Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 16 (of 16)
Part 21
La potenza dell'uomo risiede nelle forze morali, e non nelle fisiche. Dallo spirito e non dal corpo vengono i mezzi di resistenza e di conquista; perciocchè trovansi nello spirito la volontà, il coraggio, l'ubbidienza, la pazienza, la rassegnazione al sagrificio. Lo stesso despotismo non può far a meno di certe forze morali; ma egli le teme e non le impiega che con economia; mentre per lo contrario la libertà le adopera tutte. Per mantenere il primo, conviene che l'uomo sia meno uomo che si possa: per consolidare la seconda, conviene trovare nell'uomo tutto quanto può dare l'umana natura. Il despota crederà lungo tempo di avere accresciute le forze della nazione concentrandole tutte in sè, perchè avendo così soppresse tutte le resistenze può impiegare tutto il rimanente vigore nell'esecuzione delle sole sue volontà; ma quando verrà chiamato a misurarsi con un popolo, le di cui forze morali tutte siansi sviluppate, conoscerà bentosto la propria impotenza. L'Italia, in sul declinare del diciottesimo secolo, aveva ancora soldati, ricchezze, una numerosa popolazione, una fiorente agricoltura, commercio e manifatture che presentavano tuttavia grandi mezzi, uomini versati nelle scienze, altri naturalmente atti ad acquistarle in breve tempo; ma le mancavano il sentimento e la vita, e quando scoppiò la rivoluzione francese, non fuvvi alcuno in Europa che non vedesse che l'Italia non aveva nè la volontà, nè la forza di difendere la sua indipendenza, e che una nazione che più non aveva patria, non poteva resistere nè per garantire sè stessa, nè per la sicurezza de' suoi vicini.
CAPITOLO CXXVI.
_Intorno alla libertà degl'Italiani nei tempi delle loro repubbliche._
Basta paragonare l'Italia quale era nel quindicesimo secolo, all'Italia quale diventò del diciottesimo, per accertarsi che gl'Italiani avevano in quello spazio di tempo perduto il più prezioso dei beni sociali. Non era altrimenti una teoria vana e fatta soltanto per lusingare l'immaginazione quella libertà per la quale essi combatterono con tanta costanza, che non si videro tolta senza immenso rincrescimento e cordoglio, e che tentarono più volte di ricuperare a rischio anche di esporre la loro patria alle più violenti convulsioni. Palpabili erano gli effetti di questa libertà, ed hanno coperta la terra di tali monumenti che conservansi ancora nella presente età; aveva questa svolti nell'intera massa della nazione l'ingegno, il gusto, l'industria e tutti i godimenti di una somma prosperità; il popolo che la conservò lungamente, era composto d'individui ad un tempo più felici e più illuminati; desso erasi egualmente avvicinato ai due fini che si propongono i più saggi filosofi e l'uomo volgare; cioè, aveva fatto molto cammino verso la perfezione e la felicità.
Fra tutti gli oggetti che trattengono i nostri sguardi nell'Italia, non ve n'ha un solo il quale non contribuisca a provare ed i sorprendenti progressi fatti dagl'Italiani in tutte le arti della civilizzazione prima del quindicesimo secolo, ed il loro decadimento dopo quest'epoca. Veruna nazione eresse più magnifici templi nelle città, ne' villaggi e perfino ne' deserti. Si giugne dall'estremità dell'Europa per ammirarli; ma quando si confrontano col povero gregge che ora si aduna sotto la loro volta per esercitarvi un culto, ognuno è forzato di chiedersi dove si troverebbero adesso le necessarie ricchezze per fabbricarli?
