Storia di Carlomagno vol. 1/2

Part 10

Chapter 103,811 wordsPublic domain

Ogni volta che la nazion dei Franchi calava in Italia, gl'imperadori di Costantinopoli, inquieti ed ombrosi, mandavano ambascerie a quei valorosi capi, dinanzi a cui le Alpi si abbassavano, che ben conoscevano il valore degli Austrasii, degli Alemanni e l'impetuoso coraggio di quei prefetti del palazzo, i quali con le loro masse d'acciaio riduceano in pezzi le corone, e vedevano come giunti sulle terre italiche i Franchi, potean indi per Napoli penetrar fino in Grecia. Al tempo che tornato di Lombardia, Pipino tenne la sua corte plenaria, ei fece venire a sè gl'inviati dell'imperadore Costantino Copronimo, che recavano magnifici presenti, in ricche masserizie e reliquie incastonate; ma quello che più d'ogni altro dono stupir fece Pipino e la sua corte si fu uno strumento composto di ampie e lucenti canne, che mandava suoni maravigliosi, dai signori greci chiamato organo, a motivo della mirabile armonia che se ne traeva; e fu posto nella chiesa di Compiègne, dove' fece di poi bella melodia. I Greci non potendo più vincer coll'armi, studiavano di farsi grandi con le maraviglie d'una splendida civiltà[120].

«La gente del Reno e della Svevia ama il sole di vivi raggi, e le terre accarezzate da sì soave venticello, che tu il diresti la tepida onda dei bagni d'Aquisgrana». Tali sono le parole del monaco di San Gallo. Carlo Martello avea posto in grido, nell'Aquitania, la prodezza degli uomini settentrionali, e poichè Vaifro duca mostravasi colà cattivo vassallo e riottoso servitore, Pipino deliberossi di ridurlo al dovere. I re poi, e i duchi e conti passavano la vita a questo modo. Si tenevano ogni anno due o tre corti plenarie, convocate dal re; a radunarsi e parlamentare, pigliavasi il tempo delle feste solenni della Chiesa, come a dir Pasqua e Natale. Questi parlamenti si tenevano nei luoghi più vicini alle spedizioni militari, e quasi dappertutto ci eran case reali e dominii, che dipendevano dall'alto signore, dove egli teneva la sua corte. Celebrato Pasqua e Natale, partivano per la spedizione di Sassonia, di Lombardia o d'Aquitania. I diplomi notano che la vernata fu grande, «_ed aspra e forte, come dice la cronaca di san Dionigi, e che alla prima nona di maggio, suit ora del mezzodì, fu grande ecclisse di sole_».

Re Pipino tenne corte plenaria ad Aix, per far indi una breve correria in Baviera; poi celebrò la Pasqua ad Orleans, disegnando di compiere la sua spedizione in Aquitania, e sen venne dinanzi alla città di Narbona, soggiogò Tolosa, tenendo lungo tutta la via parlamenti di baroni e cavalieri, diede il guasto a tutto il Limosino, al territorio di Agen, di Perigord e d'Angouleme; poi, adiratissimo contra Vaifro, fece appendere a una forca parecchi de' suoi Aquitani, dopo di che avvicinandosi omai l'inverno tornossene alle sue terre. Queste guerre d'Aquitania dieder da fare a Pipino negli ultimi anni della sua vita, nè fu contento finchè non offerse a san Dionigi, in segno di trofeo, gli ornamenti e le pietre preziose, di che lo stesso duca Vaifro fregiavasi nelle feste solenni[121].

Quando i Franchi s'appressavano all'Italia, ad essi venivan le ambascerie di Costantinopoli, e quando Pipino conquistò l'Aquitania, a lui vennero inviati Saracini di Cordova e dalla Sicilia. La nazion franca andava così sempre più facendosi grande; il papa ricorre a Pipino, e in contraccambio della datagli corona, ottiene la sua protezione, l'aiuto della potenza sua materiale, e il dominio di san Pietro; i Longobardi sono domati; i Sassoni non sì tosto s'arrischiano a qualche spedizione sul Reno, Pipino e i Franchi li ributtano fino al Veser; gl'imperadori di Costantinopoli cercano istantemente la confederazione dei Carolingi, e mandano presenti d'oro e altri magnifici doni; Pipino si riman signore dell'Aquitania, nè appena egli n'ha preso il governo, i Saracini, a par dei Greci, dimandano di confederarsi con questa vigorosa e conquistatrice schiatta d'Austrasia. Da un mezzo secolo in qua le cose han mutato faccia: i Saracini avean da prima superati i Pirenei e recato i loro alloggiamenti fino a Tours; ora essi hanno rivarcato que' monti, ed in breve Carlomagno andrà a cercarli fino all'Ebro. Il regno di Pipino fu dunque un gran preludio a quello del glorioso suo figlio, e gliene aperse le vie; tutte le guerre di Carlomagno sono contrassegnate dell'indole stessa delle spedizioni di Pipino il Breve; egli continua l'opera sua, se non che in più ampie misure.

