Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 16 (of 16)
Part 3
Malgrado i pericoli dello stato, la prima magistratura veniva ricercata con eguale ardore. Francesco Carducci, ch'era stato sostituito al Capponi negli otto ultimi mesi del 1529, aveva dato prove del vigore del suo carattere e del suo ingegno. Desiderava di essere confermato pel susseguente anno, ed espresse abbastanza chiaramente tale suo desiderio nel gran consiglio, ove rappresentò ai suoi concittadini che in così difficili circostanze, non potevasi quasi mutare il capo dello stato, senza esporsi altresì a cambiare tutte le misure, ed a sovvertire tutti i progetti maturati lungo tempo innanzi. Ma questo stesso avvertimento parve offendere coloro che credevansi non meno di lui capaci di sostenere la prima carica della stato, ed il Carducci non venne pure annoverato tra i sei candidati designati pel gonfalone. Il gran consiglio scelse il 2 di dicembre Raffaele Girolami, il solo degli ambasciatori mandati a Carlo V a Genova, che fosse tornato in patria a rendere conto della sua missione. Dopo tal giorno il Girolami visse nel palazzo del pubblico, ed assistette alle deliberazioni della signoria, sebbene non entrasse in funzione che il primo gennajo del 1530[47].
[47] _Ben. Varchi, l. X, p. 237. — Jac. Nardi, l. VIII, p. 370. — Ist. di Gio. Cambi, t. XXIII, p. 47. — Filippo de' Nerli, l. IX, p. 204. — Bern. Segni, l. IV, p. 103._
Dopo l'arrivo della seconda armata imperiale provegnente dalla Lombardia, Firenze era circondata da ogni banda, ed il principe d'Orange aveva una formidabile artiglieria, e più che bastante per istringere vivamente l'assedio; pure non cercò di battere in breccia le mura, e solo tentò, e quest'ancora con infelice riuscita, di atterrare alcune torri dalla di cui artiglieria veniva incomodato, limitandosi a bloccare la città colla speranza di affamarla[48].
[48] _Jac. Nardi, l. VIII, p. 359. — Bern. Segni, l. IV, p. 103. — P. Jovii Hist. sui temp., l. XXVIII, p. 130._
Oltre l'ordinaria numerosa sua popolazione, Firenze conteneva in allora molti contadini che vi si erano rifugiati dalle circostanti campagne, e dodici in quattordici mila soldati. Gli ultimi non si erano accostumati in veruna delle precedenti guerre d'Italia a soffrire le privazioni. La loro moderazione, la loro disciplina, la loro pazienza formarono un singolare contrasto colle vessazioni sofferte dalle altre città per parte de' soldati ricevuti entro le loro mura. Senza dubbio Firenze andava di ciò debitrice alla guardia urbana, che colla sua lodevole condotta serviva d'esempio alle altre truppe, e le teneva in dovere. Nondimeno tutti i granaj di Firenze sarebbersi a lungo andare vuotati, se il commissario generale Francesco Ferrucci non avesse trovato il mezzo, mercè una costante attività ed uno zelo eguale al suo coraggio, d'introdurre in città varj convoglj di bestiami, di granaglie e di foraggi, e di farvi passare le munizioni che si trovavano ammassate ad Empoli, a Volterra ed a Pisa[49].
[49] _Ben. Varchi Stor. Fior., t. IV, l. XI, p. 41. — Fr. Guicciardini, l. XX, p. 541. — Filip. dei Nerli, l. IX, p. 207._
L'accordo d'Ercole d'Este in qualità di capitano generale era terminato col 1529, senza ch'egli si fosse mai recato al suo posto. Gli uomini d'armi da lui mandati avevano ubbidito al conte Ercole Rangoni, di lui luogotenente; ma si erano contenuti assai mollemente, dietro gli ordini stessi ricevuti da Ferrara. Alla fine dell'anno il principe li richiamò. Egli più non desiderava di conservare il posto di capitano generale, ed i Fiorentini non avevano verun pensiero di confermarlo in cotale carica. I dieci della guerra procedettero a nominargli un successore; ma pendevano incerti tra Malatesta Baglioni, che ancora non aveva titolo di governatore generale, e Stefano Colonna, generale della loro ordinanza; ma quest'ultimo, uomo circospetto, e che trasparire non lasciava le segrete sue intenzioni, dichiarò che continuava a considerarsi come soldato del re cristianissimo, ch'egli rimaneva in Firenze per di lui servigio, e che non desiderava verun'altra distinzione[50]. Per lo contrario il Baglioni faceva pratiche per avere la prima carica. Sebbene indebolito e quasi storpiato da lunghe malattie, non era meno illustre per coraggio, che per militari talenti; aveva gloriosamente militato negli eserciti veneziani; sapeva farsi amare e rispettare dai soldati, sebbene facesse mantenere la più severa disciplina; e comecchè in appresso l'esperienza dimostrasse, che preferiva il suo personale interesse al dovere, ebbe, mancando ancora a quest'ultimo, certi riguardi per l'onor suo, che il più delle volte venivano dai condottieri trascurati. Fu il 26 di gennajo che il gonfaloniere Raffaele Girolami gli consegnò lo stendardo della repubblica ed il bastone del comando, dopo averlo esortato in presenza di tutto il popolo a versare, se il bisogno lo richiedesse, il suo sangue per la difesa della libertà fiorentina, e dopo avere ricevuto il di lui giuramento[51].
