Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 16 (of 16)
Part 23
_Ogni autorità esercitata sopra il popolo è emanata dal popolo_. Questo primo assioma de' popoli liberi era risguardato come fondamentale in tutte le repubbliche italiane. La sovranità vi era sempre rappresentata come appartenente al popolo o al comune; i suoi capi temporarj non prendevano che il titolo di _anziani, signori, priori del popolo_ o _del comune_. Il governo non veniva mai rinnovato senza invocare la sovranità del popolo: così a Firenze era sempre in di lui nome che trasmettevasi, per mezzo de' suffragj del parlamento, ad una nuova balìa un'autorità eguale a quella di tutto il popolo fiorentino. Si dirà forse che questa non era che una frase vuota di senso, e che i vocaboli non sono privilegj; ma questi vocaboli non erano nè senza effetto, nè senza conseguenze; inspiravano ad ogni cittadino un'alta opinione della sua dignità; lo trattenevano, qualunque volta potev'essere tentato di commettere una bassa o indecente azione; conciliavano al cittadino nella privata sua condizione i riguardi ed anche il rispetto di coloro che trovavansi momentaneamente constituiti in dignità; perciocchè sapevano i capi del popolo, che tutta la loro autorità procedeva da coloro che temporariamente ubbidivano, e che ella ritornerebbe ai medesimi; per ultimo, questi stessi vocaboli di sovranità del popolo, rendevano la patria cara a tutti i suoi figli; ognuno sapeva che lo stato gli apparteneva in quel modo ch'egli medesimo apparteneva allo stato; ognuno era pronto a tutto arrischiare, per salvare la cosa più onorata e più preziosa da lui posseduta, cioè la sua parte nella sovranità; ognuno conosceva i doveri che gli erano imposti da così luminosa prerogativa, da così sacro carattere; ognuno era disposto a rendersene degno, anche, se bisognava, col sagrificio della vita.
_L'autorità dei mandatarj del popolo ritorna al popolo dopo un determinato tempo; niuno de' mandati del popolo è irrevocabile_. Questo secondo assioma dei repubblicani italiani loro sembrava, più che ogni altra cosa, essere il fondamento della loro libertà, e l'essenza delle loro repubbliche; perciò non ammisero giammai nè autorità, nè magistrature ereditarie, tranne la prerogativa di cittadino. Ed ancora quando queste repubbliche degenerarono più tardi in aristocrazie o in istrettissime oligarchie, non fu per questo abbandonato il principio fondamentale dell'amovibilità di tutte le magistrature. Non furono già i diritti delegati dal popolo, che vennero dati a vita, o renduti ereditarj, ma i diritti del popolo medesimo che si trovarono concentrati in un ristrettissimo numero di famiglie, dopo che si erano spente tutte le altre. La nuova nobiltà non era che la rappresentazione degli antichi popolani; e perciò che risguarda l'antica nobiltà, gl'Italiani, lungi dal tenere questo titolo come un diritto esclusivo a governare, non le perdonavano neppure l'impero ch'essa esercitava sull'opinione in onta alle leggi; così spesso esclusero da ogni pubblico impiego i grandi, renduti troppo formidabili dalle loro ricchezze e da' loro clienti nelle campagne.
La repubblica di Venezia era la sola in cui si vedesse un magistrato, anzi lo stesso capo dello stato, eletto a vita: e per molti rispetti Venezia poteva considerarsi come una monarchia elettiva; la sua costituzione, assai più antica che tutte le altre, ne aveva fatto da principio un ducato; ma col lungo volgere de' secoli si erano sempre andate diminuendo le prerogative del doge per darle alla repubblica. Una sola volta si volle anche in Firenze creare un gonfaloniere perpetuo; ma si era preventivamente indicata l'autorità che potrebbe deporlo, ed effettivamente venne deposto dopo dieci anni. In queste due repubbliche, siccome in tutte le altre, la durata delle funzioni di tutti i magistrati era temporaria.
