Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 16 (of 16)

Part 18

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Il viaggio che Vittorio Amedeo fece in Sicilia con tutta la sua corte per farvisi coronare, e la permanenza di un anno in Palermo, esaurirono le finanze del Piemonte quasi quanto la guerra che aveva di fresco terminata. Quando giunse in quest'isola entrò in ostilità d'altra natura con papa Clemente XI, onde mantenere le prerogative della corona contro l'autorità della santa sede: diversi ministri del re furono scomunicati e molte città poste sotto l'interdetto; mentre che Vittorio Amedeo bandì dalla Sicilia più di quattrocento ecclesiastici, che tenevano contro di lui le parti del papa: queste religiose turbolenze riempirono il breve regno di Vittorio Amedeo in Sicilia[319]. Mentre Vittorio Amedeo confidava interamente nell'alleanza di Filippo V, re di Spagna, Palermo venne improvvisamente attaccato il 30 giugno del 1718 dall'armata spagnuola, e fu costretto a capitolare. Il vicerè di Vittorio Amedeo difese Siracusa, Messina, Trapani e Melazzo; ma tutto faceva credere che i Piemontesi non potrebbero mantenervisi lungo tempo; il re era troppo lontano e troppo debole per mandare sufficienti soccorsi; e il 2 agosto dello stesso anno, il quadruplice trattato d'alleanza, negoziato a Londra dall'abate Dubois, offrì a Vittorio Amedeo, in vece di protezione, il cambio sommamente svantaggioso della Sardegna per la Sicilia, cui non pertanto Vittorio dovette soscriversi il 18 ottobre del 1718. Allora, rinunciando alle sue pretese sulla Sicilia, che gl'imperiali contrastavano agli Spagnuoli, e prendendo il titolo di re di Sardegna, sebbene non vi possedesse un palmo di terreno, Vittorio Amedeo II consacrò l'anno 1719 a sottomettere all'autorità reale, in Piemonte i suoi proprj feudatarj, abolendone i privilegj e confiscandone le regalie. Quando finalmente Filippo V ebbe acceduto alla quadruplice alleanza, rimise, in agosto del 1720, il possesso della Sardegna ad un inviato dell'imperatore, che la consegnò immediatamente alle truppe di Vittorio Amedeo[320].

[319] _Ivi, 1715._

[320] _Muratori Ann. d'It. ad an. 1718. — Lacretelle, Hist. du XVIII siècle, t. I, l. II, p. 193, 208._

La Sardegna non dava al suo re che un vano titolo: ma l'acquisto del Monferrato, dell'Alessandrino, della Lumellina aveva procurata al Piemonte una tale consistenza che mai non aveva avuto prima del regno di Vittorio Amedeo II. Questo principe, che può essere risguardato come il fondatore della sua monarchia, consacrò gli ultimi dieci anni del suo regno ad accrescere le fortificazioni delle sue città e le sue forze militari, a formare valenti ingegneri, finalmente a ravvicinare i suoi sudditi agli oltremontani per mezzo di un'educazione più proporzionata ai progressi dei lumi in tutta l'Europa: fino all'età sua il Piemonte non aveva quasi preso nessuna parte alla gloria letteraria dell'Italia: rialzando il sentimento dell'onore nazionale ne' Piemontesi, Vittorio Amedeo sviluppò tra di loro distinti ingegni; riparò nello stesso tempo i disastri dell'agricoltura, del commercio e delle manifatture; semplificò l'amministrazione della giustizia ne' tribunali; e si occupò con pari attività che intelligenza a chiudere tutte le piaghe dello stato. Dopo avere lungamente richiamati gli sguardi dell'Europa sulla luminosa carriera ch'egli aveva percorsa, Vittorio Amedeo, giunto all'età di 64 anni, fece, il 3 settembre del 1730, maravigliare tutti coll'abdicazione della corona a favore di suo figlio Carlo Emmanuele III, allora in età di trent'anni. Per altro i suoi sudditi, che avevano più sofferto pella sua inquieta attività, e pel suo despotismo, che non approfittato delle sue riforme, di cui non raccoglievano ancora i frutti, non dissimularono la gioja che loro cagionava quest'avvenimento. Vittorio Amedeo aveva fatto fondamento nella riconoscenza e nel rispetto di suo figlio; ma le relazioni de' principi fra di loro non sono quelle del sangue; la diffidenza ed il sospetto gli assediano, l'affetto non ha veruna parte nella loro educazione, la riconoscenza viene soffocata nel cuor loro dall'adulazione, e la voce della coscienza pervertita dai consiglj de' cortigiani. Vittorio Amedeo II fu per ordine di suo figlio arrestato la notte del 28 al 29 di settembre del 1731, colle più ributtanti circostanze: nella sua prigionia ed in tempo dell'ultima sua malattia, non potè ottenere colle più calde preghiere, che suo figlio andasse a trovarlo; e finalmente morì il 31 ottobre del 1732 nel castello di Moncalieri, ove era rinchiuso, distante tre miglia da Torino[321].

