Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 16 (of 16)
Part 17
Nella seconda metà del XVII secolo i Veneziani dovettero portare le loro forze in altro luogo; e l'improvviso attentato de' Turchi contro l'isola di Candia, ch'ebbe luogo il 23 giugno del 1645, li ravvicinò di nuovo alla casa d'Austria, colla quale ebbero allora comuni interessi[307]. La guerra che di quei tempi ebbe cominciamento tra i Veneziani ed il sultano Ibrahim fu la più lunga e la più ruinosa che la repubblica avesse mai sostenuta contro l'impero Ottomano: durò venticinque anni, e fu illustrata da gloriose vittorie navali. Due fra l'altre ne furono riportate ai Dardanelli, una il 21 giugno del 1655 da Francesco Morosini, l'altra il 26 di giugno del 1656 da Lorenzo Marcelli. Ma a dispetto de' miracolosi sforzi di valore, e malgrado i loro vantaggi, che sarebbero stati decisivi con un nemico meno potente, i Veneziani non poterono fare in modo che il gran Visir non assediasse la stessa città di Candia il 22 di maggio del 1667. Quest'assedio fu sostenuto con indicibile valore dai Cristiani, che furono soccorsi da quasi tutti i principi dell'Occidente. Prodigiosa fu la mortalità da ambedue le parti; la peste saccheggiò il campo musulmano; ogni opera avanzata, ogni rivellino, ogni bastione fu difeso finchè trovossi ridotto in un mucchio di ruine. Il duca di Beaufort vi perdette la vita; il duca di Navailles abbandonò la difesa della città, e s'imbarcò con tutti i Francesi malgrado le caldissime istanze di Francesco Morosini, che credeva di potersi ancora difendere. All'ultimo Candia fu costretta a capitolare il 6 di settembre del 1669. La repubblica rinunciò al dominio dell'isola di Creta, e conservò gli altri suoi possedimenti in Levante[308].
[307] _Gual. Priorato Ist., p. III, l. X, p. 392. — Laugier Hist. de Venise, t. XI, l. XLIX, p. 332._
[308] _Muratori Ann. d'It. ad ann. 1669. — Limiers Hist. de Louis XIV, t. II, l. VI, p. 109. — Gir. Brusoni Ist. dell'ultima guerra tra Venez. e Turchi in Candia 1644-1671, 1 vol. in 4.º. — Laugier Hist. de Venise, t. XII, l. XLV, p. 103. — Vett. Sandi Ist. civ. Veneta, p. III, l. XII, c. III, p. 1045._
Ma i Veneziani mal sapevano accomodarsi alla perdita di Candia; tenevano aperti gli occhi, onde approfittare della prima opportunità per rifarsi sull'impero Ottomano; e credettero di averla trovata in tempo della guerra che la Porta dichiarò all'Austria nel 1682. Il 5 marzo del 1684, colla mediazione di papa Innocenzo XI, i Veneziani si allearono coll'imperatore Leopoldo e con Giovanni Sobieschi, re di Polonia. Diedero il comando delle loro truppe a Francesco Morosini, che si era acquistata tanta gloria nella guerra di Candia, e con un singolare tratto di confidenza, di cui la loro repubblica aveva dati rarissimi esempj, gli lasciarono il comando degli eserciti anche dopo averlo nominato doge. I loro sforzi furono coronati da luminosi successi; e questa seconda guerra, che durò quindici anni, riparò ai disastri della precedente. Nel 1684 i Veneziani conquistarono Santa Maura, nel 1686 e 1687 occuparono tutta la Morea, ed a queste conquiste aggiunsero nel 1694 quella dell'isola di Scio, che perdettero nel susseguente anno. Al generale Svezzese conte di Konigsmark, che aveva preso servigio sotto le bandiere della repubblica, si dovette il principale merito di queste vittorie. Ma perchè Venezia si esauriva colla lunghezza di questa guerra, dessa accettò con piacere la tregua di Carlowitz del 26 di gennajo del 1699, che le lasciava il possedimento della Morea, dell'isola d'Egina, di Santa Maura, e di molte altre fortezze conquistate in Dalmazia[309].
[309] _Muratori Ann. d'Ital. ad ann. 1699. — Limiers Hist. de Louis XIV, l. XIII, t. III, p. 32. — Laugier Hist. de Venise, t. XII, l. XLVI, p. 139-228._
CAPITOLO CXXV.
