forza gli aveva innalzati, nè doveano la legittima consacrazion loro ad altri che all'opera dei papi, all'unzione dei vescovi, e l'eredità non era ancor legge irrevocabile[132]. Carlomagno partecipò quindi, in una corte plenaria che ei tenne a Valenciennes, la morte di Carlomanno a' suoi leudi, dopo di che, agitando essi le loro lance, mossero, a guisa di conquistatori, alla volta delle Ardenne, e piantarono i loro alloggiamenti nella real tenuta di Carbonac, a poca distanza da Samoucy dove Carlomanno era uscito di vita. All'aspetto di questa massa di gente, i conti, i vescovi e gli abati di quel regno, vennero a far omaggio a Carlomagno, e senza troppo guardare alle ragioni dei due fanciulli, inetti com'erano a regnare ed a condurre i leudi alla guerra, furono, siccome gli ultimi de' Merovei, destinati a vivere ed a morire nel chiostro, serbata lor la tonsura, simbolo dello spirituale servaggio; chè tra loro, chi più non avea lunghi e ondeggianti i capegli come la criniera dei nobili corsieri delle foreste germaniche, non poteva esser nè re nè conte mai. Gerberga, la vedova di Carlomanno, passò le Alpi, e venne anch'essa a cercar rifugio presso i Longobardi, temendo la condanna del chiostro e le persecuzioni di Carlomagno divenuto re di tutta la nazione dei Franchi. Eccetto alcuni pochi che rimasero fedeli a Carlomanno, e seguirono oltremonti la regina Gerberga, tutti i possessori delle terre, i conti, i vescovi e gli abati fecero omaggio al nuovo signore.

Di quivi ha principio, propriamente, il regno di Carlomagno, poichè d'indi in poi si vengono spiegando le grandi conquiste e l'ordinamento politico dello stato, altro non essendovi, sino alla morte di Carlomanno che qualche editto sciolto e qualche diploma di donazioni al chericato. Così, a mo' d'esempio, un diploma di Carlomagno, dato in Aquisgrana agli idi di gennaio, fa una donazione al monastero di San Dionigi, e un degli idi di febbraio concede alla chiesa di Metz certe franchigie, e l'esenzione da ogni regia giurisdizione; innanzi la sua morte, Carlomanno conferma le immunità della chiesa di San Dionigi; alle calende d'aprile Carlomagno accresce i privilegi al monastero di Corvia, e conferma quelli tutti della badia di Sithieu, o San Bertino. Ben si vede che la stirpe di Pipino ha bisogno del sostegno della Chiesa per far confermare la sua regia dignità, e si collega co' papi, bisognosa com'è di quel religioso carattere, che la Chiesa solo può dare. Donde tanta sollecitudine per tutti gli argomenti che riguardano il cristianesimo e il pontificato, chè Carlomagno vuol essere il figliuol diletto di Roma prima d'essere imperadore romano, e amicarsi il pontificato perch'ei n'ha d'uopo a compiere il suo vasto disegno d'impero, e a quella guisa che Pipino erasi conquistato il papa per farsi re, così Carlomagno gli porge la mano per farsi imperatore.

CAPITOLO VIII.

CAGIONI CHE AGEVOLANO A CARLOMAGNO LE SUE CONQUISTE.

I Franchi tutti sotto il medesimo scettro. — I compagni di Carlomagno secondo le cronache. — Bernardo. — Orlando. — Rinaldo. — Uggero il Danese ed altri. — La baronia secondo le canzoni eroiche. — Gli eroi de' poemi epici. — Franchi. — Borgognoni. — Aquitani. — Bretoni. — Austrasii e Neustri. — Ordinamento militare. — Prese d'armi. — Tattica. — Armi tolte dai Romani. — Il bottino. — Composizione dell'esercito. — Fortificazioni. — Cavalli. — Armature. — Cognizioni di Carlomagno.

771 — 780.

