Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 16 (of 16)
Part 4
Francesco Ferrucci, avendo finalmente ricuperate le forze, prese tutte le convenienti misure per la sicurezza di Pisa; in pari tempo si provvide d'artiglieria, di fuochi artificiali, e di tutto quanto poteva dare alla sua piccola armata maggiore fiducia in se medesima; indi si pose in cammino la notte del 30 luglio, tre ore dopo il tramontare del sole, con un'armata di tre mila pedoni e di quattro in cinquecento cavalli. Uscì di Pisa per la porta di Lucca, ed attraversando tutto lo stato lucchese tentò da prima di entrare nel piano di Pescia pel ponte di Squarcia Boccone; ma perchè vi trovò qualche resistenza, penetrò nelle montagne lucchesi, e si accampò la prima notte a Medicina; indi passò la seguente a Calamecca nelle montagne di Pistoja. Sperava di ragunare in questa provincia tutta la fazione dei Cancellieri, i quali erano ben affetti alla repubblica, e, dopo avere ingrossata la sua armata con bande d'insorgenti, d'impadronirsi di Pistoja, ove potrebbe adunare i magazzini che destinava a vittovagliare Firenze. Ma i partigiani dei Cancellieri, ch'egli trovò a Calamecca, volendo approfittare del di lui arrivo per vendicarsi del partito nemico de' Panciatichi, lo traviarono dalla strada che avrebbe dovuto tenere, e lo condussero a San Marcello, ove signoreggiavano i Panciatichi. Infatti il Ferrucci prese questa terra, la saccheggiò, e la bruciò, perdendo in tal modo un tempo prezioso. Una dirotta pioggia gli fece inoltre differire alcune ore la partenza; egli condusse poi la sua armata a Gavinana, castello spettante alla fazione dei Cancellieri, lontano quattro miglia da San Marcello ed otto dalla città di Pistoja[73].
[73] _Ben. Varchi, l. XI, p. 210. — Bern. Segni, l. IV, p. 121. — Filip. de' Nerli, l. X, p. 236. — P. Jovii, l. XXIX, p. 162._
Ma qualunque stata fosse la rapidità del Ferrucci e l'accortezza della sua marcia, che, girando la metà de' confini toscani, lo conduceva in soccorso di Firenze per la parte più opposta a quella ond'era partito, egli era quasi circondato da tutte le bande. Fabrizio Maramaldo trovavasi sulla di lui manca, e lo aveva sempre seguito senza tentare di venire alle mani. Alessandro Vitelli stava alla destra col corpo dei _Bisogni_ spagnuoli, che poc'anzi si erano ammutinati e ritirati ad Alto Pascio, di dove egli aveali ricondotti all'ubbidienza colla speranza di una battaglia. Il Bracciolini lo seguitava con un migliaja d'uomini della fazione dei Panciatichi, armati sulle montagne. Pure il Ferrucci credevasi ancora in situazione di sottrarsi a tutti, o di attaccarli e vincerli separatamente, quando lo stesso principe d'Orange gli si fece incontro con mille veterani tedeschi, altrettanti spagnuoli e quattro colonnelli italiani[74].
[74] _Ben. Varchi, l. XI, p. 213. — P. Jovii, l. XXIX, p. 163._
Il principe d'Orange, che confidato aveva il comando dell'armata, durante la sua assenza, a don Ferdinando Gonzaga, ed al conte di Lodrone, non poteva allontanarsi tanto da Firenze, che sull'appoggio di un tradimento. Sapeva il gonfaloniere che la salvezza della repubblica era tutta ridotta nel solo Ferrucci, onde voleva assecondarlo col più vigoroso attacco contro il campo degli assedianti. Qualunque si fosse la superiorità della posizione, del numero o della disciplina degli Spagnuoli e de' Tedeschi, voleva affrontarla, ed ordinò a Malatesta Baglioni di apparecchiarsi ad una generale sortita. Dichiarò in pari tempo che si porrebbe egli stesso alla testa della scelta milizia fiorentina, e che seguirebbe la truppa di linea ovunque il Malatesta la condurrebbe, lasciando la guardia di Firenze ai vecchi ed all'ordinanza dei contadini[75].
