Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 16 (of 16)

Part 25

Chapter 253,490 wordsPublic domain

Tra le forze morali che agiscono sopra la società l'educazione è la seconda in potenza. Coloro ch'essa ha posti in su la via della virtù possono ancora essere traviati nel corso della loro vita; coloro che furono dall'educazione depravati, possono tuttavia essere ricondotti sul sentiere della virtù e del dovere. Ma la religione stende la sua influenza o benefica o funesta su tutto il corso della vita; trova appoggio nell'immaginazione della gioventù, nell'esaltata tenerezza di un sesso più debole, e ne' terrori dell'età avanzata: segue l'uomo fino ne' suoi più reconditi pensieri, e lo raggiugne anche quand'egli si è sottratto ad ogni umano potere. Pure è così grande la reciproca influenza dell'educazione sulla religione, e della religione sull'educazione, che appena possono separarsi queste due informatrici cagioni de' caratteri nazionali.

Infatti l'educazione mutossi in Italia, quando si mutò la religione. Quando alcuni papi, guidati soltanto dal fanatismo, vennero sostituiti a coloro che non avevano dato retta che all'ambizione, l'educazione fu affidata a nuove mani. I due nuovi ordini de' Gesuiti, e de' Scolopj, s'impadronirono di tutti i collegj; e si vide tutt'ad un tratto e dovunque assolutamente cessare quell'ammaestramento indipendente dato a migliaja di scolari da' celebri filologi, i Guarini, gli Aurispa, i Filelfi, i Pomponio Leto ec. Questa così numerosa classe di precettori, che diedero un così rapido movimento allo studio della letteratura nel quindicesimo secolo e nel principio del sedicesimo, non aveva forse seguita una filosofia affatto scevra da errori, nè aveva avuti troppo liberali opinioni; ma ciascheduno di loro era indipendente; ognuno era spalleggiato dalla propria riputazione; la di lui scuola rivalizzava con tutte le altre; ed egli cercava, spinto da gelosia verso i suoi emuli, di scoprire o di abbracciare un nuovo sistema. Egli adoperava tutta la forza del suo spirito, e tutte risvegliava le facoltà de' suoi scolari, appellandosi sempre della sua parziale dottrina all'esame ed al giudizio del pensiere, unica autorità che potesse decidere tra professori tutti eguali. I monaci, che presero il posto di questi uomini tanto attivi, vennero strettamente legati ad una corporazione. Senza prendersi cura del buono o cattivo esito delle loro scuole, che non poteva alterare il loro voto di povertà, ed unicamente intenti a quello del loro ordine, tutto riferivano alla disciplina che avevano ricevuta, tutto assoggettavano all'autorità spirituale, in nome della quale parlavano, denunciando il richiamo all'umana ragione come una ribellione contro le loro dottrine immediatamente emanate dalla divinità.

Nelle scuole di cotali nuovi istitutori cessò bentosto ogni sforzo dello spirito. Permisero bensì a' loro discepoli di giugnere a quelle cognizioni di già acquistate, ch'essi non giudicarono pericolose; ma loro vietarono l'esercizio delle facoltà che avrebbero potuto farne loro acquistare di nuove. Ogni filosofia venne subordinata alla regnante teologia; e rispetto a tutti gli altri sistemi, tutt'al più si presero da loro gli argomenti co' quali si potevano confutare. Ogni morale venne assoggettata alle decisioni della Chiesa e de' casisti, e più non si permise di ricercare nel cuore que' principj che dall'autorità erano di già stati giudicati. Ogni politica si modellò sull'interesse del governo dominante, ed ogni elevato pensiero venne bandito da una scienza che, invece di essere la più indipendente di tutte, diventò la più servile.

