Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 16 (of 16)

Part 6

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Da principio Clemente VII aveva avuto intenzione di far continuare ogni sei mesi le liste di proscrizione in occasione che si rinnovava il tribunale degli otto di balìa, e ne fu soltanto impedito dalle grida che contro di lui s'innalzarono in tutta l'Europa[109]. Pure infinito era di già il numero degli esiliati e degli emigrati fiorentini; e quando Clemente intimò al duca di Ferrara di cacciarli da' suoi stati, eransene trovati in quella sola provincia più di trecento[110]. Il loro partito si fece ancora più formidabile dopo la morte del papa. Paolo III, della casa Farnese, che gli successe, favoreggiava tutti i nemici di Clemente e della memoria di lui; e con ciò aveva incoraggiati i cardinali fiorentini a dichiararsi più scopertamente.

[109] _Ben. Varchi, l. XII, t. IV, p. 315._

[110] _Ben. Varchi, t. IV, l. XIV, p. 80._

Il cardinale Ippolito de' Medici aspirava alla gloria di restituire la libertà alla sua patria. Gli Strozzi, ch'erano i più ricchi privati d'Europa, i Valori, i Ridolfi, i Salviati, che nell'ultima guerra si erano dichiarati tutti per la fazione dei Medici, eransi adunati in Roma per trovare i mezzi di rovesciare il tiranno. Tutti gli altri fuorusciti, avendoli raggiunti, vennero formando fra di loro una specie di governo, e spedirono in Ispagna all'imperatore tre de' principali cittadini di Firenze, per impetrare che privasse della sua protezione un principe, la di cui crudeltà, dissolutezza e perfidia non potevano paragonarsi che a quelle di un Falaride o di quei pochi altri famosi mostri dell'antichità, e per riclamare l'osservanza della capitolazione di Firenze[111].

[111] _Ivi, t. V, l. XIV, p. 108. — B. Segni, l. VII, p. 178. — P. Jovii, l. XXXIV, p. 302. — Scip. Ammirato, l. XXXI, p. 430. — Fil. de' Nerli, l. XII, p. 277._

Carlo V, maravigliato delle orribili ingiustizie, delle atroci crudeltà, degli assassinj, degl'imprigionamenti infiniti che udiva imputarsi ad Alessandro, promise di esaminare la di lui condotta, quand'egli stesso tornerebbe dalla sua spedizione di Tunisi. Infatti, mentre riposavasi in Napoli dalle fatiche sostenute in quell'impresa, gli emigrati fiorentini gli deputarono il cardinale Ippolito dei Medici per terminare d'illuminarlo intorno alla condotta di Alessandro; ma Alessandro aveva prese le opportune misure per disfarsi del suo antagonista. Il cardinale giunto ad Itri, in sulla strada da Roma a Napoli, fu avvelenato il giorno 10 d'agosto dal suo coppiere, e morì dopo tredici ore di atroci tormenti. Morirono all'indomani, vittime dello stesso veleno, Dante di Castiglione e Berlinghiero Berlinghieri che lo accompagnavano: ma il duca non riuscì a fare assassinare Filippo Strozzi, sebbene lo avesse più volte tentato, e furono egualmente scoperte le insidie che tendeva agli altri suoi nemici[112].

[112] _Ben. Varchi, l. XIV, p. 132. — Ber. Segni, l. VIII, p. 188. — Filip. de' Nerli, l. XII, p. 278. — Scip. Ammirato, l. XXXI, p. 430._

La morte d'Ippolito, liberando Alessandro dal suo più formidabile nemico, aggiugneva non pertanto una nuova macchia alla sua riputazione. Infami erano i suoi costumi, viziose tutte le sue abitudini; e perchè aveva riempita tutta l'Europa dei suoi nemici, i suoi delitti venivano dovunque predicati. Gli era stata promessa la figlia dell'imperatore; ma essa non gli era per anco stata data, e dacchè il suo parentado non era più un'arra dell'alleanza della Chiesa, poteva temere che Carlo V non cogliesse con piacere un plausibile pretesto di rompere i progettati sponsali, e per disporre del suo stato a favore di un altro. Ma Carlo nudriva un inveterato odio contro le repubbliche, e contro le pretese dei popoli alla libertà; diffidava principalmente dei Fiorentini che sapeva da tanto tempo attaccati alla Francia, colla quale stava per ricominciare la guerra; ed Alessandro, fidato a questa parzialità, passò a Napoli, per perorare personalmente la sua causa alla corte dell'imperatore[113].

