Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 16 (of 16)

Part 5

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La libertà aveva dati all'Italia quattro secoli di grandezza e di gloria. In quei quattro secoli fece poche conquiste al di là de' naturali suoi confini; ma non pertanto assicurò a' suoi popoli il primo posto tra le nazioni dell'occidente. L'Italia mai non esercitò la sua potenza sugli stati limitrofi in modo di porre in pericolo la loro indipendenza; divisa in molti piccoli stati, le era assolutamente interdetta quest'ambiziosa carriera; ma quella stessa divisione, che gli toglieva ogni esterno dominio, aveva moltiplicati i suoi mezzi e sviluppato lo spirito ed il carattere in tutte le sue piccole capitali. In allora gl'Italiani non avevano d'uopo di conquiste per farsi conoscere come grande nazione. I Tedeschi, i Francesi, gl'Inglesi, gli Spagnuoli avevano e privilegj municipali, e feudatarj, e monarchi da difendere: soltanto gl'Italiani avevano una patria, e lo sentivano. Essi avevano rialzata l'umana natura degenerata, e dando a tutti gli uomini i diritti che all'uomo si convengono, e non privilegj, avevano essi i primi studiate le teorie de' governi, e dati agli altri popoli modelli di liberali instituzioni. Gl'Italiani avevano ridonate al mondo la filosofia, l'eloquenza, la storia, la poesia, l'architettura, la scultura, la pittura, la musica, ed avevano fatti far rapidi progressi al commercio, all'agricoltura, alla nautica, alle arti meccaniche; in una parola erano stati i precettori dell'Europa. Appena si potrebbe nominare una scienza, un'arte, una nozione qualunque, di cui non abbiano insegnati i principj ai popoli che dopo gli hanno superati[92]. Questa universalità di cognizioni aveva sviluppato il loro ingegno, il loro gusto, le loro maniere, e per lungo tempo conservarono quella civiltà anche dopo perduti tutti gli altri vantaggi; l'eleganza e la gentilezza sopravvissero all'antica dignità: ma questa n'era stato il fondamento, e durò quanto la libertà italiana. Tale fu la grandezza della nazione ne' tempi della sua gloria; e certo questa grandezza non aveva bisogno di vittorie per sostenersi.

[92] Forse in alcune scienze, ma nelle lettere e nelle arti non mai; del che ne convengono tutti quegli spassionati stranieri che preferiscono all'amor proprio la verità, e che sono a portata di gustare i capi d'opera de' nostri grandi maestri. _N. d. T._

Avanti il XII secolo alcuni piccoli principi italiani si credevano indipendenti, alcuni popoli poco numerosi si credevano liberi, e forse erano tali. Pure pei soli duchi di Spoleto o di Benevento, e per le repubbliche di Amalfi o di Napoli, non abbiamo creduto di dover cominciare la storia dell'Italia dalla caduta dell'impero romano in occidente; e parimenti non crediamo doverla continuare dopo la caduta di Firenze, pei duchi di Toscana o di Parma, e per le repubbliche di Venezia o di Genova.

In tutto il tempo che gl'Italiani furono veramente nazione, abbiamo cercato di raccogliere con iscrupolosa esattezza tutti i fatti che potevano dipingere il loro carattere, spiegarne la politica, far conoscere i motivi delle loro leggi, e risvegliare ne' loro discendenti istruttive memorie, o servire di specchio agli altri popoli liberi. Non abbiamo temuto di scendere a troppo minute particolarità; cotali particolarità non sono inutili, quando giovano a dipingere gli uomini. Non abbiamo inoltre temuto di mescolare alla nostra narrazione i principali avvenimenti degli altri paesi d'Europa; perciocchè l'influenza dell'Italia facevasi sentire sopra tutti, e non poteva intendersi la politica de' suoi stati senza volgere di quando in quando lo sguardo sulla Grecia, la Spagna, l'Ungheria, la Francia, la Turchia e la Germania. Abbiamo in appresso veduto l'abbassamento di quest'influenza italiana sopra le straniere contrade. Abbiamo veduta l'Italia, vittima a vicenda della falsa politica dei suoi capi, della mala fede degli oltremontani, della ferocia de' soldati mercenarj; guastata dalle armate, dalla peste e dalla fame pel corso di trentasette anni di quasi continue guerre; l'abbiamo veduta nell'estremo esaurimento. Siamo finalmente giunti all'epoca in cui cessò di esistere. Abbiamo osservato per l'ultima volta un imperatore di Germania venire in una chiesa italiana per ricevervi la corona d'oro dalle mani del papa; e questa cerimonia, diventata futile, più non si rinnovò dopo Carlo V. Nel 1530 egli aveva cominciato a regnare pel solo diritto della spada; egli più non aveva bisogno, per assumere il titolo d'imperatore, che un rappresentante dell'Italia sanzionasse la sua inaugurazione con un'autorità religiosa.