Pure lo studio dell'antichità non fu sbandito dai collegj; ma come poteva mai avere un reale allettamento per la gioventù? Come mai giovare all'istruzione del cuore e della mente, dopo essere stato spogliato d'ogni nobile sentimento? Qual valore poteva darsi all'antica eloquenza, allorchè l'amore di libertà veniva considerato come spirito di ribellione, e l'amore di patria si condannava come un culto quasi idolatro? Quale impressione poteva fare la poesia, mentre che la religione degli antichi trovavasi costantemente opposta a quella de' moderni, siccome le tenebre alla luce, o quando le sensazioni di un cuore appassionato si spiegavano dai monaci ai fanciulli? Quale interesse risvegliare poteva lo studio delle leggi, delle costumanze, delle abitudini dell'antichità, quando non si confrontavano colle astratte nozioni di una veramente libera legislazione, di una pura morale, di abitudini che nascono dal perfezionamento dell'ordine sociale?

Quindi lo studio dell'antichità, siccome ogni altra scienza monastica, diventò una scienza positiva, una scienza di fatti e di autorità, in cui più non ebbero veruna parte nè la ragione, nè il sentimento. S'insegnarono ottimamente ai fanciulli italiani le eleganze della lingua del Lazio, vale a dire i vocaboli e le regole dei vocaboli; ottimamente pure la prosodia, ossia le regole della versificazione, sicchè sapessero fare versi latini, quali possono farsi da chi possiede tutte le qualità proprie del poeta, tranne il pensiero e la passione; venne loro insegnata la mitologia con tanta accuratezza, da fare sovente arrossire quegli uomini medesimi che credono d'avere avuta una classica educazione; ma l'indipendenza del pensiero era talmente sbandita da ogni sistema d'educazione, che non potevasi insegnar loro la rettorica o la poetica, che dietro autorità universalmente ricevute, e formanti quasi una nuova ortodossia; onde la stessa teorica della bella letteratura non produsse in Italia verun'opera singolare[376]. Possiamo domandarci quale nuovo pensiere abbia acquistato un giovane dopo un cotal corso di studj, come siansi sviluppati il suo cuore e la sua mente, e se non gli sarebbe tornato lo stesso vantaggio dallo studio delle antichità peruviane, come da quello delle antichità greche o latine, insegnategli senza il modo di sentirle.

[376] Queste idee dell'autore, alquanto astratte, o peccano d'oscurità, o sono esagerate. Gratuita ad ogni modo può chiamarsi l'asserzione di non avere la bella letteratura prodotta verun'opera singolare. _N. d. T._

Sotto un tale metodo d'ammaestramento alcuni uomini, felicemente organizzati, svilupparono la loro memoria; e se avevano inoltre ricevuto dalla Natura una feconda immaginazione ed il delicato senso dell'armonia, poterono emergere poeti nel nativo idioma, senza che i loro pedagoghi abbiano potuto soffocare i loro talenti. Ma la parte infinitamente maggiore di loro giacque in un'assoluta inerzia di spirito. Non solo un giovane italiano non pensa, ma non sente neppure il bisogno di pensare; ed il profondo suo ozio sarebbe un supplicio per un uomo de' paesi settentrionali, sebbene fosse questi naturalmente e meno attivo e meno impetuoso. Tale ozio fu dall'abitudine trasformato in bisogno, e quasi in piacere[377]. Si occupò tutta l'età della fanciullezza in modo di non lasciare luogo all'esercizio della facoltà di ragionare. I monaci che dirigono le occupazioni de' giovinetti, tolsero tutto il fervore dalle loro preghiere, tutta l'attenzione dagli studj, tutta l'intenzione da' loro piaceri, tutta l'espansione dalle loro relazioni.

