Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 16 (of 16)

Part 20

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Nell'ultimo anno del papato di Clemente XII il cardinale Alberoni, nominato suo legato in Romagna, tentò di unire alla santa sede la piccola repubblica di san Marino, troppo debole e troppo povera per tentare prima di tale epoca l'ambizione di chicchefosse. Il governo di quella terra aveva degenerato in oligarchia, e l'Alberoni aveva preteso che i malcontenti, che formavano il grosso della popolazione, desiderassero di assoggettarsi al dominio della santa sede; bastarono al cardinale dugento soldati, ajutati dai birri della Romagna, per impadronirsi verso la metà di ottobre del 1739 di tutto lo stato di san Marino. Ma furono portate al papa le rimostranze degli abitanti; e il papa ebbe l'integrità di riconoscere, che aveva con soverchio precipizio dato l'assenso al suo legato: ordinò che gli abitanti di san Marino fossero invitati ad emettere liberamente il loro voto, e quando li vide unanimamente domandare la loro indipendenza, li fece riporre in libertà. Questo pontefice sopravvisse pochi giorni a così onorevole azione; da lungo tempo era forzato a starsi in letto, ed aveva perduta la vista quando morì il 6 febbrajo del 1740[354].

[354] _Muratori ad an, 1739. — Melchior Delfico Stor. di San Marino, c. VIII, p. 222._

Clemente XII ebbe per successore Benedetto XIV, già Prospero Lambertini, il più virtuoso, il più dotto, il più amabile dei Romani pontefici. Era nato il 13 marzo del 1675, e fu eletto il 17 agosto del 1740. Benedetto XIV seppe il primo rinunciare dignitosamente alle pretese della corte romana, uniformandosi allo spirito del secolo, senza scuotere violentemente la propria Chiesa; assopì le controversie giansenistiche; ottenne il rispetto e la considerazione de' principi e dei popoli protestanti, e dei filosofi di tutte le nazioni e di tutte le sette[355]; ma i sovrani cattolici violarono crudelmente la neutralità da lui professata, e distrussero la tranquillità de' suoi stati: egli aveva ultimate nel primo anno del suo regno tutte le controversie eccitate da' suoi predecessori colle corti di Spagna, di Portogallo, delle due Sicilie e di Sardegna; quando nello stesso anno la guerra per la successione dell'Austria accrebbe le difficoltà ed i pericoli dello stato della Chiesa. Il duca di Montemar, generale spagnuolo, fu il primo a violare la neutralità del papa, entrando in febbrajo del 1742 nel territorio di san Pietro coll'armata sbarcata ad Orbitello, e che andava ad unirsi in Romagna a quella del duca di Castro-Pignano, generale dei Napolitani. La loro presenza attirò negli stati della Chiesa l'esercito austriaco e piemontese, che si avanzava per venire a battaglia; dopo tale epoca, e finchè durò questa guerra, lo stato della Chiesa fu continuamente attraversato, e spesso guastato dalle due armate. La battaglia di Velletri, dell'undici agosto del 1744, tra il principe di Lobkowitz, il re di Napoli ed il duca di Modena, fu assai più fatale a quest'infelice città che all'una od all'altra armata, che pure vi sparsero molto sangue[356]. Dopo la pace di Aquisgrana, Benedetto XIV ottenne qualche indennizzazione pei mali sofferti da' suoi sudditi; ma troppo mancava perchè fosse bastante compenso ai sofferti danni. La saviezza e l'economia del papa riuscirono loro assai più vantaggiose, perciocchè colmarono il vuoto delle finanze, minorarono il debito, e cominciarono a ristabilire il commercio e l'agricoltura. La morte che lo rapì il 3 maggio del 1758, non gli permise di fare tutto il bene che desiderava.