_Ultime rivoluzioni degli antichi stati dell'Italia dopo l'apertura della guerra per la successione di Spagna fino all'epoca della rivoluzione francese._
1701 = 1789.
Da oltre un secolo e mezzo l'Italia aveva piegato il collo sotto il giogo straniero; la libertà era stata distrutta nelle repubbliche, l'indipendenza de' principi negli stati assoluti, ovunque la guaranzia sociale de' cittadini. Sotto il peso di questa calamità qualunque orgoglio nazionale dovette spegnersi nel petto degl'Italiani, cessare dovette qualunque virtù pubblica, e gl'Italiani vedendo di più non poter aspirare alla gloria, si abbandonarono alla mollezza ed al vizio. Più non sursero ingegni che si preservassero dai difetti della debolezza, cioè dalla dissimulazione e dalla doppiezza; le lettere si corruppero colla pubblica morale, e l'ingegno non tardò a soggiacere alla sorte delle virtù. Il gusto de' così detti seicentisti non fu meno depravato della politica de' loro coetanei. I Marini e gli Achillini nella poesia, il Bernino nelle arti, ebbero una riputazione analoga a quella dei Concini, dei Mazarini, delle Catarina e Maria dei Medici nel governo e nell'_intrigo_; e la terra ridotta in servitù più non produsse che frutta viziate.
L'Italia fu ruinata dalla guerra nella prima metà del diciottesimo secolo, presso a poco come nella prima metà del sedicesimo. Erano i medesimi popoli, Francesi, Spagnuoli e Tedeschi, che se ne contrastavano il possedimento; ma la loro maniera di combattere era di già diventata meno crudele, e lasciava ai popoli più lunghi intervalli di riposo. Essi volevano disporre delle province italiane, secondo che loro meglio conveniva, o a seconda de' pretesi diritti di famiglia, senza avere verun riguardo agl'interessi de' popoli, ai loro diritti, ai loro desiderj: ma il risultamento de' loro sforzi fu precisamente il contrario di quello che avevano avuto le guerre del sedicesimo secolo. Queste avevano ridotti i più nobili principati d'Italia in province di estere monarchie; le guerre del secolo diciottesimo loro restituirono sovrani nazionali. Desse crearono ai più esposti confini una nuova potenza capace di difendere l'Italia; e fissarono un giusto equilibrio tra i suoi vicini.
La pace d'Aquisgrana del 18 ottobre 1748 avrebbe ristabilita l'indipendenza dell'Italia, se potesse sussistere indipendenza senza libertà e senza spirito nazionale. Sagge e giuste erano le basi di questa pace per quanto si poteva sperarlo da un congresso in cui i popoli non avevano rappresentanza; perciò l'Italia ci presenta in questo secolo una grande esperienza politica, i di cui risultati sono degni di osservazione. L'Europa, dopo di avere in certo qual modo distrutta una grande nazione, sente il male che ha fatto a sè medesima, privandola dell'esistenza. Le quattro guerre di un mezzo secolo terminarono con altrettanti trattati, che rialzarono sempre più l'indipendenza italiana. Non avvi cosa che gli stranieri non facciano per gl'Italiani, fuorchè quella di rendere loro la vita. Alle guerre succedono quarant'anni di pace, e sono questi quarant'anni di mollezza, di debolezza, di dipendenza; di modo che con questo esperimento i diplomatici dovrebbero convincersi, che non si ristabilisce l'equilibrio d'Europa, quando non si oppongono che forze morte a forze vive; e che non si guarentisce l'indipendenza di una nazione, quando non si chiama quella medesima nazione a difendere il proprio interesse e che non le si dà nè onore, nè energia per mantenersi.
Con quattro successive guerre si cambiò l'equilibrio d'Italia sul principio del diciottesimo secolo, ed i quattro trattati che le terminarono, stabilirono nuove dinastie, che poco più poco meno presero il luogo delle antiche.