[321] _Muratori Ann. d'It. ad ann. 1731. — Will. Coxe Hist. de la Maison d'Autriche, ch. LXXXIX, t. IV, p. 422. — Lacretelle, Hist. du XVIII siècle, t. II, l. VI, p. 114._

Carlo Emmanuele III non tralignò dai principi suoi predecessori, nè per la sua abilità nelle cose della politica, della guerra e dell'amministrazione, nè per l'instabilità delle sue alleanze, che, come quelle dei suoi antenati, furono sempre vendute al migliore offerente. Nella guerra dell'elezione del re di Polonia, egli sorprese gli Austriaci, cui il suo primo ministro, il marchese d'Ormea, avea date in iscritto le più formali assicurazioni ch'egli non si era alleato alla casa di Borbone; in breve tempo conquistò tutto il Milanese, e ne fu ricompensato nel trattato di pace colla cessione di Novara e di Tortona coi loro territorj[322].

[322] _Hist. de la Diplomatie Franç., t. V, p. 80, sixième période, l. III. — Will. Coxe, Hist. de la Maison d'Autriche, ch. XC, t. IV, p. 438. — Lacretelle, Hist., t. II, p. 175._

Nella guerra della successione dell'Austria, il re di Sardegna offrì da prima la sua alleanza alla casa di Borbone; ma la corte di Spagna, che pretendeva di ricuperare il Milanese già da venticinque anni staccato da quella monarchia, non esibì a Carlo Emmanuele per comperare la sua alleanza che piccolissimi distretti di quel ducato, che probabilmente avrebbe ancora rivendicati quando la vittoria avesse coronate le sue armi. Allora il re di Sardegna fece un trattato provvisionale con Maria Teresa per la difesa del Milanese, cui riservavasi però di potere rinunciare, dandone avviso alla regina un mese prima. Questo trattato fu soscritto il primo febbrajo del 1742[323], ed obbligò Carlo Emmanuele ad entrare in guerra cogli Spagnuoli, i quali, sotto il comando dell'infante di Spagna, don Filippo, invasero tutta la Savoja, mentre che i Piemontesi uniti agli Austriaci sconfissero gli Spagnuoli nella Lombardia oltrepadana. Ma non perciò il re di Sardegna interrompeva le sue negoziazioni colla casa di Borbone, cui la sua alleanza avrebbe dato in mano il Milanese; ma egli poneva a cotale alleanza un altissimo prezzo. Diede a questi negoziati abbastanza pubblicità affinchè la corte di Vienna, e più ancora il suo alleato Giorgio II, sentissero la necessità di guadagnarlo al loro partito. Infatti, il 13 settembre del 1743, conchiusero con lui un trattato sottoscritto a Worms, col quale gli si promettevano Piacenza, Vigevano e l'alto Novarese, e per confini a Levante la Nura, il Ticino ed il lago Maggiore[324].

[323] _William Coxe, Hist. de la Maison d'Autriche, ch. CII, t. V, p. 72._

[324] _Murat. Ann. ad an. 1742, 1743. — Will. Coxe, Hist. de la Maison d'Autriche, t. V, ch. CIV, p. 103._

Dopo quest'alleanza Carlo Emmanuele agì vigorosamente contro i Francesi e contro gli Spagnuoli; ma mentre li combatteva, non lasciava di negoziare per tornare al loro partito: v'ebbero perfino de' preliminari sottoscritti a Torino, il 26 dicembre del 1745, tra la Francia e la Sardegna, le di cui condizioni avrebbero consolidata la potenza della casa di Savoja, ed assicurata l'indipendenza degli stati d'Italia. Si aboliva perfino il nome del santo romano impero, cagione di tante vessazioni pei pretesi stati feudali, e si escludevano i Francesi, gli Spagnuoli ed i Tedeschi da ogni possedimento nella penisola. Ma la diffidenza del re sardo, gl'indugj della corte di Spagna, e la rapida discesa in Italia di un'armata della regina d'Ungheria fecero rompere queste negoziazioni. Allora Carlo Emmanuele, unendosi di nuovo agli Austriaci, si mantenne costante nella loro alleanza fino alla pace d'Aquisgrana, che press'a poco gli accordò i vantaggi acquistati col trattato di Worms, tranne Piacenza, cui dovette rinunciare[325].

