Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 16 (of 16)

Part 8

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Il duca d'Amalfi, Alfonso Piccolomini, discendente da un nipote di Pio II, era stato prescelto mediante l'influenza dell'imperatore, in maggio del 1538, per capo della repubblica di Siena[144]. D'allora in poi era stato il principale agente di Carlo V presso di questo stato; ma perchè era egli medesimo poco capace di governare, erasi totalmente abbandonato ai consiglj di Giulio Salvi e de' sei fratelli di costui, la di cui famiglia si era sollevata ad un cotal grado di potenza e di arroganza, che sprezzava tutte le leggi ed assoggettava alla sua tirannide le sostanze, le mogli e le figlie dei cittadini. I Sienesi portarono le loro lagnanze all'imperatore, che ritornava dalla sua spedizione di Algeri; e Cosimo de' Medici diede a queste maggior peso, denunciando a Carlo V un supposto trattato, ch'egli pretendeva d'avere scoperto tra Giulio Salvi ed il signore di Montluc, in allora segretario d'ambasciata a Roma pel re di Francia. Lo scopo di questo trattato doveva essere quello di dare Porto Ercole in mano de' Francesi, di que' tempi in procinto di ricominciare la guerra contro l'imperatore, d'introdurli da quel porto in Toscana, di attaccare la repubblica di Siena alla loro alleanza, e di dar loro il mezzo in tal modo d'influire nuovamente negli affari d'Italia[145].

[144] _Orlando Malavolti Stor. di Siena, p. III, l. VIII, f. 140._

[145] _Gio. Batt. Adriani, l. III, p. 133, 134. — Malavolti, p. III, l. VIII, f. 141._ — Il Montluc non fa parola di questo trattato. _Mem., l. I, p. 124._

Infatti i Francesi cercavano avidamente l'occasione di rinnovare qualche negoziazione coll'Italia, e di ricuperarvi qualche considerazione; e l'imperatore si adoperava con egual zelo a precludere loro ogni comunicazione con que' piccoli stati. Carlo V incaricò il Granvella di riformare il governo di Siena; questi recossi in questa città colla guardia tedesca di Cosimo de' Medici; ed affidò la sovranità ad una balìa, o stretta oligarchia di quaranta membri, trentadue dei quali vennero nominati dai diversi Monti, ossia ordini de' cittadini, ed otto dallo stesso Granvella. La presidenza de' tribunali fu riservata ad un suddito dell'imperatore, da nominarsi ogni tre anni dal senato di Milano o da quello di Napoli. Tale era la libertà che Carlo V lasciava alle repubbliche sue più antiche alleate, quando acconsentiva di proteggerle[146].

[146] _Gio. Batt. Adriani, l. III, p. 157, 158. — Malavolti, p. III, l. VIII, f. 142. — Bern. Segni, l. X, p. 265._

Siena era scontenta assai di questa nuova costituzione, e senza le truppe che Cosimo I aveva ai confini, questa repubblica non avrebbe tardato ad iscuotere il giogo[147]. Nella guerra che si era riaccesa tra la Francia e l'impero, Pietro Strozzi e suo fratello Leone, priore di Capoa, sempre meditando di vendicare il loro padre Filippo e di rovesciare dal suo trono Cosimo I, cercavano una piazza d'armi in Toscana, ove potere unire i soldati che loro dava la Francia ai malcontenti sempre apparecchiati ad assecondarli. Lo stato di Siena sembrava loro eminentemente opportuno a ricevere i loro sbarchi; e perchè Francesco I aveva fatto contro Carlo V alleanza coll'impero turco, e che la flotta francese si univa tutti gli anni a quella del famoso Barbarossa, queste due flotte unite attaccarono più volte i porti dello stato sienese, ed all'ultimo il Barbarossa occupò nel 1544 Telamone e Port'Ercole, ed assediò pure Orbitello che gli fece resistenza. I Sienesi erano atterriti, vedendo i Turchi sbarcare sulle loro coste; pure loro riuscivano ancora più sospetti gli ajuti offerti da Cosimo I. Un tale stato di alterni sospetti e pericoli si protrasse fino al trattato di Crespi, del 18 settembre 1544, col quale per poco tempo si ristabilì la pace tra la Francia e l'impero[148].

