Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 16 (of 16)

Part 2

Chapter 23,769 wordsPublic domain

[20] _Ben. Varchi, l. IX, p. 38-42. — Jac. Nardi, l. VIII, p. 354. — Filip. de' Nerli, l. IX, p. 191-195. — Bern. Segni, l. III, p. 75._ — Pare che Michel Angelo provasse terrori altrettanto più vivi, quanto più vasta era la sua immaginazione. Vedendo i primi rovesci de' Fiorentini, fuggì fino a Venezia, di dove un sentimento di rimorso e di vergogna lo ricondusse bentosto al suo posto ed alla direzione delle fortificazioni. Quando fu presa la città, venne colpito da nuovo spavento, e si tenne molto tempo nascosto; ma poichè Clemente VII lo ebbe fatto rassicurare, intraprese per riconoscenza le statue dei sepolcri della cappella Laurenziana. _Ben. Varchi, t. IV, l. XII, p. 293-294._

L'imperatore aveva commessa la conquista di Firenze ed il compimento delle vendette di Clemente VII al principe di Orange, in allora vicerè di Napoli. Clemente stava dunque per volgere contro la sua patria quello stesso generale e quell'armata medesima, che tre anni prima l'avevano con tanto rigore tenuto assediato, che avevano saccheggiata sotto i suoi occhi la sua capitale con sì atroce barbarie, e che non gli avevano renduta la libertà, che dopo avergli estorta una scandalosa taglia. Il prezzo pel quale il papa acconsentì a perdonare tante ingiurie, era l'assunto che prendeva cotal gente ferocissima di trattare colla stessa barbarie la di lui città natale. L'esercito che aveva saccheggiata Roma, e che aveva vissuto in Milano a discrezione, fu richiamato sotto le bandiere dei suoi capi dalla speranza di saccheggiare Firenze; e furono veduti alcuni soldati spagnuoli, che erano trattenuti innanzi ai tribunali per cause civili, protestare alla parte avversaria tutti i danni e perdite nei quali incorrere potrebbero per non avere parte al sacco di Firenze[21].

[21] _Ben. Varchi, l. IX, p. 54. — Bern. Segni, l. III, p. 77. — Jac. Nardi, l. VIII, p. 350._

Pure, quando in sul finire di luglio, il principe d'Orange recossi a Roma per avere un abboccamento col papa intorno ai mezzi occorrenti per dare cominciamento alla spedizione, venne qualche tempo trattenuto dall'avarizia e dalla diffidenza di Clemente VII, il quale non voleva privarsi del danaro che gli si chiedeva. All'ultimo acconsentì a stento a pagare trenta mila fiorini contanti, ed a prometterne altri quaranta mila entro breve termine[22]; ma trovò un altro mezzo per cattivarsi l'amore de' soldati, senza danno del suo tesoro. Questi, abbandonando Roma il 17 febbrajo del 1528, non avevano terminato di riscuotere le taglie ed il prezzo de' riscatti che avevano arbitrariamente imposto ai cittadini, e dopo tale epoca più non credevano potere pretenderne il pagamento. Clemente VII loro accordò il privilegio di farsi pagare tutto quanto era loro dovuto ad estinzione delle cedole da loro estorte ai Romani colla violenza[23].

