Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 16 (of 16)

Part 9

Chapter 93,597 wordsPublic domain

[166] _Gio. Batt. Adriani, l. X, p. 671. — Bern. Segni, l. XIV, p. 360. — Scip. Ammirato, l. XXXIII, p. 501. — J. Aug. de Thou, l. XIV, p. 253._

Il cardinale di Ferrara, don Ippolito d'Este, che risiedeva in Siena a nome del re di Francia, erasi lasciato ingannare dalle carezze e dalle adulazioni di Cosimo I, e, credendo di non dover nulla temere da lui, passava il tempo in continue feste. Trovavasi al ballo nell'istante in cui fu sorpresa porta Camullia, ed i Sienesi poterono trattenerlo a stento in città quando n'ebbe avviso. Ma siccome questi opposero una vigorosa resistenza al Marignano, e gli vietarono di penetrare in città, il cardinale di Ferrara si rassicurò, e subito dopo Pietro Strozzi, che in allora visitava Grosseto, Massa, Porto Ercole e le altre fortezze della Maremma, rientrò in Siena, e la pose in migliore stato di difesa. Il Marignano credette cosa imprudente l'aprire le sue batterie contro le mura di Siena, coperte di buona artiglieria e difese da numerosa guarnigione, e giudicò più conveniente di bloccare la città. I raccolti del precedente anno erano stati distrutti dalla guerra, e sembrava facile il distruggere altresì quelli dell'anno che cominciava. La città, sorpresa da inaspettato attacco, non aveva potuto fare grandi approvvigionamenti, ed il Marignano, prendendo successivamente i castelli che signoreggiavano tutte le strade che conducono a Siena, lusingavasi d'impedire che vi si recassero vittovaglie da esteri paesi[167].

[167] _Gio. Batt. Adriani, l. X, p. 673. — Scip. Ammirato, l. XXXIII, p. 503. — Bern. Segni, l. XIV, p. 361. — Orl. Malavolti, p. III, l. X, f. 165. — Lettere di Cosimo I alla repubblica di Siena, e risposta, 28 e 31 gennajo 1554. Lettere de' Principi, t. III, f. 148._

Le truppe spagnuole e tedesche, che dall'imperatore erano state promesse a Cosimo I, arrivarono le une dopo le altre quando era già cominciata la guerra, e l'armata sotto Siena contò in breve ventiquattro mila fanti e mille cavalieri. Dall'altro canto arrivarono pure a Pietro Strozzi, o per mare, o a traverso allo stato romano truppe francesi o al soldo della Francia; ma queste erano sempre in minor numero che quelle che giugnevano al Marignano, onde questi, a seconda del suo piano di campagna, potè dare principio all'attacco de' castelli del territorio sienese. Il primo che prese fu l'Ajuola, i di cui abitanti si arresero a discrezione dopo averlo valorosamente difeso. Il Marignano li fece appiccare quasi tutti, dichiarando che riservava lo stesso trattamento a tutti coloro che aspetterebbero in una rocca da nulla il primo colpo della sua artiglieria[168]. Ma questa barbarie non ebbe altro risultamento che quello di accrescere gli orrori della guerra; i contadini sienesi con una costanza degna di miglior sorte, mostraronsi sempre irremovibili nella loro fedeltà verso la patria, qualunque si fosse il governo della medesima. Turrita, Asinalunga, la Tolfa, Scopeto e la Chiocciola opposero la medesima resistenza e provarono lo stesso trattamento. Un generale, che si piccava di bravura e di lealtà, diede ovunque in mano ai carnefici quegli uomini valorosi cui altro non poteva rimproverare che la loro fedeltà ed il loro valore[169].

