Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 16 (of 16)
Part 24
La migliore lezione che possa ricavarsi dal confronto di questi sistemi, sarebbe d'imparare a combinarli assieme. Invece di escludersi a vicenda, essi sono fatti per darsi vicendevolmente la mano. Una delle specie di libertà pare sempre essere la più breve via e la più sicura per giugnere all'altra. Oramai il legislatore più non deve perdere di vista la sicurezza de' cittadini, e le guarenzie che i moderni hanno ridotte in sistema; ma deve altresì ricordarsi che d'uopo è cercare il maggiore sviluppo morale. La sua opera non è compiuta, quando è giunto a rendere il popolo solamente tranquillo: e quando ancora questo popolo è contento, e felice, può rimanere ciò nulla meno qualche cosa da farsi al legislatore, perchè il suo assunto lo obbliga a terminare la morale educazione dei cittadini. Moltiplicando i loro diritti, chiamandoli a parte della sovranità, accrescendo il loro interessamento per la cosa pubblica, loro insegnerà a conoscere i proprj doveri, ed instillerà loro in pari tempo il desiderio e la facoltà di adempierli.
CAPITOLO CXXVII.
_Quali sono le cause che mutarono il carattere degl'Italiani dopo essere state ridotte in servitù le loro repubbliche._
Nel leggere la storia degl'Italiani del quindicesimo e sedicesimo secolo, trovando ad ogni tratto nomi di famiglie, di città, di villaggi tuttavia esistenti, trovando che il linguaggio non è mutato, che la natura è ancora la medesima, rapportiamo sempre, involontariamente e per così dire senz'avvedercene, ciò che conosciamo de' moderni Italiani a quelli di cui studiamo le azioni; suppliamo per mezzo del confronto a ciò che manca nel quadro istorico, e ci persuadiamo di esserci formata un'idea tanto più esatta de' tempi passati, quanto meglio conosciamo i tempi attuali. Pure questo stesso confronto risveglia una certa quale incredulità che costantemente accompagna il lettore; la di lui diffidenza sta sempre in guardia contro tutte le narrazioni di cose grandi ed eroiche, ed il severo giudizio che diedero le altre nazioni intorno ai moderni Italiani, viene dal pregiudizio esteso fino a coloro, ai quali deve l'Europa il rinnovamento della civilizzazione.
E per ispirare confidenza nelle antiche virtù, e per ottenere indulgenza a favore dei deboli moderni, è conveniente e giusto di mostrare per quali potenti cagioni si mutò il carattere degl'Italiani; in qual modo dalla prima infanzia fino all'estrema vecchiaja si fanno loro bevere corrompitori veleni; con quanta cura venne distrutta la loro energia, la loro vivacità condannata all'ozio, umiliata la loro fierezza, e corrotta la loro sincerità. Una profonda compassione per una nazione così riccamente dotata dalla natura, così crudelmente depravata dagli uomini, dev'essere il risultato di quest'esame. Rimontando all'esterna cagione che innestò in essa tutti questi difetti, si rimane facilmente convinto, che non sono inerenti alla di lei natura; e si è più disposto a saperle buon grado di tutte le qualità che tuttavia le rimangono, e di tutte le virtù che potè sottrarre alla perniciosa influenza sotto la quale viene educata. Fra quanti vizj noi osserveremo nelle istituzioni della moderna Italia, non avvene un solo che non faccia in certo modo l'apologia degl'Italiani.
Il sole dell'Italia non è meno caldo, nè la terra meno fertile, che per lo innanzi; le svariate viste degli Appennini sono egualmente ridenti, i suoi fianchi egualmente sparsi di abbondanti acque, egualmente coperti da una rigogliosa e magnifica vegetazione. Tutti gli animali, indivisibili compagni dell'uomo, conservano la pristina loro bellezza, e le loro abitudini; l'uomo stesso, nascendo in questa terra tanto favorita dal cielo, riceve ancora la stessa vivace e pronta immaginazione, la stessa suscettibilità di passionate impressioni, la stessa attitudine di spirito per colpir tutto, per imparar tutto nello stesso tempo. Pure il solo uomo è mutato, perchè l'organizzazione sociale lo riceve dalle mani della natura e lo modifica, la sua potenza lo investe nello stesso tempo da ogni lato, e le quattro istituzioni che hanno un'influenza più universalmente estesa, la religione, l'educazione, la legislazione ed il punto d'onore, si combinano per agire contemporaneamente sopra tutti gli abitanti.