[50] _Ben. Varchi, t. IV, l. XI, p. 23._
[51] _Ben. Varchi. l. XI, p. 24. — Jac. Nardi, l. VIII, p. 358. — Ist. di Gio. Cambi, t. XXIII, p. 48. — Fil. de' Nerli, l. X, p. 219. — Bern. Segni, l. IV, p. 103._
Pochi dì avanti Francesco I, per fare cosa grata al papa ed all'imperatore, aveva fatto dare ordine a questo stesso Malatesta Baglioni, ed allo stesso Stefano Colonna, di abbandonare il servigio de' Fiorentini, dichiarando di non li volere incoraggiare nella loro ribellione contro la Chiesa e contro l'impero; ma in pari tempo che loro pubblicamente mandava quest'imbasciata, li faceva segretamente avvisare di non ubbidire. Richiamava il signore de Viglì, ma vi lasciava Emilio Ferreto in qualità di segretario dell'ambasciata, commettendogli di sostenere il coraggio de' Fiorentini, e di accertarli, che ricuperati che avesse i figliuoli col pagamento della loro taglia, tornerebbe a dar loro aperti ajuti[52].
[52] _Ben. Varchi, l. XI, t. IV, p. 19. — Fr. Guicciardini, l. XX, p. 541._
Dietro una decisione del gran consiglio, il nuovo gonfaloniere aveva spediti ambasciatori all'imperatore ed al papa a Bologna per chiedere la pace. Erano essi incaricati di offrire il richiamo de' Medici in Firenze, a condizione che tutto lo stato fiorentino sarebbe restituito alla repubblica, che sarebbe conservata la di lui libertà, e che la presente costituzione non verrebbe alterata. Carlo V non volle trattare con loro, e sempre li rinviò al papa; questi parve volere accordare le due prime condizioni, ma si alterò grandemente contro coloro che proponevano la terza; giurò che rovescierebbe un governo abbandonato alla plebaglia, che opprimeva tutto ciò che la nazione avrebbe dovuto rispettare; e costrinse gli ambasciatori, a mezzo febbrajo, ad uscire immediatamente da Bologna senza avere niente convenuto[53].
[53] _Fil. de' Nerli, l. X, p. 217, 218. — Bern. Segni, l. IV, p. 106. — Ben. Varchi, t. IV, l. XI, p. 12-18._
Ma nè la durezza dell'imperatore e la collera del papa, nè l'abbandono del re di Francia, nè la fuga di varj capitani che passarono tra i nemici, nè le trame dei partigiani de' Medici, perseguitati con un rigore e con forme di giudizj indegni di una repubblica, nè la successiva perdita di tutto il dominio dello stato, ebbero forza di scoraggiare i Fiorentini. I monaci del convento di san Marco ed i proseliti di Girolamo Savonarola avevano ricominciate le loro prediche. Fra Benedetto da Fojano di santa Maria Novella, e fra Zaccaria, domenicano di san Marco, erano tra costoro i due più eloquenti oratori, e quelli che il popolo ascoltava con maggiore entusiasmo. Incoraggiavano essi i divoti colla promessa che Cristo, nominato loro re, penserebbe a difenderli, e profetizzavano che quando parrebbe impossibile ogni umano soccorso, quando gl'imperiali avrebbero di già innalzate sulle mura le loro insegne, gli Angeli del Signore scenderebbero in mezzo alla battaglia, e scaccierebbero colle infuocate loro spade i nemici del Signore dalla città che si era data in di lui potere[54].