[377] Sebbene alquanto copertamente, si viene dal nostro autore tacciando gl'Italiani di non voler abbandonare il classicismo per seguire i settentrionali. Più modesto del signor Schlegel e di madama de Stael ec., non osa far pompa delle nuove dottrine del così detto _romanticismo_; ma ne sparge accortamente i semi. Sì: gl'Italiani si gloriano di pensare come i classici greci e latini, e d'imitarli; e penseranno ancora come i settentrionali e gli imiteranno, quando questi sapranno produrre più perfette cose che finora non hanno prodotte. _N. d. T._

Gli esercizj di pietà occupano una non piccola parte delle ore dello scolaro; ma basta che col suono della sua voce si faccia macchinalmente conoscere presente. Le lunghe monotone preghiere non possono fissare la sua attenzione; lo stesso formolario, le mille volte ripetuto, più non parla nè alla sua mente, nè al suo cuore. Mentre un breve esercizio di divozione avrebbe avvisata la sua coscienza, i rosarj, ripetuti per fino tre volte al giorno senza intenderli, lo avvezzano a separare totalmente il suo pensiero dal suo linguaggio; e questo diventa un esercizio di distrazione, se non lo è d'ipocrisia[378].

[378] Nel _Collegio Romano_, risguardato come il principale stabilimento d'educazione del mondo cattolico, ogni scolaro deve ogni giorno ripetere, oltre varie altre preghiere, cento sessanta volte l'_Ave Maria._

Altre ore sono destinate allo studio delle lingue, della mitologia, della prosodia, di alcune epoche della storia; ma si chiama a ricevere queste lezioni la sola memoria, la memoria che non è risvegliata dalle altre più nobili facoltà del nostro essere, la memoria che per ubbidienza si carica d'un peso di cui non conosce l'uso, e che non ravvisa altro scopo nello studio della sua lezione che quello di recitarla. Lo scolaro non si presta che languidamente a tale incumbenza: colui che forse dalla natura era stato dotato della più dichiarata attitudine ad imparare, lascia abbrutire questa facoltà che non viene mai occupata; colui che sente nel suo cuore i semi del più nobile entusiasmo, non trova cosa che serva a svilupparlo. Ambidue risguardano con un certo quale disgusto i vocaboli e le sterili regole affastellate nella loro memoria. Nell'istante in cui la sua educazione è terminata, ognuno discaccia con piacere dal suo capo tutto ciò che vi aveva ricevuto senza incorporarlo giammai al suo pensiere.

Vero è che nelle scuole e nei seminarj d'Italia viene accordato qualche tempo al sollievo del corpo ed agli esercizj; ma l'ubbidienza e la disciplina monastica tengono dietro allo scolaro anche nel breve tempo che pretendesi di accordare ai suoi divertimenti. Ogni giorno, nell'ora medesima, esce dal seminario la lunga processione degli scolari: essi camminano a due a due, vestiti di lunghe sottane: due preti li precedono, altri si trovano frammischiati nelle file, altri stanno alla coda. Nè mai accelerano il passo, nè mai lo rallentano; mai non raccolgono un fiore; mai non osservano l'industria di un insetto; mai non esaminano la conformazione di un sasso; mai non riunisconsi in gruppi per giuocare, per disputare, per parlare con confidenza. L'autorità monastica è sospettosa, avendo imparato a diffidare dell'uomo, ed a non vedere nel presente secolo che corruzione. Nulla v'ha che al pedagogo non dia cagione di timore o pei costumi del suo allievo, o per la disciplina della sua scuola, o per la sua personale autorità. I legami di amicizia tra i suoi discepoli diventano a' suoi occhi un cominciamento di cospirazione, e si affretta di romperli; le confidenze sarebbero lezioni di mal costume, e le rende impossibili; lo spirito di corporazione degli scolari tenderebbe a ristringere la sua autorità, ed egli l'attacca come una ribellione; premia i delatori, e tutto accorda a colui che gli sagrifica il suo compagno.