[355] _Lacretelle, Hist. de France au dix-huitième siècle, t. III, l. X, p. 205._

[356] _Muratori ad an. 1744. — Coxe, Hist. de la Maison d'Autriche, t. V, ch. CV, p. 119._ Intorno a questa guerra merita di essere letta la Storia di Castruccio Buonamici: _De rebus prope Velitram gestis_, forse dall'autore non veduta. _N. d. T._

Carlo Rezzonico, veneziano, successe il 6 di luglio del 1758 a Benedetto XIV, e prese il nome di Clemente XIII. Mostrò dal canto suo molto zelo per la riforma de' costumi, per la difesa della fede e per la correzione del clero; ma non aveva di lunga mano nè l'ingegno, nè l'accorgimento, nè la moderazione, nè la fermezza del suo predecessore. Fu strascinato in passi contraddittorj e talora imprudenti, per provvedere alla carestia che tribolò i suoi stati dal 1764 al 1766; volle sostenere le vecchie pretese della santa sede sul ducato di Parma, e per tale motivo si disgustò nel 1768 colla casa di Borbone; sicchè la Francia occupò Avignone, Napoli e Benevento, e la Spagna minacciò di trattenere le entrate della Chiesa. La soppressione dell'ordine dei Gesuiti, caldamente chiesta dalle medesime corti, gettò il Rezzonico in più gravi imbarazzi: colse l'istante in cui la loro società era stata proscritta in Portogallo ed in Francia, per raffermare tutti i loro privilegj colla bolla _Apostolicam_ e per fare il più magnifico panegirico de' loro servigj e de' loro talenti. La malintelligenza tra il papa e quelle corti andava vestendo il più inquietante carattere, allorchè Clemente XIII morì quasi improvvisamente nella notte del 3 di febbrajo del 1769.

Fu dato per successore al Rezzonico un degno emulo del Lambertini nella persona di Lorenzo Ganganelli, che prese il nome di Clemente XIV. Egli seppe calmare con una costante saggezza, con un profondo segreto, con un'estrema moderazione tutte le contese eccitate dal suo predecessore: ricuperò Avignone e Benevento; soppresse nel giovedì santo la lettura della bolla _in Cœna Domini_, che aveva risvegliate le lagnanze della Spagna; fece lentamente ed imparzialmente esaminare le accuse portate contro i Gesuiti; ed il 21 di luglio del 1773 pubblicò finalmente il breve che aboliva il loro ordine. Lasciò un nobile monumento del suo amore per le arti nella fondazione del museo del Campidoglio, che fu chiamato Pio-Clementino, perchè si aggiunse al suo nome quello del suo successore. Morì il 22 di settembre del 1774 in conseguenza di una assai lunga malattia, che l'odio, che in allora si portava ai Gesuiti, fece attribuire a lento veleno da loro apparecchiato.

Pio VI, che gli successe il quindici di febbrajo del 1775, a sè non richiamò l'attenzione dell'Europa, prima dei tempi della rivoluzione, che pel suo viaggio fatto in Germania nel 1782, ad oggetto d'impedire le troppo precipitose riforme di Giuseppe II[357]. L'esterna influenza dei papi aveva infinitamente declinato, onde Pio VI volse le sue cure all'interna amministrazione de' suoi stati. Verun paese era tanto a dietro nelle cognizioni di economia politica. Le campagne di Roma, in altre età così ricche e così popolate, erano trasmutate in un vasto deserto. I pastori della Maremma ed i contadini della Sabina e dell'Abbruzzo, più accostumati ai ladronecci che all'agricoltura, erravano sempre armati, conducendo le loro mandre a cavallo, e colla lancia alla mano, quali selvagge popolazioni in seno dell'Italia. Pio VI si adoperò con molto zelo a ristaurare l'agricoltura, ma senza conoscere i veri principj dell'amministrazione; onde con molto dispendio e molto lavoro, altro quasi non fece che accrescere il male. Egli fece eseguire magnifiche opere a traverso alle paludi pontine per diseccarle; ma in appresso accordò a suo nipote, il duca Braschi, il terreno ricuperato, di cui formò una sola proprietà indivisibile, sebbene fosse tanto vasto da potersi piuttosto risguardare come una provincia che come un podere. Così grave fallo fece mancare in quella terra i capitali, la popolazione e l'industria; e le paludi pontine, a malgrado de' tesori versati da Pio VI, si rimasero come prima insalubri e deserte. Lo stesso duca Braschi ottenne pure varj monopolj sul commercio de' grani, che ruinarono sempre più l'agricoltura, ed accrebbero la miseria dei poveri. Ogni nuovo pontificato giova a fare maggiormente conoscere l'imprudenza di accordare negli ultimi suoi giorni la sovranità ad un uomo, che ha sempre fatto professione di rinunciare al mondo.