Di dieci in dieci miglia trovansi nelle pianure della Lombardia, o ne' colli della Toscana e della Romagna, e perfino nelle adesso deserte campagne del patrimonio di san Pietro, delle città pomposamente fabbricate, nelle quali molti palagi mezzo rovinati ci dicono che da secoli più non furono ristaurati: tutto ciò che è durevole conserva il carattere dell'opulenza e dell'antica eleganza, e tutto ciò che è passaggiero è perito senza venire più rifatto. Rimangono i portici, le colonne, gli architravi; ma i legni marciscono, rotti sono i cristalli, e levati i piombi dai tetti. Da Novara fino a Terracina, ci dimandiamo tristamente, in ogni città, dove sia la popolazione che poteva avere bisogno di tante case, dove il commercio che poteva riempire tanti magazzini, dove le ricche famiglie che potevano alloggiare in tanti palazzi, dove finalmente il lusso dei vivi che deve prendere il luogo di quello degli estinti, de' quali rimangono ovunque i monumenti.
Molta parte delle terre viene anche adesso coltivata nella più industre come nella più dispendiosa maniera; senza mai esaurire il terreno, l'agricoltura vuole ogni anno nuovi frutti, e gli ottiene più abbondanti che in qualunque altra contrada. Un giudizioso avvicendamento di ricolte apparecchia e purga i campi prima di coglierne i succhi nutritivi per le piante cereali, e sempre li va migliorando senza mai lasciarli riposare. Ma questo avvicendamento di raccolti fu inventato e sostituito all'antico sistema dai contadini italiani che in allora erano una razza di uomini intelligente ed osservatrice, mentre che in tutto il rimanente dell'Europa i contadini di quell'epoca erano abbrutiti dalla schiavitù ed incapaci di scoprire i vizj delle antiche consuetudini, e di correggerle.
L'intera Lombardia è tagliata da canali che, suddividendosi all'infinito, tutta la ricuoprono a guisa di una rete; essi distribuiscono sui campi le acque apportatrici della fertilità, e sono disposti a riceverle di nuovo, dando loro un pronto scolo, quando quest'acque cessano di essere salutari. Una ragguardevole parte della Toscana è divisa in regolari terrapieni, che trattengono la terra sul fianco delle colline sempre battute da burrascose piogge, dando così il modo di coprire di castagneti, di viti, di ulivi, di ficaje, ripidi declivi che, lasciati quali naturalmente sono, non presenterebbero che nudi sassi. Ma in quel tempo in cui gl'Italiani destinavano a rendere fertili le loro campagne un capitale, che poteva bastare per l'acquisto di una superficie assai più vasta, le altre nazioni ad altro ancora non pensavano che a spogliare la terra di tutto ciò che poteva produrre; ed i Francesi cercavano perfino di rendere ignominioso l'impiego del capitale destinato alla coltura delle terre, coll'assoggettarlo all'umiliante imposta della taglia.
Finalmente, sia che si osservi tutta intera l'Italia, o si esamini la natura del suolo, o le opere dell'uomo, o l'uomo medesimo, sempre si crede essere nel paese degli estinti, vedendo nello stesso tempo la debolezza dell'attuale generazione, e la possanza di quelle che la precedettero. Non sono certo gli uomini che si vedono, che avrebbero potuto fare le cose che ci stanno sotto gli occhi; furono fatte nell'epoca di una vita che sentiamo essere terminata; perciocchè nell'istante in cui questa nazione perdette ciò ch'ella chiamava la sua libertà, perdette nel medesimo tempo tutta la sua creatrice potenza.
Pure quando ci chiediamo in che mai consistesse una cotale libertà, che produsse così grandi cose e che lasciò di sè così amaro desiderio, non troviamo veruna soddisfaciente risposta nè tra le nozioni che ne avevano que' medesimi che la possedettero, nè nelle leggi che la sostenevano, nè nelle costumanze ch'ebbero da lei origine. Rimaniamo soprattutto convinti esservi un errore capitale nella lingua; che ciò che noi diciamo libertà, non è ciò che dagl'Italiani era così chiamato; e che l'intero scopo dell'ordine sociale si presentava loro sotto un punto di vista affatto diverso da quello che noi lo vediamo.