Infelice quella nazione che viene così educata! Cosa avrebbe potuto imparare nelle sue scuole, fuorchè a diffidare del suo simile, ad adulare, a mentire? Che altro le rimane di tutti i suoi studj, se non se il disgusto di quanto imparò, e l'incapacità di abbandonarsi a nuova applicazione? Il suo lavoro non potè in essa produrre che l'inerzia del pensiere; la distribuzione delle pene e delle ricompense dovette inspirarle l'ipocrisia; i suoi monaci, tenendola lontana da ogni pericolo, ne indebolirono e snervarono gli organi, rendendola diffidente di sè medesima e vile. Gli è un conforto per la nazione italiana d'essere stata in circostanze di provare coll'esperienza, che i vizj che le si rinfacciano non derivano da lei, ma dalle sue instituzioni. Mentre che ella sperimentava i funesti risultati dei sistemi stabiliti nel suo seno, una straniera rivoluzione strascinò violentemente moltissimi suoi giovani allievi nelle scuole degli oltramontani; ed in allora bentosto sviluppando essi quell'attività della mente tenuta così lungamente compressa, avidamente abbracciarono quella scienza dalla quale si erano prima mostrati alieni, e gettarono lontano da loro quella doppiezza, quella pieghevolezza, non da altro loro insinuate che dalla disciplina cui erano stati prima assoggettati. La stessa educazione dei militari campi, o quella dell'amministrazione civile, basta talvolta a far cadere la crosta formata da un'instituzione monastica; e l'Italia vede oggi con orgoglio innalzarsi tra la sua gioventù uomini degni delle sue antiche repubbliche, uomini che, cancellando la servile impronta ond'erano stati segnati, conservarono tutto il genio nazionale.

Sono allievi formati dall'educazione monastica che la legislazione italiana riceve all'uscire dalle scuole, per conformarli al giogo e farne sudditi ubbidienti. I pensieri di questi allievi non s'innalzarono giammai verso veruna specie d'astrazione; giammai non si fecero a disaminare ciò che dev'essere, ma soltanto ciò che è; mai non rintracciarono l'origine di qualsiasi autorità, essendosi loro rappresentata ogni cosa, in questo mondo e fuori, come fondata sull'autorità; e la loro mente si è fatta troppo infingarda per potere giammai risalire alla sorgente di ciò che si sottomette a credere. Guidati come ciechi nella loro educazione, e ciecamente ubbidienti ai loro preti, trovaronsi disposti ad offrire la medesima ubbidienza ai loro principi[379]. Non è già un eroico attaccamento, verso alcune famiglie, che si è radicato in tale o tale altro popolo d'Italia, come spesso si vide in altre monarchie, ma un'ubbidienza indolente, e che non è fondata che nell'avversione della lotta e nel costante desiderio del riposo. _Ubbidienza a chi comanda_, è una massima proverbiale rappresentante un complesso di tutti i doveri politici e di tutti i precetti della prudenza.

[379] Nel supposto dell'autore, l'ubbidienza che gl'Italiani avrebbero prestata ai loro principi non sarebbe stata libera, ma cieca e servile; e gl'illuminati sovrani della presente età, richiedendo dai loro sudditi una ragionevole ubbidienza, non vorranno abbandonarli più oltre al monachismo. _N. d. T._

Quindi il dispotismo non ha bisogno di trasvestirsi; un sovrano potere, un illimitato potere viene attribuito al principe; e non avvi verun diritto, sia sacro quanto si voglia, che si creda intangibile dalla sovrana possanza. Le leggi sono semplici emanazioni della volontà del monarca, che non fu consigliato da altra persona; e ciò viene indicato dal nome che portano di _motu proprio_. Le sentenze civili e criminali possono essere riformate dai suoi rescritti: egli sospende a favore di un individuo le processure de' creditori; accorda ad un altro la restituzione _in integrum_ dei diritti perduti già dal medesimo in forza di preventiva prescrizione; legittima un terzo che è bastardo per farlo succedere co' suoi fratelli, o in pregiudizio de' suoi cugini; scioglie a favore di un quarto i vincoli della primogenitura, perchè possa disporre, con pregiudizio de' suoi figli, dei beni che loro sono sostituiti. I privilegj delle corporazioni non lo trattengono più di quelli delle private famiglie, e cambia a suo piacere e per privato fine le costumanze delle città e le prerogative dei diversi ordini dello stato[380].