Da quest'epoca fino all'età nostra, otto in dieci principi continuarono in Italia a credersi sovrani, ma senza godere di veruna indipendenza, senza mai difendersi colle proprie forze, senza giammai esercitare sopra gli stranieri quell'influenza che gli stranieri esercitavano continuamente sopra di loro. Tre e se vogliamo ancora quattro repubbliche, comprendendovi San Marino, continuarono a respingere dal loro seno il potere di un solo, ma senza mantenere la loro libertà, senza conservare verun'ombra nè della sovranità del popolo, nè della guarenzia de' diritti e della sicurezza de' cittadini. D'allora in poi l'Italia altro non fu che un vasto museo, nel quale trovansi deposti sotto gli occhi de' curiosi i monumenti della morte. Più non si ebbe occasione di chiedere una sola volta a Vienna, a Madrid, a Parigi, a Londra cosa vorrebbero, cosa farebbero i principi ed i popoli d'Italia. I popoli avevano cessato di avere o di esprimere una volontà; ed i principi, distruggendo lo spirito vitale de' loro sudditi, si erano distrutti essi medesimi. L'Italia snervata più non parlava che alla memoria; e che l'interpellava intorno a ciò che aveva fatto in altri tempi, era certo ch'ella non si rianimerebbe mai più.

Non perciò abbandoneremo questi popoli, co' quali abbiamo, per così dire, vissuto tanto tempo, senza gettare un'ultima rapida occhiata sulla sorte che loro era riservata nella nuova organizzazione. Siccome ne' sei primi capitoli di quest'opera abbiamo corso lo spazio di sei secoli, e ci siamo appagati di fissare nella nostra memoria alcune date ed alcuni principali tratti, così speriamo che il nostro lettore indulgente ci vorrà permettere di concedere ancora pochi capitoli ai tre ultimi secoli, affinchè la nostra storia comprenda, sebbene in differentissime proporzioni, la prima fanciullezza, la virilità e la decrepitezza della nazione italiana.

La Toscana, che per così lungo tempo era stata la patria della libertà, a sè richiama i primi nostri sguardi. La storia di Firenze non sembra totalmente terminata colla capitolazione di questa città; finchè i cittadini, che si erano veduti animati da così ardente patriottismo, erano ancora vivi, finchè continuavano a lottare contro l'assoluto potere, la repubblica fiorentina esisteva tuttavia, almeno nella loro memoria, e noi dobbiamo ammirare i loro estremi sforzi. Essi seppero associare la loro causa a quella della libertà di Siena, e la caduta di quest'ultima repubblica merita altresì dal canto nostro qualche attenzione.

La repubblica fiorentina venne distrutta (1530) con forme repubblicane. Per creare una balìa si convocò un parlamento, e venne consultata una pretesa assemblea di tutto il popolo fiorentino. Si era chiesto a questo popolo di conferire la totalità del suo potere ai commissarj che dovevano riordinare la tirannide. Ciò era un riconoscere la sovranità del popolo, nell'istante medesimo in cui il popolo rinunciava per sempre a tale sovranità. Ma il parlamento fiorentino che creò la balìa del 1530 doveva essere l'ultimo; ed infatti fu in appresso ordinato di spezzare la campana che serviva ad adunarlo, onde più servire non potesse dinnanzi a tale uso[93].