[113] _Ben. Varchi, l. XIV, p. 138. — Bern. Segni, l. VII, p. 189._ — Partì il 19 di dicembre del 1535. — _Fil. de' Nerli, l. XII, p. 279._

Il duca aveva saputo riguadagnare al suo partito Bartolomeo Valori, che seco condusse a Napoli, come pure Francesco Guicciardini, Roberto Acciajuoli e Matteo Strozzi. Anche gli emigrati si erano nello stesso tempo recati a Napoli, e tra gli altri vi si trovavano Filippo Strozzi co' suoi figliuoli, i cardinali Salviati e Ridolfi, ed i loro fratelli, tutti prossimi parenti di coloro che tenevano le parti del duca. La città e la corte erano pieni di Fiorentini de' due partiti, e quelli che stavano per la libertà della loro patria sembravano favorevolmente accolti dai ministri dell'imperatore. Furono invitati a presentare in iscritto le loro accuse, e Filippo Parenti, e dopo di lui lo storico Jacopo Nardi, lo fecero con molta forza, dando circostanziate prove de' varj delitti di Alessandro, e delle spaventose estorsioni colle quali ruinava la Toscana. Francesco Guicciardini prese a confutare queste scritture articolo per articolo, ed accrebbe in tal guisa verso di sè medesimo l'odio popolare, cui di già si lagnava di vedersi esposto. Finalmente l'imperatore pronunciò in febbrajo del 1536 la sentenza che gli veniva chiesta. Tutti gli esiliati ed emigrati fiorentini dovevano, secondo il suo rescritto, essere richiamati in patria, rimessi nel possedimento de' loro beni, e guarentiti nelle persone; ma non si dava verun provvedimento intorno alla costituzione dello stato, nè si accordava al popolo verun privilegio[114].

[114] _Ben. Varchi, l. XIV, p. 143-219 e 224. — Scip. Ammirato, l. XXXI, p. 431. — Bern. Segni, l. VII, p. 189. — Fil. de' Nerli, l. XII, p. 279._

In allora tutti gli emigrati fiorentini, sebbene molti sentissero di già il peso per sua guarenzia della miseria, si riunirono per ricusare un compromesso che tendeva soltanto a salvare le loro persone, e sagrificava la patria loro. La loro risposta, una delle più nobili che si conservino negli archivj della diplomazia, cominciava con queste parole: «Non siamo qui venuti per chiedere alla imperiale maestà sotto quali condizioni dobbiamo servire il duca Alessandro, nè per ottenere il di lui perdono, dopo avere volontariamente, con giustizia, e secondo il dover nostro, lavorato per mantenere o ricuperare la libertà della nostra patria. Non l'abbiamo invocata per ritornare schiavi in una città, dalla quale siamo usciti poc'anzi liberi, nè per riavere i nostri beni. Ma siamo ricorsi all'imperiale maestà, affidati alla di lei bontà e giustizia, affinchè si degnasse di restituirci quell'intera e verace libertà, che gli agenti e ministri di lei si obbligarono a conservarci nel trattato del 1530.... Altra cosa non sappiamo dunque rispondere al decreto che ci fu rimesso per parte di sua maestà, se non che siamo tutti determinati di vivere e di morire liberi, quali siamo nati, e che nuovamente supplichiamo sua maestà di sottrarre questa sventurata città al giogo crudele che l'opprime....[115].»