[357] _Will. Coxe, Hist. de la Maison d'Autriche, t. V, ch. CXXIV, p. 447._

Le repubbliche d'Italia continuarono in questo secolo a tenersi in una profonda oscurità ed immobilità, quasi avessero temuto, che, richiamando sopra di loro gli sguardi delle altre potenze, il solo nome di libertà, loro caro per antiche memorie piuttosto che per presenti godimenti, non le rendesse sospette ai re, e che mentre si andavano sempre facendo nuove divisioni di stati, non si prendesse a risguardarle come beni vacanti di cui, per non avere esse padroni, si poteva liberamente disporre. Venezia ricusò d'immischiarsi nella guerra della successione di Spagna: armò le sue città e le sue fortezze, ed accrebbe le truppe di linea per farsi rispettare dai suoi vicini: non perciò ottenne di sottrarsi a tutte le vessazioni delle potenze belligeranti; ma nè violazioni del territorio, nè veruna ingiustizia, la spinse ad uscire dall'adottata neutralità.

Nell'attenersi a questo sistema la repubblica di Venezia mostrava se non altro vigore ed antiveggenza, mentre non vedevasi che corruzione, negligenza e peculato ne' suoi possedimenti d'oltremare. I sudditi greci della repubblica erano in modo travagliati dalle ingiustizie de' governatori veneziani e dai monopolj dei mercanti, che preferivano il giogo dei Turchi. Il danaro erogato dal tesoro pubblico pel mantenimento delle fortezze, delle guarnigioni, e per gli approviggionamenti delle munizioni, era dai comandanti delle piazze e da quelli delle truppe estorto a privato loro profitto, sicchè il regno della Morea, che la repubblica possedeva nel cuore dell'impero ottomano, veniva lasciato senza verun mezzo di difesa. Achmet III ebbe avviso di questa inconcepibile negligenza, ignorata dal senato veneto; apparecchiò un formidabile armamento di terra e di mare, e rompendo, senz'esserne provocato, la tregua di Carlowitz, passò l'istmo di Corinto il 20 giugno del 1714, ed in un mese occupò tutta la Morea[358]. Le varie fortezze che nella precedente guerra erano state conquistate con dispendio di tanto tempo, di tanti tesori, di tanto sangue, fecero pochissima o niuna resistenza. Nel susseguente anno i Turchi attaccarono altresì Corfù; ed in Venezia omai disperavasi di potere contro di loro difendere quell'isola e quella città, quando essi medesimi si ritirarono spontaneamente dietro la notizia avuta della sconfitta della loro armata presso Petervaradino. Vero è che la flotta veneziana sostenne l'antica sua riputazione nelle battaglie che diede ai Turchi con indeciso vantaggio in maggio ed in luglio del 1717. La tregua per ventiquattro anni, conchiusa in Passarowitz il 27 giugno del 1718 colla mediazione dell'Inghilterra e dell'Olanda[359], consumò il sagrificio della Morea, e fissò definitivamente i confini dei Veneziani coi Turchi. Dopo quest'epoca la repubblica trovò la maniera di sottrarsi interamente alla storia, e di non lasciare veruna memoria della propria esistenza[360].

[358] _Laugier, Hist. de Venise, t. XII, l. XLVII, p. 283._

[359] _Laugier, Hist. de Venise, t. XII, l. XLVII, p. 330._

[360] La storia di Laugier termina col 1750, l. XLVIII, t. 12, ediz. del 1768. — La storia civile di Vittore Sandi comprende in tre volumi in 4.º gli avvenimenti del 1700 al 1767, ma si dura fatica a leggerla.