Di tutte le forze morali cui l'uomo va soggetto, quella che può fargli maggior bene o maggior male, è la religione. Tutte le opinioni che si riferiscono ad interessi superiori a quelli di questo mondo, tutte le credenze, tutte le sette esercitano sui sensi morali e sul carattere umano una prodigiosa influenza. Niuna per altro penetra più avanti nel cuore dell'uomo quanto la religione cattolica, perchè niun'altra è così gagliardamente costituita, niuna si è così compiutamente assoggettata la filosofia morale, niuna ridusse in più stretta servitù le coscienze, niuna instituì, com'essa fece, il tribunale della confessione, che riduce tutti i credenti nella più assoluta dipendenza del suo clero, niuna ha ministri più indipendenti da ogni spirito di famiglia, e perciò più intimamente uniti dall'interesse e dallo spirito di corporazione.
L'unità della fede, che non può essere che il risultamento di un'assoluta servitù della ragione alla credenza, e che conseguentemente non trovasi presso verun'altra religione in così eminente grado come nella cattolica, obbliga tutti i membri di questa chiesa a ricevere i medesimi dommi, ad assoggettarsi alle stesse decisioni, ad uniformarsi a' medesimi insegnamenti. Non pertanto l'influenza della religione cattolica non è eguale in tutt'i tempi ed in tutti i luoghi; ella operò diversamente assai in Francia ed in Germania, da quello che fece in Italia e nella Spagna; anche la di lei influenza non fu pure sempre uniforme in questi ultimi paesi; ella variò press'a poco all'epoca del regno di Carlo V, che corrisponde, rispetto all'Italia, alla distruzione delle repubbliche de' secoli di mezzo. Le osservazioni che saremo chiamati a fare intorno alla religione dell'Italia, o della Spagna, ne' tre ultimi secoli, non devonsi applicare a tutta la chiesa cattolica[367].
[367] Giudiziosamente l'imparziale storico previene il lettore di non dar colpa alla Chiesa cattolica, cioè universale, di ciò che può rimarcare di riprensibile in alcune parziali chiese, le quali, sebbene concorrano a formare quella chiesa, che riconosciamo come santa nella sua unità, cattolicità ed apostolicità, non possono però individualmente pretendere alla santità ed infallibilità della dottrina. _N. d. T._
Siamo qui ridotti ad accennare soltanto la rivoluzione che si operò nella chiesa romana verso la metà del sedicesimo secolo: perchè abbisognerebbero discussioni troppo lunghe ed estranee al nostro soggetto, per farne tutta comprendere l'estensione. I papi Paolo IV, Pio IV, Pio V, e Gregorio XIII, furono quelli che operarono tale rivoluzione; il loro spirito persecutore cambiò del tutto lo spirito della corte di Roma e quello della chiesa italiana; e nello stesso tempo il concilio di Trento sostituì la più gagliarda e più imponente _organizzazione_ al legame spesso rilasciato che univa i principi della Chiesa colla numerosa loro milizia. Fino a quell'epoca, avevano i papi contratta una specie d'alleanza coi popoli contro i sovrani; non avevano fatte conquiste che a danno de' re; dovevano il loro innalzamento e tutti i loro mezzi di resistenza al potere dello spirito opposto alla forza brutale, e più ancora per politica che per gratitudine si erano creduti obbligati di sviluppare questo potere dello spirito. Essi avevano fatto nascere, essi dirigevano, e chiamavano in loro ajuto la pubblica opinione; proteggevano le lettere e la filosofia, ed inoltre permettevano, con una tal quale liberalità, a' filosofi ed a' poeti di deviare dall'angusta linea dell'ortodossia; per ultimo fomentavano lo spirito di libertà, e proteggevano le repubbliche. Ma quando una metà della chiesa, seguendo le insegne della riforma, scosse il loro giogo, e ritorse contro di loro que' lumi della filosofia ch'essi avevano lasciato risplendere, allora un terrore profondo, incusso loro da questo spirito medesimo di libertà che avevano incoraggiato, da questa pubblica opinione che fuggiva loro di mano e diventava possente di per sè sola, li determinò a cambiare tutta la loro politica. Invece di mantenersi alla testa dell'opposizione contro i monarchi, sentirono il bisogno di fare causa comune con loro, onde contenere avversarj più formidabili de' sovrani. Contrassero perciò la più stretta alleanza con questi, e particolarmente con Filippo II, il più dispotico di tutti; e d'allora in poi ad altro non pensarono che a comprimere le coscienze, ed a ridurre in ischiavitù lo spirito umano: infatti gli posero un cotal giogo, che gli uomini non avevano mai portato.