[380] I descritti abusi, forse praticati da qualche sovrano d'Italia, giovano a far meglio sentire la retta e paterna amministrazione degli altri. _N. d. A._

Nello stesso modo che tutto dipende dalla sola volontà del principe, tutto si compie ancora dalla medesima, senza discussione, senza pubblica deliberazione, senza che la nazione venga in verun modo chiamata a parte di ciò che si vuole decidere intorno ai suoi destini. La critica dei varj sistemi economici o politici adottati dal governo, sarebbe un delitto; è pure vietato lo scrivere la storia de' moderni tempi, perchè potrebbe tentare i sudditi a giudicare di ciò che devono risguardare come al di sopra del corto loro discernimento. Per ultimo le gazzette, che il generale uso d'Europa costringe a tollerare, mai non contengono, sotto la data d'Italia, che slanci del pubblico tripudio pel passaggio di un principe, pel suo matrimonio, o pei natali de' suoi figliuoli.

La giurisprudenza criminale è quella parte della legislazione che ha più immediato contatto colla libertà de' cittadini; ed è perciò quella che può più d'ogni altra alterarne il carattere. Ne' paesi in cui la processura è tuttavia pubblica, ogni causa criminale è una grande scuola di morale per gli uditori. L'uomo volgare, che spesso ha bisogno di essere sostenuto contro le gagliarde tentazioni che lo circondano, impara all'udienza, che anche il delitto commesso nel segreto della notte, senza testimonj e con tutte le precauzioni che può suggerire la prudenza della malvagità, viene non per tanto al chiaro, condottovi da una serie d'imprevedute circostanze; che la confusa coscienza del colpevole è la prima a tradirlo, e ch'egli non ha ottenuto alcun vantaggio da que' delitti che credeva dovere tutti appagare i suoi desiderj. Conosce che l'autorità che tiene aperti gli occhi sopra di lui è benefica ed illuminata, e che non castiga il delitto che dopo averlo conosciuto. Accompagna con tutto il suo cuore la discussione, e mentre egli lotta a favore dell'innocenza, senza rincrescimento abbandona il colpevole a tutto il rigore delle leggi.

Ma quando la processura si eseguisce segretamente, che non è accompagnata da veruna discussione, da verun dibattimento che chiami il pubblico a parte del giudizio, allora la sentenza capitale non offre verun compenso alla società per la perdita de' suoi membri. Tra coloro che assistono al supplicio, altri, compresi da terrore, accusano il giudice d'ingiustizia e di crudeltà, e prendono soltanto interesse per gli sventurati, dei quali non conoscono che i patimenti; altri si ostinano ne' malvagi loro sentimenti, persuadonsi che il condannato non soggiacque che per propria imprudenza, e che, trovandosi essi nel caso suo, sarebbero più fortunati, perchè più accorti. Tutti infine vanno d'accordo a non trovare nella giustizia criminale che un potere persecutore, un potere odioso; si uniscono per sottrarre egualmente tutti i prevenuti alla di lei azione, e caricano di una specie d'infamia tutti coloro che in qualsiasi modo contribuiscono al compimento della processura.

Questa lega contro la giustizia criminale si è realmente formata in tutta l'Italia a cagione del profondo segreto onde si cuopre la processura; e tanto è radicata la prevenzione contro i suoi ministri, che la stessa legge fu forzata ad adottarla. Gli arcieri dei tribunali, i caporali ed i birri, sono dichiarati infami; ed è facile il comprendere che gli uomini che acconsentono ad abbracciare un mestiere infamato dal pubblico disprezzo e dal disprezzo della stessa legge, si dispongono a meritare l'infamia della loro condizione. Pure fra costoro si sceglie il bargello, che chiamasi egli stesso loro capo, e nello stesso tempo eseguisce le incumbenze di pubblico accusatore innanzi ai tribunali, e di primo magistrato di polizia. L'infamia del suo primo mestiere lo siegue in questa più ragguardevole carica. L'uomo probo si vergogna di avere relazione di qualsiasi sorta col bargello, d'avere da lui ricevuto qualche servigio: a fronte di ciò qualunque cittadino sente continuamente che la sua riputazione, la sua libertà, la sua vita, dipendono dalle segrete informazioni di quest'ufficiale. Non avvi persona che possa dirsi sicura di non essere arrestata nel cuore della notte nella sua propria casa, legato, tradotto in lontano paese, in forza della sola autorità di quest'uomo, che dà conto del suo operato al solo ministro di polizia, o al presidente del _buon governo_[381]. L'Italia è probabilmente il solo paese del mondo, in cui l'infamia legale, invece di essere incompatibile col potere, sia una condizione richiesta per esercitare una certa autorità.