[22] _Ben. Varchi, l. IX, p. 50._

[23] _Ben. Varchi, l. IX, p. 53._

L'esercito del principe d'Orange adunossi tra Foligno e Spello ai confini dello stato perugino. Vi si trovavano tre mila cinquecento Tedeschi, avanzo dei tredici mila landsknecht, che Giorgio Frundsberg aveva condotti al Borbone nel 1526; gli altri erano caduti vittime della peste di Roma e della fame di Napoli: vi si trovavano pure cinque mila Spagnuoli del marchese del Guasto, invecchiati come i Tedeschi in tutte le guerre d'Italia. Soltanto dopo la pace di Lombardia vi si videro inoltre giugnere sotto Pietro Velez di Guevara due mila Spagnuoli di fresco sbarcati a Genova, che per anco non avevano militato, e che giunti essendo, secondo il consueto delle reclute spagnuole, affatto ignudi, chiamavansi dagl'Italiani _Bisogni_: circa lo stesso tempo il conte Felice di Wirtemberga condusse altre reclute tedesche: il rimanente dell'esercito consisteva in soldati italiani, ed era la maggior parte che servivano sotto i loro più distinti capitani, senza paga e per la sola speranza del saccheggio. Quando il principe d'Orange entrò in campagna, in sul cominciare di settembre, non aveva sotto i suoi ordini più di quindici mila soldati; ma avanti che terminasse l'assedio ne contò più di quaranta mila[24].

[24] _Ben. Varchi, l. X, p. 128. — Bern. Segni, l. III, p. 99. — P. Jovii, l. XXVII, p. 116._

Per entrare in Toscana l'Orange doveva attraversare lo stato di Perugia, difeso da Malatesta Baglioni con tre mila uomini al soldo de' Fiorentini. Il castello di Spello, posto in sull'estremo confine del Perugino, ove l'abate Leone de' Baglioni, fratello naturale del Malatesta, erasi chiuso, trattenne alcun tempo i nemici. Giovan d'Urbina, luogotenente generale dell'armata imperiale, vi fu ucciso; ma Spello all'ultimo fu preso il primo dì di settembre e saccheggiato con estrema crudeltà[25]. L'esercito giunse in appresso sotto Perugia; ma l'assedio di questa città posta in sulla vetta d'una piccola montagna, ed in gagliarda situazione, offriva grandissime difficoltà. Il principe d'Orange, che non osava intraprenderlo, offrì a Malatesta Baglioni onorate e vantaggiose condizioni. Obbligavasi a farlo assolvere dal papa da tutte le censure ecclesiastiche che aveva incorse, a fargli permettere di continuare nel servigio dei Fiorentini colla sua compagnia di ventura, e finalmente a conservargli la signoria di Perugia, purchè evacuasse questa città, che l'Orange nè voleva assediare, nè lasciarsi alle spalle in mano de' nemici. Il Baglioni chiese ai Fiorentini, o di acconsentire a questo trattato, o di accrescere considerabilmente la sua armata. Siccome questi non potevano interamente affidarsi al Baglioni, nè ai Perugini, accettarono il primo partito. Si sottoscrisse il trattato il 10 di settembre, ed il 12 Malatesta Baglioni prese la via d'Arezzo colle truppe sue e fiorentine[26].

[25] Ben. Varchi, l. X, p. 132. — Comment. di Fil. de' Nerli, l. IX, p. 192. — Bern. Segni, l. III, p. 78. — P. Jovii, l. XXVII, p. 112.

[26] _Ben. Varchi, l. X, p. 137. — Jac. Nardi, l. VIII, p. 350. — Bern. Segni, l. III, p. 86. — P. Jovii, l. XXVII, p. 113._

Il principe d'Orange gli tenne dietro da vicino: il 14 di settembre s'accostò a Cortona difesa da soli 700 fanti di guarnigione, e dopo avere sofferto qualche perdita in un assalto, ch'egli fece dare lo stesso giorno alla città, la ricevette all'indomani per capitolazione. In appresso l'Orange, seguendo la cominciata strada sopra Arezzo, dove era stato mandato per commissario Francesco Albizzi con due mila uomini; ma questi, sconcertato dal vedere sopraggiugnere Malatesta Baglioni, e dalla pronta capitolazione di Cortona, evacuò Arezzo colla sua truppa, e, ritirandosi precipitosamente a Firenze, sparse la costernazione in tutta Val d'Arno disopra. Affermarono i nemici del gonfaloniere, che questi, senza partecipazione della signoria e dei dieci della guerra, aveva ordinato a Francesco Albizzi di ritirarsi, onde riunire in Firenze tutta la fanteria, invece di perderla alla spicciolata nel sostenere assedj. Anche in tale supposizione il disordine di questa ritirata sarebbe stato non meno colpevole che imprudente[27].

