Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 16 (of 16)

Part 7

Chapter 73,702 wordsPublic domain

I tre cardinali fiorentini, Salviati, Ridolfi e Gaddi, quand'ebbero avviso di quest'elezione, partirono subito da Roma alla volta di Firenze con due mila uomini di truppe levate a loro spese. Bartolomeo Valori, che aveva abbandonato il duca Alessandro nel suo ritorno da Napoli, e che dopo tale epoca erasi associato agli emigrati, accompagnò i cardinali con moltissimi fuorusciti. Dal canto suo Filippo Strozzi erasi da Venezia recato a Bologna, e vi assoldava truppe. Il più piccolo attacco poteva bastare a rovesciare il nuovo governo; ma perchè i figliuoli dello Strozzi avevano preso servizio in Francia, e perchè gli emigrati speravano di già ajuti da questa corona, i generali dell'imperatore si affrettarono di dare assistenza a Cosimo, facendo passare in Toscana due mila Spagnuoli in allora sbarcati a Lerici. Frattanto il duca di Firenze aveva dirette ai cardinali le più rispettose proteste coll'invito di rientrare senz'armi nella loro patria, accertandoli del suo desiderio di uniformarsi in ogni cosa alle loro volontà. Il cardinale Salviati, riconosciuto dagli altri prelati e da tutti gli emigrati per loro capo, era fratello della madre di Cosimo; e questa stretta parentela pareva che dovesse agevolare le negoziazioni. Gli emigrati acconsentirono a licenziare le loro truppe; entrarono in Firenze con doppio salvacondotto di Cosimo de' Medici e di Alessandro Vitelli; ma non tardarono ad accorgersi di essere stati ingannati, perciocchè le truppe spagnuole, che, secondo le promesse di Cosimo, dovevano essere rimandate nello stesso tempo che le loro, si andavano invece sempre più avvicinando a Firenze, che la cittadella era stata occupata per sorpresa da Alessandro Vitelli ed era guardata a nome dell'imperatore, che non si accordavano loro le condizioni che si erano fatte loro sperare, finalmente che il Vitelli cominciava a farli minacciare da' suoi soldati: perciò tutti si ritirarono di bel nuovo precipitosamente il 1.º di febbrajo dopo la breve dimora in Firenze di nove giorni. E perchè il cardinale Salviati, credendo di non avere che temere da suo nipote, era rimasto in città dopo di loro, Alessandro Vitelli fece circondare la di lui casa da' suoi soldati, e minacciandolo di farlo tagliare a pezzi, lo costrinse a fuggire[124].

[124] _Ben. Varchi, l. XV, p. 311. — Bern. Segni, l. VIII, p. 219. — Com. de' Nerli, l. XII, p. 294. — Gio. Batt. Adriani, l. I, p. 24. — Lettera di cinque cardinali Fiorentini al card. Cibo, Roma 13 gennajo 1537. Lettere de' Princ., t. III, p. 57._

L'imprudenza ed i replicati falli di coloro che gli emigrati avevano riconosciuti per loro capi, perchè erano i soli del partito che fossero abbastanza ricchi per fare la guerra col loro privato peculio, contribuivano a consolidare il governo di Cosimo I. Cotale governo acquistò maggiore stabilità per la venuta di Ferdinando di Silva, conte di Sifonte, ambasciatore dell'imperatore, il quale in un'adunanza del senato del 21 giugno produsse una bolla imperiale del 28 di febbrajo, colla quale Cosimo de' Medici veniva dichiarato legittimo successore di Alessandro nel principato di Firenze, mentre che Lorenzino, il fratello di lui, e tutti i discendenti di Pier Francesco, venivano per sempre privati del loro diritto all'eredità a motivo dell'uccisione dell'ultimo principe. Vero è che questa sentenza attaccava crudelmente l'indipendenza dello stato fiorentino, ed era inoltre accompagnata da condizioni ancora più contrarie agli antichi diritti della repubblica. Le fortezze di Firenze e di Livorno ricevettero guarnigione imperiale, e non furono restituite al sovrano della Toscana che nel 1543[125].

[125] _Ben. Varchi, l. XVI, p. 373. — Scip. Ammirato, l. XXXII, p. 448. — Bern. Segni, l. VIII, p. 223. — Gio. Batt. Adriani, l. I, p. 51. — Fil de' Nerli, l. XII, p. 297_.