[115] Tutte le scritture originali vengono riportate da Benedetto Varchi, questa, dice egli, ebbe molto credito in Italia, _l. XIV, p. 229-230._

Francesco Sforza, duca di Milano, era morto il 24 ottobre del 1535. Suo fratello naturale, Giovanni Paolo Sforza, marchese di Caravaggio, che aveva qualche pretesa alla successione, perchè nelle investiture vi era stato chiamato in mancanza della linea legittima, fu avvelenato mentre passava per Firenze in poste, onde recarsi alla corte dell'imperatore; la di lui morte risolse a favore della casa d'Austria una lite assai difficile. Stava per ricominciare tra l'Austria e la Francia una furiosa guerra: il duca Alessandro prometteva danaro, e non era dubbiosa la di lui fedeltà, mentre la repubblica fiorentina, se fosse stata ripristinata, non avrebbe tardato ad ascoltare l'antica sua inclinazione verso la Francia. Carlo V non fu più incerto tra le due parti: il 28 di febbraio maritò sua figlia naturale, Margarita d'Austria, al duca Alessandro, ed in contraccambio ricevette da lui una ragguardevole somma di danaro; e rimandandolo più potente, che prima non era, ne' suoi stati. Il matrimonio d'Alessandro, fu per la seconda volta festeggiato in Firenze il 13 giugno del 1536[116].

[116] _Ben. Varchi, l. XIV, p. 259. — Bern. Segni, l. VII, p. 192-198. — Fil. de' Nerli, l. XII, p. 283, 285. — Della storia di Gio. Battista Adriani, l. I, p. 11._ Serve di continuazione al Guicciardini che finisce alla morte di Clemente VII.

Erano pochi mesi passati dopo la celebrazione di questo matrimonio, ed Alessandro era vissuto nelle abituali sue dissolutezze, portando alternativamente il libertinaggio ed il disonore ne' conventi e nelle più nobili case di Firenze, quando fu assassinato il 6 di gennajo del 1537, da un uomo che aveva saputo guadagnarsi la sua confidenza. Era costui Lorenzino de' Medici, suo cugino, primogenito del ramo cadetto di questa casa, e quegli stesso che il rescritto imperiale chiamava successore di Alessandro, qualora questi mancasse senza figli. Lorenzino, assai più stimato pel suo raro ingegno e pel suo gusto pelle lettere che pei suoi costumi o pel suo carattere, era vissuto ne' piaceri, ed aveva servito da vile adulatore il duca Alessandro ne' di lui impudici amori. Lo aveva ajutato a sedurre parecchie nobili donne, e spesso prestava la propria casa attigua a quella del duca, in _Via larga_, pel loro abboccamento. Gli promise di condurgli la consorte stessa di Lionardo Ginori, sorella di sua propria madre, ma di questa assai più giovane. La bellezza della dama aveva già da lungo tempo ferito il duca, fin allora respinto dalle di lei virtù. Dopo cena lo stesso giorno dell'Epifania, in cui comincia il carnovale, Lorenzino avvisò il duca, che, se voleva trovarsi in sua casa affatto solo, e mantenendo il più profondo segreto, vi troverebbe sua zia Catarina Ginori. Alessandro accettò l'abboccamento, allontanò tutte le sue guardie, si tolse di vista a tutti coloro che potevano osservarlo, ed entrò senza che veruno lo vedesse nella casa di Lorenzino. Trovavasi affaticato, e voleva riposare; ma prima di gettarsi sul letto, si discinse la spada, e Lorenzino prendendola dalle sue mani per attaccarla alla spalliera del letto, fece passare il cinturone intorno all'elsa in maniera che non fosse facile il poterla sguainare. Uscì in appresso, dicendogli di riposarsi intanto ch'egli andava in cerca della zia, e lo chiuse sotto chiave. Tornò un istante dopo con un sicario, chiamato per soprannome Scoronconcolo, ch'egli aveva preventivamente appostato, dicendogli di volersi servire di lui per disfarsi di un ragguardevole personaggio di corte, che non nominò; conciossiachè Lorenzino era giunto fino all'estremo momento dell'esecuzione senza manifestare a veruno il proprio segreto.