Per altro coll'andare del tempo quasi tutte le repubbliche italiane ebbero un capo discendente da una famiglia favorita da' voti del popolo; ma la costituzione non riconosceva in questo capo verun potere ereditario. La confidenza del popolo trasmetteva al figlio di un Medici, di un Bentivoglio o di un Baglioni, l'autorità esercitata da suo padre; ma tale autorità era rivocabile tosto che cessava la confidenza del popolo; e verun cittadino, per potente che si fosse, non era supposto avere diritti indipendenti da quelli della repubblica.
Rispetto alle magistrature, non solo il mandato del popolo in virtù del quale si esercivano, era rivocabile, ma era limitato da brevissimo termine. La suprema autorità nello stato era poche volte confidata per più di due mesi; in ragione della minore importanza dell'impiego, se ne protraeva alquanto più la durata; non pertanto, ad eccezione di Venezia, non eravi pubblica carica che continuasse più di un anno.
L'esistenza di facoltà irrevocabili in una repubblica implica una specie di contraddizione. Come può mai supporsi che il popolo, dal quale emana l'autorità, dichiari a' suoi mandatarj che gli autorizza a conservarla, sia che ne facciano abuso o no, sia che giustifichino le speranze dei loro committenti, o sia che si mostrino indegni della loro confidenza; sia che l'avanzamento dell'età li renda più atti alle funzioni che esercitano, o sia che li renda incapaci di adempirle? Quindi l'amovibilità di tutte le cariche è in qualche modo la guarenzia della costante attività di coloro che le occupano, e de' continui loro sforzi per rendersene degni. Ma questo principio era probabilmente stato spinto troppo in là nelle repubbliche italiane, ed i loro legislatori avevano dimenticato, che, se importa assai che i magistrati non rimangano troppo a lungo in carica, affinchè non diventino meno attivi, importa egualmente che il loro regno non sia circoscritto a troppo pochi giorni, affinchè lo stato non abbia a soffrire dal tirocinio incessantemente ripetuto dei nuovi eletti.
Finalmente, _chiunque esercita un'autorità emanata dal popolo è risponsabile verso il popolo dell'uso che ne fa_. Era precisamente per dare a quest'ultima massima una più illimitata applicazione, che si era circoscritta a così breve tempo la durata di tutte le magistrature. In alcune affatto moderne costituzioni, si è trovato il modo di far pesare la risponsabilità sui ministri, anche in mezzo alle loro funzioni, senza attaccare l'autorità da cui emana il loro potere. Nelle repubbliche, tranne il caso di rivoluzione, la risponsabilità non viene esercitata sui magistrati, che dopo la cessazione delle loro funzioni. Nell'uno e nell'altro sistema, l'effetto è sempre il medesimo: lo stato non ha giammai bisogno di affrettare il supplicio di alcuni grandi colpevoli; non corre nessun rischio, aspettando ch'escano di carica; ma bensì ha bisogno d'inspirare a tutti i depositarj del potere un timore salutare; di far loro sentire che, per quanto grandi si figurino di essere, per quanto sembrino indipendenti le loro funzioni, giugnerà sempre l'istante in cui si troveranno deboli in faccia ad altri più potenti di loro; in cui dovranno rendere conto della loro gestione a chi avrà diritto di chiederlo, ed in cui non rimarrà impunito verun abuso del potere, veruna violazione delle leggi o della libertà del popolo, veruna malversazione.
La distinzione tra la responsabilità del ministero inglese, che si esercita quando il ministro è ancora in funzione, e la responsabilità repubblicana che non comincia che quando il magistrato è tornato semplice cittadino, è più apparente che reale. Non avvi alcun ministero inglese che non possa, col mezzo di arti ben note, o almeno collo scioglimento del parlamento, ritardare per un anno intero la prova della sua responsabilità. Ma nel corso di un anno i primi magistrati della repubblica fiorentina avevano sei volte deposto il bastone del comando, sei volte altri nuovi signori, rientrati nel grado di semplici cittadini, si erano trovati soggetti al giudizio di coloro che potevano chieder conto della loro amministrazione.