Giunti a quest'epoca, prenderemo congedo da Benedetto Varchi, forse il più verboso storico che producesse l'Italia. Ma tra le infinite minutissime circostanze con cui opprime il lettore, trovansi elevati pensieri, e filosofia. Il suo sedicesimo libro termina al principio del 1538. Pare che l'opera non sia stata ridotta a termine.

Non però per questo gli emigrati avevano deposta la speranza di rovesciare colla forza il governo di Cosimo I. Dopo essere rimasti perdenti colle truppe assoldate a loro spese, ricorsero all'assistenza della Francia. Era scoppiata la guerra tra Carlo V e Francesco I, senza che le armate dell'ultimo avessero potuto penetrare al di qua del Piemonte. Ma il conte della Mirandola si era conservato sotto la protezione della Francia; aveva aperta ai Francesi la sua fortezza, e questi tentavano tuttavia di ricuperare presso gli stati d'Italia quell'opinione di cui avevano goduto nell'ultima guerra. Perciò alla Mirandola col danaro di Francesco I e con quello di Filippo Strozzi gli emigrati assoldarono in principio di luglio quattro mila fanti e trecento cavalli sotto gli ordini di Pietro Strozzi, primogenito di Filippo, di Bernardo Salviati, priore di Roma e di Capino di Mantova[126].

[126] _Bernardo Segni, l. VIII, p. 227. — Gio. Batt. Adriani, l. I, p. 54. — Fil. de' Nerli, l. XII, p. 299._

Tutta la provincia di Pistoja era in aperta insurrezione; le antiche fazioni de' Panciatichi e de' Cancellieri avevano ricominciato ad attaccarsi con furore. Uno de' capi de' Panciatichi, Niccolò Bracciolini, offrì a Filippo Strozzi di dargli in mano Pistoja, che dipendeva quasi totalmente da lui; egli lo tradiva ed era fin allora d'accordo con Alessandro Vitelli; pure riuscì ad ispirare tanta confidenza agli emigrati, che Filippo Strozzi, che fino a tale punto aveva dato prove di singolare prudenza, Bartolomeo Valori e quasi tutti gli altri capi della fazione, risolsero di entrare in Toscana in sul finire di luglio del 1537, sotto la protezione di alcune compagnie di cavalleria; essi s'innoltrarono fino a Montemurlo, castello posto in vantaggiosa posizione, alle falde degli Appennini, tra Pistoja e Prato, mentre che Capino ed il Salviati venivano più lentamente dalla Mirandola per raggiugnerli[127].

[127] _Gio. Batt. Adriani, l. I, p. 54. — Scip. Ammirato, l. XXXII, p. 450. — Bern. Segni, l. VIII, p. 227. — Fil. de' Nerli, l. XII, p. 299. — P. Jovii hist. sui temp., l. XXXVIII, p. 409._

Tutti gli emigrati fiorentini avevano raggiunta l'armata di Pietro Strozzi e del priore di Roma, e tutti gli scolari fiorentini delle università di Padova e di Bologna eransi fatto un dovere di venire a combattere per la libertà. Dal canto suo Cosimo de' Medici aveva al suo servigio un grosso corpo di veterani spagnuoli e tedeschi, che l'imperatore gli aveva dati per mantenere la di lui autorità, ma più ancora per assicurarsi della di lui ubbidienza. Aveva inoltre sufficienti truppe italiane per farsi rispettare; pure affettò la più viva inquietudine, richiamò in città tutte le sue truppe spagnuole, e non prese che misure difensive. Con questo simulato terrore ingannò tanto bene gli emigrati, che Filippo Strozzi, Bartolomeo Valori e gli altri ch'erano meno accostumati alle fatiche della guerra, andarono ad alloggiarsi come in piena pace nella casa dei Nerli a Montemurlo, che in addietro aveva servito di rocca, ma che ora non ne conservava che il nome; mentre che Pietro Strozzi con poche centinaja d'uomini stava a piè del colle, e che l'armata, trattenuta da dirotte piogge, trovavasi tuttavia distante quattro miglia[128].