Lo salute intanto del nuovo re, al suo ritorno dalla guerra d'Aquitania, era declinata agli estremi. Arrivato a Perigueux, fu ivi colto da dolorosissima infermità, e non pertanto si fece trasportar fino a Tours, però che un re di Francia dovea morir sotto gli occhi di san Martino e di san Dionigi, protettori della nazione, e ivi fatte sue orazioni all'arche di que' santi, ricuperò forze bastanti per trarsi fino a Parigi. «Ora sappiate che in questo secolo egli trapassò nell'ottava calenda d'ottobre, nell'anno decimo quinto del suo regno, e dell'Incarnazione settecento sessant'otto, e fu messo in sepoltura nella chiesa di messer San Dionigi. Fu corcato dentro a rovescio, con una croce sotto il volto e la nuca verso Oriente, e dicono alcuni ch'ei volesse essere sepolto in questa postura, pel peccato del padre suo, che avea tolto le decime alle chiese[122]».

Questo re Pipino, che voleva essere in tal forma corcato nel sepolcro, non consumò solo la vita in grandi battaglie, ma lasciò pure alcuni capitolari e diplomi, onde fu apparecchiata la più ampia legislazione di Carlomagno suo figlio. Stando nella regia sua villa di Vernone, Pipino, attende a comporre alcuni articoli intorno alla condizione delle persone e alla legislazione ecclesiastica, e son questi: — Ogni città abbia un vescovo sotto la giurisdizione del metropolitano, ed ogni vescovo abbia facoltà di tutto reggere nella sua diocesi. Vi sieno due sinodi all'anno. La costituzione de' monasteri sarà riformata. Nessuna badessa potrà governar due monasteri. Niuna esca dalla clausura, se non a ciò licenziata dal re. I monaci debbono egualmente dedicarsi alla solitudine, e se rompono questa regola, sieno sottoposti a penitenza. Il battesimo sarà amministrato pubblicamente. Il prete sarà soggetto al vescovo. Chi comunicherà cogli scomunicati, sarà colpito dalla stessa scomunica. I monaci non potranno recarsi neppure a Roma senza la permissione del loro vescovo. Essi dovranno, in convento, star sottomessi alla regola e all'abate. Il giorno del Signore sarà feriato, salve qualche eccezione pe' lavori della campagna. Ogni matrimonio sarà pubblicamente celebrato. I pellegrini saranno esenti dalla gabella del telonio. I giudici ascolteranno e giudicheranno, prima d'ogn'altra, le cause delle vedove, degli orfani e della Chiesa. — Da ultimo, con alcuni altri articoli, il principe regola i diritti del fisco e il valore delle monete.

Indi, abbandonate le rive del Reno, le tetre Ardenne e la Mosella, trovasi nella foresta di Compiegne, e in una dieta di vescovi e di conti, ordina ancora lo stato dei Franchi, e il matrimonio principalmente, che a que' tempi sì difficil era mondar d'ogni impurità. — I coniugi parenti in quarto grado non sieno separati, bensì il matrimonio è nullo tra quelli in terzo grado, anche se la parentela sia di sola affinità e cognazione. Se una donna prenda il velo senza il consentimento del marito, egli abbia il diritto di riaverla se voglia. S'ella è libera, e sia data contro sua voglia ad un uomo, ella può lasciar questo, e maritarsi con un altro. Interdette le nozze con lo schiavo. Il vassallo può maritarsi a un'altra donna, ma in questo caso egli passa ad un altro signore. — Gli articoli del capitolare di Compiegne sono tutti relativi alla famiglia, alla moglie non casta, ed ai parenti che si congiungono con nodi illegittimi. Questa corruttela dei costumi era la gran piaga della società; la santità e l'unità del matrimonio non erano a que' giorni universalmente riconosciute, e anzi ripugnavano a tutte quelle fiere e violente nature; dal re sino all'ultimo vassallo tutti si facean lecita la pluralità delle mogli, ed indarno i concilii e i capitolari contrastavano con questi erranti costumi di tutta una società.