La repubblica di Lucca ebbe ancora più piccola parte negli avvenimenti del secolo. Nella prima metà del mentovato secolo fu più volte ruinata dal passaggio delle truppe, e senz'essere in guerra ne sostenne i mali. Quando tutte le parti deposero le armi nel 1748, essa ricuperò l'integrità de' suoi confini; ma mentre andava crescendo la popolazione delle sue campagne e forse oltre misura, e che la divisione delle proprietà in troppo piccoli poderi, dopo avere portata l'industria rurale alla più alta perfezione, riduceva i contadini a valutare pochissimo il loro lavoro ed a vivere in una troppo costante ristrettezza, la città perdeva le sue manifatture, il suo commercio, la sua industria. I cittadini, troppo ravvicinati al piccolo corpo della nobiltà, trovavansi altresì troppo umiliati dalla loro esclusione da tutti gli impieghi, e più non conservando verun affetto per la loro patria, avevano perduto con questo sentimento quell'attività e quell'energia di cui avrebbero avuto bisogno per battere una privata carriera e sollevarsi alla fortuna.

La repubblica di Genova, caduta parimenti sotto il giogo d'un'oligarchia, rendutasi odiosa al rimanente del popolo, non pareva fatta per figurare davvantaggio in questo secolo. Nel 1713 i Genovesi acquistarono dall'imperatore pel prezzo di un milione e dugento mila scudi il marchesato di Finale, feudo in addietro posseduto dalla casa di Carretto. Ma essi trattavano con tanta ingiustizia e durezza i loro sudditi, che questi nuovi vassalli passarono con estrema ripugnanza sotto il loro dominio. Con altrettanta ingiustizia che fallace politica avevano essi lungo tempo oppressa la Corsica; onde quest'isola, più estesa e più fertile che tutto il rimanente del loro territorio, erasi conservata quasi barbara tra le loro mani, mentre che sotto una buona amministrazione avrebbe potuto infinitamente accrescere le ricchezze e la potenza del loro stato. Le vessazioni de' Genovesi fecero, nel 1730, scoppiare in Corsica una ribellione, che la repubblica volle invano comprimere colle armi, coi supplicj e talvolta ancora con atti di perfidia. Fu questo un tarlo che consumò le sue finanze e le sue forze per più della metà del secolo. Fino dal 1737 i Genovesi avevano invocato l'ajuto della Francia per soggiogare i Corsi ribelli. Impegnaronsi per tal modo in una lunga serie di trattati di sussidj con quella corona, con che accrebbero sempre più i loro debiti, senza fare verun avanzamento verso la conquista di quest'isola, i di cui abitanti mostravano tutti le stesso orrore pel loro giogo. Finalmente il 15 di maggio del 1768 risolsero di sottoscrivere col signore di Choiseul un ultimo trattato, col quale cedevano al re di Francia l'isola di Corsica in pagamento di tutte le somme che questi loro aveva sovvenute per sottometterla[361].

[361] _Hist. de la Diplom. Franç. 7.e période, l. V, t. VII, p. 21. — Lacretelle, Hist. du XIII.e siècle, t. IV, l. XII, p. 167._

Ma in mezzo alla sua debolezza ed al suo decadimento, si vide la repubblica di Genova inaspettatamente risplendere, quando nel 1746 cacciò dal suo seno gli Austriaci di già padroni delle sue porte, e ricuperò la sua libertà con un atto di disperato eroismo. Nella guerra contro Maria Teresa per la successione dell'Austria, i Genovesi avevano unite le loro forze a quelle dei Borboni per impedire al re Sardo di occupare il marchesato di Finale, sul quale esso re pretendeva avere delle ragioni. Essi avevano divisi i vantaggi della campagna del 1745; ma i rovesci di quella del 1746 li lasciarono esposti soli alla vendetta de' loro nemici. Dopo la rotta avuta dagli alleati sotto Piacenza il 16 di giugno, l'infante don Filippo, il duca di Modena, il marchese de Las Minas, generale spagnuolo ed il generale francese, maresciallo di Maillebois, si ritirarono tutti dalle pianure della Lombardia sopra Genova, e di là per la riviera di Ponente continuarono a ritirarsi in Provenza. Gli Austriaci, inseguendoli, arrivarono per la valle della Polsevera sotto Genova, e si accamparono a san Pier d'Arena, mentre che una flotta inglese, che si fece vedere nello stesso tempo nel golfo, minacciava la città dalla banda del mare. Le mura di Genova erano provvedute di formidabile artiglieria e difese da una buona guarnigione; ma il senato, che conosceva il giusto malcontento del popolo, non ardiva invitarlo a prendere le armi; ed essendosi perduto di coraggio al primo pericolo, il giorno 4 di settembre offrì di trattare, ed il 6 fece una convenzione col marchese Botta Adorno, generale austriaco, in forza della quale gli furono date in mano le porte della Lanterna e di san Tomaso[362].