[325] _Muratori Ann. d'It. ad ann. 1748. — Hist. de la Diplom. Franç., t. V, p. 402, sixième période, l. V. — Will. Coxe, Hist. de la Maison d'Autriche, t. V, ch. CVIII, p. 170._

L'ultima parte del regno di Carlo Emmanuele fino alla morte che lo sorprese il 20 gennajo del 1773, ed il regno di Vittorio Amedeo III, che gli successe, furono sempre pacifici; e perchè in un paese in cui non si permette al popolo d'immischiarsi nelle cose del governo e della politica, i tempi di pace non offrono allo storico verun avvenimento, può risguardarsi la storia del Piemonte come affatto nulla in tutto questo periodo. Il governo non avrebbe tollerato che se ne conservasse qualche memoria, e veruno scrittore volle infatti esporsi a dispiacergli, narrando ciò che la suprema autorità seppelliva in un profondo segreto.

Il ducato di Milano, che durante la guerra della successione di Spagna, passò sotto il dominio di casa d'Austria, ebbe la sventura di essere saccheggiato in ogni guerra da tutte le potenze belligeranti, e smembrato in tutti i trattati di pace. La capitale perdette assai in popolazione ed in ricchezze, quando molte delle sue migliori province vennero sottratte al suo dominio e date al re di Sardegna. Le campagne in tempo della guerra non soffrirono meno della capitale; ma la loro prosperità venne più rapidamente repristinata, sia a cagione della maravigliosa loro fertilità, sia perchè il governo austriaco fu assai più giusto e più ragionevole che non quello degli Spagnuoli. In particolare la casa di Lorena si fece conoscere superiore all'antica casa d'Austria, e l'amministrazione del conte di Firmian (1759-1782) lasciò una grata memoria. Era omai questa la sorte dell'Italia di ricevere dall'estero i lumi ch'ella aveva sì lungamente sparsi in addietro; e le province, governate da stranieri monarchi, approfittavano dei progressi nelle scienze politiche, che i nazionali non avevano per anco fatti. Giuseppe II intraprese con zelo e con buona fede, ma spesso con troppo precipizio, le riforme oramai diventate necessarie. La pubblica opinione era tuttavia così traviata dall'ignoranza dei diritti del principato, che condannava quasi tutto ciò che questo sovrano faceva pel vantaggio del paese. Non perciò i suoi sforzi riuscirono del tutto vani; le lettere, i lumi ed alcune virtù pubbliche cominciarono a rigermogliare in Lombardia, e fu questa la provincia che fece più d'ogni altra sperare il risorgimento di una nazione italiana.

In principio del secolo i Gonzaga perdettero il ducato di Mantova, che da Giuseppe II venne assoggettato a quello di Milano, in compenso di ciò che aveva perduto dalla banda del Piemonte. L'imprudente Ferdinando Carlo Gonzaga si era lasciato vincere dal danaro sul principio della guerra della successione di Spagna, ed aveva acconsentito a ricevere in Mantova guarnigione francese, in conformità del trattato ch'egli soscrisse a Venezia il 24 febbrajo del 1701[326]. Con ciò, non solo richiamò la guerra ne' suoi stati, mentre egli nelle dissolutezze di Venezia cercava di scordare le sventure de' suoi sudditi, ma inoltre diede un pretesto all'imperatore di porlo al bando dell'impero. In fatti, avendo i Francesi, in virtù della convenzione di Milano del 13 maggio 1707, evacuata la Lombardia, Mantova e tutto il suo ducato vennero occupati dagl'imperiali; fu dichiarato il duca colpevole di fellonìa, ed i suoi feudi riuniti alla diretta dell'impero; poco dopo Ferdinando Carlo morì in Padova il 5 di luglio del 1708 senza prole. Rimaneva di questa famiglia un ramo cadetto, quello dei duchi di Guastalla e di Sabbionetta, principi di Bozzolo, formato da Federico di Gonzaga, illustre generale del sedicesimo secolo. Ma invano questi richiamarono la successione d'uno stato che loro apparteneva per le leggi dell'impero, e che rimase confiscato. Anche questa linea si spense in Giuseppe Maria Gonzaga che morì il 15 d'agosto del 1746, e la pace di Aquisgrana aggiunse i piccoli stati di lui a quelli di Parma e di Piacenza[327].