[147] _Gio. Batt. Adriani, l. III, p. 185, l. IV, p. 208._

[148] _Gio. Batt. Adriani, l. IV, p. 261. — Bern. Segni, l. XI, p. 295. — Orl. Malavolti, p. III, l. VIII, f. 143. — P. Jovii, l. XLV, p. 599._ — La storia di Paolo Giovio termina al trattato di Crespi.

Dopo la pace don Giovanni de Luna continuò a tenere a Siena una piccola guarnigione spagnuola sotto colore di mantenere l'ordine in città, ma infatto per mantenerla dipendente dal partito imperiale. Carlo V però mai non mandava danaro ai suoi soldati, ed in tempo di pace lasciava che vivessero a discrezione nelle province suddite o alleate, le quali perciò non soffrivano meno dalla crudele avidità degli Spagnuoli, che non un paese nemico in tempo di guerra[149]. Il malcontento cagionato dalle ruberie degli Spagnuoli era di già arrivato all'estremo, e venne accresciuto dal costante favore che don Giovanni de Luna, d'accordo con Cosimo I, mostrava all'aristocrazia. Volevano questi due che ogni potere fosse concentrato nella nobiltà e nel monte dei nove, che quasi colla nobiltà si confondeva; e mostravano agli altri ordini quel disprezzo che i borghesi soffrivano nelle monarchie. Il popolo, spinto agli ultimi estremi, sollevossi il 6 di febbrajo del 1545; furono uccisi circa trenta gentiluomini, e gli altri cercarono rifugio in palazzo presso don Giovanni de Luna. Cosimo I, che teneva le sue truppe apparecchiate ai confini per approfittare di questo tumulto, cui forse ebbe qualche parte, voleva che don Giovanni le lasciasse entrare in città; ma questi mancò di risoluzione o di antiveggenza; lasciò licenziare la propria guarnigione spagnuola, ed all'ultimo fu costretto ad uscire egli medesimo di Siena il 4 di marzo del 1545 con un centinajo di membri dell'aristocrazia; nello stesso tempo tutto il monte dei nove venne privato d'ogni partecipazione al governo[150].

[149] _Gio. Batt. Adriani, l. V, p. 293._

[150] _Gio. Batt. Adriani, l. V, p. 327. — Malavolti, p. III, l. VIII, f. 144-145. — Scip. Ammirato, l. XXXIII, p. 475. — Ber. Segni, l. XI, p. 306._