Per vie meglio accertare la responsabilità di tutti gli uomini rivestiti di qualche potere, tutte le costituzioni repubblicane d'Italia avevano leggi analoghe al _divieto_ ed al _sindicato_ de' Fiorentini. Il _divieto_ era un forzato riposo cui erano ridotti i magistrati quando uscivano di carica. Dovevano essi astenersi dalle magistrature per lo meno tanto tempo, quanto era stato quello delle loro funzioni, e spesso ancora per un tempo molto più lungo: rientravano allora nell'eguaglianza repubblicana; trovavansi allora soggetti, come tutti gli altri particolari, all'impero delle leggi, all'autorità di coloro cui avevano precedentemente comandato, all'azione dei tribunali, che loro potevano chiedere conto della condotta che avevano tenuta. Il _sindicato_ era una disamina politica, che teneva dietro alla cessazione dell'impiego di tutti coloro che avevano avuto parte in un'amministrazione di danaro, o nell'autorità giudiziaria; per costoro la responsabilità non era soltanto eventuale, ma necessaria; dovevano purgarsi da ogni sospetto intorno alla passata loro amministrazione, entro quel determinato numero di giorni che seguiva immediatamente la cessazione delle loro funzioni.
Tutto il sistema della libertà italiana può risguardarsi come rappresentato da questi tre assiomi; e secondo lo spirito de' secoli passati, se si applica ai vocaboli il loro primitivo significato, non quello che si è loro dato ne' moderni tempi, le costituzioni che sono fondate su questi tre principj erano realmente le più libere di tutte. Infatti le repubbliche italiane erano più libere che tutte quelle della Germania, che le città imperiali ed anseatiche, che i Cantoni svizzeri, che le corporazioni delle Province unite, e forse ancora più che le repubbliche dell'antichità. Sì le une che le altre non si erano proposte lo scopo di proteggere i cittadini contro il governo, ma di creare un governo, che compiutamente rappresentasse il popolo, e che fosse in qualche maniera identico con lui; sì le une come le altre dopo di averlo costituito, eransi astenute con una cieca ed illimitata confidenza dal porre limiti all'esercizio del suo potere.
Ma le costituzioni italiane facevano derivare tutti i poteri dal popolo, e li facevano tutti risolvere nella sovranità del popolo, ben più che quelle di origine tedesca. Conoscevano esse più esplicitamente questa sovranità; esse stabilivano un'amovibilità di tutti gl'impieghi più universale, ed una rotazione più rapida; ed assicuravano assai meglio la responsabilità de' pubblici funzionarj. La costituzione di Ginevra era forse la più perfetta, e la più libera delle costituzioni svizzere: a Ginevra, i sindaci, primi magistrati dello stato, duravano un anno, ma non erano che i presidenti di un consiglio esecutivo eletto a vita; gli ordini da loro dati si confondevano con quelli di questo consiglio, e il sindaco non era chiamato a veruna responsabilità. Gli _avvieri_ a Berna, i _borgomastri_ a Zurigo, i _landamanni_ negli altri cantoni, trovavansi nella medesima relazione tra un consiglio inamovibile ed il popolo. Uscendo di carica dopo un anno, essi restavano sempre membri di questo consiglio, che non solo aveva concorso a tutte le loro misure, e perciò risguardavasi obbligato a difenderli, ma che era inoltre depositario di tutta l'autorità giudiziaria dello stato, che solo aveva il diritto di condannare il magistrato colpevole, e che in favor suo e contro al popolo si trovava nello stesso tempo e giudice e parte. Tutti i magistrati romani, lasciando le loro funzioni, rientravano egualmente nel senato, e se dovevano riconoscere un altro giudice fuori del senato, erano almeno sempre protetti da questo corpo potente.