[54] _Ben. Varchi, l. XI, p. 39, 178. — Bern. Segni, l. IV, p. 116. — Ist. di Gio. Cambi, t. XXIII, p. 52, 66._
Mentre i Fiorentini aspettavano ogni venerdì di essere attaccati dal principe d'Orange, perchè gli Spagnuoli risguardavano tale giorno siccome fausto, non lasciavano dal canto loro passare un sol dì senza tentare con qualche sortita di sorprendere alcun posto de' nemici. In molte di queste zuffe perirono parecchj uomini che alla repubblica erano utilissimi, e si prese da ciò motivo di accusare Malatesta Baglioni di aver voluto spossare la guarnigione con questa piccola guerra. Con ciò, a dir vero, il Baglioni riuscì a rendersi affatto dipendente il consiglio di guerra, perchè gli ufficiali, che si andavano perdendo in queste scaramucce, venivano sempre rimpiazzati da creature proposte da lui medesimo; e dall'altra parte potev'essere fondato a credere che con queste piccole perdite non comperava a troppo caro prezzo il vantaggio di agguerrire i suoi soldati, d'inspirar loro confidenza e di dissipare quell'impazienza e quella noja che spesso riescono alle truppe assediate più funeste che le spade nemiche[55].
[55] _Ben. Varchi, t. IV, l. XI, p. 30 e seg. — Jac. Nardi, l. VIII, p. 359._
Alcune delle sortite de' Fiorentini avevano un piano più generale. Sorprendendo di notte i quartieri de' nemici, potevano lusingarsi di disordinare tutto l'esercito e di forzarlo a levare l'assedio. Queste notturne sorprese chiamavansi _incamiciate_, perchè gli assalitori si coprivano con una camicia bianca, ad oggetto di riconoscersi nell'oscurità. Talvolta i Fiorentini non temevano di attaccare i loro nemici in pieno giorno; ed il 21 di marzo, dietro gli ordini di Malatesta Baglioni, cinque corpi, cadauno di cinque in sei cento uomini, sortirono da cinque diverse porte per attaccare contemporaneamente gl'imperiali, onde occupare un ridotto, chiamato il _cavaliere_, innalzato dal principe d'Orange in faccia alla porta Romana: un corpo doveva condurre a fine quest'impresa, mentre gli altri distrarrebbero l'attenzione del nemico. Sgraziatamente i Fiorentini furono traditi da un disertore, che uscì di città mezz'ora prima di loro; pure, sebbene gl'imperiali si trovassero da per tutto apparecchiati a riceverli, l'attacco dei Fiorentini fu così vivo, che molti di loro giunsero sul Cavaliere; e quando si ritirarono all'avvicinarsi della notte, avevano fatto ai nemici assai maggior male che non ne avevano ricevuto[56]. Rinnovarono lo stesso attacco il 28 di marzo, ma meno felicemente. Il giorno di Pasqua ed i seguenti giorni, ebbero ancora luogo alcune brillanti scaramucce. Intanto l'imperatore era partito alla volta della Germania, il papa era tornato a Roma, e l'armata dell'Orange cominciava a sentire il bisogno di danaro. I Fiorentini erano persuasi che se riusciva loro in tale circostanza di ottenere qualche importante vantaggio sull'armata imperiale, farebbero levare l'assedio; mentre che invece sottomettendosi ad un più lungo blocco, la fame avrebbe all'ultimo consumate le loro forze[57].
[56] _Ben. Varchi, l. XI, p. 54. — Fr. Guicciardini, l. XX, p. 542._
[57] _Ben. Varchi, l. XI, p. 71._
Sentendosi Malatesta Baglioni accusato dal popolo di trarre in lungo la guerra, vedendo che le guardie nazionali desideravano di fare una sortita generale, e che la volevano i dieci della guerra e la signoria, dichiarò che condurrebbe i Fiorentini alla battaglia, sebbene egli non lo credesse utile agli assediati. In fatti il 5 di maggio fece sortire più di mezza guarnigione fuori di porta Romana e di due altre porte dallo stesso lato dell'Arno; prese d'assalto il convento di san Donato, difeso dagli Spagnuoli; gettò il disordine in tutta l'armata del principe d'Orange, e se avesse fatto uscire il restante delle truppe di cui poteva disporre, o se Amico di Venafro, da lui destinato a comandare una delle tre colonne, non fosse stato ucciso nel precedente giorno, avrebbe probabilmente costretto il principe d'Orange a levare l'assedio[58].