[93] _B. Segni, l. V, p. 129. — Il 12 ottobre 1532. Gio. Cambi, t. XXIII, p. 122. — Ben. Varchi, l. XIII, t. V, p. 9._

Firenze fu per parecchj mesi governata in proprio nome dalla sola balìa, e non già a nome del papa o de' Medici. Ma era Clemente VII che aveva così voluto, affinchè i suoi commissarj, che in ogni cosa operavano soltanto dietro i suoi ordini e che aspettavano da Roma la decisione di tutti gli affari, non si credessero legati dalla capitolazione sottoscritta a nome suo da Bartolomeo Valori. Il papa e l'imperatore avevano promesso a Firenze libertà ed amnistia; ma Clemente pretendeva che se la repubblica voleva ella medesima mutare le sue leggi, e castigare i suoi cittadini, non poteva esserne impedita dalla capitolazione. Ed affinchè la balìa sembrasse ancora meglio rappresentare la repubblica, il papa volle che fosse formata da un corpo più numeroso, depositario della sovranità; perciò nel mese di ottobre fu eletta una seconda balìa di cento cinquanta individui, tra i quali trovavansi tutti i capi di quella parte dell'aristocrazia che si era mostrata affezionata a' Medici[94].

[94] _Ben. Varchi, l. XII, p, 317. — Gio. Cambi, t. XXIII, p. 81._

Allora cominciarono le vendette del papa e de' suoi partigiani. I più riputati membri dell'antico governo vennero assoggettati ad una rigorosa tortura; indi furono condannati a perdere la testa il Carducci, per lo addietro gonfaloniere, Bernardo di Castiglione, ed altri quattro di que' venerandi magistrati[95]. L'altro gonfaloniere, Raffaele Girolami, ottenne grazia della vita per l'intercessione di Ferdinando Gonzaga, ma venne chiuso nella cittadella di Pisa, ove poco dopo morì di veleno[96]. Il predicatore Benedetto da Fojano fu dato nelle mani del papa, e tradotto a Roma. Clemente, nell'atto di farlo imprigionare in castel sant'Angelo, ordinò che ogni giorno gli si diminuisse la razione di acqua e di pane, e con tal mezzo lo fece lentamente morire di fame. Frate Zaccaria, ch'era egualmente cercato, trovò modo di fuggire travestito da contadino. Riparossi a Ferrara, poi a Venezia, ed all'ultimo morì a Perugia, dov'erasi recato per gittarsi ai piedi di Clemente VII ed implorare perdono[97]. Una ventina di coloro che si credevano più compromessi si sottrassero al supplicio colla fuga. Infatti furono condannati a morte in contumacia, e confiscati vennero i loro beni. Cento cinquanta cittadini all'incirca furono relegati per tre anni in determinati luoghi, e d'ordinario a grandissima distanza dalla loro patria e dai loro affari; ma il nuovo governo, che invece di colpire tutti ad un tratto i suoi nemici diventava più severo di mano in mano che si andava rassodando nella sua autorità, desiderò bentosto un'occasione di condannare quei medesimi esiliati come ribelli, e di confiscarne i beni. Poichè que' miseri si furono conformati alla loro condanna con gravissimo dispendio, la balìa, passati i tre anni, li relegò in un altro esilio più incomodo del primo, e costrinse in tal guisa la maggior parte di loro a disubbidire[98].

[95] _Ben. Varchi, l. XII, p. 295. — Gio. Cambi, t. XXIII, p. 79. — Scip. Ammirato, l. XXXI, p. 414. — Ben. Segni, l. V, p. 133._

[96] _Bened. Varchi, l. XII, p. 289._

[97] _Ivi, p. 275._

[98] _Ben. Varchi, l. XII, p. 304-312. — Gio. Cambi, t. XXIII, p. 87-95. — B. Segni, l. V, p. 135. — Fil. de' Nerli, l. XI, p. 252. — Fr. Guicciardini, l. XX, p. 546._

Pareva che la repubblica esistesse ancora; un corpo aristocratico assai numeroso sembrava investito della sovranità; il papa, che non aveva voluto mandare a Firenze niuno della sua famiglia, e che fingeva di non esercitarvi la più assoluta autorità, onde non essere risponsabile de' supplicj che ordinava, lasciava agire Bartolomeo Valori, lo storico Francesco Guicciardini, Francesco Vettori e Roberto Acciajuoli. Questi parevano i capi della repubblica, e questi versarono il sangue e confiscarono le sostanze de' più virtuosi cittadini; questi condannarono a perpetuo esilio coloro che mostravano di risparmiare; questi con arbitrarie tasse ruinarono tutti coloro ch'eransi fatti conoscere affezionati alla libertà; questi fecero restituire senza verun compenso tutti i beni patrimoniali o ecclesiastici venduti d'ordine della giustizia; questi fecero disarmare il popolo, promulgando le più severe pene contro qualunque ritenesse armi, e questi finalmente furono coloro che per conservare la propria autorità col terrore, assoldarono due mila de' Landsknecht che avevano assediata Firenze[99].