Mentre che in Toscana omai più non restava orma dell'antica libertà, che tutta l'Italia aveva perduta la sua indipendenza, e che veruna potenza estera pareva in istato di soccorrerla, un gonfaloniere di Lucca formò l'audace disegno di richiamare in vita tutte quelle antiche repubbliche, di unirle con una confederazione, di scuotere il giogo dell'imperatore, in allora trattenuto in Allemagna dalla lega di Smalcalde, di schivare d'assoggettarsi a quello della Francia, e di riconquistare nello stesso tempo l'indipendenza dell'Italia, la libertà politica dei cittadini e la libertà religiosa, di cui ne aveva a Lucca inspirato il desiderio la predicazione della riforma. Francesco Burlamacchi, autore di questo progetto, era uno de' tre commissarj dell'ordinanza ossia milizia del territorio di Lucca. Aveva sotto il suo comando circa mille quattrocento uomini, e poteva portarli a due mila senza dare sospetto. Secondo l'usata pratica di ogni anno, contava di farli passare in rassegna sotto le mura di Lucca, e quando le porte della città si chiuderebbero dopo la rassegna, voleva sotto finto pretesto condurre la sua truppa, a traverso al monte di san Giuliano, a sorprendere Pisa che non aveva guarnigione, ed ove il comandante della rocca era con lui d'accordo; voleva rendere ai Pisani quella libertà per la quale avevano combattuto quarant'anni prima con tanto valore; unirli ai suoi Lucchesi per marciare insieme sopra Firenze, ed approfittare dell'universale malcontento dei popoli, e della sicurezza dei tiranni, per dilatare ovunque la rivoluzione. Un altro corpo di truppe doveva incamminarsi verso Pescia e Pistoja, ove lo spirito di fazione aveva mantenute le abitudini militari. Arezzo che di fresco aveva mostrato il suo attaccamento alle idee repubblicane, Siena che temeva il risentimento dell'imperatore, Perugia che nel 1539 aveva pure cercato di scuotere il giogo del papa[151], Bologna che lo sopportava impazientemente, dovevano entrare nella nuova lega, la quale doveva ad ogni città guarentire la rispettiva libertà e tutti i necessarj mezzi di resistenza. I due fratelli Strozzi avevano promessi trenta mila scudi in effettivo danaro, i soccorsi della Francia, e l'attiva cooperazione degli emigrati fiorentini; ma essi persuasero il Burlamacchi a differire l'esecuzione del suo disegno per aver tempo di conoscere i risultamenti della guerra incominciata dall'imperatore contro i protestanti della Germania: intanto un Lucchese, che i congiurati volevano associarsi, andò a Firenze a darne avviso al duca Cosimo I. Il Burlamacchi era in allora gonfaloniere; e sebbene la sua carica non potesse sottrarlo al gastigo meritato da una tanto ardita impresa, fatta senza l'assenso della sua patria, avrebbe ancora avuto tempo di fuggire quando seppe che il suo disegno era stato rivelato a Cosimo, se le generose cure ch'egli volle avere per alcuni emigrati sienesi che temeva di avere compromessi, e che lo denunciarono ai consiglj di Lucca, non fossero stati, trattenendolo, cagione del di lui arresto. Cosimo I persuase l'imperatore a domandare un prigioniere che aveva voluto sollevare tutta l'Italia. I Lucchesi non ebbero il coraggio di ricusarlo: e il Burlamacchi fu tradotto a Milano, posto alla tortura, poi condannato all'estremo supplicio[152].

[151] _Gio. Batt. Adriani, l. II, p. 119. — Ber. Segni, l. IX, p. 251._

[152] _Gio. Batt. Adriani, l. V, p. 345-350. — Scip. Ammirato, l. XXXIII, p. 476. — Orl. Malavolti, p. III, l. IX, f. 146. — Galluzzi Stor. del gran ducato di Toscana, l. I, c. V, t. I, p. 105._

La congiura del Burlamacchi diede all'imperatore un nuovo motivo per assicurarsi del governo di Siena. Temeva che il malcontento che ogni giorno vedeva farsi maggiore, non ispingesse questa repubblica a cercare un più leale protettore, ad aprire le sue porte ai Francesi, ed in tal modo a dar loro un'importante stazione nel centro dell'Italia: perciò, malgrado la ripugnanza dei Sienesi, risolse d'introdurre di nuovo nella loro città una guarnigione spagnuola, in sul piede di quella di don Giovanni de Luna, ch'essi avevano rimandata. Ne affidò il comando a quel don Diego Hurtado de Mendoza, che si acquistò gran nome tra i letterati colla sua _Storia della guerra di Granata_, le sue poesie, ed il suo romanzo di _Lazarillo di Tormes_, ma che in Italia si rendette detestabile colla sua alterigia, colla sua avarizia e colla sua perfidia. La guardia spagnuola entrò in Siena il 29 di settembre del 1547; ed il Mendoza, ch'era nello stesso tempo ambasciatore a Roma, e che, di là dirigendo gl'intrighi spagnuoli, era troppo contento d'avere in vicinanza e sotto i suoi ordini una piazza d'armi, recossi a Siena il 20 di ottobre, poi nel 1548 vi fece entrare altre truppe, disarmò i cittadini, e mutò il governo in maniera da renderlo affatto dipendente dal suo volere. Il 4 di novembre del 1548 vi creò una nuova balìa di quaranta membri, venti de' quali furono eletti dall'antico senato e venti da lui medesimo. La sovranità della repubblica venne conferita a questo corpo; ma dopo tale epoca vi comandava tanto dispoticamente l'imperatore, che potè offrire Siena al papa Paolo III invece di Parma e Piacenza, come se avesse pieno diritto di disporne[153].