Si disse più volte ne' paesi protestanti, che la riforma era riuscita utile anche alla Chiesa romana; nè quest'osservazione si scosta affatto dal vero. In Francia, in Germania, ed in tutti i paesi in cui le due comunioni trovansi in faccia l'una all'altra, l'esempio e la rivalità del culto contribuiscono a renderle ambedue migliori[368]. Cadauno evitò di dare all'altra occasione di redarguirla o di accusarla; e l'alto clero della corte di Roma partecipò in un'altra maniera a questa riforma. Una grandissima mutazione ne' suoi costumi, un grande accrescimento di fervore nel suo zelo, illustrarono il nuovo periodo che comincia col concilio di Trento. Dopo quest'epoca, la corte romana cessò di essere una pietra di scandalo. I papi ed i cardinali furono d'allora in poi sempre sinceramente e costantemente animati dallo spirito della loro religione. La loro autorità crebbe a dismisura ne' paesi da' quali poterono tenere affatto lontana la riforma: ma la conseguenza di tale autorità, e dello zelo cui andava debitrice, non furono per avventura apprezzate pel giusto loro valore.
[368] Intendasi rispetto alla morale, perciocchè rispetto al domma le sette accattoliche non possono in istretto senso migliorare, che abjurando gli errori che le separano dalla vera Chiesa. _N. d. T._
Esiste a non dubitarne un'intima unione tra la religione e la morale, ed ogni uomo dabbene dev'essere convinto che il più nobile tributo che la creatura possa dare al Creatore, si è quello di avvicinarsi a lui colle sue virtù. Però la filosofia morale è una scienza assolutamente distinta dalla teologia[369]: ha le sue leggi nella ragione e nella coscienza; porta con sè il proprio convincimento, e dopo avere dato uno sviluppo allo spirito colla indagine de' suoi principj, soddisfa il cuore colla scoperta di ciò che è veramente bello, giusto e conveniente. La Chiesa si rese padrona della morale, siccome di cosa di sua pertinenza; sostituì l'autorità de' suoi decreti, e le decisioni de' padri a' lumi della ragione e della coscienza, lo studio de' casisti a quello della filosofia morale, e così mise in luogo del più nobile esercizio dello spirito una servile abitudine.
[369] Anzi la vera e sana teologia non fa che rendere più perfetta la morale. _N. d. T._
La morale, del tutto snaturata tra le mani de' casisti, diventò straniera non meno al cuore che alla ragione: perdette di vista i mali che ogni nostro fallo poteva arrecare a qualche creatura, per non avere altre leggi che le supposte volontà del Creatore; rigettò la base che le aveva data la natura nel cuore di tutti gli uomini, per formarsene una affatto arbitraria. La distinzione de' peccati mortali da' veniali cancellò quella che trovavamo noi stessi nella nostra coscienza tra le offese più gravi e le più perdonabili: e si videro disposti gli uni a canto agli altri i delitti che ispirano il più profondo orrore, co' falli che la nostra debolezza è appena capace d'evitare.