[326] _Muratori Ann. d'Italia, 1701. — Limiers, Hist. de Louis XIV, l. XIII, p. 69. — Le Vassor, Hist. de Louis XIII, t. VI, l. XXVI, p. 98. — Will. Coxe, Hist. de la Maison d'Autriche, ch. LXXV, t. IV, p. 211._

[327] _Muratori Ann. d'Ital. ad ann. 1708. — Ivi, 1746._

Ne' primi anni del diciottesimo secolo i ducati di Parma e di Piacenza erano governati da Francesco Farnese, succeduto a Rannuccio II, suo padre, l'undici dicembre del 1694. Fino dalla sua più fresca giovinezza trovavasi oppresso da una straordinaria grassezza, diventata ereditaria nella sua famiglia; inoltre balbettava, ed a questi esteriori difetti rispondeva la debolezza del suo spirito, onde aveva contratto un estremo timore di mostrarsi in pubblico, e tenevasi a tutti celato. Durante la guerra della successione di Spagna, ricevette guarnigioni pontificie, onde far rispettare la sua neutralità e quella della Chiesa di cui riconoscevasi feudatario. A fronte di ciò i Tedeschi violarono più volte il suo territorio. Non avendo avuti figliuoli da Dorotea di Neuburgo, vedova di suo maggior fratello, ch'egli aveva sposata il 16 settembre del 1714, maritò Elisabetta Farnese, figlia di suo fratello, a Filippo V, re di Spagna. Sebbene le femmine non fossero chiamate all'eredità de' feudi della Chiesa, fu però Elisabetta che trasmise alla casa di Borbone quelle pretese sui ducati di Parma e di Piacenza, che fecero dare quei ducati al secondo de' di lei figli[328].

[328] _Muratori Ann. d'Italia, 1714._

Francesco Farnese mai non aveva voluto dare a suo fratello Antonio una sufficiente entrata per potersi ammogliare; altronde Antonio non aveva che un anno meno del duca, ed aveva la stessa mostruosa corpulenza, lo che faceva risguardare come di già spenta la casa Farnese, quando nel 1720 il trattato della quadruplice alleanza impose leggi alla Spagna, per terminare la guerra eccitata dal cardinale Alberoni. L'eredità di Parma e quella della Toscana furono assegnate ad un figlio di Elisabetta Farnese e di Filippo V, che non fosse re di Spagna; i ducati di Parma e di Piacenza vennero dichiarati feudi imperiali, malgrado le rimostranze di Clemente XI, e fu convenuto che per la guarenzia di questa eventuale successione sarebbero, durante la vita degli ultimi principi Farnesi, occupati da guarnigioni svizzere. Questi accomodamenti furono inoltre raffermati dal trattato fatto il 30 aprile del 1725 tra l'Austria e la Spagna[329].

[329] _Muratori Ann. d'Italia, 1720-1725. — Galluzzi Ist. di Tosc., l. IX, c. III, p. 345, t. VII._

L'infante don Carlo, cui erano destinati questi principati italiani, non recossi nella penisola che dopo la morte del duca di Parma, Francesco, accaduta il 26 di febbrajo del 1727. Suo fratello, don Antonio, allora in età di quarantotto anni, si affrettò di cercarsi una consorte per conservare ancora, se era possibile, la casa Farnese; ed in febbrajo del 1728 sposò Enrichetta d'Este, terza figlia del duca di Modena. Il papa Benedetto XIII e l'imperatore Carlo VI gli prescrissero nello stesso tempo di ricevere dalla Chiesa e dall'impero l'investitura dei suoi ducati; ma, temendo di compromettersi con sovrani tanto di lui più potenti, e per non dare la preferenza a veruno di loro, egli ricusò l'uno e l'altro. In tali circostanze la Francia, l'Inghilterra e la Spagna convennero, in forza di un trattato sottoscritto in Siviglia il 9 novembre del 1729, che sei mila Spagnuoli verrebbero destinati a formare le guarnigioni di Livorno, Porto Ferrajo, Parma e Piacenza, onde guarentire la successione a don Carlo. Tale sostituzione delle truppe spagnuole alle svizzere spiacque all'imperatore, il quale rifiutò di accettare il trattato di Siviglia, e fece passare trenta mila uomini in Lombardia, per opporsi all'introduzione delle guarnigioni spagnuole[330].