[99] _Ben. Varchi, l. XII, p. 310, e seg. — Gio. Cambi, t. XXIII, p. 79. — Bern. Segni, l. V, p. 131. — Filip. de' Nerli, l. XI, p. 250._

Ma Clemente VII che riponeva ogni fiducia nello zelo de' capi di partito per vendicarsi, non ignorava che non sarebbero poi egualmente proclivi ad eseguire i suoi ulteriori progetti, ed a mutare la costituzione della loro patria, per farne un'assoluta sovranità a favore di uno de' suoi nipoti. Aveva perciò mandato Alessandro de' Medici in Germania ed in Fiandra alla corte di Carlo V, per sollecitare l'imperatore a regolare il governo di Firenze a norma delle facoltà conferitegli dalla capitolazione. Sebbene l'imperatore avesse promessa ad Alessandro la sua figlia naturale, era ben lontano dal corrispondere all'impazienza del papa. Aveva non solo lasciati decorrere i quattro mesi fissati dalla capitolazione, ma quasi un anno intero, prima di rimandare a Firenze Alessandro dei Medici, che di già portava il titolo di duca di Cività di Penna. Questo giovane signore fece il suo ingresso soltanto il 5 di luglio del 1531; e nel susseguente giorno Giovan Antonio Mussetola, ambasciatore di Carlo V, comunicò alla signoria ed alla balìa il decreto sottoscritto dall'imperatore in Augusta il 21 ottobre del precedente anno, col quale rimetteva i Fiorentini nel possedimento degli antichi loro privilegj, a condizione che riconoscerebbero per capo della repubblica Alessandro de' Medici, e dopo di lui i suoi figliuoli, ed in loro mancanza il più attempato degli altri Medici, e ciò a perpetuità, e per ordine di primogenitura[100].

[100] _Ben. Varchi, l. XII, p. 356-359. — Gio. Cambi, t. XXIII, p. 103. — Scipione Ammirato, l. XXXI, p. 416. — Bern. Segni, l, V, p. 143. — Filip. de' Nerli, l. XI, p. 255._

Sembrava che il decreto d'Augusta non sovvertisse interamente lo stato; perciocchè apparentemente esso conservava tuttavia la libertà e la riforma repubblicana. Il decreto imperiale non accordava alla casa de' Medici che le prerogative di cui godeva avanti il 1527, trasmutandole in diritti, ed assicurava al duca Alessandro ventimila fiorini d'oro di pensione, invece di lasciare in di lui arbitrio tutte le entrate dello stato. Ma Clemente VII non si accontentava di questa limitata autorità, e non erano del tutto tranquilli coloro che lo avevano servito nelle sue vendette. Sapevano costoro di essere l'oggetto dell'odio, non già di una fazione, ma di tutti i proprj concittadini, e temevano di essere di bel nuovo cacciati da Firenze alla morte del papa, o quando accadesse la prima rivoluzione d'Italia. Il Guicciardini, interpellato da Clemente VII, rispose non essere possibile che il governo acquistasse veruna popolarità; che altro mezzo non gli rimaneva per minorare l'odio pubblico che quello di darsi dei compagni; che doveva meno pensare a formarsi de' partigiani fra gli uomini ricchi e versati negli affari, che a comprometterli con tutto il popolo, affinchè, come il governo medesimo, e come quelli che avevano tenute le di lui stesse direzioni, costoro ancora si persuadessero non esservi per loro salvezza che nel mantenimento della casa de' Medici. Dietro questi principj si apparecchiò una nuova rivoluzione[101].

[101] Lettera di Francesco Guicciardini a Niccolò di Schomberg, arcivescovo di Capoa, del 30 gennajo 1532, con una Memoria intorno al governo di Firenze. _Lett. de' Principi, t. III, f. 8, e seg._

Il papa, disponendo ed ordinando ogni cosa, volle ancora che i cittadini fiorentini che di que' tempi governavano, si addossassero soli la responsabilità del nuovo cambiamento. Mandò il suo piano bello e fatto da Roma, ma ne commise l'esecuzione a Bartolomeo Valori, al Guicciardini, a Francesco Vettori, a Filippo de' Nerli ed a Filippo Strozzi. Non ignorando quest'ultimo di essere l'oggetto della diffidenza e del segreto odio di Clemente VII, cercava di ricuperare la di lui grazia, eseguendo i di lui voleri con maggiore zelo che tutti gli altri[102].