[168] _Gio. Batt. Adriani, l. X, p. 691. — Scip. Ammirato, l. XXXIV, p. 506. — J. Aug. de Thou, Hist. univers., t. II, l. XIV, p. 257 e seg._

[169] _Gio. Batt. Adriani, l. X, p. 693. — Scip. Ammirato, l. XXXIV, p. 507-516. — Bern. Segni, l. XIV, p. 363._ — Lettere tra Pietro Strozzi ed il marchese di Marignano. _Lett. dei Principi, t. III, f. 149 e seg._

Dal canto loro i Sienesi ebbero alcuni vantaggi che sostennero la loro costanza. In sul declinare di marzo il Marignano aveva mandato il suo generale di fanteria, Ascanio della Cornia, con Ridolfo Baglioni a Chiusi, che, secondo la promessa di alcuni traditori, doveva essergli consegnato. Ma i traditori, ch'egli credeva di avere sedotti, lo avevano ingannato; Ascanio della Cornia fu fatto prigioniero, il Baglioni fu ucciso, e la loro truppa, che ammontava a più di quattro mila uomini, fu interamente distrutta[170]. Ma Cosimo I si affrettò di somministrare altri fondi per fare nuove leve di soldati e riparare questa perdita. Poi ch'ebbe ricevuti alcuni rinforzi, il Marignano continuò l'assedio e l'incendio delle terre murate dello stato di Siena. Prese successivamente i castelli di Belcaro, Lecceto, Monistero, Vitignano, Ancajano e Mormoraja. Ogni terra gli costò ostinate pugne, ed ogni terra fu trattata con eguale barbarie; parte degli abitanti fu mandata al supplicio, tutte le messi immature distrutte, e guastate tutte le campagne[171].

[170] _Gio. Batt. Adriani, l. X. p. 694. — Orl. Malavolti, p. III, l. X, f. 163. — Bern. Segni, l. XIV, p. 362. — J. Aug. de Thou, l. XIV, p. 261._

[171] _Gio. Batt. Adriani, l. X, p. 706-718. — Orl. Malavolti, p. III, l. X, f. 163, 164. — Bern. Segni, l. XIV, p. 368._

Estrema era la desolazione del territorio sienese, gli ajuti della Francia tardi ed insufficienti, e la sorte della guerra che nello stesso tempo trattavasi in Fiandra era contraria ad Enrico II. Nondimeno le speranze dei Sienesi e quelle dello Strozzi venivano ravvivate dall'odio universale che i Fiorentini portavano alla casa de' Medici. Ovunque due Fiorentini si scontrassero, fuori del dominio di Cosimo, essi riconoscevansi tosto per le maledizioni che scagliavano contro il tiranno. Coloro che il commercio aveva adunati a Roma, a Lione, a Parigi, aprivano soscrizioni per mandare danaro a Pietro Strozzi, onde ajutarlo a scuotere il vergognoso giogo che opprimeva la loro patria[172].

[172] _Gio. Batt. Adriani, l. X, p. 722. — Scip. Ammirato, l. XXXIV, p. 515. — Bern. Segni, l. XIV, p. 366._

Sapendo Pietro Strozzi che si adunavano alla Mirandola alcuni corpi di truppe francesi, egli risolse di aprire loro la strada di Siena. Uscì l'undici di giugno dalla città assediata con circa sei mila uomini[173]; passò l'Arno a Pontedera, e si avanzò, per la macchia di Cerbaia, verso lo stato di Lucca, che poi attraversò. Colà infatti ricevette i promessigli rinforzi di truppe che avevano tenuta la strada di Pontremoli; ma la flotta francese, che nello stesso tempo doveva giugnere a Viareggio, non comparve; essa fu ritardata più di quaranta giorni, ed il priore Strozzi, fratello di Pietro, che stava aspettandola con due galere, fu ucciso presso Scarlino. Due dì dopo la morte del gran priore, Biagio di Montluc, che Enrico II aveva scelto per comandare a Siena, venne a sbarcare a Scarlino con dieci compagnie francesi ed i tedeschi di Giorgio di Ruckrod, che di là passarono a Siena[174].

[173] _Gio. Batt. Adriani, l. XI, p. 734. — Scip. Ammirato, l. XXXIV, p. 517._

[174] _Mém. de Blaise de Montluc, l. III, p. 115, t. XXIII._

La spedizione del maresciallo Strozzi più avere non potendo quel successo che egli ne aveva sperato, quando aveva creduto di tener solo la campagna e di assediare Firenze coll'ajuto delle truppe che dovevano essergli condotte dalla flotta, egli ripassò l'Arno colla medesima rapidità e felicità con cui l'aveva guadato la prima volta, e ricondusse la sua armata a Casoli, nello stato di Siena[175].