Forse abbastanza non riflettiamo che le nuove teorie intorno alla libertà sono di moderna invenzione; che i nostri filosofi, cercando di sapere in che consista, sonosi proposto uno scopo affatto diverso da quello cui miravano gli antichi; che la libertà de' Greci o de' Romani, degli Svizzeri o de' Tedeschi, come pure quella degl'Italiani, non era altrimenti la libertà degl'Inglesi; che per ultimo fino al diciassettesimo secolo la libertà del cittadino fu sempre risguardata come una partecipazione alla sovranità del suo paese; e che non è che l'esempio della costituzione britannica, che c'insegnò a considerare la libertà come una protezione del riposo, della felicità e della domestica indipendenza. Ciò che noi desideriamo prima di tutto, non risguardavasi dai nostri antenati che come un vantaggio accessorio e di second'ordine; e ciò che vollero i nostri antenati, non viene da noi risguardato che quale mezzo più o meno imperfetto di ottenere o di conservare quanto desideriamo noi medesimi. Però l'uno e l'altro scopo dell'associazione politica viene egualmente indicato col nome di libertà. Quando si volle distinguerli, e che si chiamò libertà civile quella facoltà affatto passiva, quella guarenzia contro l'abuso del potere, in qualunque mano si trovi, cui aspirano i moderni, e che si riservò il nome di libertà politica alla facoltà attiva, alla partecipazione di tutti al potere esercitato sopra di tutti, all'associazione dell'uomo libero alla sovranità, non si è bastantemente schivata la confusione; perchè i vocaboli che si adoprano non contrastano abbastanza l'uno coll'altro. Ambidue, tranne la sola diversità della loro origine greca e latina, significano egualmente, _che è propria al cittadino_; ma non dovrebbe dirsi cittadino se non quello che gode della libertà attiva, ed è partecipe della sovranità; mentre che, senza essere cittadino, ogni uomo ha diritto egualmente alla libertà passiva, ossia alla protezione contro ogni abuso del potere.
Per una specie d'istinto gl'Italiani si erano attaccati alla libertà politica; ma non erano pervenuti a definirla con precisione. Questa era agli occhi loro una prerogativa esclusiva del governo repubblicano; e con tal nome indicavano soltanto il governo dei più, per distinguerlo da quello di un solo. Quest'ultimo, _il principato assoluto_, sembrava loro sempre incompatibile colla libertà; il primo, _governo dei più_, pareva loro che sempre meritasse il nome di governo libero, sia che questa sovranità appartenesse a tutti i cittadini, come a Firenze, sia ad una sola classe, come a Venezia; e ciò senza avere riguardo all'esercizio di un'arbitraria autorità dei magistrati sopra i sudditi, che, dietro i presenti nostri principj, potrebbero farci considerare l'uno e l'altro come tirannico.
Non conoscendo gl'Italiani che la libertà politica, e non essendosi eglino formata una precisa idea della libertà civile, non dobbiamo maravigliarci che accordassero il nome di governo libero a quello che non poneva verun confine all'estensione dei poteri esercitati a nome della nazione. I cittadini, esposti a qualsivoglia arbitraria misura, non perciò si riputavano meno liberi, poichè l'atto arbitrario che ad alcuno recava danno era l'opera di un magistrato, che ognuno poteva risguardare quale suo mandatario. Ma al primo aspetto sembra contrario ai medesimi principj da loro adottati, il chiamare libero quel governo in cui veniva esercitata un'illimitata autorità da una sola classe della nazione, senza che gli altri potessero aver parte in quella sovranità di cui si erano impadroniti pochi cittadini. Ben può concepirsi come Firenze loro sembrasse libera anche quando il gonfaloniere, i priori, i podestà delegati dal popolo, facevano il più violento uso del momentaneo potere deposto nelle loro mani; ma non vediamo in che mai consistesse la libertà di Venezia, dove dal consiglio de' dieci, che rappresentava soltanto la nobiltà, esercitavasi un così arbitrario potere.