La guerra della successione di Spagna dal 1701 al 1718 si era cominciata da quasi tutte le potenze d'Europa contro la casa di Borbone per contrastare a questa l'eredità di Carlo II, ultimo monarca del ramo austriaco di Spagna. Lodovico XIV aveva preteso di raccoglierla tutt'intera pel secondo de' suoi nipoti, cui aveva di già posto in possesso dei quattro grandi stati che Carlo V aveva lasciati in Italia ai suoi discendenti, Milano, Napoli, la Sicilia e la Sardegna. Ma le forze dell'Europa unite contro di lui, dopo avere lungamente guastate le province, ch'egli pretendeva difendere, una dopo l'altra gliele ritolsero. La defezione del duca di Savoja, che nel 1703 passò al partito de' suoi nemici, contribuì più di tutto a fargli perdere l'Italia. Il 13 marzo del 1707 i Francesi furono forzati ad evacuare la Lombardia; il 7 di luglio dello stesso anno perdettero il regno di Napoli; e la Sardegna fu tolta alla casa di Borbone alla metà d'agosto del 1708. Di tutta l'eredità della casa d'Austria in Italia Filippo V più non aveva che la sola Sicilia, la quale poi cedette col trattato di pace; di modo che i trattati d'Utrecht dell'11 aprile del 1713 e di Rastad del 6 marzo 1714, che terminarono la guerra della successione di Spagna, disposero di tutti i paesi che Carlo Quinto aveva riuniti alla monarchia Spagnuola, e coi quali aveva renduto dipendente da quella monarchia il resto dell'Italia[310].
[310] _Muratori Ann. d'It. ad ann. — Limiers Hist. de Louis XIV, t. III, l. XIII al l. XVIII. — Giannone Istor. civile, l. LX, c. IV, p. 655._ È il fine di questa storia.
Il Milanese, il regno di Napoli e la Sardegna furono ceduti alla casa d'Austria tedesca, che inoltre acquistò in Italia il Mantovano, confiscato a pregiudizio dell'ultimo Gonzaga. Queste province passavano da monarca straniero a monarca straniero, e l'indipendenza italiana invece di guadagnare a questi cambiamenti, forse perdeva, perchè il nuovo monarca era più vicino. Ma da un altro canto il sovrano più militare dell'Italia acquistò province che davano maggiore consistenza a' suoi stati, e lo mettevano più a portata di farsi rispettare in avvenire. Il Monferrato venne aggiunto al Piemonte con alcuni piccoli distretti staccati dalla Francia, e nello stesso tempo il regno di Sicilia fu accordato a Vittorio Amedeo II, di modo che l'Italia contò nuovamente in quest'epoca un re tra i suoi principi[311].
[311] _Muratori Ann. d'Italia ad an. 1713. — Limiers Hist. de Louis XIV, l. XIX, p. 525 e segu. — Hist. de la diplomat. franç. cinquième période, t. IV, l. VII, p. 322._
Il cardinale Alberoni, che dispoticamente governava la Spagna a nome di Filippo V, sempre schiavo di un favorito, non poteva darsi pace che pel trattato d'Utrecht la Spagna avesse perduto quel dominio d'Italia che aveva conservato quasi due secoli. Colle forze rendute alla Spagna da quattro anni di pace e da un'amministrazione alquanto meno oppressiva, volle tentare di ricuperare in Italia la perduta influenza. Facendo adottare al gabinetto borbonico di Madrid la politica del gabinetto austriaco, cui era succeduto, principiò con un tradimento. In mezzo alla pace, un'armata spagnuola sbarcata in Sardegna il 22 d'agosto del 1717 occupò quell'isola cacciandone gli Austriaci. Lo stesso fece nella Sicilia a danno de' Piemontesi nel susseguente anno, dopo avere egualmente ingannata la corte di Torino. Questa guerra ricevette il suo nome dalla quadruplice alleanza formata per frenare la Spagna. La Francia in allora governata dal reggente duca d'Orleans, geloso del re di Spagna, e l'Inghilterra e l'Olanda si unirono all'imperatore per difendere l'Italia contro l'ambizione del cardinale Alberoni. Questa guerra fece spargere poco sangue, e cagionò pochi guasti. La vicina estinzione delle case Medici e Farnese, alle quali più non rimaneva speranza di successione, dava alle potenze mediatrici il modo di prendere compensi nel continente dell'Italia, essendo loro piaciuto di risguardare come vacanti, per l'estinzione delle sovrane famiglie, gli stati di Parma e di Toscana. La corte di Spagna fu soddisfatta nel suo desiderio d'aggrandimento, quando il 17 febbrajo del 1720 accedendo essa alla quadruplice alleanza, le fu promessa invece delle isole di Sicilia e di Sardegna, ch'essa aveva conquistate, la successione de' Medici e dei Farnesi per don Carlo, figlio di Filippo V e di Elisabetta Farnese, cui quest'ambiziosa madre cercava di formare uno stabilimento indipendente da suo fratello primogenito. Fu egualmente soddisfatta l'ambizione di casa d'Austria, perchè riprese a Vittorio Amedeo la Sicilia, popolata di 1,300,000 abitanti, e gli diede invece la Sardegna che non ne contava che 423,000. I piccoli principi ed i popoli furono i soli sagrificati. Pure travedevasi tuttavia un pensiere dell'indipendenza italiana nella formazione di una nuova sovranità pel principe di Spagna che veniva a stabilirsi in Italia, invece di aggiugnere gli stati che gli si davano all'una o all'altra delle grandi monarchie che s'arrogavono il diritto di disporre della sorte de' popoli indipendenti[312].