[362] _Muratori ad an. 1746. — Coxe, Hist. ch. CVII, p. 155. — Lacretelle, Hist. du XVIII.e siècle, l. VIII, t. II, p. 359._

Tosto che gli Austriaci si videro padroni della città, fecero conoscere le nuove condizioni ch'essi arbitrariamente aggiugnevano alla pace. Tutte le truppe della repubblica dovevano essere prigioniere di guerra, tutte le armi e munizioni venire consegnate agli Austriaci, e tutti i disertori essere restituiti; per ultimo doveva essere pagata una contribuzione di 9 milioni di fiorini dell'impero in tre termini, l'ultimo de' quali non oltrepassava i 15 giorni. Il tesoro della banca di san Giorgio, l'argenteria delle Chiese, quella de' particolari, ogni cosa si requisì dal senato per soddisfare a così esorbitanti domande; ma l'assoluta impossibilità di trovare tutto il richiesto danaro, malgrado le continue minacce di esecuzione militare, di saccheggio e d'incendio, persuase finalmente il generale austriaco ad accordare qualche respiro. Non pertanto il senato non ardiva pur di pensare a far resistenza; ma dalla più infima classe del popolo partì la scintilla elettrica che riaccese la fiaccola della libertà[363].

[363] _Muratori ad an. 1746. — Vett. Sandi Stor. Ven., t. II, l. IV, p. 153. — Lacretelle, Hist. de France pendant le XVIII.e siècle, t. II, l. VIII, p. 364._

Il giorno 5 dicembre del 1746 gli Austriaci conducevano per le strade di Genova uno de' molti mortaj ch'essi avevano tratti dall'arsenale della repubblica, per servirsene nella spedizione che meditavano di fare in Provenza. La volta di un sotterraneo, che stava sotto la strada, ruppe sotto il peso; il mortajo rimase imbarazzato tra le ruine, e gli Austriaci col bastone in mano vollero forzare il popolo di Genova a trarnelo con corde. La pazienza di questo coraggioso popolo era stata spinta all'estremo: un giovane prese un sasso e lo scagliò contro i soldati; fu questo il segno d'una generale esplosione. Da ogni banda la plebe assalì a sassate gli Austriaci, che furono bentosto presi da panico terrore. Tutti i loro distaccamenti si trovavano isolati in auguste e tortuose strade, che formavano come un laberinto da cui non sapevano uscire. Smarrendosi ad ogni passo, più non sapevano nè dare, nè ricevere ajuto. Intanto i sassi grandinavano sopra di loro dai tetti e dalle finestre, e gli schiacciavano nelle strade, senza ch'essi sapessero contro chi vendicarsi; perciocchè le massiccie mura de' palazzi, ne' quali non entra pressochè niuna materia combustibile, presentavano loro altrettante fortezze, che avrebbero richiesti regolari assedj. I generali, partecipi del terrore de' soldati, lasciaronsi respingere fino fuori della città, ed offrirono poi di venire a patti[364].