Per altro questa confusione d'idee non è propria solamente degl'Italiani; dessa trovasi in tutte le antiche e moderne repubbliche. Le aristocrazie ed oligarchie greche, tedesche ed italiane, invocarono tutte egualmente il nome della libertà, e tutte pretesero di averla conservata qualunque volta non si assoggettarono al potere di un solo. Infatti, lasciando da un canto la libertà civile ossia libertà passiva, poteva dirsi con verità che sempre esisteva una libertà nello stato, quando un'intera classe era partecipe della sovranità; ma in allora non era la nazione che fosse libera, unicamente bensì quelle famiglie ch'erano proprietarie della libertà.
Presso gli antichi, che avevano conservati gli schiavi anche nelle più libere repubbliche, non erasi cercata l'origine dei diritti dell'uomo nella stessa dignità della specie umana, nè si era convenuto che ogni pubblica instituzione dovesse mirare alla felicità di tutti. I diritti umani parvero loro fondati sopra leggi positive, e non sulla legge naturale. Vedevano in ogni paese uomini _ingenui_ e schiavi; e questo fatto, che ammisero senza disamina, non parve loro più ripugnante nelle loro città che nelle loro famiglie. La libertà diventò per loro un bene ereditario, come le altre sostanze; e quest'eredità potev'essere trasmessa soltanto ad un ristretto numero di famiglie in mezzo ad una grossa popolazione, siccome a Sparta ne' tempi della lega Achea, e a Lucca nel diciottesimo secolo: non pertanto si continuò a chiamare libero lo stato in cui le famiglie proprietarie della libertà non erano esse medesime diventate proprietà di un altro individuo, e dove conservavano fra di loro la sovranità sopra di sè medesime: se queste medesime famiglie avevano poi sudditi nello stato e schiavi nelle case, questa sudditanza di una parte della popolazione estranea alla città, nè variava, nè costituiva la natura del governo. Cotale stato era pur sempre una repubblica.
Ma la schiavitù domestica più non esisteva nelle repubbliche italiane, e questa sola differenza le pone a molta distanza da quelle dell'antichità. Dall'abolizione della schiavitù domestica ne risultarono un maggiore rispetto per la libertà dell'uomo, una più estesa felicità in tutte le classi, maggiore industria, maggiore attività, maggiori potenze produttrici ed in conseguenza maggiori ricchezze. Le repubbliche, quando appena cominciavano a prendere questo titolo, e non si consideravano ancora che come comunità libere, sotto la protezione dell'imperatore, cominciarono colla liberazione degli schiavi; il grosso della loro popolazione consisteva in uomini che avevano di fresco spezzate essi medesimi le loro catene, e che aprirono quasi sempre un asilo entro le loro mura ai servi che fuggivano dalle terre dei signori loro vicini. In tal modo ebbe principio l'abolizione della schiavitù, cui la religione e la filosofia si gloriarono poscia di avere operato; ma che dal solo personale interesse fu eseguito.
Questa progressiva abolizione della schiavitù, che si estese dalle città alle campagne, è un avvenimento troppo importante nella storia della libertà italiana, per non richiamare per qualche tempo la nostra attenzione. Sotto il regno degl'imperatori romani, i liberi agricoltori erano assolutamente scomparsi dal suolo dell'Italia; i ricchi proprietarj, che in un solo possedimento riunivano talvolta intere province, di cui la repubblica romana, dopo parecchj anni di guerra, aveva trionfato ne' suoi più bei giorni, facevano coltivare le loro terre da numerose gregge di schiavi. I campi più non avevano case isolate, nè villaggi, nè capanne, e di già avevano l'aspetto che presenta adesso l'_Agro romano_, egualmente deserto, egualmente diviso in poderi di dieci in dodici miglia d'estensione: soltanto facevano le veci di quelle armate di lavoratori che scendono oggi dalle montagne della Sabina, infiniti sventurati che la sola forza obbligava al lavoro senza speranza di veruna ricompensa.