Fra questi capitolari ci ha un intero diploma, col sigillo di Pipino, in cui egli prende il titolo di re dei Francesi e d'uomo illustre, indirizzato ad un vescovo di nome Pietro Lullo. «Vogliamo che la santità vostra sappia la pietà e la misericordia che usò Dio nel presente anno in questa terra. Egli ci avea mandato gran tribolazione a cagion de' nostri peccati, ma poi dopo la tribolazione, ci concede una maravigliosa consolazione nell'abbondanza dei frutti della terra che di presente abbiamo. Ond'è debito nostro, e per questa e per altre nostre cagioni, di rendergli grazie della misericordia con cui si degnò di consolare i suoi servi. Noi vogliam dunque che ogni vescovo faccia celebrare un digiuno nella sua parrocchia, in onore di Dio che ci ha mandata quest'abbondanza, e che ognuno faccia indi elemosine e ristori di vitto i poveri. Tutti poi, vogliano o non vogliano, così comandando noi, paghin le decime. Salute in Cristo».

Questi antichi diplomi, questi capitolari tutto ci rivelan lo spirito di quel tempo, e pongono in essere le inclinazioni del re e del popolo, della Chiesa e della società. In questa primitiva legislazione, nulla v'è di distinto, i diversi ordini d'idee vi si confondono e si attraversan fra loro; le leggi ecclesiastiche non sono sceverate dalle civili; il re fa capitolari per impor digiuni e levar le decime, intantochè i concilii si applicano a stabilire la società domestica e il governo politico. Invano si vorrebbe ordinare ciò che ivi è misto e confuso: re, vescovi, cherici ed uomini da guerra, si comunicano e prestano a vicenda lo spirito loro; v'ha feudalità nella chiesa e v'ha chiesa nella feudalità; v'eran vescovi che portavano il falco in pugno per la selva delle Ardenne, e v'eran uomini di guerra che portavan la mitra e il pastorale dell'abate in segno della loro giurisdizione. In mezzo a quella società, il regno di Pipino altro non è che una gran riparazione a profitto della Chiesa; i cherici avean serbato memoria degli spogliamenti ordinati da Carlo Martello, nè perdonar sapevano una tale violenza; gli uomini d'armi perseguitar poteano la Chiesa nel vigor della vita, ma i cherici gli aspettavano alla morte; quelli erano i giorni per loro del ricatto, e Pipino redimeva i peccati del padre suo. Ci rimangono diplomi e atti di donazione col sigillo di Pipino, qual prefetto del palazzo; altri diplomi di larghezze e doni più numerosi contrassegnano il tempo in cui egli fu re. San Dionigi va continuamente ricevendo mense di terre e livelli; le chiese di Treveri, di Metz, della Lorena, sono ricolme di doni. Oltracciò Pipino ha cura di ampliar con costante sollecitudine gli altri beni ecclesiastici; onde san Dionigi vede confermarsi le sue fiere; i monasteri di San Martino di Tours e di San Michele hanno donazioni, e le chiese di Nantua e di Figeac, ottengono, per diplomi, privilegi. Egli testimonia in ogni luogo la sua gratitudine ai vescovi che il fecero re, ed ai papi che sancirono la podestà sua. E Roma pur essa serba gran riconoscenza per quanto Pipino fece a pro di Zaccaria e di Stefano, e abbiamo una curiosa epistola del popolo e del senato romano al re de' Franchi, in cui gli rendono grazie della libertà che ei ricuperò loro di man dei Longobardi, ed egli ad essi risponde: «di rimaner fedeli alla Chiesa di Dio e al pontefice».

Monasteri, chiese, pontificato, tali son gli oggetti della protezione del nuovo re dei Franchi; i cherici l'hanno innalzato al trono, i cherici hanno santificato il suo regno, confermatogli il possesso della corona e il capo del nuovo lignaggio fa stima di loro, però che niuno saprà mantenersi in signoria, senz'assecondar la forza che ve l'abbia recato.