[27] _Ben. Varchi, l. X, p. 142. — Jac. Nardi, l. VIII, p. 351. — Bern. Segni, l. III, p. 88. — Fil. de' Nerli, l. IX, p. 192. — P. Jovii, l. XXVII, p. 114._

Arezzo, evacuato dai Fiorentini, aprì il 18 settembre le porte all'armata imperiale. Allora questa città sperò di ricuperare la sua antica libertà: fece battere moneta, spedì commissarj in tutte le castella dell'antico suo territorio, rifece la sua amministrazione sotto il nome di repubblica d'Arezzo, e durante l'assedio di Firenze somministrò agl'imperiali continui ajuti, senza prevedere che all'istante che fosse presa Firenze, Arezzo ricaderebbe sotto il giogo[28].

[28] _Ben. Varchi Stor. Fior., l. X, p. 155. — Bern. Segni, l. III, p. 87-90._

Alla perdita di Cortona e di Arezzo tenne dietro immediatamente quella di Castiglione Fiorentino, di Firenzuola e di Scarperia: l'armata imperiale si andava avanzando, e pareva che verun ostacolo non potesse più trattenerla. Il suo avvicinamento riempì Firenze di terrore; ed allora si videro fuggire dalla città coloro che la pusillanimità o l'attaccamento ai Medici consigliava a non partecipare alla sorte della loro patria. Ne diede l'esempio Bartolomeo o Baccio Valori, e fu imitato da Roberto Acciajuoli, da Alessandro Corsini, da Alessandro de' Pazzi, e finalmente dallo storico Francesco Guicciardini, il quale, dopo avere menata vita principesca nel suo governo di Parma e di Modena, non credeva che nella sua repubblica si avesse per lui abbastanza rispetto e riconoscenza. Egli recossi al campo nemico; ebbe una parte odiosa nelle vendette della fazione trionfante, e contribuì in una maniera ancora più fatale al finale stabilimento della tirannide, adoperando la sua abilità politica nella ruina del proprio paese. L'odio che in Firenze, anche quando questa città fu fatta schiava, perseguitò in appresso tutti coloro che avevano tradita la libertà, pare aver consigliato il Guicciardini a scrivere la storia de' suoi tempi onde ricuperare la pubblica stima. E senza dubbio lo stesso motivo trasse Filippo de' Nerli a dettare i suoi commentarj. Si era costui renduto talmente sospetto col suo zelo pei Medici, che il giorno 8 ottobre del 1529 venne arrestato con altri diciotto cittadini, e custodito in palazzo fino alla fine dell'assedio[29].

[29] _Ben. Varchi, l. X, p. 170. — Fil. de' Nerli, l. IX, p. 198. — Bern. Segni, l. III, p. 92. — Fr. Guicciardini, l. XIX, p. 532._

La signoria aveva di fresco spediti quattro ambasciatori al papa; ma troppo limitate erano le facoltà loro date, per soddisfare all'ambizione della casa de' Medici. Clemente VII rispose loro che il suo onore richiedeva che la città gli si rendesse a discrezione; che allora farebbe a vicenda vedere al mondo ch'egli ancora era Fiorentino, e che amava la sua patria[30]. Questa risposta fu comunicata ad un'assemblea generale de' cittadini adunati nella sala del gran consiglio; in appresso questi si divisero in sedici sezioni per deliberare sotto i loro gonfalonieri, e quindici di queste sezioni dichiararono, che preferivano di sagrificare i loro beni e le loro vite in una battaglia piuttosto che l'onore e la libertà in un trattato[31].