[102] _Ben. Varchi, l. XII, p. 367. — Bern. Segni, l. V, p. 149. — Filippo de' Nerli, l. XI, p. 260._

Questi confidenti del papa forzarono in certo qual modo la balìa ad ordinare, il 4 aprile del 1532, la creazione di un comitato di dodici cittadini incaricati della riformagione del governo _dello stato_ e _della città_ di Firenze; _dello stato_ e _della città_ dissero, conciossiachè d'allora in poi si cessò di pronunciare il nome di _repubblica_. Fu accordato loro il termine di un mese per terminare questo lavoro; ma perchè tutto era stato preventivamente apparecchiato dal papa, questi commissarj furono a portata di pubblicarlo ancora più presto[103].

[103] _Ben. Varchi, l. XII, p. 372. — Scip. Ammirato, l. XXXI, p. 419. — Ist. di Gio. Cambi, t. XXIII, p. 110._

La nuova costituzione venne pubblicata il 27 di aprile del 1532. Questa sopprimeva il gonfaloniere di giustizia e la signoria, e vietava per sempre il ristabilimento di tale magistratura, ch'erasi con tanta gloria mantenuta dugento cinquant'anni. Dichiarava Alessandro dei Medici capo e principe dello stato, col titolo di doge, ossia duca della repubblica fiorentina, trasmissibile a perpetuità ai suoi discendenti per ordine di primogenitura, e stabiliva due consiglj vitalizj per dividere con lui le cure del governo. Uno, chiamato i dugento, comprendeva tutti gli attuali membri della grande balìa e quasi un centinajo d'altre persone, delle quali Alessandro si era riservata la nomina; l'altro, detto il senato, doveva essere composto di quarantotto membri scelti fra i dugento dell'altro consiglio, che avessero oltrepassati i trentasei anni. Quattro consiglieri eletti ogni tre mesi, ogni volta da un quarto del senato, dovevano tener luogo della signoria nelle onorifiche sue funzioni; il gonfaloniere o per meglio dire tutta la repubblica dovea venire rappresentata dal doge o dal suo luogotenente. Il doge solo od il suo luogotenente, potevano proporre progetti alla deliberazione dei consiglj, e niun progetto poteva avere forza di legge senza il loro formale assentimento; i nuovi consiglj non diedero un solo esempio di una proposizione del principe, che non fosse con servile sollecitudine sanzionata[104].

[104] _Ben. Varchi, l. XII, p. 374 e t. V, l. XIII, p. 12. — Gio. Cambi, t. XXIII, p. 114. — B. Segni, l. V, p. 160. — Filip. de' Nerli, l. XI, p. 262-268._

Alessandro de' Medici fu tale quale doveva essere un principe posto sul trono da straniere armate, contro il voto di tutti i suoi concittadini, dopo una guerra che aveva affatto ruinata ed umiliata la sua patria. Diffidando di tutti, e sforzandosi di ottenere col terrore ciò che sperare non poteva dall'amore, si circondò di stranieri soldati, capitano dei quali creò Alessandro Vitelli di Città di Castello, perchè lo conosceva irritato contro i Fiorentini e lo stato popolare, che aveva fatto morire il di lui padre Paolo Vitelli. Afforzò in riva all'Arno un bastione che poteva servirgli di rifugio in caso d'insurrezione popolare; ma non credendosi con ciò abbastanza sicuro, il 1.º giugno del 1534, fece porre i fondamenti di una fortezza nel luogo in cui trovavasi la porta di Faenza, e vi fece lavorare con tanta attività che prima che terminasse l'anno fu messa in istato di difesa. Alessandro assecondò vigorosamente la disposizione data dai commissarj per disarmare i cittadini, e pronunciava la pena di morte e la confisca dei beni contro coloro nelle di cui case si trovavano armi: nello stesso tempo aveva formata una milizia di sudditi della repubblica, armandola ed accordandole privilegj, onde tenere in dovere gli antichi sovrani col timore de' loro antichi vassalli[105].