CAPITOLO VII.

CARLOMAGNO E CARLOMANNO.

Quistione intorno alla divisione del regno dei Franchi dopo Pipino. — Carlomanno. — Indole tutta germanica di Carlomagno. — Suoi natali. — Sua puerizia. — Portamento e statura sua all'età di ventisei anni. — Sue residenze. — Incoronazione. — Prima guerra d'Aquitania. — Duchi di questa provincia. — Cagioni dell'avversione de' Carolingi contra i duchi d'Aquitania. — Leggende intorno alle gesta di Carlomagno. — Romanzo di Filomena. — Le canzoni eroiche de' _Quattro figli d'Ammone_, e _d'Ivone di Bordò_. — Ragion vera delle guerre australi. — Trattati co' Longobardi. — Lettere di Stefano III a Carlomagno. — Berta in Italia. — Matrimonii. — Morte di Carlomanno. — Carlomagno re solo dei Franchi.

768 — 771.

Pipino, sublimato al trono de' Franchi, avea diviso l'eredità sua tra i proprii figliuoli, a simiglianza di Carlo Martello, formando la Neustria e l'Austrasia pur sempre due distinte frazioni nelle conquiste dai Franchi compiute sotto i primi Merovei. Carlomanno, il secondogenito di Pipino, fu quasi del tutto ecclissato nella storia dallo splendor di Carlomagno, l'eroe delle croniche e dei canti epici. Questo Carlo, che più tardi aggiunse al suo nome l'epiteto latino e romano di _magno_ (il grande), era sostanzialmente d'origine germanica; se non che per ben che si frughi in tutte le croniche e i diplomi, dir non si può al vero in qual luogo, in quale città egli venisse al mondo: tutte le città, in Germania, si attribuiscon l'onore d'avergli dati i natali: Aix, Liegi, Carlostat e Monaco stessa, pretendendo i Bavari che il gran Carlo discenda dalla schiatta loro; in ogni luogo, dal Reno all'Elba, si trovano antiche immagini, e marmoree statue di lui, venerabili monumenti che testimoniano l'ammirazione dei popoli e la grandezza di quell'uomo[123]. La congettura più probabile si è che Carlomagno nascesse nel castello d'Inghelheim, vicino a Magonza, chè Magonza pur essa vuole per sè l'antico imperadore; le ruine romane, le torri che fronteggiano il Reno, portano il suo nome, e fra quelle reliquie dei secoli, fra quei lembi di mura sospesi in cima dei monti, dove il sole indora i pampini del Joannisberg, l'eco sempre risponde: Carlomagno!

Gli annali di Fulda il fanno nascere a' dì 26 di febbraio dell'anno 742; a' dì 2 di aprile il continuatore di Fredegario; gli uni si contentan di dire ch'ei nacque a Natale, gli altri a Pasqua, chè richiedevasi una solennità cristiana a celebrar con le sue feste i natali d'un uomo che stampò si grandi orme nei secoli. Il Reno tutto germanico, la Svevia, la Franconia, la Baviera e gli antichi vescovadi voglion per sè i primi anni della vita di lui; nulla vi fu di neustro o meridionale, nell'origine sua, nelle sue forme, ma sol vi domina l'impronta tedesca. Non pertanto Eginardo, il diletto segretario di Carlo, dice ch'egli ebbe la Neustria, e Carlomanno l'Austrasia; ma il continuatore di Fredegario, sì esatto sempre, dà a quello l'Austrasia ed a questo la Neustria; e l'indole tutta germanica di Carlomagno, creder farebbe che questa opinione sia la più vera. E dove passa egli la prima sua giovinezza, e in quai luoghi dà egli i suoi diplomi? Nelle città del Reno, della Svevia o della Franconia, da Magonza o da Liegi. Del resto questa divisione di patrimonio durò brevissimo tempo, e dopo abbiamo una confusion perpetua di terre e di dominii.