[30] _Ben. Varchi, l. X, p. 167. — Fil. de' Nerli, l. IX, p. 196. — Bern. Segni, l. III, p. 86._

[31] _Ben. Varchi, l. X, p. 173._

Malgrado i progressi fatti dall'arte di attaccare le città, le fortificazioni di Firenze erano tuttavia risguardate come quasi inespugnabili dalla banda del piano; ma quella parte delle mura che attraversa le colline al mezzodì dell'Arno, era mal situata, signoreggiata in più luoghi ed assai debole. Della porzione montuosa di questo ricinto, chiamato Monte a Samminiato, fu affidata la difesa a Stefano Colonna, che poca cura prendevasi del rimanente dell'assedio, e che nel suo quartiere non riconosceva verun superiore[32]. Gli indugj del principe d'Orange, che consumò quasi quindici giorni in Val d'Arno, quando aspettavasi di vederlo ad ogni istante giugnere sotto la città, diedero il tempo di afforzare, con nuovi lavori, quelle mura che si credevano più deboli; permisero pure di dare effetto ad un ordine emesso il 19 di ottobre dal consiglio degli ottanta, ciò era di spianare tutti i sobborghi, tutte le case, tutti gli orti entro il raggio di un miglio dalle mura di Firenze. Quest'ordine, che sagrificava migliaja di ricchi edificj e di deliziosi orti nella più popolata e più riccamente coltivata situazione d'Italia, venne eseguito con uno zelo veramente patriotico dai medesimi proprietarj, i quali si vedevano entrare in città carichi di fascine che avevano tagliate per le fortificazioni, tra gli oliveti, le ficaje, gli aranci ed i cedri de' loro proprj giardini[33].

[32] _Ivi, l. IX, p. 81. — Jac. de' Nerli, l. VIII, p. 356._

[33] _Ben. Varchi, l. X, p. 185. — Jac. Nardi, l. VIII, p. 353. — Fil. de' Nerli, l. IX, p. 197 e 202._

Soltanto il 14 di ottobre il principe d'Orange venne ad alloggiarsi a Pian di Ripoli, sotto Firenze. Aveva chiesta dell'artiglieria ai Sienesi, che, prestandola a mal in cuore, la facevano avanzare assai lentamente. Perciò le prime batterie non si scoprirono che sul principio di novembre; ed in quell'intervallo i Fiorentini avevano lavorato con tanta costanza intorno alle loro fortificazioni, che più non credevano di dover temere gli attacchi de' loro nemici. La repubblica pagava allora il soldo di diciotto mila fanti e di seicento cavalli: ma effettivamente non aveva che tredici mila soldati in attività, sette mila de' quali in Firenze, e sei mila nelle guarnigioni di Prato, Pistoja, Empoli, Volterra, Pisa, Colle e Montepulciano. Malatesta Baglioni aveva sotto il suo comando tre mila Perugini, ed il capitano Pasquino, a lui subordinato, tre mila Corsi; Stefano Colonna comandava ai tre mila uomini della milizia urbana, che servivano non altrimenti che se fossero truppe di linea. Tutta la popolazione aveva contratte abitudini militari, e tranne i lavori affatto meccanici erasi in città abbandonata ogni altra occupazione. La spesa di questo nuovo stato di guerra ammontava ogni mese a settanta mila fiorini[34].

[34] _Bern. Segni, l. III, p. 89._

Per difendere le più lontane parti del territorio, ed in particolare Borgo san Sepolcro e Montepulciano, i Fiorentini avevano stipendiato Napoleone Orsini, più conosciuto sotto il nome di abate di Farfa, sebbene già da lungo tempo egli avesse riconsegnata quest'abazia per far il mestiere di condottiere. Era costui uno dei più formidabili tra que' gentiluomini che passavano la loro vita tra la guerra e gli assassinj. Aveva nel suo feudo di Bracciano adunato un numeroso corpo di soldati e di banditi, coi quali, per vendicare, secondo egli diceva, i Romani, esercitava grandi crudeltà contro gli imperiali, e poi contro i soldati del papa[35]. Da principio servì utilmente i Fiorentini coi trecento cavalli che aveva seco; ma in appresso si lasciò sorprendere da Alessandro Vitelli tra Borgo san Sepolcro e Città di Castello: la di lui truppa fu totalmente dispersa, ed egli medesimo salvossi a stento, abbandonando, dopo quest'accidente, il servigio de' Fiorentini[36].