[364] _Muratori ad an. 1746. — Coxe, Hist., ch. CVII, p. 156. — Oeuvres post. du roi de Prusse, Hist. de la guerre de sept ans, ch. II, t. III, p. 34._

Il doge, il senato e tutto l'ordine della nobiltà, non avevano per anco presa veruna parte nell'insurrezione; per lo contrario cercavano di acquietare una sollevazione, di cui temevano di essere essi soli le vittime. Ma tosto che gli Austriaci furono fuori di città, gl'insorgenti s'impadronirono degli arsenali, e vi trovarono armi e munizioni; onde guarnirono le mura di artiglierie in modo da signoreggiare il campo austriaco, e si presentarono in così terribile aspetto, che il marchese Botta, che aveva perduti in città i suoi magazzini, il 10 di dicembre si avviò per la Bocchetta alla volta della Lombardia. Non fu che dopo passato questo primo pericolo che il senato e la nobiltà si unirono ai valorosi insorgenti; allora si affrettarono di chiedere ajuti alla Francia ed alla Spagna; ed infatti il duca di Boufflers loro condusse circa quattro mila uomini il 30 aprile del 1747, e ragguardevoli somme furono pure loro spedite dalla Francia. Il duca di Richelieu successe in appresso al duca di Boufflers; e le due leghe, fralle quali era divisa l'Europa, cominciarono a battersi ad armi eguali nella riviera di Genova fino al susseguente anno, nel quale la repubblica venne compresa nel trattato di pace di Aquisgrana, e ricuperò i suoi antichi confini in tutta la loro integrità[365].

[365] _Muratori ad an. 1747, p. 413. — Lacretelle, l. VIII, p. 366._

La sollevazione di Genova è il solo avvenimento del diciottesimo secolo che appartenga realmente alla nazione italiana. È il solo che ci mostri il popolo penetrato del suo antico onore, sensibile ai ricevuti oltraggi, e determinato alla difesa de' suoi diritti; il solo in cui un'azione pericolosa sia la conseguenza di un generoso sentimento e non del calcolo. La salvezza di Genova non si dovette nè alla costanza de' suoi nobili, nè alla saviezza del suo governo, nè alla fedeltà degli alleati, ma all'intrepido coraggio ed al patriottismo disinteressato di una classe d'uomini pei quali nulla ha fatto la società, e ch'è tanto più sensibile alla gloria nazionale in quanto che non può aspirare a veruna gloria personale.

Ma gli altri avvenimenti che abbiamo toccati in questo secolo non possono meritare il nome di storia italiana. L'intera nazione era esclusa da tutte le risoluzioni politiche e da tutte le azioni. Divisa fra stranieri sovrani che possedevano province nel di lei seno, e tra sovrani, figli di stranieri, che si erano stabiliti nei suoi paesi; indifferente alle contese dei Borboni di Parma, dei Borboni di Napoli e di Sicilia e dei Borboni padroni della Corsica; degli Austriaci di Milano e di Mantova, e dei Lorenesi di Toscana, ella non trovavasi presente alle loro battaglie che per soffrire; ubbidiva ai padroni senza riconoscerli per suoi capi naturali; non era legata all'autorità monarchica da veruna illusione, nè da ereditario affetto, nè da entusiasmo. Si assoggettava, perchè era più prudente cosa il cedere che non il resistere, e perchè in un ordine politico che abbia spenti tutti gli affetti, la sola prudenza conserva il diritto di farsi ascoltare; poco pensava ai suoi generali interessi, perchè non vi ravvisava che cose tristi ed umilianti; prendeva piccolissima parte agli avvenimenti di cui era il teatro; ed in tutta la storia italiana del secolo trovasi a stento un nome italiano. In quel modo che le risoluzioni prendevansi ne' gabinetti degli stranieri, erano ancora dagli stranieri eseguite sul campo di battaglia. Gli storici che le riferiscono, in mezzo ai riguardi che loro inspirava il timore dei potenti, non lasciano travedere che il sentimento di una vaga curiosità. E veramente non si può sentire nè entusiasmo, nè parzialità, quando non si ha patria; e l'Italiano, nel mentre che le sue campagne andavano ad essere allagate di sangue, non sapeva cui dovesse desiderare la vittoria, se non cercava che il bene del suo paese.