[105] _Ben. Varchi, t. V, l. XIII, p. 5; l. XIV, p. 85. — Ist. di Gio. Cambi, t. XXIII, p. 137. — Bernardo Segni, l. VI, p. 153. — Filippo de' Nerli, l. XI, p. 270-272._

I soldati d'Alessandro tutto credevano permesso al loro libertinaggio ed all'avarizia loro; e non eravi oltraggio, pel quale i cittadini chiedessero giustizia, che venisse mai punito in verun militare, nè in veruno ufficiale o servitore della casa del duca. Pareva che questi mirasse continuamente ad umiliare i suoi compatriotti, paragonandoli sempre agli stranieri. Aveva successivamente offesi quasi tutti coloro che gli si erano mostrati più affezionati; i capi di quelle grandi famiglie che avevano diretta la fazione de' Medici, e che in tempo dell'assedio avevano portate le armi contro la loro patria, di bel nuovo abbandonata avevano quella patria, dove più non potevano vivere sotto il tiranno ch'essi medesimi le avevano dato. Francesco Guicciardini, che Clemente VII aveva nominato governatore di Bologna, non provava ancora il dolore di ubbidire dove aveva comandato; ma Bartolomeo Valori, sebbene governatore della Romagna a nome del papa, non si poteva dar pace della parte avuta nella rivoluzione, e della schiavitù in cui egli medesimo erasi ridotto. Filippo Strozzi, malgrado tutti i suoi sforzi per guadagnarsi la benevolenza del duca, lo sapeva geloso delle smoderate sue ricchezze, e sempre apparecchiato ad offenderlo; perciò in occasione del matrimonio di Catarina dei Medici col duca d'Orleans, nel 1533, recossi alla corte di Francia, e nel susseguente anno vi chiamò pure la sua numerosa famiglia. Tutti i cardinali fiorentini, che in allora erano quattro, si erano uniti ai nemici di Alessandro; ma di tutti il più caldo era Ippolito de' Medici, di lui cugino, il quale risguardandosi come più onoratamente nato di Alessandro, e di età maggiore, non sapeva darsi pace che si fossero concesse ad un bastardo d'incerto padre e di madre infame quelle prerogative di cui aveva egli stesso goduto alcun tempo, ed alle quali sapevasi pure chiamato dall'amore de' suoi concittadini[106].

[106] _Ben. Varchi, t. V, l. XIV, p. 90. — Ber. Segni, l. VI, p. 156._

Infatti la stessa madre di Alessandro non sapeva se fosse figliuolo di Lorenzo duca d'Urbino, di Clemente VII, o di un mulattiere. Nel primo caso sarebbe stato fratello germano di Catarina dei Medici, unica figliuola di Lorenzo e di Maddalena della Torre d'Alvergna, cui Clemente VII aveva procurato un collocamento al di là delle sue speranze. Clemente, incerto nella sua politica ed instabile nelle sue alleanze, si era ravvicinato alla Francia; era stato a Nizza per abboccarsi con Francesco I; era di là passato a Marsiglia; ed all'ultimo aveva maritata Catarina, il 27 ottobre del 1533, con Enrico d'Orleans, secondogenito di Francesco I, cui quest'Enrico successe nel trono di Francia[107]. La pace durava tuttavia tra Francesco e Carlo V; e Clemente VII, alleandosi colla Francia, non si era perciò dichiarato contro l'imperatore, dal quale conoscevasi dipendente: il matrimonio del suo prediletto Alessandro colla figlia naturale di Carlo V, sebbene da gran tempo convenuto, non si eseguiva ancora a motivo della tenera età di Margarita d'Austria, ed il papa non voleva esporsi a farlo rompere: sapeva che Alessandro non troverebbe verun appoggio in Catarina, che lo detestava come tutti i suoi parenti; ma più Alessandro aveva nemici e più Clemente VII gli si affezionava: rallegravasi vedendo questo giovane esercitare le proprie vendette, lo dirigeva, approvava tutti gli atti del governo di lui, e lo copriva col manto di una protezione che sapeva dovergli in breve mancare, perciocchè in giugno del 1534 Clemente VII era stato sorpreso da lenta febbre, della quale morì il 25 di settembre dello stesso anno, lasciando il suo protetto esposto agli attacchi de' molti nemici che s'era procacciati[108].

[107] _B. Varchi, l. XIV, p. 53. — Bern. Segni, l. VI, p. 161. — P. Jovii, l. XXXI, p. 224._

[108] _B. Varchi, l. XIV, p. 88. — Gio. Cambi, t. XXIII, p. 141. — Scip. Ammirato, l. XXXI, p. 429. — P. Jovii, l. XXXII, p. 234._