[35] _Marco Guazzo Ist. de' suoi tempi, f. 52. — Lett. de' Principi, t. II, f. 137 e seg._

[36] _Bern. Segni, l. III, p. 99; l. IV, p. 104. — P. Jovii Hist., l. XXVIII, p. 131._

Altri fatti d'armi di non molta importanza accaddero ne' contorni di Firenze, sia lungo le linee che voleva formare il principe d'Orange, sia nell'attacco delle piccole fortezze di Val d'Arno, ch'egli cercava di occupare. Francesco Ferrucci segnalossi in queste scaramucce per la sua intrepidezza e per le sue cognizioni militari, e si acquistò non meno la confidenza de' suoi concittadini che la stima de' nemici. Sebbene antica fosse la famiglia del Ferrucci, era povera, e da più generazioni non aveva dato verun distinto magistrato. Suo avo Antonio si era fatto nome negli assedj di Pietra Santa e di Sarzana. Egli e suo fratello Simone avevano militato sotto Anton Giacomino Tebalducci, il migliore ufficiale che i Fiorentini avessero avuto da lungo tempo: avevano da lui imparata l'arte della guerra, e si erano poi fatto nome nelle bande nere sotto Giovanni de' Medici. Francesco Ferrucci aveva sempre servito in questa ragguardevole milizia, e nella spedizione di Napoli, di dove era recentemente tornato, aveva le incumbenze di pagatore[37]. Dalla signoria fu spedito in qualità di commissario generale prima a Prato, in appresso ad Empoli; e dopo avere poste quelle piccole città in istato di difesa, egli tenne la campagna con tanto vantaggio, e prese così spesso ai nemici grossi convoglj di cavalleria o di vittovaglie, seppe mantenere tanta disciplina nella sua piccola armata, che i soldati, che egualmente lo amavano e rispettavano, credevansi sotto i di lui ordini invincibili[38].

[37] _Jac. Nardi, l. VIII, p. 363. — Bern. Segni, l. IV, p. 103. — Ben. Varchi, l. X, p. 222._

[38] _Ben. Varchi, l. X, p. 224. — Fr. Guicciardini, l. XX, p. 542._

Gli Spagnuoli, appena giunti presso Firenze, avevano preso Samminiato, dove avevano lasciato dugento fanti, che, spalleggiati dagli abitanti della terra, infestavano tutto il circostante paese, e rendevano più difficile la comunicazione tra Firenze e Pisa. Avendo il Ferrucci determinato di scacciarli, andò ad assalirli con sessanta cavalli e quattro compagnie di fanteria; fu il primo a piantare la sua scala contro le mura, ed il primo a salirvi; e sebbene gli Spagnuoli facessero, coll'ajuto degli abitanti, una vigorosa resistenza, il Ferrucci prese Samminiato d'assalto, ed occupò pure la fortezza, uccidendo quasi tutti gli Spagnuoli che avevano difese le mura. Mentre che stava eseguendo questa spedizione, fu attaccato dagl'imperiali il castello della Lastra posto sulla stessa strada, ma più di Samminiato vicino a Firenze. Questo castello oppose una gagliardissima resistenza, e gli Spagnuoli avevano di già perduta molta gente, quando fecero avanzare l'artiglieria. Allora gli assediati chiesero di trattare, ed ottennero un'onorata capitolazione. Ma gli Spagnuoli, appena passata la porta, assalirono la guarnigione che stava senza sospetto, e tutta la passarono a fil di spada[39].