Gli annali di maggior fede nulla dicon dei fatti e delle azioni di Carlomagno nella sua puerizia, ed Eginardo medesimo confessa di non saperli[124], chè a que' tempi le croniche dei monasteri, non trattavan degli uomini se non quando giunti all'età dell'operare. E come de' suoi primi anni, così siamo all'oscuro dell'educazion sua, la quale, quanto alle lettere, fu trascuratissima, da che fatto adulto, appena formar sapeva la cifra del suo monogramma. La guerra, ovver la caccia nei boschi di Turingia o delle Ardenne, formavano la sola educazione dei re o condottieri d'uomini alemanni. Le canzoni eroiche, monumenti dell'antico spirito nazionale, con più autore s'intrattengono degli anni giovanili di Carlomagno, e nel decimoterzo e decimoquarto secolo si raccontavano le maravigliose avventure che accompagnavano l'apparire al mondo di questo fanciullo; il romanzo di _Berta dal gran piè_ ci rivelò la nascita sua romanzesca e misteriosa, e altri romanzi narrano come il robusto giovinetto si trovò obbligato di lasciar la Francia per tradigione dei bastardi di Pipino, e come egli andò a militar sotto il re Gaiafro di Toledo, la cui figlia ebbe in isposa, e come dopo alcuni anni venne a riconquistar il proprio suo reame, di che i bastardi spodestar lo volevano.

Or chi avrebbe saputo contendere a Carlo il retaggio degli avi suoi, a Carlo, significazione in atto della forza medesima? Tutti i monumenti ce lo rappresentano di grandissima statura, e le pitture alemanne son foggiate sulla stampa di una specie di gigante o di san Cristoforo. Nella cattedrale e sulle piazze pubbliche di Aix, a Magonza, a Monaco, dappertutto Carlomagno è rappresentato quasi altro Golia; la statura sua è di oltre sei piedi; l'aspetto più che mai bellicoso; gli occhi grandi, vivi, ardenti, risentiti i lineamenti del volto; tutti gli arnesi ch'ei toccava o trattava, son di tal peso, che tu diresti esser egli stato di sovrumana natura. Ma il cranio che mostrasi ad Alx, e fu dai canonici conservato in una custodia d'argento indorato, è egli veramente quel di Carlomagno? La sua straordinaria grandezza dimostra ch'esso appartener non potè se non a un gigante[125]. A que' tempi la forza del corpo molto entrava nella potenza morale d'un capo; onde è che Pipino, a farsi perdonar la sua picciola statura, e la grossa sua corpulenza ebbe bisogno di abbattere un lione in furore, dopo di che il soprannome di Breve[126] non fu più tolto per ischerno, e il re de' Franchi mostrar dovette ch'ei possedeva la forza e la vigoria necessaria a sostenere il comando.

Per le canzoni eroiche intorno la puerizia di Carlomagno, egli ebbe dunque la forza e la vigorìa di suo padre, e la bella statura di Berta, la nobil figlia della Germania; sua madre gli trasmise quell'impronta di maschia bellezza e quella maestosa ed altera statura che la tradizione gli diede, ond'è che quando la cronica di san Dionigi descriver vuole, sull'autorità di Turpino, la figura di Carlomagno, gli dà tutte le forme e tutta la possa d'un gigante. «Uomo era di gran corpo e statura; alto sette piedi de' suoi; avea rotondo il capo, gli occhi grandi e grossi e sì ardenti che quand'era in collera scintillavano come carbonchi; grosso e diritto il naso, ed alquanto elevato nel mezzo; neri i capegli, la faccia colorita ed allegra. Era di sì gran forza che stendeva, come niente fosse, tre ferri di cavallo insieme uniti, e levava in palma di mano da terra in aria un cavaliere armato. Con la sua spada Gioiosa ti tagliava netto un uomo a cavallo coperto di tutt'armi. Era ben proporzionato in tutte le sue membra; e il cingolo suo era lungo sei spanne, senza i lembi della coreggia che pendean fuor del fibbiaglio.» Tale si era la persona del gran Carlo. Egli e Carlomanno furono amendue incoronati nel medesimo giorno, l'uno a Noyon, l'altro a Soissons, e le acclamazioni dei Franchi confermarono il partimento che fece Pipino dell'eredità sua, ma esso non piacque altrimenti ai due fratelli, i quali non mai fermamente si accordarono intorno all'amministrazione delle terre loro. I cronisti passano sotto silenzio le protestazioni o le opposizioni che sorger poterono tra' fautori de' Merovingi, nè oramai più si trovano che lievissime tracce della famiglia di Clodoveo, così sacra com'era tra i Franchi; i cronisti, tutti dediti alla schiatta di Pipino, più non ne parlano, ovver gittano sol qualche parola in segno di dispregio ad annunziar la fine di Childerico, o d'alcun altro dei rampolli di questa famiglia reale; nuovi interessi sottentrano agli antichi, e le prime affezioni se 'n vanno.