Per lo contrario un gonfaloniere ed un priore di Firenze, di Lucca, di Siena, di Bologna, o di Perugia, non solo più non era in carica dopo due mesi, ma dopo un anno più non trovava nella repubblica un corpo che fosse ancora composto dei medesimi individui che formavano il detto corpo al tempo della sua amministrazione. Il collegio de' gonfalonieri, quello de' buoni uomini, il consiglio comune, quello del popolo, tutto era stato rinnovato; niuno di loro prendeva interesse pel magistrato tratto in giudizio, niuno aveva avuto parte ne' di lui atti arbitrarj, e non si adoperava per sottrarlo dalle mani della giustizia. Dopo spirate le sue funzioni, il primo magistrato della repubblica più non era in faccia alla legge che un semplice cittadino.
La responsabilità de' magistrati, la dignità de' cittadini, l'emulazione di tutte le classi della nazione, devono essere considerate come i veri principj della libertà italiana, e le vere cagioni della prosperità degli stati repubblicani. Questo è ciò che veramente li distingue dagli assoluti principati che esistevano contemporaneamente in Italia; ed infatti se si esaminano i necessarj risultamenti di questi principj, si vedrà che devono produrre nelle repubbliche una gran massa di felicità e più ancora una gran massa di virtù.
E prima, sebbene l'insieme delle garanzie, che noi risguardiamo oggi come costituenti l'essenza della libertà, non fosse stata ricercata dal legislatore, nè riclamata dal cittadino, pure questa civile libertà, questa sicurezza di ogni individuo, non può essere violata senza cagionare un male comune. Quindi ogni magistrato, che sentivasi risponsabile di qualunque atto d'oppressione, di severità, o d'ingiustizia, sentivasi trattenuto, quando le sue passioni avrebbero potuto strascinarlo, da un sentimento di timore che non era ragionato.
Il giudice forastiero non riceveva altra istruzione che quella che gli era data negli assoluti principati; egli poteva a voglia sua impiegare a Firenze, come a Milano o a Napoli, le più crudeli torture per iscuoprire i delitti, i più spaventosi supplicj per punirli. Ma a Firenze la sua autorità spirava dopo un anno, ed in allora la sua condotta veniva esaminata da persone da lui indipendenti, che non erano a lui legate da alcun partito, e che per lo contrario, siccome quelle che battevano la carriera de' pubblici impieghi, avevano bisogno del pubblico favore. Se esso giudice aveva esercitate non necessarie crudeltà, se aveva contro di sè stesso provocato l'odio del pubblico, non poteva in verun modo sottrarsi al giudizio del _sindicato_.
I primi magistrati, senza essere i giudici abituali della repubblica, potevano qualche volta occupare il potere giudiziario; potevano esercitare un giudizio statario contro i loro nemici o contro i loro emuli; potevano violentare gli stessi consiglj; potevano punire non le sole azioni, ma le scritture, le parole, e perfino i pensieri; ma dopo due mesi altri priori, scelti dal popolo tra una grande moltitudine di eleggibili, dovevano essere rivestiti di tutta quell'autorità che i primi avevano deposta. Questi nuovi priori potevano essere gli amici, i parenti, i fratelli di coloro ch'erano stati vessati, e potevano vendicarsi colle medesime armi. La costituzione della repubblica ripeteva sempre ad ogni uomo in carica questa massima del Vangelo: _Non giudicate, e non sarete giudicati._
Finalmente non era stabilito verun limite alla manìa de' regolamenti: la legge poteva colpire il cittadino in una quantità di particolari, che non dovrebbero essere di sua competenza; ma tutti coloro che concorrevano a fare questa legge, non ignoravano che altri e non essi avrebbero l'incarico di farla eseguire, e che entro poche settimane, o tutt'al più entro pochi mesi, vi sarebbero ancor essi subordinati come gli ultimi de' loro concittadini. Quindi sebbene la civile libertà, quale l'intendiamo nella presente età, non fosse nè conosciuta, nè definita, sebbene non avesse alcuna delle guarenzie credute più necessarie, dessa era assai meglio rispettata nelle repubbliche italiane che in verun altro stato dell'Europa; ogni cittadino si credeva sicuro in vita del godimento della sua sostanza e del suo onore; non temeva che arbitrarie restrizioni fossero imposte alla sua industria; ogni sua facoltà aveva un libero sfogo; tutte le vie che conducono alla fortuna erano aperte alla sua attività, ai suoi talenti: e la fiducia nella propria sicurezza si faceva maggiore, quando confrontava la protezione che gli dava la repubblica col continuo stato di timore e di dipendenza in cui vivevano i sudditi dei vicini principi.