[330] _Muratori Ann. d'Italia ad an. 1729. — Hist. de la Diplom. franç., sixième période, l. III. — Galluzzi Storia del gran ducato, l. IX, c. VI., t. VIII, p. 66._

I duchi di Parma e di Toscana, che vedevano, mentre ancora erano vivi, e malgrado loro, altri liberamente disporre della propria eredità, non temevano meno le truppe estere, che, occupando i loro stati, vorrebbero dar loro la legge, di quello che temessero la guerra che l'imperatore mostravasi apparecchiato ad intraprendere per tenerle lontane. Il loro regno si andò consumando in tristi negoziazioni, le quali tutte avevano per oggetto l'epoca della loro morte, creduta assai vicina, sebbene fossero ambidue pieni di vita e non ancora usciti dalla virilità. Però le truppe spagnuole non erano per anco sbarcate in Italia, quando Antonio, ultimo duca della casa Farnese, morì il giorno 20 gennajo del 1731. Ne' pochi anni del suo regno costui risguardò le finanze de' suoi stati come un'entrata vitalizia; sagrificò le generazioni che dovevano seguirlo a' suoi piaceri del momento, non limitando in verun modo le sue prodigalità, sia che si trattasse di appagare i suoi gusti, o di guadagnare la riconoscenza degli adulatori e dei favoriti che lo circondavano[331].

[331] _Muratori Ann. d'Italia ad an. 1731. — Galluzzi Ist. della Toscana, l. IX, c. VII, t. VIII, p. 116. — Will. Coxe, Hist. de la Maison d'Autriche, ch. LXXXVIII, t. IV, p. 410._

La duchessa Enrichetta, vedova dell'ultimo duca di Parma, credevasi incinta, e non riconobbe d'essersi ingannata che in settembre dello stesso anno, nella quale epoca lasciò Parma per tornare a Modena. Tale incertezza diede tempo alle altre potenze di convenire intorno alle rispettive pretese. Nel giorno 23 di gennajo del 1731, il generale imperiale aveva preso possesso di Parma e di Piacenza, veramente per conto dell'infante di Spagna, ma con truppe tedesche: un commissario pontificio, che in allora si trovava a Parma, protestò solennemente il giorno 24 contro un tale atto di possesso, contrario al supremo dominio della Chiesa. Una nuova convenzione, sottoscritta il 22 luglio del 1731, tra l'imperatore, il re di Sardegna e l'Inghilterra, riconfermò le convenzioni della quadruplice alleanza. L'infante don Carlo non arrivò a Livorno che il 27 di dicembre seguìto dalle truppe spagnuole, che dovevano per lui occupare i suoi nuovi stati. Dopo essersi trattenuto parecchj mesi in Toscana presso il gran duca Giovan Gastone de' Medici, che in certo qual modo veniva obbligato ad adottarlo ed a riconoscerlo quale suo presuntivo erede, don Carlo entrò trionfalmente in Parma il 9 di settembre del 1732[332].

[332] _Muratori Ann. d'Italia ad ann. 1731, 1732. — Galluzzi Stor. di Toscana, l. IX, c. VII, t. VIII, p. 115._

L'imperatore Carlo VI aveva dato per tutori a don Carlo la di lui ava materna, la duchessa Dorotea, vedova di Odoardo, poi di Francesco Farnese, ed il gran duca di Toscana; ma nel susseguente anno la casa di Borbone, avendo attaccata quella d'Austria, don Carlo, che il 20 di gennajo del 1733 era giunto a diciassette anni, dichiarossi egli stesso maggiore, ed in pari tempo prese il comando dell'esercito spagnuolo in Italia. Siccome dal canto suo il duca di Savoja, Carlo Emmanuele III, si era posto alla testa delle truppe francesi, ed avea fatta rapidamente la conquista del Milanese, così don Carlo, che più non era in Lombardia necessario, in principio di gennajo del 1734 prese colle truppe spagnuole la strada di Napoli, onde tentare la conquista di quel regno. Sperando allora di cambiare i due piccoli ducati di Parma e di Piacenza con una vasta monarchia, e più non supponendo di entrare nell'eredità a lui destinata da tanti anni, don Carlo spogliò i palazzi Farnesi de' loro più ricchi effetti, per portarli seco. Il duca di Montemar, che dirigeva le sue operazioni, il 27 di maggio sconfisse presso Bitonto la piccola armata imperiale, la sola che avesse osato di resistergli, perciocchè fin dal 9 aprile la capitale aveva aperte le sue porte agli Spagnuoli: e prima che terminasse la campagna, i due regni di Napoli e di Sicilia furono totalmente assoggettati a don Carlo[333].