[58] _Ben. Varchi, l. XI, p. 77. — Jac. Nardi, l. VIII, p. 362._
Dal canto suo Stefano Colonna diresse un attacco contro il campo de' Tedeschi in sulla destra dell'Arno, dove il conte Luigi di Lodrone era subentrato a Luigi di Wirtemberga. Il Colonna sortì dalla città il 10 di giugno, alcune ore prima che facesse giorno, per la porta di Faenza, onde marciare direttamente contro i nemici, mentre dovevano assecondarlo, il capitano Pasquino Corso uscendo dalla porta di Prato, e Malatesta Baglioni tenendo d'occhio il fiume per impedire che il principe d'Orange non ajutasse i Tedeschi. Il Colonna combattè valorosamente; forzò la doppia trincea de' Tedeschi, e loro uccise molta gente: ma il capitano Pasquino non venne in suo ajuto, secondo gli era stato imposto, e Malatesta Baglioni, nel caldo della battaglia, invece di avanzarsi egli stesso, fece suonare a raccolta. Stefano Colonna la fece in buon ordine riportando un immenso bottino, preso ne' quartieri del nemico[59].
[59] _Benedetto Varchi, l. XI, p. 100. — Jac. Nardi, l. IX, p. 374. — Filippo de' Nerli, l. X, p. 231. — Ber. Segni, l. IV, p. 117. — P. Jovii, l. XXVIII, p. 146._
Nello stesso tempo si combatteva ancora in altre parti dello stato fiorentino. Lorenzo Carnesecchi era commissario generale nella Romagna toscana; risiedeva d'ordinario a Castrocaro; e con pochissimi soldati e senza danaro, trovò il modo di allestire una piccola armata in questa provincia; rispinse gli attacchi delle truppe papali; portò invece il terrore ed i guasti in tutta la Romagna pontificia, e sforzò il governatore della legazione a chiedergli una parziale tregua. Il Carnesecchi non vi acconsentì, che quando ebbe egli medesimo esaurite tutte le sue forze per continuare la guerra[60].
[60] _Ben. Varchi, l. XI, p. 112._
La cittadella d'Arezzo, assediata dagli Aretini, capitolò il 22 di maggio. I soldati che vi stavano di guarnigione si erano ammutinati, per non assoggettarsi più lungo tempo alle privazioni rendute necessarie dallo stato d'assedio. Gli Aretini non l'ebbero appena in loro potere che la spianarono all'istante, affinchè il principe d'Orange non potesse mandarvi guarnigione[61]. Il 23 di giugno si arrese agli Spagnuoli per capitolazione Borgo san Sepolcro, senza avere prima sostenuto un assedio[62]. Volterra si era data alle truppe del papa il 24 di febbrajo[63]: ma perchè questa città credevasi di somma importanza, i dieci della guerra, dopo avere nominato Francesco Ferrucci commissario generale, ed avergli date illimitate facoltà, e tali che mai non le aveva avute verun cittadino fiorentino, lo incaricarono di soccorrere la fortezza di Volterra, che tuttavia si difendeva, e di tentare, se fosse possibile, di riavere ancora la città.
[61] _Ben. Varchi, l. XI, p. 117._
[62] _Ivi, p. 118. — Jac. Nardi, l. VIII, p. 366._
[63] _Ben. Varchi, l. XI, p. 131. — Fr. Guicciardini, l. XX, p. 542. — Bern. Segni, l. IV, p. 110. — P. Jovii, l. XXVIII, p. 148._
Il Ferrucci aveva adunata la sua piccola armata in Empoli, dove aveva pure raccolti abbondantissimi magazzini di vittovaglie, che successivamente spediva a Firenze; ed aveva posta quella città in così buono stato di difesa, ch'egli accertava che le sole donne avrebbero potuto coi loro fusi respingere gli Spagnuoli; egli partì il 27 di aprile, a seconda degli ordini ricevuti, e affidò il comando della città ad Andrea Giugni ed a Pietro Orlandini[64].