In questa società tutta armigera non v'è quasi spazio tra la puerizia di Carlomagno e le sue conquiste; non sì tosto egli si sente forte abbastanza, entra in lizza, non sì tosto ei possiede un po' di vigoria e di scienza militare, ei le pone in opera per accrescer di nuovi popoli il suo retaggio. E non è già senza grande studio e fatica ch'ei giunge a farsi conoscer degno discendente di Carlo Martello e di Pipino il Breve; entrambi questi capi avean principato col rendersi famosi per le geste loro, e Carlomagno anch'esso pagar dee il debito suo, e gli convien conquistare, e reprimere e ributtare le invasioni altrui, chè la stirpe carolingica non è ancor tanto antica da potere scioperarsi in ozio molle come i Merovei. Ond'è che appunto niun intervallo v'ha tra la puerizia di lui e la guerra contro gli Aquitani, poichè egli non avea più di trentun'anno quando calò dalle Alpi a conquistare il regno dei Longobardi[133].

Se non che Carlomagno si trova avere in mano forze assai più ragguardevoli che non i deboli re della schiatta merovingica, i quali appena regnavano sopra frazioni di popoli, essendovi a' tempi loro re d'Austrasia e di Neustria, e altri capi che governavano l'Aquitania e la Borgogna, e la guerra civile struggeva la forza di quelle razze, che si premevano e incalzavano senza traboccare al di fuori, e il sangue scorreva a fiumi in quelle guerre di famiglia contro famiglia e schiatta reale contro schiatta reale, sì che i tempi dei Merovingi rinovavan l'esempio delle guerre fra tribù erranti sulla terra ch'elle si contendean fra loro. Carlomagno si trova in condizione più agiata; egli ha tutte raccolte sotto il suo freno le sparse membra della gran famiglia de' Franchi; Carlomanno, che avea una parte del retaggio, è morto anch'esso, ed egli s'è impadronito de' suoi dominii; non vi sono più re, nè capi fra i Neustri, i Borgognoni o gli Aquitani che contrastar gli possan lo scettro; ognuno che ha nome di Franco muove sotto le insegne sue; egli è di tutti capo, di tutti supremo signore, ed ei pone suoi Conti a governar que' paesi, i quali senz'alcuna renitenza ubbidiscono[134]. Carlomagno, or ch'egli è re solo di tutti, ben sa che gli è d'uopo impiegar continuamente la nazion bellicosa ch'ei regge; se non la guidi alla conquista essa userà la forza sua nella guerra civile, non altramente che fece già sotto i Merovei; sono uomini valorosi ed ardenti, che vogliono esser condotti attraverso di fiumi e di monti su nuove terre, onde por debbe ogni studio, ogn'arte sua a scagliare i suoi compagni d'armi sui popoli e sui territorii vicini, però ch'ei saziar li dee di preda, di terre, di dominii, a evitar ch'ei si divorin fra loro.

In opera sì difficile e lunga come questa è, Carlomagno non può far da sè solo, onde sotto lui ed intorno a lui s'aggroppano capi e conti esperti in guerra; impossibil sarebbe ad un sol uomo imprendere ad eseguir tante cose, ed intorno a ogni grande intelletto, vediamo uomini di seconda schiera, che son come la mano e il sostegno dell'opera sua. Ora, da due fonti attigner si dee, per chiarire le imprese dei conti che seguiron Carlomagno nelle lontane sue spedizioni, e son le cronache e le canzoni eroiche. Le prime così sterili come sono in sostanza, ricordano appena qualche nome proprio, e Carlomagno è quel solo ch'ivi muove e si agita per le battaglie, siccome _principio e fine_; Eginardo non cita più che tre o quattro prodi che fan corteggio al suo signore, e se il monaco di San Gallo offre qualche più prezioso documento, si è perchè questa cronaca fu scritta sulle tradizioni e sulle canzoni eroiche medesime. La seconda delle fonti da me accennate, sono a proprio dire i grandi poemi di cavalleria in cui trovansi in copia nomi propri, e famiglie e baroni che aiutarono, tradirono o esaltarono Carlomagno; ivi il principe non è mai solo, ma circondato dal consiglio de' suoi leudi, de' suoi guerrieri: consigliasi con loro, nè mai muove alla battaglia se non dopo la deliberazione di tutta l'alta sua corte, e ci son famiglie intere che si danno alle gesta eroiche, o al tradimento. Cotesti racconti fanno di questo modo muovere intorno a Carlomagno una moltitudine di conti e di baroni che gli servono di corteo.