[175] _Gio. Batt. Adriani, l. XI, p. 747. — Scip. Ammirato, l. XXXIV, p. 520, 522. — Bern. Segni, l. XIV, p. 364. — J. Aug. de Thou, l. XIV, p. 272._

Non pertanto la spedizione dello Strozzi aveva sparso il terrore in tutti i partigiani del duca in Toscana, e pareva promettere i più felici risultamenti. Il Marignano, che lo aveva seguito con tutta l'armata dell'assedio, soprappreso da panico terrore, erasi ritirato da Pescia verso Pistoja; e già stava in sul punto di abbandonare anche Pistoja come aveva fatto Pescia[176]. La fertile provincia di Val di Nievole si dichiarò pel partito dello Strozzi e della repubblica; i castelli di Monte Catini e di Monte Carlo avevano ricevuto guarnigione francese, e l'ultimo sostenne non molto dopo un assedio di più mesi; finalmente l'allontanamento delle due armate in tempo del raccolto avrebbe dato opportunità agli abitanti di Siena di fare grossi approvvigionamenti di vittovaglie, se avessero saputo approfittarne[177].

[176] _Gio. Batt. Adriani, l. XI, p. 743. — Scip. Ammirato, l. XXXIV, p. 721. — Bern. Segni, l. XIV, p. 365. — J. Aug. de Thou, l. XIV, p. 274._

[177] _Gio. Batt. Adriani, l. XI, p. 797. — Scip. Ammirato, l. XXXIV, p. 724. — J. Aug. de Thou, Hist. univ., l. XIV, p. 275._

Ma quest'anno la terra era stata sterile; altronde la guerra aveva impedito ai contadini di lavorare e di seminare i campi intorno alla città, ed i Sienesi o non fecero abbastanza grandi sagrificj, o non ebbero il tempo necessario ne' quindici giorni che le loro strade furono libere, per importare da più lontane parti i loro approvvigionamenti. Di già si cominciava in città a mancare di viveri; ed i due campi dello Strozzi e del Marignano, ch'erano tornati nello stato di Siena, penuriavano egualmente di vittovaglie. Pareva che il Marignano fosse convinto della sua inferiorità: un secondo terrore panico gli fece abbandonare il suo campo, presso la porta Romana di Siena, con non minore precipizio di quello che aveva fatto Pescia poche settimane prima[178].

[178] _Gio. Batt. Adriani, l. XI, p. 761. — Scip. Ammirato, l. XXXIV, p. 527. — Bern. Segni, l. XIV, p. 367._

Pietro Strozzi, volendo coll'allontanamento delle armate lasciar respirare Siena, risolse di trasportare la guerra in Val di Chiana; il 20 di luglio occupò Marciano ed Oliveto, ed accampò la sua armata al ponte della Chiana. Il Marignano gli tenne dietro ed ottenne sopra di lui un notabile vantaggio in una scaramuccia a Marciano, nella quale quasi le due intere armate presero parte; ma questo non fu che un preludio di maggiore disastro. Lo Strozzi, che soffriva nel suo campo mancanza di acqua e di vittovaglie, volle ritirarsi; il Marignano lo seguì, e lo costrinse di venire a formale battaglia, il 2 agosto, sotto Lucignano. Il Marignano aveva due mila Spagnuoli, quattro mila Tedeschi e sei in sette mila Italiani con mille dugento cavaleggieri. Lo Strozzi aveva press'a poco un egual numero di combattenti; ma tre mila soltanto all'incirca erano Francesi, gli altri Tedeschi, Grigioni ed Italiani. La viltà della sua cavalleria, che fuggì in principio della battaglia, e la poca fermezza dei Grigioni, diedero la vittoria agl'imperiali: ma non pertanto venne lungamente contrastata dal valore e dall'abilità di Pietro Strozzi, ed il campo di battaglia rimase coperto da più di quattro mila morti[179].