Pure la forma repubblicana e quasi democratica del governo contribuiva meno alla sicurezza del cittadino, che ai progressi della sua virtù ed all'intero perfezionamento della sua anima. Considerando la libertà come noi facciamo, pare che si faccia consistere la felicità nel riposo; gli antichi la riponevano invece in una costante attività; il desiderio del cittadino non era in allora quello di dormire in pace in casa sua, ma di distinguersi con singolari talenti sulla pubblica piazza, ne' consiglj, e nelle magistrature, cui chiamavalo la sorte a vicenda; voleva conseguire da sè medesimo tuttociò che la natura gli aveva permesso di ottenere, compiere con un pubblico corso la sua educazione come uomo fatto, e trasmettere a' suoi figli, come eredità, la gloria che avrebbe acquistata.
Quest'emulazione, che non esiste nei governi dispotici, che ne' moderni governi rappresentativi è l'appannaggio soltanto di un piccolo numero di persone, nelle repubbliche italiane era comune all'intera massa del popolo. La rapidità con cui si rinnovavano tutte le magistrature, tutti i consiglj, chiamava a vicenda in brevissimo spazio di tempo tutti i cittadini ad esercitare la propria influenza sulla repubblica. Non eravi un solo individuo, il quale per soddisfare ai doveri cui sarebbe bentosto chiamato, non dovesse fissare la sua opinione sull'esterna politica di tutta l'Europa, su quella che si confaceva alla sua patria, sulle finanze, sull'amministrazione, sulla legislazione e la giustizia; non eravi un solo individuo che non dovesse agire dietro questa propria opinione, che non potesse essere chiamato a renderne ragione, e che in appresso non si trovasse risponsabile di ciò che dessa gli avrebbe fatto fare.
Se dobbiamo risguardare come il migliore de' governi quello che procura a tutti i cittadini maggiori godimenti e felicità, sarà giusto di tener conto del continuo divertimento di una nazione; poichè, a non dubitarne, il governo che le procura quest'aggradevole occupazione dello spirito, contribuisce assai più alla sua felicità, che quello che le procurerebbe tutti i piaceri fisici. Sotto questo punto di vista non si può dubitare che una nazione, i di cui cittadini tutti hanno lo spirito sempre svegliato, sempre occupato, e rinnovato da idee variate, profonde, ed ingegnose, non trovi in questo solo esercizio un continuo piacere; piacere che non potrebbero farle gustare nè le meccaniche occupazioni cui sarebbero soltanto addette tutte le classi inferiori se non fossero libere, nè i grossolani sollievi che le offrirebbero i diletti de' sensi dopo il lavoro. Non eravi minore diversità tra i piaceri cui poteva aspirare un cittadino fiorentino, e quelli cui doveva limitarsi un gentiluomo napolitano, di quella che può esservi tra i piaceri del filosofo o del letterato, e quelli dell'operajo. La felicità e la sventura sono proprie di tutte le umane condizioni, e forse la loro somma è abbastanza egualmente compensata; ma la felicità dell'uomo che ha coltivato il suo spirito ed il suo cuore e sviluppate tutte le sue facoltà, è più conforme alla dignità della nostra natura, ed in pari tempo più nobile e più dolce: e quando si è gustata una sola volta, più non si vorrebbe farne cambio con quella che è frutto soltanto del riposo e dei materiali piaceri.