Entrando pel primo nella camera, Lorenzino disse al duca: _Signore, dormite?_ e nello stesso tempo lo passò da banda a banda con una spada corta che teneva in mano. Alessandro, quantunque mortalmente ferito, tentò di lottare contro il suo uccisore; ma Lorenzino, per impedirgli di gridare, nell'atto di dirgli, _signore, non abbiate paura_, gli cacciò due dita in bocca. Alessandro lo morse con quanto aveva di forza, rotolandosi sul letto con Lorenzino, che teneva strettamente abbracciato. Scoronconcolo, non potendo ferire l'uno senza pericolo di ferire anche l'altro, cercava di giugnere Alessandro tra le gambe di Lorenzino, mentre si dibattevano; ma tutti i suoi colpi si perdevano ne' materassi. All'ultimo si ricordò di avere un coltello in tasca, e cacciandolo nella gola del duca, lo uccise[117].

[117] _Ben. Varchi, l. XV, p. 264, 272. — B. Segni, l. VII, p. 204, 206. — Filip. de' Nerli, l. XII, p. 286-290. — Gio. Battista Adriani, l. I, p. 11. — Scip. Ammirato, l. XXXI, p. 436. — P. Jovii, l. XXXVIII, p. 387, 391. — Ist. di Matteo Guazzo, f. 159._

Lorenzino era ben sicuro che per quanto si gridasse nel suo appartamento, niuno si accosterebbe a chiederne la cagione, essendo i suoi servitori a ciò accostumati. Niuno sapeva il suo segreto; egli aveva più ore di vantaggio, nelle quali non sarebbe da chicchessia fatta inchiesta del duca, nè avvertita la di lui mancanza; ora d'altro più non si trattava che di raccogliere i frutti della congiura da lui condotta a fine con tanta destrezza e così segretamente. Ma Lorenzino colla precedente sua vita aveva eccitata la diffidenza di tutte le persone dabbene; non aveva amici cui chiedere consiglio o assistenza; non aveva partigiani; non aveva mai dato indizio di quello zelo di libertà che affettò in appresso, e che forse non era che un mascherato eroismo. Sebbene fosse il primo de' Medici nella linea della successione, niuno a lui pensava, o perchè non dubitavasi che Alessandro, giovane vigoroso e di fresco ammogliato, non dovesse aver prole, o perchè non risguardavasi lo stato monarchico come abbastanza solidamente stabilito per supporre che la successione fosse per passare in un ramo lontano. Egli era agitato dall'azione commessa, dal timore di Scoronconcolo suo complice, e forse ancora dal dolore cagionatogli dalla sua mano violentemente morsicata da Alessandro. Altronde egli suppose distrutto il presente governo dalla morte del tiranno, il quale non aveva figliuoli, nè fratelli pronti a succedergli; egli stesso era il più prossimo erede, e non poteva nemmeno prevedere a qual persona il partito de' Medici potesse deferire l'autorità monarchica. Ad altro adunque più non pensò che a porsi egli stesso in salvo pei primi momenti di effervescenza, ed a riunire gli emigrati che dovevano raccogliere il frutto del suo ardire. Chiuse la porta della sua camera, e ne portò seco la chiave; poi, facendosi dare un ordine perchè gli si aprissero le porte della città e gli si somministrassero cavalli di posta, sotto pretesto che aveva avuto avviso della malattia di suo fratello in villa, partì subito alla volta di Bologna, e di là per Venezia con Scoronconcolo[118].

[118] _Ben. Varchi, l. XV, p. 273_, ed altri degli storici sovrallegati. Lorenzino de' Medici scrisse egli medesimo una scrittura per giustificare la sua intrapresa. Roscoe la pubblicò nell'appendice alla vita di Lorenzo de' Medici, n.º 84, _p. 148-165_. Una lettera scritta da Roma, il 15 di marzo, a Mess. Paolo del Tosco, da suo fratello, dà pure alcune circostanze raccontate dallo stesso Lorenzino. _Lettere de' principi, t. III, f. 52._