I casisti presentarono all'esecrazione degli uomini, nel primo ordine tra i più colpevoli, gli eretici, gli scismatici, i bestemmiatori. Talvolta riuscirono a risvegliare contro di loro l'odio il più violento, e quest'odio era più criminoso che l'errore che lo aveva eccitato: altre volte non poterono trionfare della compassionevole ragione del popolo, il quale non iscorgeva in questi grandi colpevoli che uomini strascinati dall'ignoranza, dall'errore, o da irriflessa abitudine. Nell'un caso e nell'altro, il salutare orrore che deve ispirare il delitto fu considerabilmente diminuito; l'assassino, l'avvelenatore, il parricida, vennero associati ad uomini che si conciliavano un involontario rispetto. Le buone azioni degli eretici accostumarono a dubitare della virtù medesima; la loro dannazione fece risguardare la riprovazione come una sorta di fatalità; ed il numero de' colpevoli si andò talmente moltiplicando, che l'innocenza parve quasi impossibile[370].
[370] Il lettore cattolico distinguerà il fatalismo dalle conseguenze de' giusti, ma imperscrutabili decreti di Dio, che gratuitamente salva gli eletti, e giustamente condanna i reprobi. _N. d. T._
La dottrina della penitenza sovvertì vie maggiormente la morale di già confusa dall'arbitraria distinzione de' peccati. Era senza dubbio una consolante promessa quella del perdono del cielo pel ritorno alla virtù, e quest'opinione è tanto conforme a' bisogni ed alle debolezze dell'uomo, che formò parte di tutte le religioni. Ma i casisti avevano snaturata questa dottrina, imponendo precise forme alla penitenza, alla confessione ed all'assoluzione[371]. Un solo atto di fede e di fervore fu dichiarato bastante per cancellare una lunga lista di delitti. La virtù, invece di essere lo scopo costante di tutta la vita, più non fu che un conto da liquidarsi in punto di morte. Più non vi fu un peccatore così accecato dalle sue passioni, che non progettasse di dare, prima di morire, alcuni giorni alla cura della sua salvezza, e che sedotto da tale confidenza non rallentasse la briglia alle sue sregolate inclinazioni. I casisti avevano oltrepassato il loro scopo col fomentare tanta confidenza, ed invano predicarono poi contro il _ritardo della conversione_: erano essi soli i creatori di questo sregolamento dello spirito, sconosciuto agli antichi moralisti; si era presa l'abitudine di non considerare che la morte del peccatore, e non la sua vita, e quest'abitudine diventò universale.
[371] Contro le opinioni del nostro autore sul conto della confessione, il lettore cattolico troverà in ottimi libri chiare ed ortodosse istruzioni, senza che il traduttore debba entrare in lunghe disamine. _N. d. T._
La funesta influenza di tale dottrina si rende in Italia oltremodo sensibile, qualunque volta viene condotto al patibolo qualche grande delinquente. La solennità del giudizio e la certezza della pena colpiscono sempre il più ostinato di terrore, poscia di pentimento. Veruno incendiario, veruno assassino, veruno avvelenatore, viene tratto al patibolo senza avere fatta, con profonda compunzione, una buona confessione, e senza fare in seguito una buona morte: il confessore dichiara la sua vera fede, dichiara che l'anima del penitente ha di già presa la via del cielo; ed il popolo sciocco si contrasta a' piè del patibolo le reliquie del nuovo santo, del nuovo martire, i di cui delitti l'avevano forse per più anni compreso di spavento.