Intanto ecco scoppiar una guerra, che ricorda in certo modo i diritti de' Merovingi, ed è quella d'Aquitania. Nel mezzodì s'era infatti più particolarmente che altrove, conservata l'affezione pe' figli di Clodoveo; i primi di quei duchi aveano avuto Cariberto re di Tolosa e figlio di Clotario II, per antenato, nè mai s'era interrotta la successione, e uscito n'era quell'Eudi stesso che combattè sì valorosamente i Saraceni, ed a cui fu figliuolo quell'Unaldo o Unoldo, il quale, insiem con gli Aquitani, fece accanita guerra a Carlo Martello quando tentar volle d'assicurarsi la corona; guerra non di schiatta solo contro schiatta, ma sì ancor di dinastia contro dinastia. Pipino invece tenne l'arte di gittar la discordia in quella famiglia, e la sanguinosa istoria di Atone e d'Unaldo, rende ancor testimonio dei modi che tennero i Carolingi verso i Merovingi d'Aquitania, da essi fatti tonsurare e monacare a simiglianza del terzo Childerico. Se non che, alla morte di Pipino, Unaldo esce tutt'a un tratto dal suo monastero e rizza lo stendardo a proclamar l'independenza dell'Aquitania, sperando col passaggio d'un regno all'altro di far rivivere i diritti d'un Merovingio ridotto allo stato monacale. La qual sedizione dovette, senza dubbio, esser duramente repressa da Carlo, però che assecondar essa poteva le pretensioni dei discendenti di Clodoveo nella Neustria. Egli convocò un parlamento, a cui intervennero suo fratello Carlomanno, i conti, i fidi leudi ed i vescovi, e fu deliberata la guerra, importando egualmente ai due fratelli di comprimere le idee che favorir potevano il ritorno e la podestà dell'antico lignaggio. Passaron indi entrambi uniti la Loira, ma poi entrati, lungo il cammino, in discordia fra loro, a cagion che niun dei due era contento della porzion sua di eredità, Carlomagno, che vuol maggioreggiare, si riman solo a guida della spedizione, e Carlomanno si ritira insieme co' suoi. Ecco dunque i Franchi nelle provincie del Mezzodì, ridurre ad obbedienza le antiche città, i municipii romani o le campagne soggette ai vescovi visigoti. Gli Aquitani furono vinti da questi leudi germanici, e da questi bene armati e bene montati Austrasiani.

A simiglianza di Carlo Martello, Carlomagno corre l'Aquitania da un confine all'altro, e vien sino alla Dordogna, e la città di Fronsac che si vede su quelle alture, è una delle sue edificazioni, fatta a mantenere il dominio franco sui popoli meridionali, che quando tener volevasi il piè sul collo ai vinti si rizzavano castella e fortezze. Le città meridionali degli Aquitani godevano di maggior civiltà che non quelle brumali del Reno e della Mosella, e il passaggio di Carlomagno in Aquitania fu contrassegnato da carte e diplomi a favor delle chiese e dei monasteri; di colà ci venne anzi fino in Guascogna, terra de' Pirenei, che fu allora da lui data in feudo a un signore indicato sotto il nome di Lupo, uscito, dicon le croniche, dalla stirpe merovingica e nipote del duca legittimo, il quale si fece di volontà sua vassallo di Carlomagno, consegnandogli per pegno della sua fede il proprio zio Unaldo, ch'era venuto a cercare un rifugio in que' monti, e così, dicon le leggende, l'agnello fu divorato dal lupo.

Più non ebbe quindi contrasto la sovranità di Carlomagno in Aquitania. Un romanzo quasi contemporaneo per titolo Filomena, racconta, con belle avventure, tutte le conquiste meridionali di Carlomagno, cui mescola spesso e confonde con Pipino, e massimamente nell'assedio di Carcassona. In questa Filomena abbiamo un miscuglio di realità e di finzione, chè l'immaginazion dei trovatori del Mezzodì avea gran campo nel racconto delle grandi gesta di Fier Braccio, e Carlomagno divenne l'eroe delle leggende meridionali, e insieme delle canzoni eroiche del Nord.