[39] _Ben. Varchi, l. X, p. 227. — Bern. Segni, l. IV, p. 103. — Jac. Nardi, l. VIII, p. 365. — P. Jovii, l. XXVIII, p. 135. — Fr. Guicciardini, l. XX, p. 540._

Fin qui l'esercito imperiale nulla aveva tentato contro la stessa piazza di Firenze; ma il 10 di novembre, vigilia di san Martino, supponendo l'Orange che i Fiorentini non facessero attenta guardia in quella notte consacrata al piacere, approfittò della profonda oscurità, renduta ancora maggiore dall'abbondante pioggia che cadeva, per tentare la scalata: furono poste in opera quattrocento scale lungo le mura, dalla porta di san Niccolò fino a quella di san Friano; cioè in tutta la più montuosa parte di Firenze; ma in ogni luogo le sentinelle chiamarono all'armi, la guardia nazionale gareggiò colla truppa di linea, ed il nemico fu respinto[40].

[40] _Ben. Varchi, l. X, p. 229._

Appunto un mese dopo questo primo sperimento, Stefano Colonna, che comandava nel quartiere che gl'imperiali avevano tentato di sorprendere, si provò ancor egli di attaccarli all'impensata nelle loro linee. Era egli personalmente nemico di suo parente Sciarra Colonna, che serviva nel campo nemico, e la notte dell'undici di dicembre andò ad attaccarlo nel suo quartiere di santa Margarita a Montici, con cinquecento fanti, ai quali aveva fatto porre sopra le armi, per conoscersi nell'oscurità, delle camicie bianche. Gl'imperiali, sorpresi in mezzo a tanta oscurità, perdettero molta gente prima che potessero ordinarsi, ed un ridicolo accidente accrebbe ancora il loro disordine: i Fiorentini, andando dovunque in traccia de' nemici, forzarono le porte d'una stalla, nella quale erasi chiusa una mandra di majali delle Maremme quasi selvaggi, i quali, spaventati dalle voci dei soldati, precipitaronsi tra i fuggiaschi con orribili grugniti, ed atterrarono moltissimi soldati, che nulla potendo discernere in così grande oscurità credevansi inseguiti dai nemici. Di già erano accorsi il principe d'Orange e don Ferdinando Gonzaga per soccorrere le loro genti, ed andavano ponendo qualche ordine nelle difese, quando da tre porte di Firenze sortirono, secondo il preventivo accordo fatto con Stefano Colonna, tre nuovi corpi d'armata per attaccare gl'imperiali. Gli assedianti vennero forzati in molte posizioni, e più volte si credettero in sul punto di essere scacciati dal loro campo. Finalmente Malatesta Baglioni fece suonare a raccolta assai più presto che non abbisognava; e forse perdette così l'unica occasione di mettere fine alla guerra con una vittoria[41].

[41] _Ben. Varchi, l. X, p. 238. — Bern. Segni, l. IV, p. 104. — Fr. Guicciardini, l. XX, p. 540. — P. Jovii, l. XXVIII, p. 130._