[312] _Muratori Ann. d'It. ad ann. — Hist. de la Diplom. fran., l. IV, p. 465-483, sixième période, L. I. — Lacretelle Hist. de France pendant le XVIII siècle, t. I, l. II, p. 280._
La terza guerra che variò l'equilibrio d'Italia in questo secolo fu egualmente breve ed accompagnata da pochi guasti. Per rispetto alla sua origine non sarebbesi dovuto credere che potesse esserne il teatro l'Italia, essendosi questa eccitata nel 1733 per la contrastata elezione di un re di Polonia. Ad ogni modo perchè i re di Francia di Spagna e di Sardegna entrarono nella stessa lega contro l'Austria, questa sperimentò i pericoli annessi ai lontani possedimenti presso un popolo di costumi e di lingua diverso, che invece di sagrificarsi per difendere il suo padrone, fa di già molto quando non si prevale dell'occasione per ribellarsi e scuotere il giogo. La casa d'Austria fu spogliata di tutti i suoi stati in Italia; i Francesi uniti ai Piemontesi conquistarono il Milanese; gli Spagnuoli i regni di Napoli e di Sicilia; di modo che l'Austria dovette accomodarsi alle svantaggiose condizioni che le vennero imposte dai preliminarj sottoscritti a Vienna il 3 ottobre del 1735, e riconfermati col trattato di Vienna del 18 novembre del 1738[313].
[313] _Muratori Ann. d'It. ad ann. — Will. Coxe Hist. de la Mais. d'Autr. (trad.) c. XC e XCI, t. IV, p. 432 e segu. — Lacretelle dixhuitième siècle, t. II, l. VI, p. 175, 180._
Questa terza pace restituì alle due Sicilie l'indipendenza che avevano perduta da più secoli. Il regno di Napoli era passato sotto il dominio di un'estera potenza fino dal 1501, e quello della Sicilia fino dal 1409. Più di sei milioni di sudditi italiani furono di nuovo assoggettati ad un sovrano nato da un'italiana, educato alcun tempo in Italia, e destinato a fissarvi la sua residenza e quella de' suoi figliuoli. Questi due regni parevano riunire tuttociò che danno la forza e la ricchezza, grossa popolazione, delizioso clima, prodotti di ogni genere, facile navigazione e confini di facile difesa. La stessa pace dilatò i confini del re Sardo; furono staccati dal Milanese Novara e Tortona coi loro territorj per essere uniti al Piemonte. Dall'altro canto il rimanente dello stato milanese e del ducato di Mantova furono restituiti alla casa d'Austria; ed in compenso di quanto questa aveva perduto, il trattato di Vienna le accordò pure il ducato di Parma, che doveva essere di nuovo unito a quello di Milano, ed il gran ducato di Toscana che doveva formare un principato indipendente per Francesco duca di Lorena, sposo di Maria Teresa e futuro imperatore[314].