[75] _Ben. Varchi, l. XI, p. 191._
Ma il Baglioni non aveva più che sperare o temere dalla repubblica fiorentina, e non voleva più oltre legare la propria fortuna a quella di uno stato che vedeva in sul punto di perire. Aveva segretamente negoziato col principe d'Orange, e per mezzo di lui anche con Clemente VII; erasi fatta confermare la sua sovranità di Perugia e promettere nuovi favori ecclesiastici e temporali, obbligandosi per iscrittura verso il principe d'Orange a non attaccare il campo, mentre il principe ne starebbe lontano per andare contro il Ferrucci. Successivamente oppose tre proteste agli ordini datigli dalla signoria di attaccare il nemico; ed il suo collega Stefano Colonna ebbe la debolezza ancor esso o la falsità di sottoscriverle. Diceva in queste scritture che la battaglia cui volevasi sforzarlo cagionerebbe l'irreparabile ruina della sua armata e della repubblica; e quando all'ultimo ebbe un perentorio ordine di marciare, vi si prestò con tanta lentezza, che prima ch'egli si fosse mosso, i Fiorentini ebbero notizia dell'esito della spedizione del Ferrucci[76].
[76] _Ben. Varchi, l. XI, p. 179, 204. — Jac. Nardi, l. IX, p. 385._
Il principe d'Orange era partito dal suo campo la sera del primo giorno di agosto; camminò tutta la notte, ed all'indomani diede riposo alle sue truppe a Lagone, villaggio posto tra Gavinana e Pistoja: colà stavano mangiando nella stessa ora in cui quelle del Ferrucci facevano lo stesso a San Marcello. Le due armate ripresero di nuovo il cammino press'a poco nello stesso istante, e giunsero nello stesso tempo innanzi a Gavinana. La campana a stormo che suonavasi in questo villaggio, avvisò il Ferrucci dell'avvicinarsi del nemico, senza che per altro potesse sospettare che fosse lo stesso principe d'Orange, ed una tanto ragguardevole parte della di lui armata, che avessero abbandonato il campo sotto Firenze[77].
[77] _Ben. Varchi, l. XI, p. 214._
La fanteria del Ferrucci era divisa in due corpi, ognuno di quattordici compagnie; egli comandava il primo, e Giampaolo Orsini il secondo, che serviva di retroguardia. Era egualmente divisa in due squadroni la cavalleria; uno de' quali era condotto da Amico d'Ascoli, l'altro da Carlo di Castro e dal conte di Civitella[78]. Prima di venire a battaglia, il Ferrucci esortò brevemente i suoi commilitoni; loro ricordò che la salvezza di Firenze e l'ultima speranza della repubblica erano riposte nella piccola loro armata, e non altro domandò loro che di seguirlo dovunque lo vedessero avanzarsi[79].
[78] _Jac. Nardi, l. IX, p. 377._
[79] _Ben. Varchi, l. XI, p. 215. — Jac. Nardi, l. IX, p. 377. — Bern. Segni, l. IV, p. 122._
Il Ferrucci, essendosi rimesso il caschetto, scese da cavallo ed entrò in Gavinana colla picca in mano nell'istante medesimo in cui Fabrizio Maramaldo, avendo fatto atterrare un muro secco, vi entrava per un'altra strada. La fanteria delle due armate s'incontrò sulla piazza del castello, intorno ad un alto castagno che ne occupava il centro; ed in tal luogo la pugna fu più lunga e più accanita, mentre che il principe d'Orange colla sua cavalleria attaccava impetuosamente quella del Ferrucci, ch'erasi trattenuta fuori delle mura. I cavalieri fiorentini tennero saldo; alcuni archibugieri, frammischiati nelle loro linee, fecero replicate scariche contro i cavalli nemici e gli sgominarono. Il principe d'Orange, cercando di riordinarli, attraversò solo di galoppo una ripida costa sotto il fuoco de' Fiorentini, e colpito nello stesso tempo da due palle nel collo e nel petto, cadde subito morto. Antonio d'Herrera ed il rimanente de' cavalieri, presenti alla caduta del principe, si posero in fuga, e non si trattennero che a Pistoja, ove sparsero il terrore nella loro fazione. I soldati del Ferrucci trovarono nelle tasche del principe d'Orange lo stesso viglietto di Malatesta Baglioni, con cui il Malatesta gli prometteva di non attaccare il di lui campo[80].