I barbari, invadendo l'Italia, ne fecero in breve tempo scomparire tutta la popolazione, perchè gli schiavi erano la preda che loro meglio si conveniva, siccome quella che più vantaggiosamente potevano vendere, e trasportare altrove con minore imbarazzo. Gli schiavi, sempre solleciti di mutare condizione, seguivano volentieri i loro nuovi padroni, dai quali speravano di essere più dolcemente trattati; pure d'ordinario perivano ne' lunghi viaggi a traverso ai boschi della Germania e della Scizia, come mill'anni dopo si videro perire i non meno numerosi schiavi che i Turchi predavano in tutte le province dell'Adriatico, e dei quali non si è conservata la razza. I proprietarj, come i nobili romani dell'età presente, cercarono, dopo tale epoca, non già a moltiplicare i prodotti delle loro terre, ma a diminuirne le spese; e calcolarono, come si fa pure presentemente, che per quanto fosse grande la diminuzione del prodotto lordo dell'agricoltura per mancanza di popolazione, non perciò veniva minore la rendita netta delle loro terre.
Finalmente i barbari, invece di guastare le province dell'impero, vi si stanziarono stabilmente. È noto che in allora ogni capitano, ogni soldato del settentrione, venne ad alloggiarsi presso un proprietario romano, sforzandolo a dividere con lui le sue terre ed i raccolti. Tutti gli antichi schiavi che rimasero in Italia, non cambiarono la loro condizione; ma i liberi agricoltori, obbligati a risguardare come loro padrone il Tedesco o lo Scita che dicevasi loro ospite, furono costretti a darsi essi medesimi al lavoro. Oltre la parte incolta di terreno che questi nuovi abitanti si fecero cedere in tutta loro proprietà per tenervi le loro mandre, vollero pure essere a parte del ricolto de' campi, degli uliveti, delle vigne: ed allora indubitatamente ebbe principio quel sistema di coltivazione a metà frutto, che mantiensi tutt'ora in quasi tutta l'Italia, e che tanto contribuì a perfezionare l'agricoltura ed a rendere migliore la condizione de' suoi contadini.
Quando il lavoro degli uomini liberi si trovò in concorrenza con quello degli schiavi, la sua superiorità fu troppo chiara per non far sì che il barbaro padrone lo preferisse a quello degli schiavi. Il castaldo, quasi sempre disceso da qualche antico proprietario romano, viveva, egli e la sua famiglia, colla metà del prodotto di quella terra che era stata un giorno possedimento dei suoi antenati; mentre lo schiavo, che dovevasi assai bene alimentare, quantunque la sua inerzia e la negligenza scemassero le sue forze produttrici, consumava i due terzi dei frutti da lui raccolti. Allora il Barbaro cominciò ad accordare la libertà, ed una parte del deserto di cui si era renduto padrone, al suo schiavo, perchè ne formasse un nuovo podere. Il signore delle terre ebbe sempre più motivo di vie meglio convincersi che non manterrebbe giammai i suoi schiavi a così buon patto come il suo gastaldo, e che non otterrebbe da loro giammai altrettanto lavoro, perchè l'interesse attivo ed industrioso è migliore economo d'assai che la forza: così ogni giorno, coll'incremento delle generazioni, un maggior numero di schiavi ebbe nelle campagne la libertà.