[314] _Muratori Ann. d'It. ad ann. 1735, 1738. — Hist. de la Diplomatie française, t. V, p. 80, sixième période, l. III. — Galluzzi Ist. di Toscana, t. VIII, p. 195, l. IX, c. IX._
Ma il trattato di Vienna non procurò all'Italia che un breve riposo. Il ramo tedesco della casa d'Austria si spense nell'imperatore Carlo VI il 20 ottobre del 1740, pochi anni dopo il ramo spagnuolo. Invano aveva questo monarca cercato di assicurare la successione dei suoi stati a sua figlia Maria Teresa; gli stessi sovrani che avevano guarentita la prammatica sanzione (così Carlo VI intitolò la legge pubblicata nel 1713, colla quale chiamava le figlie alla successione de' suoi stati), presero le armi dopo la sua morte, per contrastarne l'eredità a sua figlia. I tre rami della casa di Borbone di Francia, di Spagna e di Napoli si associarono al re di Sardegna per attaccare la casa d'Austria in Italia. La lotta fu lunga ed accanita; e di principal danno all'Italia fu lo essersi il re Sardo staccato in settembre del 1743 dalla lega della casa borbonica per unirsi a Maria Teresa, che gl'Inglesi avevano preso a difendere. Quasi tutta l'Italia trovossi esposta ai guasti delle armate, ed i paesi neutri, lo stato della chiesa in particolare, contrastati fra i combattenti, non soffrirono forse meno di quelli delle potenze belligeranti. Finalmente, dopo sette anni di guerra e di disgrazie, gli articoli preliminari sottoscritti ad Aquisgrana il 30 aprile del 1748 e seguiti da un definitivo trattato di pace del 18 ottobre dello stesso anno rendettero la pace all'Italia, e stabilirono le relazioni dei suoi diversi stati. I ducati di Milano e di Mantova furono i soli stati d'Italia conservati sotto il dominio di estera potenza, perchè restituiti alla casa d'Austria; ma ne vennero staccati alcuni distretti a favore del re di Sardegna. I ducati di Parma e di Piacenza, che i precedenti trattati avevano uniti al Milanese, furono staccati un'altra volta per farne una sovranità indipendente a favore di un quarto ramo della casa di Borbone, di don Filippo, fratello del re di Spagna e del re di Napoli. Il gran ducato di Toscana fu restituito all'imperatore, ma per essere ceduto al suo secondogenito, onde formare la sovranità di un secondo ramo della sua casa. Il duca di Modena e la repubblica di Genova, che si erano alleati ai Borboni, furono rimessi in tutti i loro possedimenti, e l'indipendenza dell'Italia fu intera, per quanto potevano darla i re che regolavano la di lei sorte[315].
[315] _Muratori Ann. d'Ital. ad an._ Terminano a quest'epoca, o piuttosto all'anno 1749. — _Histoire diplomat. franç., t. V, p. 385 e segu. sixième période, l. V. — Will. Coxe Hist. de la Maison d'Autriche, c. CVIII, t. V, (trad.) p. 170. — Lacretelle, t. II, l. VIII, p. 412._
Ma l'Italia, dopo la pace di Aquisgrana, non acquistò maggiore potenza politica di quella che avesse per lo innanzi, nè potè più che farsi per lo innanzi rispettare o temere dai suoi vicini; essa non trovò i suoi abitanti apparecchiati a difendere un nuovo ordine politico che loro non procacciava nè gloria nè felicità; e sebbene essa superasse quasi tutti i popoli del continente in popolazione ed in ricchezze, mai non ottenne di lunga mano il rispetto che aveva ottenuto al suo piccolo popolo il sovrano delle arenose marche del Brandeburgo. Il restante della storia generale d'Italia, dopo la pace di Aquisgrana, più non offre avvenimenti; gli scrittori periodici, che si credevano obbligati a dare le notizie dell'Italia nei loro giornali, per lo spazio di quarant'anni non intrattennero il pubblico che intorno a dispute teologiche, ad alcuni nuovi regolamenti fatti da' principi di loro _motu proprio_ e senza consultare i loro popoli, di feste, di matrimonj, di funerali e di viaggi de' sovrani. Quegli avvenimenti ch'ebbero qualche influenza sui susseguenti tempi, si presenteranno opportunamente nella rapida occhiata storica de' varj stati dell'Italia.