[80] _Ben. Varchi, l. XI, p. 217. — Jac. Nardi, l. IX, p. 377, 385. — Bern. Segni, l. IV, p. 122. — P. Jovii, l. XXIX, p. 164._
La cavalleria del Ferrucci, dopo avere dispersa quella del principe d'Orange, ed ucciso questo generale, faceva echeggiare l'aria colle grida della vittoria. Ma nello stesso tempo Giampaolo Orsini era stato attaccato da Alessandro Vitelli; la retroguardia da lui comandata aveva perdute le insegne disordinandosi, e Giampaolo era stato forzato a ritirarsi a piedi in Gavinana, dove aveva raggiunto il Ferrucci. Questi dal canto suo aveva cacciato fuori di Gavinana Maramaldo ed i di lui Calabresi, i Landsknecht ed i cavalli del principe; ma dopo avere combattuto tre ore sotto un cocente sole di agosto, egli riposavasi appoggiato sulla sua picca, quando venne attaccato da un altro corpo di Landsknecht che non aveva per anco combattuto; in quell'istante il Ferrucci e Giampaolo non avevano presso di loro che pochi ufficiali, essendosi alquanto allontanati i loro soldati per riposarsi qualche minuto. Con questo piccolo corpo scelto l'Orsini ed il Ferrucci si difesero ancora lungo tempo. Frattanto Giampaolo, ferito, e coperto di polvere, più non vedendo speranza di salvezza, rivoltosi al Ferrucci gli disse: _Signor commissario, non vogliamo ancora arrenderci_? No! rispose il Ferrucci, e scagliossi contra un nuovo squadrone di nemici che veniva ad attaccarlo. Infatti lo respinse fuori delle porte; ma mentre lo inseguiva vide chiudersi le porte alle spalle. La terra era presa, tutti i suoi soldati morti, feriti, o fuggitivi; lo stesso Ferrucci aveva ricevuto più d'una ferita mortale, e nel di lui corpo omai rimanevano poche parti sane; finalmente egli si arrese ad uno spagnuolo, che, per guadagnare il di lui riscatto, procurava di salvargli la vita. Ma Maramaldo, fattoselo condurre innanzi sulla piazza del castello, lo fece disarmare e lo pugnalò colle sue mani. Il Ferrucci si contentò di dirgli: _tu uccidi un uomo di già morto_[81].
[81] _Ben. Varchi, l. XI, p. 219. — Jac. Nardi, l. IX, p. 378. — Fr. Guicciardini, l. XX, p. 544. — P. Jovii, l. XXIX, p. 168. — Bern. Segni, l. IV, p. 123. — Gio. Cambi, t. XXIII, p. 67._ — L'ultimo racconta questi fatti assai inesattamente, sebbene scrivesse giorno per giorno le notizie che si avevano a Firenze.
Nello stesso tempo fu fatto prigioniere Giampaolo Orsini, che poi riebbe la libertà pagando una taglia; era venuto in mano de' vincitori anche Amico d'Ascoli, ma il di lui personale nemico, Muzio Colonna, lo comperò per seicento ducati da colui che lo aveva preso, per ucciderlo poi a voglia sua; Guglielmo Frescobaldi, che il Ferrucci aveva pel suo migliore luogotenente, morì a Pistoja in conseguenza delle sue ferite; rimasero sul campo di battaglia circa due mila morti, ed ancor maggiore fu il numero de' feriti. L'armata del Ferrucci era distrutta; ma gl'imperiali avevano a caro prezzo acquistata la vittoria: grandissima era la perdita dell'armata imperiale, e la morte del suo generale poteva disordinarla, tanto più che il marchese del Guasto l'aveva in allora abbandonata per passare ai servigj di Ferdinando d'Ungheria[82].
[82] _Ben. Varchi, l. XI, p. 221. — Jac. Nardi, l. IX, p. 378. — P. Jovii, l. XXIX, p. 165._
Vero è che il Ferrucci era ancora più necessario ai Fiorentini, che non il principe d'Orange agl'imperiali. Allorchè il 4 di agosto si ebbe in Firenze la notizia della morte di lui, tutta la città fu compresa da dolore e da spavento. Invano il gonfaloniere e la signoria si sforzavano di rianimare gli abbattuti spiriti, e di far mostra de' mezzi che tuttavia restavano. La sconfitta del Ferrucci veniva in parte attribuita ad una dirotta pioggia che aveva spente le trombe a fuoco, specie di artificio che i fanti fiorentini portavano attaccato alle loro picche, e che, costantemente vomitando fiamme, spaventava i cavalli. Ma il gonfaloniere ricordava che quella stessa pioggia che aveva perduto il Ferrucci, poteva salvare la città; che le acque dell'Arno erano così gonfie, che varj quartieri del campo nemico non potevano più avere comunicazione cogli altri; e che i Fiorentini, con una generale sortita, potevano avere il vantaggio del numero, attaccando ad uno ad uno i posti nemici. Affrettava perciò Malatesta Baglioni a venire a battaglia, e la signoria, per affezionarsi i capitani delle sue truppe di linea, prometteva loro per premio della vittoria la continuazione del soldo finchè vivrebbero; ma Malatesta Baglioni ricusò di ubbidire, e dichiarò altamente di volere oramai salvare una città, vicina a perdersi a cagione dell'ostinazione e della temerità de' suoi capi[83].