[128] _P. Jovii, l. XXXVIII, p. 411. — Gio. Batt. Adriani, l. I, p. 55. — Bern. Segni, l. VIII, p. 228. — Scip. Ammirato, l. XXXII, p. 450._

Cosimo de' Medici approfittò accortamente della confidenza che aveva saputo ispirare a' suoi nemici: nella notte del 31 di luglio fece uscire tutta la sua armata sotto gli ordini di Alessandro Vitelli, e la mandò senza far alto a Montemurlo. Pietro Strozzi aveva divisa la piccola sua truppa per tendere un'imboscata ad un debole corpo di cavalleria, col quale si era battuto nel precedente giorno. Sandrino Filicaja, che aveva il comando de' soldati appiattati, sorpreso di vedersi passare innanzi un'intera armata invece di uno squadrone, non uscì d'aguato, e non potè prevenire Pietro Strozzi; questi fu sorpreso nel suo quartiere, la sua truppa sgominata, ed egli medesimo fatto prigioniere, ma senz'essere conosciuto; onde trovò in appresso il modo di fuggire, attraversando a nuoto un piccolo fiume[129].

[129] _P. Jovii, l. XXXVIII, p. 412. — Gio. Batt. Adriani, l. I, p. 58._

Quando si raccontò a Filippo Strozzi che suo figliuolo era stato ucciso o fatto prigioniere, egli si smarrì, e sebbene fosse ancora in tempo di salvarsi, aspettò di essere attaccato da Alessandro Vitelli. Questi, giunto sotto l'antica rocca di Montemurlo, che gli emigrati avevano barricata alla meglio, la fece attaccare ed appiccare il fuoco alla porta. Dopo una sanguinosa pugna, che durò più di due ore, gli assalitori penetrarono da ogni banda nella fortezza, e gli emigrati si diedero prigionieri ai soldati, italiani o spagnuoli, ch'erano i primi ad arrestarli. Per tal modo Filippo Strozzi, che fin allora era stato creduto il più felice privato cittadino d'Italia, siccom'era ancora il più ricco, si arrese allo stesso Vitelli. Avendo questi avviso che l'armata di Capino e del priore Salviati avvicinavasi, ed era di già arrivata a Fabbrica, poco distante da Montemurlo, egli non volle aspettarla ed esporre all'incertezza d'una nuova pugna i molti prigionieri che aveva fatti. Rientrò in Firenze il primo giorno d'agosto colla sua vittoriosa truppa, conducendo prigionieri nella loro patria per lo meno un individuo di ognuna delle illustri famiglie dell'antica repubblica; mentre che l'armata degli emigrati, informata della sventura de' suoi capi, si ritirava a precipizio oltre gli Appennini[130].

[130] _P. Jovii, l. XXXVIII, p. 412. — Gio. Batt. Adriani, l. I, p. 61. — Bern. Segni, l. VIII, p. 229. — Fil. de' Nerli, l. XII, p. 301._ — La sua storia termina con questa sconfitta, ch'egli risguardava come il trionfo del suo partito.

Era Cosimo persuaso che non sarebbe mai sicuro del suo potere finchè non avesse distrutti tutti coloro che amavano la loro patria, e che vi avevano qualche considerazione. Ma sebbene tutti i suoi nemici fossero prigionieri della sua armata, non poteva ancora disporre della loro sorte; perciocchè, essendosi essi arresi in una battaglia ai soldati come prigionieri di guerra, erano diventati proprietà di coloro che gli avevano presi. Cosimo incaricò il supremo tribunale di balìa di entrare in trattato coi soldati per acquistare da loro i proscritti, e di sorpassare le taglie che le loro famiglie sarebbero disposte a dare. Il dispotismo avvilisce talmente coloro cui confida le sue dignità, che i giudici e i magistrati accettarono questa vergognosa incumbenza. La più parte de' soldati spagnuoli ricusarono di trattare con loro; ma gl'Italiani furono meno delicati, ed appunto tra le loro mani si trovavano i più illustri prigionieri[131].

[131] _Gio. Batt. Adriani, l. II, p. 63. — Bern. Segni, l. IX, p. 234. — Scipione Ammirato, l. XXXII, p. 452._

Cosimo I aveva voluto vedere tutti i prigionieri nello stesso giorno in cui erano entrati in Firenze, ed aveva seco loro parlato con apparente moderazione; pure all'indomani il tribunale degli otto, avendone riscattati alcuni dai soldati, li fece porre alla tortura, ed in appresso decapitare sulla piazza della signoria. Nello spazio di quattro giorni ne perirono in tal modo quattro al giorno, ed era il duca intenzionato di continuare lungamente; ma, intimidito dai clamori del popolo, egli spedì gli altri, tra i quali trovavasi Niccolò Macchiavelli, figliuolo dello storico, nelle carceri di Pisa, di Livorno, di Volterra, ove perirono in breve. I prigionieri più illustri, cioè Bartolomeo Valori, Filippo suo figlio, ed un altro Filippo suo nipote, Anton Francesco Albizzi ed Alessandro Rondinelli, vennero riservati a morire il 20 d'agosto, anniversario del giorno in cui lo stesso Valori aveva, sett'anni prima, adunato il parlamento, violata la capitolazione di Firenze, ed assoggettata la sua patria alla tirannia di quegli stessi Medici, che lo ricompensavano a quel modo che i tiranni sogliono ricompensare chi li serve. Prima del supplicio vennero tutti cinque posti alla tortura, ed il duca, per seminare sospetti in tutto il partito degli emigrati, si fece carico di pubblicare che le loro deposizioni svelavano una privata ambizione e personali progetti, che ognuno di loro nascondeva sotto la maschera del patriottismo e dell'amore di libertà[132].