[64] _Ben. Varchi, l. XI. p. 93._
La partenza del Ferrucci ebbe per Empoli funeste conseguenze: il principe di Orange spedì Diego Sarmiento, coi Bisogni spagnuoli, per assediarla; vi aggiunse tutta la cavalleria di don Ferdinando Gonzaga, e varie vecchie bande del marchese del Guasto. Nello stesso tempo Fabrizio Maramaldo batteva la campagna, e vietava al Ferrucci di avvicinarsi all'assediata città. Le batterie spagnuole cominciarono a battere Empoli il 24 di maggio, ed il 28 gl'imperiali diedero alla piazza un sanguinosissimo assalto; ma dopo molte ore di battaglia furono respinti. Nella susseguente notte, gli abitanti d'Empoli, temendo i patimenti di un assedio, mandarono segretamente al campo spagnuolo per capitolare, ed avendo ottenuta una salvaguardia per le persone e proprietà loro, non fecero parola dei soldati che gli avevano valorosamente difesi. I due capitani Giugni ed Orlandini avevano avuto parte in questa vergognosa transazione. Quando in seguito gli Spagnuoli vennero introdotti entro le mura di Empoli, disprezzarono la capitolazione, ed abbandonarono al saccheggio non solo i ricchissimi magazzini adunati con tanto zelo e stento dal Ferrucci per assicurare l'approvvigionamento di Firenze, ma inoltre tutte le case degli abitanti[65].
[65] _Ben. Varchi, l. XI, p. 91. — Jac. Nardi, l. VIII, p. 367. — Fr. Guicciardini, l. XX, p. 543. — Fil. de' Nerli, l. X, p. 226. — Bern. Segni, l. IV, p. 112. — P. Jovii, l. XXVIII, p. 153._
Intanto Francesco Ferrucci aveva condotta a buon fine la sua spedizione: partito da Empoli il 27 d'aprile, con circa mille quattrocento fanti e dugento cavaleggieri, cui aveva fatto prendere provvigioni per due giorni, giunse non pertanto lo stesso giorno a Volterra, tre ore prima di notte. Dopo essere entrato nella cittadella per la porta del soccorso, ed avere dato un'ora di riposo a' suoi soldati, scese nella città e forzò i primi trinceramenti innalzati dai Volterrani, e gl'inseguì vivamente fino alla piazza di sant'Agostino, dove eransi eretti altri trinceramenti. Intanto era sopraggiunta la notte, ed i suoi soldati, oppressi dalla fatica del lungo cammino fatto e dalla recente ostinata battaglia, più non potevano reggersi in piedi; fu d'uopo perciò trincerarsi sulla piazza, aspettando il vegnente mattino. All'indomani ricominciò la battaglia in sul fare del giorno. I Volterrani attendevano ad ogni istante gli ajuti loro promessi da Fabrizio Maramaldo, il quale occupava la provincia con due mila cinquecento Calabresi, i quali, non ricevendo il soldo, vivevano a discrezione. Ma il Ferrucci costrinse i Volterrani a capitolare, prima che il Maramaldo potesse soccorrerli[66].
[66] _Ben. Varchi, l. XI, p. 149. — Jac. Nardi, l. VIII, p. 358. — Fr. Guicciardini, l. XX, p. 542. — P. Jovii, l. XXVIII, p. 150. — B. Segni, l. IV, p. 111. — Fil. de' Nerli, l. X, p. 226. — Ist. di Gio. Cambi, t. XXIII, p. 54._
Il Ferrucci si affrettò di mettere Volterra in istato di difesa: doveva nello stesso tempo tenersi in guardia contro gli abitanti della città, pieni di rancore verso i Fiorentini, e contro Fabrizio Maramaldo, che non tardò ad attaccarlo colla sua infanteria leggiere. Prolungaronsi fra di loro le zuffe tutto il mese di maggio con un accanimento che si cangiò in odio personale. Dopo la presa di Empoli, il marchese del Guasto e don Diego di Sarmiento raggiunsero Maramaldo coi loro corpi d'armata. Il 12 di giugno scoprirono le loro batterie contro le mura di Volterra, e vi aprirono larghe brecce. Il Ferrucci rimase gravemente ferito in due parti durante quest'attacco; ma senza dar tempo di farsi medicare, fecesi portare sopra una seggiola in tutti i posti più minacciati dal nemico, e continuò egli solo, senza perdere un solo istante, a dirigere la difesa[67]. Il 17 di giugno, il marchese del Guasto, che aveva ricevuto dal campo del principe d'Orange un rinforzo d'artiglieria, aprì nuovamente larghe brecce nelle mura della città. La febbre erasi aggiunta alle ferite del Ferrucci; ma non pertanto questi, lasciando in non cale ogni cura della sua salute, fece testa al nemico, e dopo un'accanita zuffa lo costrinse a levare vergognosamente l'assedio[68].