[179] _Gio. Batt. Adriani, l. XI, p. 783-787._ — Relazione della battaglia, mandata il 24 d'agosto del 1555, dal marchese di Marignano all'imperatore. _Lettere de' Principi, t. III, f. 154. — Bern. Segni, l. XIV, p. 371. — Scip. Ammirato, l. XXXIV, p. 529. — Orl. Malavolti, t. III, l. X. f. 163. — Mém. di Montluc, t. XXIII, l. III, p. 139. — Hist. J. Aug. de Thou, l. XIV, p. 283._

Dopo la sconfitta di Lucignano, più non restava a Siena speranza di salute; pure i cittadini, incoraggiati da Montluc, che comandava la guarnigione francese, e dai vantaggi ottenuti dal signore di Brissac in Piemonte, non lasciaronsi sgomentare da veruna privazione o pericolo: essi dovevano difendersi contro il più freddamente crudele di tutti i generali imperiali, il cui carattere distintivo pareva essere la ferocia: e se il viaggiatore vede anche nell'età presente lo stato di Siena ridotto a vasto deserto, deve in gran parte darne colpa al marchese di Marignano ed a Cosimo I. Tutte le volte che i Sienesi facevano uscire dalla loro città alcune bocche inutili, il Marignano le faceva uccidere senza misericordia; qualunque volta i contadini Sienesi tentavano d'introdurre viveri in città, il Marignano li faceva appiccare; tutti coloro che ne' loro villaggi o castelli facevano qualche resistenza all'armata, venivano passati a filo di spada; tutte le provvigioni, tutti i viveri degli infelici contadini erano saccheggiati dagli Spagnuoli, e ciò che non si consumava dai soldati distruggevasi rigorosamente. Tutta la provincia di Siena provava gli orrori della fame: la popolazione della Maremma venne allora distrutta, ed in appresso non potè mai più rinnovarsi, essendo l'aria di questa fertile contrada pestilenziale. L'esperienza ha più volte dimostrato che il movimento di una numerosa popolazione migliora l'aere cattivo, mentre lo fa più pernicioso la mancanza degli abitanti. Altronde tutte le abitazioni, tutti i lavori dell'uomo erano stati distrutti dalla ferocia spagnuola; e coloro che dopo quest'epoca vennero da lontane contrade per coltivare quelle campagne, sonosi per la maggior parte trovati allo scoperto, senza veruna comodità della vita, ed esposti alle intemperie di un funesto clima[180].

[180] _Gio. Batt. Adriani, l. XII, p. 815._ — Durante questa guerra la popolazione della città di Siena fu ridotta dalle trenta alle dieci mila anime: si calcolò che perirono nella provincia, di miseria, nelle battaglie, o sotto il ferro del carnefice, cinquanta mila contadini, senza contare quelli che si rifugiarono in estere contrade. _Ber. Segni, l. XIV, p. 377._ Trovasi una lacuna in Scipione Ammirato fino all'anno 1561, ed il Malavolti non ardisce dare veruna particolarità. — _Mémoires de Blaise de Montluc, t. XXIII, l. III, p. 170. — Hist. de J. Aug. de Thou, t. II, l. XIV, p. 288._

Il Marignano fondava soltanto nella fame ogni speranza di prendere Siena; tentò, a dir vero, in gennajo del 1555, d'aprire alcune batterie presso _porta Ovila_ e presso porta Ravaniano; ma quest'attacco non ebbe verun effetto, ed il Marignano vi rinunciò[181]. Erasi lo Strozzi lusingato che i vantaggi ottenuti da Brissac in Piemonte moverebbero l'imperatore a richiamare l'armata che assediava Siena, per contrapporla ai Francesi; ma Cosimo non risparmiava nè danaro, nè munizioni, nè viveri per appagare quelle truppe, la cui avidità andava sempre crescendo in ragione ch'esse sentivano diventare più importanti i loro servigj. Pure il timore di vedere richiamata l'armata del Marignano, gli fece ardentemente desiderare la pace. Scrisse al governo di Siena per accertarlo che non voleva distruggere la libertà della repubblica; che null'altro domandava se non che tornasse sotto la protezione imperiale, e ch'egli si offriva per mediatore di un trattato con Carlo V, che gli guarentirebbe tutti i suoi privilegj[182].