Pure non è il divertimento, parte così essenziale della felicità, non è la felicità medesima, che debbano essere lo scopo della nostra vita, o quello del governo; ma sibbene il perfezionamento dell'uomo. Spetta al governo il dare compimento alla destinazione che l'umana natura ha ricevuta dalla provvidenza; e può credersi che abbia conseguito il suo scopo, quel governo che quando ha proporzionalmente sollevato un maggior numero di cittadini alla più alta dignità morale di cui sia suscettibile l'umana natura. Ora, nella storia del mondo intero, forse nulla ci dà l'idea di una maggiore propagazione di lumi, di ragionevolezza, di cognizioni politiche morali ed amministrative, di coraggio civile, di prontezza e giustezza di spirito, quanto lo spettacolo che presenta Firenze, quando, fra ottantamila abitanti che conteneva questa città, due in tre mila cittadini occupavano con un rapido giro tutte le principali cariche dello stato, e dirigevano il loro governo con tanta saviezza, con tanta dignità, con tanta fermezza, che gli davano, tra gli stati dell'Europa, un posto infinitamente superiore alla misura della sua popolazione e delle sue ricchezze. La signoria, rinnovata dalla sorte ogni due mesi, sopra una lista composta di mercanti e di artigiani chiamati ad entrare sei volte all'anno ne' segreti della politica, dava ai consiglj de' re ed ai senati delle aristocrazie lezioni di prudenza e di giustizia, che questi sarebbero stati felici di poter seguire.
Il più potente mezzo d'incoraggiare i progressi dello spirito, è senza dubbio quello di far gustare i piaceri ch'essi procurano. Niuno di coloro che potevano associare alle domestiche loro occupazioni, ai loro meccanici lavori, le alte meditazioni che richiede l'esercizio della sovranità, si privava di questo piacere: perciò quanto la posterità di questi medesimi uomini è notabile per la sua non curanza intorno a tutto ciò che trovasi fuori della ristrettissima periferia de' suoi interessi del giorno, altrettanto i repubblicani fiorentini erano animati da una insaziabile avidità d'imparare. Non eravi veruna cognizione, per quanto lontana fosse dal domestico loro stato, che non potesse trovare la sua applicazione nella pratica del governo. Giammai l'oscurità della loro condizione rendeva impossibile che la loro patria facesse uso delle loro cognizioni; e se in allora facevasi manifesta la loro ignoranza, essi venivano messi in ridicolo, o svergognati dai loro concittadini.
Mentre che il punto d'onore ed il timore del biasimo gli spingevano costantemente verso la scienza, verso la virtù, e verso il morale sviluppo di tutte le loro facoltà; l'insieme della loro esistenza era pubblico: e soltanto coll'acquistare la stima de' loro concittadini, potevano altresì sperare di ottenerne i suffragj. Qualunque volta si procedeva ad uno scrutinio generale e si rinnovavano tutte le borse della signoria, non era un solo cittadino nello stato la di cui pubblica o privata condotta, le di cui virtù ed i politici talenti, le di cui maniere, la di cui capacità non diventassero oggetto dell'osservazione di tutti. Una certa quale censura era in allora esercitata dalla pubblica opinione sul complesso della vita d'ogni membro dello stato; e non eravi alcun uomo, nel quale il timore del biasimo o la speranza degli onori, non risvegliassero que' virtuosi sentimenti, che senza questo stimolo sarebbero facilmente rimasti assopiti nel fondo del suo cuore.
Tale era il sistema dell'antica libertà, ed in particolare della libertà italiana; sistema tanto diverso da quello adottato ai nostri giorni, che appena coloro che tengono dietro al primo possono intendere l'altro. Noi siamo oggi arrivati ad una dottrina più filosofica intorno all'essenza del governo, a principj più applicabili ad ogni specie di costituzione. Ma sebbene il sistema degli antichi fosse affatto diverso dal nostro, sebbene non desse le molte guarenzie che noi a tutta ragione risguardiamo come essenziali alla sicurezza de' cittadini, conteneva però il germe di più grandi cose, e doveva produrre degli uomini che i nostri governi meglio costituiti forse non produrranno giammai. La libertà degli antichi, siccome la loro filosofia, aveva per iscopo la virtù; la libertà de' moderni, siccome la loro filosofia, non si propone che la felicità.