Fino dal 12 giugno del 1675 la Savoja ed il Piemonte erano governati da Vittorio Amedeo II, che per altro non oltrepassava i trentaquattr'anni in principio del decimottavo secolo. Nel 1697 e 1701 aveva maritate le due sue figliuole ai due nipoti di Lodovico XIV, il duca di Borgogna ed il duca d'Angiò, poscia re di Spagna; ed aveva preso in principio della guerra della successione di Spagna il comando delle armate francesi e spagnuole in Italia, col titolo di generalissimo. Ma più che il paterno affetto era in lui potente l'ambizione; e nel 1696 egli aveva di già mostrato di non essere troppo scrupoloso osservatore delle sue promesse. Credeva di non avere più sicuro mezzo d'ingrandire i suoi stati, che quello di accordare la sua alleanza al migliore offerente; e se il Milanese veniva una volta in mano della casa di Borbone, poca speranza gli restava di fare nuove conquiste. L'imperatore e le potenze marittime gli fecero segretamente vantaggiose condizioni, ch'egli accettò in luglio del 1703. Il duca di Vandome, che aveva sotto i suoi ordini nel Mantovano un corpo di truppe piemontesi, avuto sentore dell'accaduto, le fece disarmare il 29 di settembre, ed il giorno 3 dicembre dello stesso anno Lodovico XIV dichiarò la guerra a Vittorio Amedeo[316].
[316] _Murat. Ann. d'It. ad an. 1703, t. XII, p. 21. — Limiers, Hist. de Louis XIV, l. XIV, t. III, p. 124. — Lahode Hist. de Louis XIV, l. LVI, t. V, p. 373. — Will. Coxe Hist. de la Maison d'Autriche, c. LXIX, t. IV, p. 93._
Il duca di Savoja aveva preferiti alleati potenti, ma lontani, a quelli che lo circondavano da ogni banda, e ch'erano tuttavia abbastanza forti per punirlo crudelmente della sua diserzione. I suoi stati furono nello stesso tempo invasi su tutti i punti dalle armate francesi e spagnuole: tutta la Savoja fu conquistata; e Vercelli, Susa, la Brunetta, Ivrea, Aosta, Bardi, Verrua, Civasco, Crescentino e Nizza, furono successivamente occupate nel 1704 e 1705 dai duchi di Vandome e della Feuillade; la stessa capitale, Torino, fu assediata nel 1706; onde il duca quasi spogliato di tutti i suoi stati, fu forzato a cercare in Genova un asilo alla sua famiglia, mentre ch'egli si chiudeva in Cuneo. In tale circostanza andò debitore della sua salvezza ad un eroe della sua casa, il principe Eugenio di Savoja, in allora generale dell'imperatore, e nipote di quel Tommaso Francesco di Savoja, principe di Carignano, che verso la metà del XVII secolo aveva così lungamente travagliata la reggenza di sua cognata, la duchessa Cristina. Il principe Eugenio ruppe sotto Torino, il 7 settembre 1706, le linee delle armate del duca d'Orleans, della Feuillade e di Marsin, e fece levare l'assedio. La Francia perdette in quell'incontro venti mila uomini, ed il duca di Savoja ricuperò, oltre tutto quello che aveva perduto, il Monferrato, Alessandria, Valenza e la Lumellina, che gli alleati gli avevano promesso in premio della sua adesione[317].
[317] _Muratori ann. 1706. — Limiers, Hist. de Louis XIV, t. III, l. XV, p. 205. — Will. Coxe, Hist. d'Autriche, t. IV, c. LXXIII, p. 160._
L'unione del Monferrato al Piemonte variava l'esistenza di questa potenza; i confini de' due stati erano talmente intralciati, che la loro inimicizia faceva perdere ogni maniera di buona amministrazione all'uno ed all'altro in tempo di pace, e di difesa in tempo di guerra. La piccola provincia del Vigevanasco era pure stata promessa al duca di Savoja; ma dacchè gli Austriaci ebbero ricuperato il Milanese, più non vollero privarsi di veruna parte di questo stato. Cotale disparere fu cagione di qualche raffreddamento tra Vittorio Amedeo e l'imperatore Giuseppe, e ritrasse il primo dal prendere una parte attiva nella guerra fino alla conchiusione della pace d'Utrecht, nel 1713, che assicurò le precedenti conquiste della casa di Savoja, e vi aggiunse la Sicilia[318].
[318] _Muratori An. d'It. 1708, t. XII, p. 56._