Nelle cronache maggiori sono citati parecchi nomi di paladini, Orlando primo di tutti; esse il fanno conte, soltanto, e guardiano delle marche di Bretagna, e gli danno il nome di _Rudlando_[135], e dicono ch'egli era un uomo di gran gagliardia; a lui è commesso più volte di ridurre al dovere il popolo di Bretagna, e muore a Roncisvalle[136]. Nelle cronache si parla pure d'un conte di nome Bernardo[137], zio di Carlomagno, paladino esperimentato e dotto in guerra, a cui il nipote affida il comando d'una parte dell'esercito che cala in Italia contro i Longobardi, e suo fu il consiglio di partirlo in due schiere, l'una da scendere pel Monte Cenisio, l'altra pel monte di Giove nel medesimo tempo. V'è altresì parola d'un altro paladino di nome Rinaldo o Regnoldo[138]; ma ei si rimane oscuro, senza niente avere che suggerir possa al pensiero esser egli il _Rinaldo_ di _Montalbano_ delle antiche leggende poetiche.

Sono pur dalle cronache nominati fra i conti di Carlomagno, un Amberto ch'esse fanno conte di Bourges, ed a cui sostituiscono Stormino; un Abbone o Alboino, conte di Poitieri; un Guibaldo, conte di Perigueux; un Ittieri di Chiaramonte; un Bollo di Puy; un Orsone che piglia il governo di Tolosa, un Amone d'Albi, un Roardo di Limoges; i quali tutti dovevano esser uomini di grande affare, e di valentia, da che Carlomagno partì fra loro il governo delle Aquitanie. Finalmente il monaco di San Gallo ci ha conservato alcune tracce della vita di Uggiero il Danese, un di quei capitani nati senza dubbio fra le nazioni scandinave, che vennero ad offerire il braccio loro a Carlomagno. A quanto ne dice il cronista di San Gallo, quest'Uggero, fuggitivo, ricoverossi tra i Longobardi, temendo la presenza e il corruccio dell'adirato suo signore.

Tutte queste narrazioni delle cronache son povere di nomi propri, e spoglie, in generale, di grandi caratteri storici. Così non è delle canzoni eroiche, nelle quali anzi spiegasi tutta la pompa delle epopee carolingiche, e intere famiglie di baroni risplendono. Il semplice conte Orlando delle cronache diventa ivi quel valente paladino che scuote i monti e affetta i giganti saraceni, con Rinaldo di Montalbano allato e la famiglia del vecchio Amone nel suo castello di Dordogna, e con Uggero il Danese, anch'esso grande ammazzator d'Infedeli. Poi tu vedi comparir Guglielmo Corto naso[139], Garino il Loreno, Lamberto il Corto, Gualtieri di Cambrai, e già si mostrano i Bracci di ferro, le Lunghe Spade, i Girardi di Rossiglione[140] e gli Amerighi di Narbona. I quali baroni tutti si accerchiano intorno alla gran figura di Carlomagno, lo servono coi loro consigli, colla forza del loro corpo, col valore del braccio loro, nè possono andar separati da questo signor sovrano, di cui formano, come a dire, l'aureola.

L'idea dei dodici baroni che risiedono alla corte di Carlomagno, è, si vede chiaro, posteriore al suo regno; noi la troveremo da per tutto nelle canzoni eroiche, ed è un anacronismo che rinasce a ogni poco. Il titolo di barone altro non può quivi significare che un capo di quelle famiglie, o d'alcuna di quelle nazioni che si aggreggiano intorno al trono dei carolingi. Ci sono Borgognoni, Aquitani, Franchi della Neustria e dell'Austrasia; paladini che abitan le rive del Reno, della Loira, della Garonna, della Dordogna, e già regnano le antipatie di razza, e i Maganzesi non possono patir gli Aquitani. I Franchi sono anch'essi fra loro divisi per certe lievi disparità di costumi e di consuetudini, le quali trapelano dai canti e dai romanzi di cavalleria che ci narran le gesta dei paladini di Carlomagno. E quanto tempo ci volle per cancellar queste lievi disparità fra razza e razza, fra popolo e popolo!