[132] _Gio. Batt. Adriani, l. II, p. 66. — Bern. Segni, l. IX, p. 234. — P. Jovii, l. XXXVIII, p. 414. — Marco Guazzo, f. 178. — Scip. Ammirato, l. XXXII, p. 453._

Filippo Strozzi era tuttavia prigioniero di Alessandro Vitelli; e questo generale aveva avuta l'antiveggenza di chiuderlo nella fortezza di cui era padrone, trattandolo colà con molti riguardi. Ricusava di consegnarlo a Cosimo, prometteva d'interporsi presso l'imperatore per la liberazione di lui, e con tali mezzi riusciva ad estorcere dal suo prigioniere ragguardevoli somme. Filippo Strozzi, sposo di Clarice de' Medici, nipote del magnifico Lorenzo, aveva contribuito al ritorno dei Medici nel 1530; aveva prestato danaro al duca Alessandro per fabbricare quella stessa rocca, ove si trovava chiuso, e non aveva abbandonato il partito di lui, che dopo avere provato come ogni grandezza, ogni vantaggiosa opinione, ogni indipendenza di fortuna, riuscivano sospette ad un assoluto padrone. L'immensa sua ricchezza non era la sola circostanza che richiamava sopra di lui gli sguardi dell'Europa; egli era rinomato pel suo sapere, pel suo gusto in fatto di arti e di letteratura, pel suo cortese contegno, per la generosità del suo carattere. Aveva date prove di quest'ultima coll'accoglimento che aveva fatto a tutta la famiglia di Lorenzino de' Medici, scacciata da Firenze e spogliata d'ogni avere. Aveva ricevuti la madre ed il fratello in propria casa, ed aveva maritate le due sorelle ai due suoi figliuoli, senz'altra dote che quella di appartenere al Bruto fiorentino[133].

[133] _Ben. Varchi, t. IV, l. XII, p. 321, t. V, l. XIV, p. 60. — Bern. Segni, l. VIII, p. 227. — P. Jovii, l. XXXVIII, p. 415. — Gio. Batt. Adriani, l. II, p. 71._

Per qualche tempo Carlo V difese Filippo Strozzi contro la vendetta di Cosimo; all'ultimo, vinto dalle reiterate istanze del duca, acconsentì nel 1538, che questo illustre cittadino fosse posto alla tortura, ed in appresso mandato al supplicio; ma nello stesso giorno in cui giugneva a Firenze l'assenso dell'imperatore, ne fu dato avviso a Filippo Strozzi, il quale, temendo che il dolore lo riducesse ad accusare i suoi amici, si tagliò egli stesso la gola, dopo avere scritto sul muro della sua prigione quel verso di Virgilio: _Exoriare aliquis nostris ex ossibus ultor!_ cui parve conformarsi l'intera vita di suo figlio Pietro, in appresso maresciallo di Francia[134].

[134] _Ivi, p. 100. — Bern. Segni, l. IX, p. 245. — P. Jovii, l. XXXVIII, p. 415._

Lorenzino de' Medici non si trovava cogli emigrati che s'innoltrarono fino a Montemurlo contro Cosimo: egli non ignorava d'essere nello stesso tempo perseguitato dal duca di Firenze e dall'imperatore, e che la sua vita era dovunque in pericolo. Perciò da Venezia, dove si era da principio riparato, passò in Turchia; di là tornò in Francia, ma non facendosi conoscere, e stando sempre in guardia contro le insidie; poi ritornò a Venezia, ove all'ultimo fu assassinato, nel 1547 col suo zio Soderini, per ordine di Cosimo[135].