[83] _Ben. Varchi, l. XI, p. 229. — Bern. Segni, l. IV, p. 124. — Jac. Nardi, l. IX, p. 379. — Gio. Cambi, t. XXIII, p. 68._
Il Baglioni trovava in Firenze un grosso partito che faceva eco al suo rifiuto di combattere. Tutte le persone deboli e pusillanimi, tutti gli egoisti e coloro che sospiravano dietro i godimenti d'una vita tranquilla, desideravano la pace, e l'avrebbero accettata a qualunque patto. I partigiani dell'aristocrazia più non si curavano di esporsi ulteriormente pel mantenimento dell'autorità popolare: i segreti partigiani dei Medici osavano essi pure di manifestare i loro voti; e gli storici di questo partito confessano il tradimento del Baglioni per fargliene un merito[84]. Oramai i cittadini attaccati alla libertà non venivano indicati con altri nomi che con quelli di ostinati e di arrabbiati. Il Malatesta dichiarò che piuttosto che attaccare il campo imperiale, comandato, dopo la morte del principe d'Orange, da don Ferdinando Gonzaga, darebbe la sua dimissione. I dieci della guerra credettero di poterlo prendere in parola, e l'otto agosto gli spedirono Andreolo Niccolini per portargli il congedo dettato colle più lusinghiere espressioni. Estrema fu la sorpresa del Baglioni quando lo ricevette, e maggiore della sorpresa la rabbia: senza volerlo accettare, senza volerlo leggere, si fece addosso al Niccolini che lo recava, e lo ferì con ripetute pugnalate[85].
[84] _Fil. de' Nerli, l. X, p. 225. — Fr. Guicciardini, l. XX, p. 545. — P. Jovii, l. XXIX, p. 166._
[85] _Ben. Varchi, l. XI, p. 235. — Jac. Nardi, l. IX, p. 380._
Il gonfaloniere volle fare un altro esperimento per mantenere la vacillante autorità della repubblica; ordinò a tutte le compagnie della milizia di adunarsi in piazza, e si pose alla loro testa per andare contro il Baglioni. Ma il terrore aveva di già sbandita ogni subordinazione, ed invece delle sedici compagnie, otto sole si trovarono sulla piazza. Dall'altro canto Malatesta Baglioni aveva di già introdotto nel suo bastione il capitano imperiale, Pirro Colonna di Stipicciano; aveva disarmata o congedata la guardia fiorentina della porta Romana, ed aveva rivolta contro la città l'artiglieria destinata a difendere le mura[86].
[86] _Ben. Varchi, l. XI, p. 239. — Bern. Segni, l. IV, p. 124. — Gio. Cambi, t. XXIII, p. 69._
Firenze era perduta, e non eravi umana forza che potesse salvarla. Mentre che molti cittadini volevano ancora morire liberi e colle armi alla mano, gli altri conoscevano che verun ostacolo più non poteva oramai trattenere quella feroce armata, che si era infamata colla tirannide esercitata in Milano, e col sacco di Roma: si riparavano nelle chiese colle loro donne, i figliuoli e le loro ricchezze, e senza potersi appigliare a verun partito, senza nutrire veruna speranza, più non ubbidivano alle magistrature, e non facevano che imbarazzare coloro che non avevano per anco tutto perduto il coraggio, e mostravano ancora costanza.