[153] _Gio. Batt. Adriani, l. VI, p. 383, 401, 421, l. VII, p. 463, 474. — Orl. Malavolti, p. III, l. IX, f. 146, 147. — Scip. Ammirato, l. XXXIII, p. 481. — Bern. Segni, l. XII, p. 315._

Per essere ancora più certo dell'ubbidienza di questa repubblica, il Mendoza ottenne precisi ordini dall'imperatore di fabbricare in Siena una rocca, malgrado la costante ed unanime opposizione di tutte le classi dei cittadini. Gli Spagnuoli si comportavano con tanta insolenza, era così difficile l'ottenere giustizia dei furti, degli omicidj, degli oltraggi di ogni sorta, di cui si rendevano colpevoli, che i cittadini li vedevano con sommo terrore assicurarsi sempreppiù il possedimento della loro città. Lo storico Malavolti fu egli stesso deputato presso Carlo V, per supplicarlo di rinunciare ad un progetto che metteva nella disperazione i suoi compatriotti. Riuscirono vane le sue rappresentanze; ma il piano adottato dal Mendoza per l'erezione della rocca era così vasto, richiedeva così ragguardevoli spese, che le opere cominciate non bastarono a coprire i soldati che dovevano difenderle, quando sopraggiunse il pericolo[154].

[154] _Gio. Batt. Adriani, l. VIII, p. 515-563. — Orl. Malavolti, p. III, l. IX, f. 148, 150. — Scip. Ammirato, l. XXXIII, p. 486. — Bern. Segni, l. XIII, p. 339._

Niuno stato d'Italia fu forse più che la repubblica di Siena ostinato, prima nell'antico partito ghibellino, poi, quando questo nome cominciava ad essere dimenticato, nel partito imperiale per opposizione a quello della Francia. Tutte le fazioni che si erano fatte la guerra e strappato di mano a vicenda il timone della repubblica, avevano professate le stesse opinioni; ma l'avarizia spagnuola e l'iniqua fede del Mendoza avevano alla fine trionfato di questo lungo attaccamento; e quando nel 1552 si rinnovò la guerra in Piemonte ed in Germania fra Carlo V ed Enrico II, i Sienesi si rivolsero alla Francia ed implorarono il di lei ajuto per sottrarsi alla dura tirannia che cominciava a pesare sul loro capo[155].

[155] _Gio. Batt. Adriani, l. IX, p. 590. — Orl. Malavolti, p. III, l. IX, f. 152. — Giac. Aug. de Thou. Hist. univ., t. II, l. XI, p. 103._

Il duca di Firenze, che teneva aperti gli occhi su questo vicino stato, scoprì la corrispondenza de' Sienesi coi Francesi; egli aveva cagione di essere scontento del Mendoza e del governo di Spagna. Invece di essere trattato qual principe indipendente, egli sentiva che si cercava di farlo scendere ogni giorno al rango di vassallo dell'imperatore; temeva lo stabilimento degli Spagnuoli in Siena quasi quanto quello dei Francesi; ma ad ogni modo il suo principale interesse era sempre quello di contenere il malcontento de' Fiorentini, e di conservare la propria signoria a dispetto dell'odio de' suoi sudditi. Perciò, a fronte delle umiliazioni che soffriva per parte dell'imperatore o dei suoi ministri, non lasciava di conservarsi loro fedele. Nella presente circostanza offrì gagliardi ajuti a don Diego Mendoza; ma questi, più geloso del duca che premunito contro il comune nemico, ricusò di ricevere le truppe di Cosimo in Siena[156].