Due giorni dopo il commissario Ferrucci tese presso Montopoli un'imboscata al colonnello Pirro di Stipicciano, della casa Colonna, e gli uccise o prese molta gente. Questi fatti, benchè di non molta importanza, giovavano però a rianimare il coraggio degli assediati, ed a far dimenticare le loro perdite. N'ebbero spesso di assai dolorose. Il 16 di dicembre due de' loro migliori capitani, Mario Orsini e Giorgio Santa Croce, furono uccisi da un solo colpo di colombrina, mentre stavano ordinando certi cambiamenti da farsi alle fortificazioni[42]. Lo stesso giorno i Fiorentini ricevettero una notizia che li liberò da un cocente pensiero; Girolamo Moroni era morto il 15 di dicembre nel campo degli assedianti. Quest'uomo così versato in tutte le arti dell'intrigo, che aveva governato con dispotica autorità Massimiliano, indi Francesco Sforza, e che aveva avuta tanta parte nelle rivoluzioni della Lombardia, era passato all'armata imperiale come prigioniero del Pescara. Era di già condannato a pena capitale, quando giunse ad acquistarsi il favore del Borbone, che lasciossi poscia da lui governare fino alla sua morte sotto le mura di Roma. Il principe d'Orange aveva coll'armata raccolto il consigliere del suo predecessore, ed oramai non faceva nulla senza il di lui parere: lo stesso Clemente VII era vinto dalla opinione del sorprendente ingegno politico del Moroni, e gli perdonava il male che aveva da lui ricevuto in visto del male che sperava di poter fare col di lui mezzo ai nemici. Pareva che il Moroni tenesse dietro alla fortuna piuttosto che ad un determinato oggetto; voleva rendere potenti coloro cui erasi attaccato, e condurre a felice fine le loro imprese; del resto pareva indifferente rispetto alle persone ed ai principj, e dopo avere lavorato per escludere gli stranieri d'Italia, si adoperava con eguale ardore per servirli contro gl'Italiani. Morì naturalmente e quasi senza malattia in età decrepita. Lusingavansi i Fiorentini che la di lui morte lascerebbe il principe d'Orange senza mezzi nel consiglio, e senza opinione nell'armata, perchè credevano che il destro Moroni fosse stato fin allora l'anima del campo nemico[43].

[42] _Ben. Varchi, l. X, p. 243. — Bern. Segni, l. IV, p. 104._

[43] _Ben. Varchi, l. X, p. 245._

Frattanto le negoziazioni di Bologna si accostavano al loro fine, e colla mediazione del papa tutti gli stati d'Italia si andavano riconciliando coll'imperatore, abbandonando i Fiorentini. Questi vedevano separarsi da loro un dopo l'altro tutti i membri di quella lega, chiamata santa, per la quale il re d'Inghilterra, il re di Francia, il duca di Milano, i Veneziani, il duca di Ferrara, eransi obbligati a difendere la loro repubblica ed a non trattare senza di lei; ma li ferì tanto più l'abbandono de' Veneziani che avevano maggior ragione di risguardarsi come uniti da una medesima causa, e che ancora recentemente avevano raffermata la loro alleanza[44]. D'altra banda mentre perdevano i loro alleati vedevano crescere i nemici, perciocchè una delle condizioni della pacificazione di Lombardia portava che Carlo V ne ritirerebbe le sue truppe; ed infatti negli ultimi giorni di dicembre circa venti mila tra Spagnuoli e Tedeschi passarono gli Appennini con una numerosa artiglieria, e vennero ad accamparsi sulla riva destra dell'Arno, che fin allora si era preservata dai guasti della guerra[45]. I Fiorentini, atterriti dall'arrivo di questi nuovi nemici, evacuarono Pistoja e Prato con quella stessa precipitazione con cui al sopraggiugnere della prima armata avevano evacuata Cortona ed Arezzo. Le più lontane fortezze di Pietra Santa e di Motrone aprirono volontariamente le loro porte agl'imperiali, di modo che prima che terminasse l'anno l'autorità della repubblica più non era conosciuta che in Livorno, Pisa, Empoli, Volterra, Borgo san Sepolcro, Castrocaro e nella cittadella d'Arezzo[46].

[44] _Ben. Varchi, l. X, p. 257-261._

[45] _Ivi, p. 268. — Jac. Nardi, l. VIII, p. 359. — Fr. Guicciardini, l. XX, p. 540. — Fil. de' Nerli, l. IX, p. 207. — Bern. Segni, l. III, p. 98._

[46] _Ben. Varchi Stor. Fior., l. X, p. 279. — Filippo de' Nerli, l. IX, p. 206. — Bern. Segni, l. IV, p. 102._