[333] _Murat. Ann. d'Italia ad ann. 1734. — Galluzzi Storia di Toscana, l. IX, c. IX, t. VIII, p. 179. — Coxe, Hist. de la Maison d'Autriche, ch. XC, t. IV, p. 447._

Sebbene questo principe, allorchè partiva da Parma, avesse mostrato di rinunciare a quella sovranità, la facile conquista del regno di Napoli risvegliarono la sua ambizione e quella di suo padre. Si lusingarono di ricuperare tutto ciò che la pace d'Utrecht aveva tolto in Italia alla corona di Spagna; e nel 1735 il duca di Montemar si rimise in cammino alla volta della Lombardia per intraprendervi nuove conquiste. Ma il cardinale di Fleurì era omai stanco di servire all'ambizione spagnuola; il 3 di ottobre fece sottoscrivere in Vienna i preliminarj della pace coll'imperatore; ed ordinò al duca di Noailles di non dare più ajuto al generale spagnuolo; onde il duca di Montemar, stretto improvvisamente dai Tedeschi, si vide forzato a ritirarsi precipitosamente a traverso alla Toscana alla volta del regno di Napoli[334].

[334] _Muratori Ann. d'Italia ad ann. 1734. — Galluzzi, Storia della Toscana, l. IX, c. IX, p. 198. — Will. Coxe, Hist. de la Maison d'Autriche, ch. XCI, p. 465._

In aprile del susseguente anno le guarnigioni spagnuole, che occupavano Parma e Piacenza, evacuarono quelle due città, seco trasportando le biblioteche e la galleria dei Farnesi, tutti i quadri, tutti i mobili e tutti gli effetti preziosi de' palazzi saccheggiati; di modo che al dolore di perdere la propria indipendenza i popoli aggiunsero quello di vedersi spogliati di tutti gli ornamenti delle loro città. Allora i ministri spagnuoli, a nome di don Carlo, dichiararono i sudditi di Parma e di Piacenza sciolti dal loro giuramento di fedeltà, e subito partirono senza consegnare quegli stati agli Austriaci: ma non si furono appena ritirati che il principe di Lobkowitz ne prese il possesso, il giorno 3 di maggio del 1736, a nome dell'imperatore[335].

[335] _Muratori Ann. d'Italia ad ann. 1736. — Galluzzi Stor., l. IX, c. X._

Parma e Piacenza non rimasero lungamente unite al ducato di Milano, perciocchè cinque anni dopo tale cessione, si estinse la casa d'Austria; ed il re di Spagna vantando diritti sull'eredità di Carlo VI, il duca di Montemar sbarcò il giorno 9 dicembre del 1741 ad Orbitello con un esercito spagnuolo destinato a fare in Italia nuovi acquisti. La regina di Spagna, Elisabetta Farnese, aveva un altro figlio, chiamato don Filippo, nato il cinque di marzo del 1720. Quest'ambiziosa principessa, che continuamente lagnavasi di avere perduta l'eredità della propria famiglia, risolse di formare a suo figlio uno stato in Italia. Lo pose alla testa di un'armata spagnuola adunata nel 1742 ai confini della Provenza, la quale, sebbene occupasse subito la Savoja, non potè che dopo lungo tempo penetrare in Italia. Il re di Napoli era stato costretto dall'ammiraglio Matheus a dichiararsi neutrale il 19 agosto del 1742, onde non vedere bombardata la sua capitale. Il duca di Modena, che aveva abbracciato il partito francese, era stato cacciato dai suoi stati: ed i ducati di Parma e di Piacenza erano caduti in mano dei Tedeschi; onde soltanto in settembre del 1745 l'infante don Filippo potè entrare negli stati che pretendeva di sua ragione[336].

[336] _Muratori Ann. d'Italia, 1741 e seg. — Coxe, ch. CVI, t. V, p. 137._