[135] _P. Jovii, l. XXXVIII, p. 396. — Bern. Segni, l. XII, p. 313._

Il nuovo duca di Firenze non si era per anco liberato che dai suoi nemici; ma non erano costoro ch'egli più temesse o più odiasse. Sapeva che mentre una repubblica non ha ragioni di temere coloro che l'hanno istituita o salvata, un tiranno può compensare i servigj, ma perdonare i beneficj non mai. Andrea Doria poteva tutto ripromettersi dall'amore e dalla riconoscenza de' Genovesi, ma Cosimo doveva sempre paventare coloro che avevano contribuito a collocarlo sul trono. E siccome questi non potevano essere persuasi d'avere fatta una buona azione, così non potevano in sè medesimi trovare la costanza di mantenerla. Cosimo colla battaglia di Montemurlo e col patibolo erasi di già liberato dalla maggior parte di coloro che nel 1530 avevano chiamata la casa de' Medici alla sovranità di Firenze; ma egli temeva inoltre coloro che direttamente gli avevano trasmessa l'eredità di Alessandro, e che credevano con tale segnalato beneficio d'avere acquistati diritti alla sua gratitudine; questa rivoluzione era stata l'opera del cardinale Cibo, di Alessandro Vitelli e di quattro Fiorentini, Francesco Guicciardini, Francesco Vettori, Roberto Acciajuoli e Matteo Strozzi; onde egli pensò a disfarsi a poco a poco ancora di questa gente.

Il cardinale Cibo si era presa la cura di educare i figli naturali di Alessandro. Scoprì, o credette di scoprire, che uno speziale, chiamato Biagio, era stato sedotto dai ministri del duca per avvelenare Giulio, il maggiore di que' fanciulli, e quello stesso ch'era stato a bella prima proposto per successore ad Alessandro. Egli ne fece lagnanza, e Cosimo si dolse ancora più altamente col cardinale di un'accusa, com'egli diceva, affatto calunniosa, tanto lo minacciò che lo costrinse a ritirarsi a Massa di Carrara presso la marchesa sua cognata[136].

[136] _Gio. Batt. Adriani, l. II, p. 110, 111. — Scip. Ammirato, l. XXXII, p. 458. — Bern. Segni, l. IX, p. 246._

Alessandro Vitelli aveva forzato il senato ad eleggere Cosimo col terrore de' suoi soldati, ed aveva in appresso consolidato il di lui trono colle vittorie. Vero è che se n'era fatto ampiamente pagare; che aveva ammassati grandissimi tesori in occasione delle rivoluzioni di Firenze; e che, quantunque bastardo della sua casa, era più ricco che i capi della linea legittima. Si era inoltre impadronito per sorpresa della fortezza di Firenze, e ne aveva dato il possesso all'imperatore piuttosto che a Cosimo. Questi si adoperò molto tempo invano per iscreditare il Vitelli presso l'imperatore; finalmente ottenne nel 1538 che gli fosse dato per successore don Giovanni de Luna nel comando della fortezza di Firenze, e ch'egli fosse allontanato da questa città[137].

[137] _Gio. Batt. Adriani, l. II, p. 76-89. — Bern. Segni, l. IX, p. 244. — Scip. Ammirato, l. XXXII, p. 455._

I quattro senatori fiorentini che avevano innalzato Cosimo sul trono, sentivansi ad un tempo esposti al disprezzo ed all'odio dei loro compatriotti, ed alla gelosa diffidenza del tiranno, che li teneva lontani da tutti gli affari: costoro, abbandonati ai loro rimorsi, non tardarono a cadere vittime del loro pentimento. Francesco Vettori più non uscì dalla sua casa dopo la morte di Filippo Strozzi, con cui aveva avuta la più stretta famigliarità, per essere portato al sepolcro. Il Guicciardini ritirossi colmo di dolore nella sua villa, ove morì nel 1540 non senza sospetto di veleno. Roberto Acciajuoli e Matteo Strozzi lo seguirono in breve. Maria Salviati, madre di Cosimo, morì nel 1543. Francesco Campana, intimo di lui segretario, che aveva avuta grandissima parte nella di lui elezione, morì pure disgraziato; ed in allora Cosimo sentì finalmente che non aveva più amici e che cominciava a regnare[138].