Lorenzino raccontò a Salvestro Aldobrandini a Bologna, ed a Filippo Strozzi a Venezia, d'avere dato morte al tiranno. Il primo non volle credergli, l'altro rimase lungamente incerto, ed all'ultimo, dandogli fede, lo chiamò il Bruto di Firenze, e gli promise che i due suoi figliuoli sposerebbero le due sorelle di Lorenzino. Ad ogni modo la dissimulazione del nuovo Bruto, che venne in allora celebrato dai poeti e dagli oratori di tutta l'Italia, non ebbe i felici risultamenti di quella del primo. Il senato, ch'era stato creato per secondare Alessandro, non aveva verun motivo di essere contento del governo del duca; ma quanto più violenta e crudele era stata la rivoluzione che lo aveva stabilito, tanto più coloro che vi avevano contribuito temevano il ritorno e le vendette degli emigrati. Il cardinale Cibo, principale ministro d'Alessandro, fu il primo ad essere informato che il duca non si trovava nel suo appartamento, che quella notte non si era veduto tornare, e che non sapevasi dove si trovasse. La subita partenza di Lorenzino, della quale ebbe poco dopo notizia, gli fece sospettare l'accaduto; ma sebbene il popolo fosse disarmato e spaventato dalla fortezza eretta dal duca, nutriva tanto odio verso i Medici e verso tutti i loto agenti, che si doveva temere una sollevazione nell'istante che sarebbe pubblicata la morte del duca. Il cardinale Cibo fece dire a tutti i cortigiani che venivano a palazzo, che il duca riposava ancora, perchè aveva vegliato tutta la notte. Nello stesso tempo mandò un corriere ad Alessandro Vitelli, comandante della guardia, per affrettarlo a tornare all'istante con tutti i soldati che potrebbe adunare, perciocchè Lorenzino aveva scelta per l'esecuzione del suo progetto la circostanza in cui il Vitelli erasi recato a città di Castello. Il Cibo fece pure avvisare tutti i comandanti di piazza, tutti i capitani d'ordinanza, di tenersi pronti; e non fu che nella notte del 7 all'8 gennajo, ch'egli ebbe coraggio di far aprire col più profondo segreto l'appartamento di Lorenzino, ove trovò il duca giacente nel proprio sangue[119].

[119] _Bened. Varchi, l. XV, p. 278. — Com. di Filippo de' Nerli, l. XII, p. 291. — Bern. Segni, l. VIII, p. 208. — Scip. Ammirato, l. XXXI, p. 437. — Gio. Batt. Adriani, l. I, p. 12. — P. Jovii, l. XXXVIII, p. 391._

Lorenzino de' Medici aveva bensì fatto dare notizia della morte del duca ad alcuni patriotti fiorentini; ma o questi non l'avevano creduta, o non avevano osato promulgare un così pericoloso segreto. Quando finalmente cominciava questo segreto a divulgarsi tra il popolo, si vide giugnere in poste Alessandro Vitelli, il lunedì mattina, 8 di gennajo, e tutti i luoghi forti della città, ed i capi strada principali, munirsi di soldati e di artiglieria. La difficoltà di tirare vantaggio da un avvenimento di cui tutti si rallegravano, ma di cui veruno non osava per anco tenersi sicuro, andava di mano in mano crescendo. Frattanto i quarantotto senatori si adunarono nel palazzo de' Medici sotto la presidenza del cardinale Cibo. Uno di loro, Domenico Canigiani, propose di deferire la dignità a Giulio, figlio naturale, ancora nell'infanzia, di Alessandro; Francesco Guicciardini propose per capo della repubblica Cosimo, figlio di Giovanni, l'illustre capitano delle bande nere. Questo giovinetto, ignorando ciò che accadeva, trovavasi in allora nella sua villa di Trebbio in Mugello, lontana quindici miglia da Firenze. Ma Palla Rucellai si oppose sdegnosamente a queste due proposizioni. Poichè la provvidenza, disse egli, ci ha liberati da un odioso tiranno, consolidiamo questa libertà che il cielo ci accorda, e rendiamo alla repubblica l'antica sua costituzione: soprattutto non adottiamo veruna risoluzione, mentre tanti nobili cittadini esiliati o emigrati, i quali hanno i medesimi diritti di noi alla sorte della patria comune, si trovano lontani[120].