[381] Coloro che conoscono l'Italia non hanno bisogno che si vadano loro indicando i pochi stati presi qui di mira dallo storico. _N. d. T._

Sarebbe così turpe cosa e vergognosa l'esporsi ad essere paragonato ad un bargello, ad un birro, che un Italiano di qualunque condizione, quando non abbia perduto ogni buon nome, non concorrerà giammai a tradurre un delinquente nelle mani della giustizia. Un impudente furto, uno spaventoso omicidio, potrebbero eseguirsi in mezzo alla pubblica piazza, che la folla, anzi che moversi ad arrestare il colpevole, si aprirebbe per lasciargli adito alla fuga, e si richiuderebbe per trattenere i birri che lo inseguissero. Il testimonio interrogato intorno ad un delitto commesso sotto i suoi occhi si reputa offeso, perchè si tenti di farlo parlare come un delatore. Così viva è la compassione che eccita il prevenuto, così universale la diffidenza della giustizia del giudice, che ben di rado i tribunali ardiscono sprezzare questa generale opinione e pronunciare una sentenza capitale. Ma ciò non torna a vantaggio dei prevenuti; questi languiscono talvolta nelle prigioni molti anni, o sono rilegati in paesi di cattivo aere, dove la natura fa lentamente e dolorosamente ciò che il giudice non ebbe il coraggio di fare; ma l'esempio della pena che segue il delitto, è perduto affatto pel pubblico.

In quasi tutta l'Italia il giudizio delle cause civili e criminali trovasi abbandonato ad un solo giudice. Forse saranno andati errati negli altri paesi, credendo di moltiplicare i lumi col moltiplicare i giudici; ed egli è il vero che quanto più ristretto è il numero de' giudici, tanto più ognuno di loro sente crescere la propria responsabilità, e si fa debito di attentamente studiare quella causa nella quale il solo suo suffragio può avere tanta influenza; ma si snatura un tribunale ristringendolo ad un solo uomo: più non gli si lascia il mezzo di separare i suoi privati affetti, le sue passioni, i suoi pregiudizj, dalle opinioni che va formando come uomo pubblico; si espongono le parti ad essere danneggiate dal suo cattivo umore e dalla sua impazienza, e gli si toglie il freno salutare che gl'impone la necessità d'esporre i suoi motivi ai proprj colleghi per guadagnarli alla propria opinione. Il cuore dell'uomo viene frequentemente agitato da movimenti contrarj alla giustizia o alla morale, i quali contribuiscono alle sue determinazioni senza ch'egli se ne accorga. Anche colui che li sente ne conoscerebbe tutta la turpitudine, ed arrossirebbe di assoggettarsi alla loro influenza, se fosse costretto a manifestarli. Come mai un giudice si ridurrebbe a dire ad alta voce: «Quest'uomo ha una fisonomia che mi spiace; questi è colui che mi rispose insolentemente, e che mi negò il saluto; è quegli di cui io aveva preveduta la cattiva riuscita; quegli di cui io aveva uditi elogj tanto ridicoli ed inquietanti, e mi è ben caro che sia caduto in errore?» Eppure questa gioja di vederlo colpevole è pur troppo reale, e dispone a trovare tutte le prove bastanti per condannarlo.