Nulla dirò dello scandaloso traffico delle indulgenze, e del vergognoso prezzo che si pagava da' penitenti per ottenere l'assoluzione del prete. Il concilio di Trento si prese il pensiero di minorarne l'abuso; per altro anche presentemente il prete riconosce il suo sostentamento da' peccati e da' terrori del popolo; il peccatore moribondo versa con mano prodiga in messe ed in rosarj il danaro spesse volte raccolto con iniqui mezzi; fa tacere a prezzo d'oro la sua coscienza, e si forma agli occhi degli ignoranti un concetto di pietà[372]. Ma si risguardarono le indulgenze gratuite, quelle che in forza delle concessioni pontificie si ottenevano con qualche esteriore atto di pietà, come meno abusive; ad ogni modo non si saprebbe conciliarne l'esistenza con verun principio di moralità. Quando vedonsi, per modo d'esempio, promessi dugento giorni d'indulgenza per ogni bacio fatto alla croce posta in mezzo al Coliseo, quando si vedono in tutte le chiese d'Italia tante indulgenze plenarie che si guadagnano con tanta facilità, come mai conciliare o la giustizia di Dio o la sua misericordia col perdono accordato a così debole penitenza, o co' gastighi riservati a colui che non trovasi a portata di guadagnarle per così facile strada?
[372] Questi abusi della credulità ingannata sono caldamente detestati dai cattolici illuminati e dallo stesso Clero, cui non devono ascriversi le prevaricazioni e le perfidie di pochi individui. _N. d. T._
Il potere attribuito al pentimento, alle cerimonie religiose, alle indulgenze, tutto si era riunito per persuadere al popolo, che l'eterna salute o l'eterna dannazione dipendevano dall'assoluzione del sacerdote; e fu forse questo il più funesto colpo dato alla morale. L'accidente e non la virtù fu così chiamato a decidere dell'eterna sorte dell'anima del moribondo. L'uomo della più specchiata virtù, quello la di cui vita era stata la più pura, poteva essere sorpreso da subita morte nell'istante in cui la collera, il dolore, o la sorpresa, gli avevano strappato di bocca uno di que' profani vocaboli, che l'abitudine ha renduti così comuni, ma che, giusta le decisioni della Chiesa, non possono pronunciarsi senza cadere in peccato mortale; allora eterna doveva essere la dannazione di costui, perchè non si era trovato presente un sacerdote per accettare la di lui penitenza ed aprirgli le porte del paradiso. Il più scellerato di tutti gli uomini, coperto d'ogni delitto, poteva per lo contrario provare uno di que' momentanei ravvicinamenti alla virtù, che non sono sconosciuti a' cuori più depravati; poteva fare una buona confessione, una buona comunione, una buona morte, ed assicurarsi il paradiso.
Così la morale fu interamente pervertita, ed i lumi naturali, quelli della ragione e della coscienza, che giovano a distinguere l'uomo dabbene dal malvagio, furono costantemente contraddetti dalle decisioni de' teologi, i quali dichiaravano dannato il primo, che una funesta vicenda aveva precipitato in un irremissibile errore, e beato l'altro, che, toccato dalla grazia, aveva offerto un efficace pentimento[373].
[373] Intorno alla dottrina della predestinazione, leggasi il prezioso libro di sant'Agostino _de Correctione et Gratia_, che rischiara tutte le opposizioni fondate sull'umano raziocinio. _N. d. T._
Nè la cosa si ristrinse entro questi confini: la Chiesa collocò i suoi comandamenti a canto alla gran tavola delle virtù e de' vizj, il di cui conoscimento fu stampato nel nostro cuore. Essa non gli spalleggiò con una sanzione tanto formidabile quanto quelli della divinità, e non fece dipendere dalla loro esecuzione l'eterna salute; ma diede loro una forza che mai non ottennero le leggi della morale. L'omicida, ancora tutto lordo dei sangue poco anzi versato, mangia di magro divotamente anche nell'atto che sta meditando un altro assassinio; la prostituta colloca presso al suo letto un'immagine della Vergine, innanzi alla quale recita divotamente il suo rosario; il sacerdote, convinto di avere giurato il falso, non caderà giammai nell'inavvertenza di bere un bicchiere d'acqua prima di dire la messa: perciocchè quanto più un uomo vizioso fu severo osservatore de' precetti della Chiesa, tanto più si sente nel suo cuore dispensato dall'osservanza di quella celeste morale, cui sarebbe d'uopo sagrificare le sue depravate inclinazioni.