[181] _Giovan Battista Adriani, l. XII, p. 836. — Bern. Segni, l. XIV, p. 379. — Biagio di Montluc, l. III, p. 196-235._

[182] _Gio. Batt. Adriani, l. XII, p. 488._ — Lettera del mar. di Marignano alla signoria di Siena. _Letter. de' Princ., t. III, f. 158._

Infatti dopo che i Sienesi ebbero sofferti gli orrori del blocco, con una pazienza ed un coraggio a tutta prova, e al di là di tutti i calcoli che avevano fatti da prima; dopo ch'ebbero talmente consumati i loro viveri, che non avevano più nulla nel susseguente giorno, ottennero ancora da Cosimo I onorate condizioni, e press'a poco eguali a quelle che venticinque anni prima aveva ottenuto Firenze; ma desse furono altresì egualmente violate colla medesima impudenza. L'imperatore accolse sotto la sua protezione la repubblica di Siena, promise di conservarle la sua libertà ed i suoi ordinarj magistrati, di perdonare a tutti coloro che si erano adoperati contro di lui, di non fabbricarvi fortezze, di pagare egli stesso la guarnigione che terrebbe in città per la di lei sicurezza, e di permettere a tutti coloro che volessero emigrare di ritirarsi liberamente coi loro beni e famiglie in quella parte dello stato Sienese che non era sottomessa. Il trattato venne sottoscritto il 2 di aprile; ma perchè i viveri non terminarono che il 21, soltanto in questo giorno la guarnigione francese uscì di Siena, e vi entrarono gl'imperiali[183].

[183] _Gio. Batt. Adriani, l. XII, p. 864. — Malavolti, p. III, l. X, f. 166._ La sua storia finisce con questa capitolazione. — _Bern. Segni, l. XIV, p. 380. — Blaise de Montluc, l. III, p. 266, 279. — J. Aug. de Thou, l. XV, p. 314._

La riserva stipulata a favore de' Sienesi che volessero emigrare, non era una inutile precauzione. Moltissimi illustri cittadini, non pochi de' quali avevano mostrato grandissimo zelo per la libertà della loro patria, uscirono di Siena colla guarnigione francese, il 21 di aprile, e si ritirarono a Montalcino, piccola città posta sopra una montagna a poca distanza dalla strada che conduce da Siena a Roma; colà essi mantennero l'ombra della repubblica Sienese fino alla pace di Cateau-Cambresis, del 3 aprile 1559, che gli assogettò alla sorte dell'intera Toscana[184].

[184] _Gio. Batt. Adriani, l. XVI, p. 1107-1122._ — Bernardo Segni, essendo morto il 13 aprile del 1558, lasciò la sua storia interrotta nel XV.º libro, nel quale racconta la guerra di Cosimo contro i Sienesi di Montalcino. — _J. Aug. de Thou, l. XXII, p. 661, 665, t. II._

Rispetto alla metropoli, non venne eseguito verun articolo della capitolazione; e la violazione di questo sacro patto non fu meno impudente di quella della capitolazione di Firenze. Perciò, Cosimo I, che aveva conquistata Siena a sue spese e colle sue armi, non ne ottenne subito il possesso. Filippo II, a favore del quale Carlo V aveva abdicata la corona, voleva conservare questo stato per meglio assicurare il suo alto dominio sopra la Toscana. La guerra accesa dall'ambizione di Paolo IV e dei Caraffa, di lui nipoti, gli fece porre in disamina se dovesse loro cedere lo stato di Siena in compenso di que' paesi cui essi aspiravano. Finalmente Filippo trovò più utile di valersene per acquistare la cooperazione del duca di Firenze. Con un trattato, conchiuso in luglio del 1557, acconsentì di cedere lo stato di Siena a Cosimo I, il quale ne prese possesso il 19 di luglio, come di una provincia suddita. Ad ogni modo Filippo riservò alla monarchia spagnuola i porti di questa repubblica, cioè Orbitello, Porto Ercole, Telamone, Monte Argentaro, e Porto santo Stefano. Dopo quest'epoca quella piccola provincia formò lo stato detto de' _Presidj_; la separazione di questa dal rimanente della Toscana privò lo stato di Siena dell'antica sua comunicazione col mare e del suo commercio, e contribuì a perpetuare quello spaventoso stato di desolazione, cui trovasi ridotta la Maremma Sienese[185].

[185] _Gio. Batt. Adriani, l. XIV, p. 1000-1015._ — Il duca prese possesso di Siena il 19 di luglio del 1557. — _Lettere de' Principi, t. III, f. 165 e segu_. Tra le altre una Memoria di Pietro Strozzi intorno alla difesa di Siena, p. 177, 180. — _Hist. de J. Aug. de Thou, t. II, l. XV, p. 343, l. XVIII, p. 471._

CAPITOLO CXXIII.