Senza che la legge avesse veruna parte nell'abolizione della schiavitù, senza che il vergognoso commercio degli uomini fosse proibito, la schiavitù cessò in ogni luogo. Ne' secoli inciviliti, e fino alla fine del sedicesimo, si dividero tuttavia degli schiavi nelle più ricche case, ma più non se ne trovavano nelle campagne. I soldati, abusando della loro vittoria, vendettero talvolta al migliore offerente tutti gli abitanti di una città presa d'assalto; e tale fu la sorte che l'armata di Francesco Sforza fece subire del 1447 alla sventurata città di Piacenza. I papi, cedendo alla sterminata loro collera, condannarono ancora più frequentemente tutti i sudditi di uno stato nemico ad essere ridotti in ischiavitù, autorizzando a venderli chiunque se ne impadronisse. In tal modo vennero condannati tutti i vassalli dei Colonna da Bonifacio VIII; tutti i Fiorentini da Sisto IV, tutti i Bolognesi nel 1506, ed i Veneziani nel 1509, da Giulio II. Ma coloro che comperavano questi schiavi, trovavano subito più utile il dar loro la libertà per una qualche somma di danaro, che non il mantenerli pel poco lavoro che farebbero per conto loro. In veruna descrizione di città o di villaggi vedonsi in queste varie epoche indizj di schiavitù; soltanto il fanatismo potè conservarne gli ultimi avanzi in Italia a dispetto del personale interesse. I prigionieri di guerra mori e turchi incatenansi nelle galere, in odio della loro religione, e la schiavitù loro dura anche al presente, sebbene costino allo stato più che gli uomini liberi.
Il fanatismo tentò pure più volte in altri paesi di far rinascere la schiavitù; e riconoscere dobbiamo dai missionarj portoghesi, che circa la metà del quindicesimo secolo, diressero le prime spedizioni sulla costa occidentale dell'Africa, quella schiavitù de' Negri alle Antille, che forma l'obbrobrio dell'età presente. Il fanatismo fece condannare in Ispagna ed in Portogallo, nel sedicesimo e diciassettesimo secolo, molte centinaje di Giudei e di Mori ad essere ridotti in ischiavitù. Pure l'interesse personale, assai più potente che lo zelo di un clero persecutore, ridonò costantemente la libertà a coloro che la Chiesa condannava alle catene. Nell'età presente la schiavitù non si mantiene in tutta l'Europa orientale dalla Russia fino all'Ungheria, che a motivo che i proprietarj delle terre non hanno saputo approfittare del lavoro degli uomini liberi; e perchè in cambio di dividere con loro i frutti della terra, gli sforzarono a dar loro la metà del tempo; onde nei giorni di ogni settimana che sono di diritto del padrone ungaro o boemo, l'uomo libero non lavora con maggiore zelo, attività o intelligenza, di quello che farebbe lo schiavo.
Quando, in tempi a noi più vicini, i filosofi volsero di nuovo i loro sguardi alla costituzione della società, non ebbero sotto gli occhi oggetti eguali a quelli che colpivano i filosofi dell'antica Grecia. Da un canto il lavoro manuale più non era fatto dagli schiavi, dall'altro canto quasi tutti i paesi ridotti a civiltà erano governati da monarchi. Noi confondiamo quasi sempre la natura delle presenti instituzioni colla natura stessa delle cose: gli antichi non avevano potuto comprendere come si sarebbe potuto fare da meno degli schiavi; i moderni come si possa stare senza re. I politici del XVIII secolo si occuparono meno di ciò che in realtà era la società umana, che di ciò che avrebbe dovuto essere. Ebbero minore rispetto per diritti stabiliti, perchè in nessun luogo ne trovarono che fossero incontrastabili; ma rispettarono maggiormente il carattere dell'uomo; essi accomodarono le loro teorie all'interesse dell'autorità sotto la quale vivevano, e fissarono il principio che ogni governo era stabilito per la felicità dei popoli a lui soggetti, sebbene i principi avessero fin allora creduto di non avere altro interesse ed altro dovere, che quello della propria conservazione, o di ciò che chiamavano loro gloria.
Essendo la libertà degli antichi una proprietà del cittadino, non era essenziale di esaminare fino a qual segno contribuiva alla felicità, come non si esamina, per conservare a ciascheduno la sua eredità, se le ricchezze formano, o no, la felicità dell'uomo saggio. Ma la libertà dei moderni venendo considerata come il mezzo pel quale i governi giungono allo scopo per cui furono instituiti, cioè la comune felicità, fu necessario di esaminare, onde stabilire il diritto dei popoli ad essere liberi, in qual modo la libertà formi la felicità, o fino a quale grado vi contribuisca.