[120] _Ben. Varchi, l. XV, p. 284. — Bern. Segni, l. VIII, p. 213. — Filippo de' Nerli, l. XII, p. 291._

La maggior parte de' senatori stavano per l'opinione del Rucellai, ma tremavano tuttavia innanzi ai quattro uomini che avevano avuta la maggiore influenza nell'ultimo governo; e questi, cioè Francesco Vettori, il Guicciardini, Roberto Acciajuoli e Matteo Strozzi, credevano di non potersi con altro mezzo salvare dall'odio dei loro concittadini, che innalzando un nuovo principe in luogo di quello ch'era perito. Rappresentarono ai senatori tuttociò che l'oligarchia aveva a temere dall'indignazione del popolo, e dalle vendette degli emigrati; e non potendo condurli ad una più precisa risoluzione, li persuasero almeno a deferire per tre giorni piena autorità al cardinale Cibo, il quale, essendo figliuolo di una sorella di Leon X, poteva essere risguardato quale rappresentante della casa de' Medici, sebbene non fosse fiorentino[121].

[121] _Ben. Varchi, l. XV, p. 285. — Ber. Segni, l. VIII, p. 212. — Filip. de' Nerli, l. XII, p. 292. — Gio. Battista Adriani, l. I, p. 14._

Ma questa risoluzione non bastava a contentare il Guicciardini ed i suoi compagni: sapevano essi che la fazione repubblicana teneva dal canto suo segrete adunanze, pensavano che una più lunga irrisoluzione poteva ruinare la loro fazione, e tennero di notte un segreto comitato, cui furono presenti, oltre i quattro capi del partito, il cardinale Cibo, Alessandro Vitelli, comandante della guardia, ed il giovane Cosimo de' Medici, che sollecitamente era giunto da Trebbio per cogliere l'occasione che gli veniva dalla fortuna offerta. Convennero di adunare nuovamente all'indomani mattina il senato, e di persuaderlo ad eleggere Cosimo de' Medici non in qualità di duca, ma come capo e governatore della repubblica fiorentina, con limitati poteri, adoperando, ove il bisogno lo richiedesse, la forza per affrettare la risoluzione de' senatori. Infatti, mentre questi, il martedì 9 di gennajo del 1537, tenevansi ancora titubanti di accettare e sanzionare le condizioni che Francesco Guicciardini aveva scritte, Alessandro Vitelli, che aveva fatta empire tutta la strada di soldati, fece risuonare le grida di _viva il duca ed i Medici!_ e avvisò i senatori di affrettarsi, perchè più non si potevano contenere i soldati. In tal guisa si risolse in senato l'elezione di Cosimo I con grande maggiorità di voti[122].

[122] _Ben. Varchi, l. XV, p. 287. — Scip. Ammirato, l. XXXI, p. 438. — Gio. Battista Adriani, l. I, p. 18. — Bern. Segni, l. VIII, p. 216. — Fil. de' Nerli, l. XII, p. 293._

Cosimo de' Medici, figliuolo di Giovanni, che era egli medesimo pronipote di Lorenzo, fratello del vecchio Cosimo, aveva concetto di lentezza e di timidità. Il Guicciardini, che aveva avuta la principale parte nell'elezione di lui, tenevasi sicuro di governare questo giovane privo di esperienza, e che supponeva non avere inclinazione che per la caccia e per la pesca. Aveva fatto ristringere a dodici mila scudi il trattamento annuale del duca, mentre credevasi diventato egli stesso il vero sovrano di Firenze. Ma niun giovane più di Cosimo de' Medici seppe ingannare l'universale aspettazione: sotto il suo contegno taciturno e riservato nascondeva la più sospettosa gelosia del potere, la più smisurata ambizione, la più profonda dissimulazione; colui che tutti speravano di governare, non ebbe confidenti, e non volle ricevere consiglj da veruno[123].

[123] _Ben. Varchi, l. XV, p. 326._