_Rivoluzioni di diversi stati d'Italia, dopo la perdita dell'indipendenza italiana, fino alla fine del sedicesimo secolo._

1531 = 1600.

La storia d'Italia nel sedicesimo secolo dividesi in tre epoche, ognuna delle quali offre un assai diverso carattere. La prima si stende dal principio del secolo fino alla pace di Cambrai, dell'anno 1529. Fu questo un periodo di continue guerre e di desolazione, durante il quale la potenza della Francia e quella della casa d'Austria parvero bastantemente equilibrate, perchè i popoli d'Italia non potessero prevedere quale sarebbe la trionfante. Essi attaccaronsi alternativamente all'una ed all'altra; sperarono mantenere fra le medesime la loro indipendenza, e non si avvidero che gl'Italiani avevano cessato di esistere come nazione soltanto nell'istante in cui Francesco I li sagrificò col _trattato delle dame_ sottoscritto da sua madre.

Il secondo periodo comincia alla pace di Cambrai, del 5 agosto 1529, e termina con quella di Cateau-Cambresis del 3 aprile 1559. Con questa Enrico II e Filippo II posero fine alla lunga rivalità delle loro due case, e le riunirono col matrimonio di Filippo con Elisabetta di Francia. Questo periodo di trent'anni venne insanguinato quasi con altrettante guerre che il precedente, e sempre tra gli stessi rivali. Ma queste guerre più non si presentavano agl'Italiani sotto lo stesso aspetto, e più in loro non risvegliavano le medesime speranze. Tutti i diversi loro stati o erano caduti sotto l'immediato dominio di casa d'Austria, o avevano riconosciuta la di lei protezione con trattati che loro non lasciavano veruna indipendenza. Se in questo spazio di tempo alcuni di loro si staccarono momentaneamente da quest'alleanza, che si era loro imposta, vennero piuttosto trattati come ribelli che come nemici pubblici. La Francia, non isperando di trovare fra di loro degli alleati, invece di guadagnarseli colle ricompense, sforzavasi di distruggere le loro ricchezze, persuasa che tutti i loro soldati e tutti i loro tesori sarebbero sempre a disposizione dal suo costante nemico. Fece perciò alleanza contro di loro coi Turchi e coi Barbareschi, ed abbandonò le coste dell'Italia ai guasti dei Musulmani.

I trentanove anni che decorsero dopo la pace di Cateau-Cambresis fino a quella di Vervins, sottoscritta il 2 di maggio del 1598, da Enrico IV, Filippo II ed il duca di Savoja, dovrebbero, paragonati ai due primi periodi, considerarsi come un tempo di profonda pace; imperciocchè in tutto questo tempo le province d'Italia non furono attaccate da veruna armata straniera; e gli stati italiani, contenuti dalla coscienza della propria debolezza, giammai fra di loro non si abbandonarono a lunghe ostilità. Per altro l'Italia non gustò in questa sgraziata epoca i vantaggi della pace. La Francia, lacerata da civili guerre, più non aveva peso nella bilancia politica dell'Europa, mentre che il feroce Filippo II, sovrano d'una gran parte d'Italia, e che quasi comandava egualmente ai suoi alleati come a' suoi sudditi, aveva determinato di schiacciare il partito protestante ne' Paesi bassi, in Francia ed in Germania. Durante tutto il suo regno, Filippo non cessò di combattere gli Olandesi ed i Calvinisti della Francia, e di dare ajuto agli imperatori suoi alleati, Ferdinando suo zio, Massimiliano II e Rodolfo II, che tutti parimenti furono di continuo impegnati nelle guerre coi protestanti di Germania, e coi Turchi. Gl'Italiani militarono continuamente in tutto questo periodo ne' lontani paesi in cui Filippo portava la guerra. I loro generali come i loro soldati rivalizzarono di gloria, d'ingegno e di coraggio colle vecchie bande spagnuole, delle quali parevano avere adottato il carattere. In tal guisa la nazione andò ricuperando la sua virtù militare in servigio degli stranieri; e se l'avesse in seguito adoperata in difesa della patria, forse non l'avrebbe pagata troppo cara con tutto il sangue ch'ella versò; ma continuò sempre a servire, finchè nuovamente perdette l'abitudine del combattere.