[67] _Ben. Varchi, l. XI, p. 162. — P. Jovii, l. XXIX, p. 134._
[68] _Ben. Varchi, l. XI, p. 164. — Jac. Nardi, l. VIII, p. 368. — Fr. Guicciardini, l. XX, p. 544. — Gio. Cambi, t. XXII, p. 66. — B. Segni, l. IV, p. 114. — P. Jovii, l. XXIX, p. 157._
Dopo avere assicurato il possedimento di Volterra, il Ferrucci rivolse il pensiero ad eseguire la commissione che gli era stata data dai dieci della guerra; cioè di ragunare tutti i soldati fiorentini che trovavansi nelle varie parti del territorio tuttavia soggetto al governo della repubblica, e di venire, dopo avere in tal guisa ingrossato il più che poteva la sua piccola armata, ad attaccare il campo degli assedianti, mentre che i Fiorentini lo asseconderebbero con una vigorosa sortita; imperciocchè il gonfaloniere, la signoria, i dieci della guerra, e lo stesso consiglio degli ottanta, desideravano la battaglia, ed ordinavano ai loro generali d'attaccare il nemico. Invano Malatesta Baglioni e Stefano Colonna dichiaravano di non poter condurre le milizie contro soldati veterani, superiori di numero, e protetti dai loro trinceramenti in gagliarde posizioni: i consiglj replicavano l'ordine d'attaccare il nemico, onde almeno conservare alcuna possibilità di prosperi avvenimenti, mentre che la fame, ch'essi vedevano non lontana, e la peste, che dal campo nemico era entrata in città, gli andavano distruggendo, quasi con tanta rapidità come avrebbe fatto la battaglia, senza lasciar loro nè gloria, nè speranza[69].
[69] _Ben. Varchi, l. XI, p. 175, 176. — Jac. Nardi, l. IX, p. 375. — Fil. de' Nerli, l. X, p. 234._
Il Ferrucci ricevette il 14 di luglio le nuove facoltà che gli venivano affidate, le quali lo rendevano in autorità eguale alla signoria ed all'intero popolo di Firenze; in pari tempo ebbe ordine di porsi in cammino per salvare la sua patria, che tutte in lui solo riponeva le sue speranze. Egli aveva sotto i suoi ordini venti compagnie, sette delle quali lasciò alla custodia di Volterra, e seco condusse le altre tredici, che non ammontavano in tutto a più di mille cinquecento uomini, sebbene in origine fossero tutte composte di dugento soldati. Scese la Cecina, ed arrivò per Vado e Rossignano a Livorno, senza lasciarsi trattenere dagli archibugieri di Maramaldo, che tentavano di precludergli la strada. Da Livorno recossi a Pisa, ove il signore Giampaolo Orsini lo stava aspettando con un corpo quasi eguale al suo. Era questi figliuolo di Renzo di Ceri, e nel maggior pericolo della repubblica, le si era offerto con una specie di cavalleresco sagrificio, onde avere parte in quest'ultima battaglia in favore della libertà e dell'indipendenza italiana[70]. Per pagare queste due piccole armate, convenne levare danaro in Pisa col mezzo d'arbitrarie contribuzioni; e mentre che il Ferrucci, oppresso dalle fatiche e dalle cure, doveva provvedere personalmente a tutto, fu sorpreso da violenta febbre, che lo tenne tredici giorni in una forzata e disperante inazione[71].
[70] _Jac. Nardi, l. IX, p. 375. — Ben. Varchi, l. XI, p. 69._
[71] _Ben. Varchi, l. XI, p. 208. — Jac. Nardi, l. VIII, p. 370. — Bern. Segni, l. IV, p. 120. — P. Jovii, l. XXIX, p. 160._
Il piano che stava per eseguire il Ferrucci non era suo. Egli aveva offerto alla signoria di condurre la sua piccola armata contro Roma, dove sapeva trovarsi il papa senza veruna difesa; avrebbe dato voce d'andare a mettere a sacco per la seconda volta la corte romana, ed avrebbe richiamati così sotto le sue insegne la folla dei mercenarj senza onore e senza religione, che non guerreggiavano che per bottinare: soprattutto contava di guadagnare facilmente i _Bisogni_ spagnuoli di Diego Sarmiento. Il papa, atterrito all'avvicinarsi di questa truppa, avrebbe fatta la pace, o per lo meno avrebbe richiamato il principe d'Orange per difendersi. Ma la signoria ricusò di approvare cotale progetto, da lei giudicato troppo ardito[72].
[72] _Jac. Nardi, l. IX, p. 376._