[156] _Gio. Batt. Adriani, l. IX, p. 593. — Bern. Segni, l. XIII, p. 342._

Erasi formato un attruppamento nei contadi di Castro e di Pitigliano, sotto il comando di Niccolò Orsini, che aveva preso servigio sotto i Francesi: due emigrati sienesi, Enea Piccolomini ed Amerigo Amerighi, eransi fatti capi di un corpo d'insorgenti, che, attraversando lo stato di Siena, s'ingrossò fino al numero di circa tre mila. Il Piccolomini si presentò la sera del 26 luglio del 1552 alle porte di Siena, proclamando il nome di _libertà_. Il popolo, sebbene disarmato, si sollevò; non eranvi in città che quattrocento Spagnuoli, sotto gli ordini di don Giovanni Franzesi, essendo stati gli altri mandati ad Orbitello ed in varj porti delle Maremme, mentre il Mendoza trattenevasi in Roma. I Sienesi aprirono le porte al Piccolomini, e subito scacciarono gli Spagnuoli dal convento di san Domenico, dove questi si erano afforzati, e gl'inseguirono fino alla rocca, che l'avarizia del Mendoza aveva lasciata male armata, e mal provveduta di vittovaglie. Cosimo dei Medici si affrettò di mandare soccorsi agli Spagnuoli; ma in seguito, temendo di tirarsi addosso le armi della Francia, mentre Carlo V, vivamente attaccato da Maurizio di Sassonia, sembrava inabilitato a secondarlo, richiamò le sue truppe, e si fece mediatore di una capitolazione, in forza della quale la fortezza innalzata a porta di Camullia fu, il 3 agosto del 1552, data in mano ai Sienesi, che la demolirono, e la guarnigione spagnuola si ritirò a Firenze[157].

[157] _Gio. Batt. Adriani, l. IX, p. 598. — Scip. Ammirato, l. XXXIII, p. 489. — Orl. Malavolti, p. III, l. IX, f. 152. — Ber. Segni, l. XIII, p. 343. — J. Aug. de Thou., l. XI, p. 106, 112._

Enrico II colse avidamente l'occasione che venivagli offerta di far penetrare le sue armate nel cuore dell'Italia, e di approfittare dell'universale malcontento per invitare i popoli a scuotere il giogo della corte di Spagna. Fece passare ai Sienesi alcuni gentiluomini francesi per dirigerli, soldati per difenderli, e soccorsi d'ogni maniera. Il duca di Termini, in addietro governatore di Parma, venne l'11 di agosto a soggiornare in Siena, ed in breve fu stipulato un trattato tra la repubblica ed il re di Francia[158].

[158] _Gio. Batt. Adriani, l. IX, p. 625. — Scip. Ammirato, l. XXXII, p. 492. — Orl. Malavolti, p. III, l. IX, f. 154. — Pecci Memorie di Siena, t. III, p. 230, 261. — Lettere dei Sienesi ad Enrico II del 5 di agosto. — Lett. de' Principi, t. III, f. 131._

Cosimo I vedeva con estrema inquietudine lo stabilimento de' Francesi alle sue porte. Ad ogni modo non credeva le circostanze favorevoli per discacciarli a forza aperta; aveva promesso di tenersi neutrale, ed Enrico II si era obbligato a rispettare la di lui neutralità. Cosimo cercava di far sentire a Carlo V, che colla pazienza e coll'accortezza giugnerebbe a' suoi fini ugualmente che colle armi. Ma il 2 di agosto l'imperatore aveva sottoscritta la pace di religione a Passavia, e così trovandosi liberato da Maurizio di Sassonia, il suo più temuto nemico, risolse di punire i Sienesi di una rivoluzione, ch'egli risguardava per sè disonorevole, ed ordinò a don Pedro di Toledo, vicerè di Napoli, e suocero di Cosimo I, di recarsi per mare a Livorno colle forze di cui poteva disporre[159].