La signoria colla più profonda umiliazione, e col più acerbo dolore, restituì il bastone del comando al Malatesta, in arbitrio del quale stava il permettere agli imperiali d'inondare la città, o l'imporre loro qualche condizione. Quattrocento giovani, tra i quali si videro con dolore i figli ed i generi del gonfaloniere Niccolò Capponi, eransi schierati in armi sulla piazza di santo Spirito, risoluti di appoggiare il Baglioni e di non riconoscer più la signoria. Fece questa un estremo sforzo per richiamarli sotto le sue insegne; rappresentò loro, che separandosi dai proprj concittadini in così difficili circostanze, esponevano la patria e sè medesimi ai più spaventosi pericoli; ma per tutta risposta non ebbe che insulti e minacce da quei giovani che vennero in armi sulla piazza del palazzo, e costringerla a porre in libertà tutti coloro che ella teneva custoditi a motivo del loro attaccamento alla fazione dei Medici[87].
[87] _Ben. Varchi, l. XI, p. 245. — Fil. de' Nerli, l. X, p. 239. — Gio. Cambi, t. XXIII, p. 70._
Fra tanto perturbamento la signoria nominò quattro ambasciatori, che spedì al campo di Ferdinando Gonzaga per chiedere una capitolazione. Scelse Baldo Attuiti, Jacopo Morelli, Lorenzo Strozzi e Pier Francesco Portinari. Non ebbero questi d'uopo di cercare lontano coloro coi quali dovevano trattare, perchè Bartolomeo Valori, uno degli emigrati che il papa aveva nominato suo commissario in Toscana, e che a nome dei Medici governava tutto il paese occupato dall'armata imperiale, era venuto in quella medesima casa dei Pini, in cui abitava Malatesta Baglioni. Le condizioni che ottennero gli ambasciatori erano più vantaggiose che sperare si potessero in così tristi circostanze; ma le condizioni sono di poca importanza, quando vengono giurate da sovrani senza fede, ed in seguito riclamate da uomini senza potenza. È probabile che il papa avesse ordinato al Valori di acconsentire a tutto, riservandosi poi l'interpretazione del trattato a modo suo. L'imperatore nulla affatto somministrava pel soldo e pel mantenimento dell'esercito sotto Firenze, e Clemente VII non aveva più credito per essere state le sue entrate assorbite da lunghe guerre, e le sue ricchezze perdute nel sacco di Roma: perciò non poteva più oltre sostenere cotali spese, che oltrepassavano i settanta mila fiorini al mese[88].
[88] _Jac. Nardi, l. IX, p. 381. — Fil. de' Nerli, l. X, p. 241. — B. Segni, l. IV, p. 119._
Il trattato, che venne sottoscritto il 12 di agosto del 1530 a santa Margarita di Montici, portava che la forma del governo di Firenze sarebbe regolata dall'imperatore entro il termine di quattro mesi, a condizione che sarebbe salva la libertà. Prometteva la repubblica di pagare all'armata cinquanta mila scudi in danaro sonante, e trenta mila in cambiali; ed in compenso le truppe imperiali dovevano immediatamente allontanarsi. Dovevansi consegnare al commissario del papa le fortezze di Pisa, di Volterra e di Livorno. Per guarenzia del pagamento delle cambiali, della consegna delle fortezze e dell'ubbidienza del popolo a quel governo che gli darebbe l'imperatore, i Fiorentini dovevano dare nelle mani di Ferdinando Gonzaga cinquanta ostaggi a sua scelta. Finalmente a nome del papa e dell'imperatore veniva accordata un'amplissima amnistia, tanto a tutti i Fiorentini senza eccezione per tutto ciò che potessero avere fatto contro la casa dei Medici, quanto a tutti i sudditi dell'impero e della Chiesa che gli avevano serviti in tempo della guerra, portando le armi contro i loro abituali signori[89].