Pure la vera morale non lasciò mai di essere l'argomento de' sermoni della Chiesa; ma l'interesse sacerdotale corruppe nella moderna Italia tutto quello che toccò. L'amore del prossimo è il fondamento delle virtù sociali; il casista, riducendolo a precetto, dichiarò che si peccava col dir male del prossimo; ma con ciò venne a proibire a tutti il pronunciare quella giusta opinione che deve separare la virtù dal vizio, e soffocò la voce della verità; così, accostumando a far sì che i vocaboli non esprimano il pensiero, altro non fece che accrescere la segreta diffidenza di ogni uomo rispetto a tutti gli altri. La carità è la virtù per eccellenza del Vangelo; ma il casista insegnò a dare al povero pel vantaggio della propria anima, e non per soccorrere il suo simile; rendette comune l'elemosine indistinte che incoraggiarono il vizio e l'infingardaggine; ed all'ultimo deviò a beneficio del monaco mendicante i principali fondi della pubblica carità. La sobrietà e la continenza sono virtù domestiche che conservano le facoltà degl'individui, e mantengono la pace delle famiglie: il casista vi sostituì i cibi detti magri, i digiuni, le vigilie, i voti di virginità e di castità, ed a lato a queste monacali virtù potevano radicarsi nel cuore la gola e l'impudicizia. La modestia è la più amabile qualità dell'uomo posto in qualche elevata carica; ma la modestia non esclude un certo qual giusto orgoglio, che lo sostiene contro le proprie debolezze, e lo consola nelle traversie; il casista vi sostituì l'umiltà, la quale si associa al più insultante disprezzo delle altre persone.
Tale è l'inesplicabile confusione entro la quale i dottori dommatici gettarono la morale, e se ne resero esclusivamente arbitri; così, assistiti dall'autorità civile ed ecclesiastica, proscrissero ogn'indagine filosofica tendente a stabilire le regole della probità sopra altre basi che le loro, ogni disamina di principj, ogni richiamo all'umana ragione. E non contenti di rendere la morale una particolare loro scienza, ne fecero un segreto, depositandola interamente nelle mani de' confessori e de' direttori delle coscienze. Lo scrupoloso cristiano deve, in Italia, rinunciare alla più bella facoltà dell'uomo, quella di studiare e di conoscere il proprio dovere; gli si raccomanda di scacciare ogni pensiero che potesse fargli smarrire la via da loro additata, e l'orgoglio umano capace di sedurlo; e qualunque volta s'abbatte in qualche dubbiezza, qualunque volta si trova in qualche difficoltà, deve ricorrere alla sua guida spirituale. Con ciò la prova delle avversità, così propria ad innalzare l'uomo, lo rende sempre più schiavo; e quegli ancora che fu veracemente e puramente virtuoso, non saprebbe rendersi conto delle regole che si è egli stesso imposte[374].
[374] L'autore generalizza forse troppo questi principj; poichè, se non altro in pratica, fu sempre permesso ai dotti l'esame delle verità non rivelate. _N. d. T._
Sarebbe quindi impossibile il dire quanto in Italia riuscisse perniciosa alla morale l'istruzione religiosa[375]. Non avvi in Europa verun altro popolo più costantemente addetto alle sue pratiche religiose, e che vi sia più universalmente fedele; pure non ve n'ha alcuno che osservi meno i doveri e le virtù di questo cristianesimo cui mostrasi tanto attaccato. Gl'Italiani imparano non già ad ubbidire alla propria coscienza, ma a deluderla; tutti pongono in salvo le loro passioni, col beneficio delle indulgenze, con mentali riserve, con progetti di penitenza, e colla speranza di una vicina assoluzione; e ben lungi che la probità vi sia guarentita dal più caldo fervore religioso, quanto più un uomo si mostra scrupoloso nelle sue pratiche di divozione, tanto più si deve a ragione diffidare di lui.
[375] Cioè di quegl'ignoranti ecclesiastici abborriti anche dai dotti ed illuminati teologhi, che alla semplice e santa morale del vangelo sostituirono superstiziose pratiche ed insegnamenti che non possono, senza ingiustizia, imputarsi alla chiesa. _N. d. T._