[159] _Gio. Batt. Adriani, l. IX, p. 628. — Orl. Malavolti, p. III, l. X, f. 156. — Bern. Segni, l. XIII, p. 348. — J. Aug. de Thou., l. XII, p. 165._

Il vicerè, uno de' più crudeli ed avari fra quei ministri di Carlo V, che avevano in Italia renduto odioso il nome dell'imperatore, non ebbe tempo di meritare le maledizioni dei Toscani, come aveva raccolte quelle dei Napolitani. Giunse in Firenze in sul cominciare del 1553 e vi morì nel susseguente febbrajo, dopo essere sembrato per tutto quel tempo assorto intieramente nei piaceri di un fresco matrimonio, che mal conveniva alla sua vecchiaja[160]. Cosimo I, cui Carlo V voleva affidare il comando di quest'impresa, lo ricusò: don Garzia di Toledo, figlio del vicerè, n'ebbe perciò l'incarico. Costui trovossi alla testa di un'armata di sei mila Spagnuoli e di due mila Tedeschi che aveva condotti in Toscana suo padre, e di otto mila Italiani raccolti nella provincia di Val di Chiana da Ascanio della Cornia, nipote del papa. Con tale esercito don Garzia entrò nel Sienese; prese Lucignano, Monte Fellonico e Pienza; guastò quasi tutto il territorio della repubblica, e pose l'assedio a Montalcino[161]. Ma frattanto i Francesi avevano invocata l'assistenza della flotta turca, che ogni anno veniva a saccheggiare le coste degli stati dell'imperatore in Italia, e che ogni anno rendeva inefficace la sua assistenza colla sua lentezza a trovarsi al luogo concertato, e colla sua prontezza a ritirarsi. La di lei comparsa sulle coste del regno di Napoli costrinse non pertanto don Garzia di Toledo a levare l'assedio di Montalcino, ed a ricondurre il suo esercito nell'Italia meridionale[162].

[160] _Gio. Batt. Adriani, l. IX, p. 631. — Orl. Malavolti, p. III, l. X, f. 156. — Scip. Ammirato, l. XXXIII, p. 493. — Bern. Segni, l. XIII, p. 349._

[161] _Gio. Batt. Adriani, l. IX, p. 634, 637. — Malavolti, l. V, f. 157._

[162] _Gio. Batt. Adriani, l. IX, p. 648. — Malavolti, p. III, l. X, f. 159. — Scip. Ammirato, l. XXXIII, p. 497. — Bern. Segni, l. XIII, p. 350._

Cosimo I, abbandonato in giugno dagli Spagnuoli, trovavasi in un crudele imbarazzo; ricusando di rinunciare apertamente alla sua neutralità aveva vivamente irritato l'imperatore, aveva assai più offesi i Sienesi ed il re di Francia, poichè, sotto la maschera della neutralità, aveva dati soccorsi d'ogni genere ai loro nemici; si era fatto cedere Lucignano, una delle piazze conquistate sopra di loro, ed all'ultimo aveva, per mezzo del suo ambasciatore, ordita in Siena una cospirazione ch'era stata scoperta, ed aveva costato la vita a Giulio Salvi, che n'era capo, ed a molti di lui complici. Cosimo, vedendosi esposto al risentimento de' Francesi, de' Sienesi e degli emigrati fiorentini che erano venuti a Siena, si affrettò di trattare la pace, che si conchiuse in giugno del 1553. Lucignano fu restituito ai Sienesi con tutte le conquiste fatte nel loro territorio; e questi promisero di non ricevere nel loro stato i nemici del duca[163].