[89] _Ben. Varchi, l. XI, p. 246-250. — Jac. Nardi, l. IX, p. 382, 383. — Fil. de' Nerli, l. XI, p. 244. — P. Jovii, l. XXIX, p. 173._
In conseguenza di questo trattato, che bentosto si rimase negli archivj, quale monumento della scandalosa mancanza di fede dei due sovrani, in nome de' quali era stato convenuto, tutti gli emigrati fiorentini ed i commissarj del papa rientrarono in città. Bartolomeo Valori fece occupare il 20 di agosto la piazza del palazzo da quattro compagnie di soldati corsi; costrinse in appresso la signoria a scendere sul balcone, e fece suonare la maggiore campana per adunare il popolo a parlamento. Appena si trovarono adunati nella piazza trecento cittadini; taluno di coloro che voleva andarvi per emettere per l'ultima volta un libero suffragio, venne respinto a colpi di pugnale[90]. Salvestro Aldobrandini volgendosi a questa irrisoria assemblea del popolo, gli domandò se acconsentiva, «che si creassero dodici uomini che avessero essi soli altrettanto d'autorità e di potere, quanto ne aveva tutt'insieme il popolo di Firenze.» Tre volte fu rinnovata questa domanda, e tre volte il popolaccio ed i fanciulli risposero: _Sì! sì! le palle, le palle!_ (stemma dei Medici) _i Medici! i Medici!_ Dopo questo preteso assenso popolare, furono dal commissario apostolico nominati dodici signori della balìa. Questi deposero la signoria, i dieci della guerra, gli otto della guardia e balìa, ossiano supremi giudici criminali. Fecero deporre le armi al popolo, e così la libertà fiorentina soggiacque per l'ultima volta. Avanti che spirasse l'autorità di costoro, lo stesso nome di repubblica venne annullato[91].
[90] _Ben. Varchi, l. XI, p. 257._
[91] _Bened. Varchi, l. XI, p. 256-260. — Jac. Nardi Ist. Fior., l. IX, p. 387. — Fr. Guicciardini, l. XX, p. 545. — Istor. di Gio. Cambi, t. XXIII, p. 73. — Fil. de' Nerli, l. X, p. 242. — Ber. Segni, l. V, p. 128. — P. Jovii, l. XXIX, p. 175._
La storia di Firenze di Jacopo Nardi termina colla presa della città e collo stabilimento della balìa. È scritta con un certo che di candore e di lealtà che ci affeziona allo storico; vi si ravvisa l'amico della libertà, l'uomo religioso e dabbene. Il Nardi non risguardava il suo libro come terminato, e lo avrebbe distrutto quando stava per morire, se fortunatamente non ve ne fossero stati di già varj esemplari presso altre famiglie. Per altro i primi sei libri, che comprendono l'accaduto dall'anno 1494 fino alla morte di Leon X, sembrano avere ricevuta tutta la perfezione che l'autore poteva loro dare. Lo stesso non può dirsi degli ultimi tre; la narrazione vi si trova appena abbozzata, e pare che l'autore gli scrivesse senza avere sott'occhio i materiali che doveva adoperare. Trovansi in questi ultimi tre libri alcuni errori di fatto e di date, molte ripetizioni, molto disordine, ed alcuni pezzi che non sembrano essere stati dall'autore riletti. Jacopo Nardi ebbe qualche parte nella rivoluzione del 1527; e perciò fu tra gli esiliati, che la balìa del 1530 privò della loro patria. Il Nardi fu in appresso incaricato dagli emigrati di portare le loro lagnanze all'imperatore intorno alla violazione della capitolazione di Firenze, di esporre le loro ragioni in una scrittura che fu mandata a Carlo V. Fino alla fine della sua vita, che terminò in esilio, Jacopo Nardi lavorò, malgrado la povertà e la vecchiaja, a procurare vindici alla libertà della sua patria. La sua storia si stampò in Firenze in 4.º nel 1584 in un volume di 590 pagine.
CAPITOLO CXXII.
_Violazione della capitolazione di Firenze; persecuzione di tutti gli amici della libertà. Regno e morte di Alessandro de' Medici: successione di Cosimo I al titolo di duca di Firenze. Siena, oppressa dagli Spagnuoli, abbraccia il partito francese: assedio ed ultima capitolazione di questa città._
1530 = 1555.
L'indipendenza dell'Italia, che aveva cominciato col XII secolo, e che era stata solennemente riconosciuta in forza delle vittorie della lega lombarda sopra Federico Barbarossa, cessò all'epoca del coronamento dell'imperatore Carlo V a Bologna, o a quella dell'occupazione di Firenze fatta da' generali imperiali in marzo o in agosto del 1530. Prima del dodicesimo secolo, l'Italia, rammentando ancora l'antica sua grandezza, sdegnavasi di essere ridotta in servitù dai vicini popoli. Credevasi meritevole di miglior sorte; ma pure ubbidiva. L'Italia faceva prima parte dell'impero de' Franchi, poi di quello della Germania. La sua sorte era regolata dalle passioni, dalla politica e dalle vittorie de' popoli d'oltremonti, dei quali essa non conosceva nemmeno il linguaggio. Tale tornò ad essere la sua situazione dal 1530 fino all'età nostra.