[138] _Bern. Segni, l. IX, p. 248._ — Il Guicciardini morì nella sua villa d'Arcetri il 17 di maggio del 1540, in età di 58 anni. _Tiraboschi Stor. della Letter. Ital., t. VII, l. III, c. I, § 39, p. 883._

Le scintille di libertà, che rimanevano tuttavia disperse in Italia, si andavano n poco a poco spegnendo. Negli stati del papa Ancona aveva conservata un'amministrazione repubblicana ed indipendente fino al mese d'agosto del 1532: essa godeva senza strepito di questa libertà, quando Clemente VII fece avvisati i magistrati di questa piccola città, che una flotta di Solimano, entrata nell'Adriatico, apparecchiavasi ad attaccarla; ed in pari tempo gli offrì l'ajuto di una piccola armata sotto gli ordini di Luigi Gonzaga. Gli Anconitani accolsero senza diffidenza le truppe del papa; ma queste, avendo occupati le porte, arrestarono tutti i magistrati, tagliarono la testa a sei di loro, disarmarono tutti i cittadini, fabbricarono una rocca sul monte San Ciriaco, e privarono la città di tutti gli antichi suoi privilegj[139].

[139] _Ben. Varchi, l. XIII, t. V, p. 7. — Bern. Segni, l. VI, p. 157._

La repubblica d'Arezzo, che era risorta in tempo dell'assedio di Firenze, non aveva durato lungamente. Dopo avere nudrita l'armata imperiale per tutto il tempo che Firenze si difese, dopo avere fatti i più grandi sagrificj, questa città fu ancor essa attaccata dai suoi vittoriosi alleati, ed il 10 ottobre del 1530 venne forzata a ritornare sotto il dominio dei Fiorentini[140]. Il conte Rosso di Bevignano, che aveva avuta tanta parte nella sollevazione d'Arezzo contro la repubblica fiorentina, e che così vigorosamente aveva assistiti Clemente VII ed i Medici, venne arrestato nello stato pontificio, dato nelle mani del duca Alessandro ed appiccato[141]. Cosimo I fece rifabbricare una rocca in Arezzo nel 1538, ed un'altra in Pistoja; fece disarmare gli abitanti delle due città, e si assicurò in tale maniera della loro sommissione[142].

[140] _Ben. Varchi, l. XII, t. IV, p. 325-328._

[141] _Ben. Varchi, l. XIII, t. V, p. 17._

[142] _Bern. Segni, l. IX, p. 246. — Gio. Batt. Adriani, l. II, p. 97. — Scipione Ammirato, l. XXXII, p. 456._

La repubblica di Lucca tentava l'ambizione del nuovo duca di Firenze; egli la costrinse ad uscire dalla sua oscurità, approfittando di tutte le occasioni di offendere il di lei governo per trarla in una guerra che sperava di potere terminare colla conquista di quel piccolo stato. Si esercitarono più volte degli atti ostili tra i villani dei due dominj; e la gelosia e l'odio di vicinato scoppiarono tra di loro con un carattere che mai non avevano avuto fin ch'era durata la repubblica fiorentina. Ma i Lucchesi, conoscendo la loro debolezza, avevano riposta ogni speranza nella protezione dell'imperatore. Comperavano con ragguardevoli somme di danaro difensori nel di lui consiglio, ed in tal guisa evitarono un attacco cui probabilmente avrebbero dovuto soggiacere[143].

[143] _Gio. Batt. Adriani, l. II, p. 95_ ad an. 1538, ed altrove frequentemente. — _Scip. Ammirato, l. XXXII, p. 145_ ed altrove.

Furono più fortunati i progetti di Cosimo I sopra la repubblica di Siena. La prudenza, la dissimulazione e la costanza del duca trionfarono di una città indebolita da una lunga anarchia, e più ancora dalla contraria fortuna de' Francesi, che, strascinando la repubblica di Siena nel loro partito, la ruinarono coi medesimi loro soccorsi, come avevano già ruinati i Fiorentini abbandonandoli.

Sebbene la repubblica di Siena fosse da gran tempo attaccata alla parte imperiale, il trattato di Cambrai le aveva fatto, come a tutti gli altri stati dell'Italia, perdere la sua indipendenza. Carlo V la lasciava in preda senza rammarico a tutti gl'inconvenienti dell'anarchia, purch'ella gli desse una sufficiente guarenzia del costante suo attaccamento al partito imperiale. Altronde la corte, per via di quell'inclinazione naturale ai principi, ai cortigiani ed ai ministri, riservava all'aristocrazia sola tutti i suoi favori; e la repubblica di Siena, invece d'essere agitata, come nel precedente secolo, dalle tumultuose passioni del popolo, lo era allora dalle contese non meno sanguinose che violente delle grandi famiglie.