[163] _Gio. Batt. Adriani, l. X, p. 649. — Ber. Segni, l. XIII, p. 351. — Orl. Malavolti, p. III, l. X, f. 161. — J. Aug. de Thou, l. XII, p. 173._

Ad ogni modo Cosimo I era ben lontano dal volere religiosamente osservare il trattato che aveva conchiuso; egli non poteva mantenersi sul trono, a dispetto dell'odio di tutti i suoi sudditi, senza essere spalleggiato da estera potenza; onde gli era impossibile di conservarsi neutrale tra la Francia e l'impero. Al servigio della Francia vedeva ricolmo di onorificenze Pietro Strozzi, figliuolo di quel Filippo ch'era perito nelle sue prigioni. Pietro, favoreggiato dalla regina Catarina de' Medici sua cugina germana, andava non pertanto assai più debitore della sua fortuna al proprio valore ed al singolare suo ingegno; era maresciallo di Francia e luogotenente del re in Italia, e non aveva altro più ardente desiderio che quello di balzare Cosimo I dall'usurpato suo trono. Cosimo non poteva dunque fare a meno di non attaccarsi al contrario partito, e di non assecondare l'imperatore; e benchè fosse stato più volte ingannato dai ministri di Carlo V; benchè fosse stato strascinato in enormi spese per la difesa di Piombino, che poi questo monarca gli aveva ritolto senza verun compenso, dopo averglielo dato; benchè si aspettasse d'avere lo stesso trattamento quando riuscisse a conquistare Siena a proprie spese; risolse nulladimeno di entrare in guerra, di sostenerne tutto il peso, e di prendere in oltre sopra di sè la vergogna di cominciarla con un tradimento[164].

[164] _Gio. Batt. Adriani, l. X, p. 669. — Scip. Ammirato, l. XXXIII, p. 499. — Jac. Aug. de Thou, l. XIV, p. 249._

I Sienesi si riposavano tranquillamente sul trattato fatto con Cosimo I, ed improvvidi ad esempio de' Francesi, loro alleati e loro ospiti, non pensavano che a godersi il presente senza apparecchiare i mezzi di difesa per l'avvenire. Intanto Cosimo faceva guardare severamente i suoi confini, onde niuno potesse dare ai Sienesi notizia de' suoi apparecchj; assoldava nuove genti, poneva in movimento le sue milizie e dava ordine ad ogni corpo della sua armata di trovarsi il 26 gennajo del 1554 a Poggibonzi, ultimo castello dello stato fiorentino sulla strada di Siena. Cosimo non prendeva giammai egli stesso il comando delle sue truppe, e nominò supremo comandante di queste Gian Giacomo Medici, o Medichino, da prima conosciuto sotto il nome di castellano di Musso, poi di marchese di Marignano, uomo intraprendente, e non pertanto cauto, perseverante, crudele, e che risguardavasi come uno de' migliori generali dell'imperatore. Nello stesso tempo, per lusingare la di lui vanità, finse Cosimo di trovare tra i Medici di Milano e quelli di Firenze un parentado che mai non aveva esistito[165].

[165] _Gio. Batt. Adriani, l. X, p. 670. — Malavolti, p. III, l. X, f. 161. — Scip. Ammirato, l. XXXIII, p. 499. — Bern. Segni, l. XIII, p. 352._

Il 27 gennajo del 1554 il territorio sienese doveva contemporaneamente essere attaccato su tutti i punti; ma le dirotte piogge che caddero la notte sospesero tutti gli attacchi ad eccezione di quello del marchese di Marignano. Essendosi questi partito da Poggibonzi due ore prima di notte con quattro mila fanti e trecento cavaleggieri, arrivò senz'essere conosciuto fino alla porta di Siena, detta Camullia, e prese d'assalto il bastione destinato a difenderla, ch'era stato lasciato in piedi quando il popolo, scacciando gli Spagnuoli, aveva spianata la fortezza eretta da don Diego di Mendoza[166].