Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 16 (of 16)
Part 16
[282] _Galluzzi, l. VII, c. VII, t. VI, p. 283. — Muratori Annali ad ann._
Cosimo III, che del 1670 successe a suo padre Ferdinando II, aveva ricevuto da sua madre Vittoria della Rovere uno spirito minuzioso e diffidente, un ridicolo fasto, un eccessivo bigottismo. Aveva egli sposata Margarita Luigia d'Orleans, cui il suo carattere lo rendette in breve odioso oltre ogni credere. Le loro contese, la ritirata della gran duchessa alla corte di Lodovico XIV, le di lei imprudenze, e la costanza del marito di lei a perseguitarla, sono le sole cose di cui parlano gli annali della Toscana fino alla fine del secolo. Intanto Cosimo III prodigava i suoi tesori nel comperare a caro prezzo nuovi convertiti, e nell'abbellire le Chiese; e la corte e la nazione, strascinate dall'esempio del principe, si abituavano all'ipocrisia ed alla dissimulazione[283].
[283] _Galluzzi Stor. del gran ducato, l. VIII, c. I al VII, t. VII._
I ducati di Parma e di Piacenza furono nel XVII secolo governati da quattro principi della casa Farnese, de' quali niuno seppe meritarsi l'amore de' suoi popoli, o il rispetto della posterità. Rannuccio I, che nel 1592 era succeduto a suo padre Alessandro, non aveva ereditata alcuna delle grandi qualità di questo eroe. Gli è vero che aveva sotto i di lui ordini dato prove di valore nelle guerre di Fiandra; ma il suo carattere era cupo, severo, avaro, diffidente: non voleva regnare che per mezzo del terrore, e questo terrore declinò bentosto in un accanito odio. Egli accusò la nobiltà d'avere contro di lui tramata una congiura, ed il 19 maggio del 1612, dopo un segreto processo, fece decapitare molti nobili, appiccare un maggior numero di plebei, e confiscare tutti i loro beni. Niuno in Italia si persuase della delinquenza de' giustiziati. Il duca di Toscana, cui Rannuccio aveva mandata copia del processo, manifestò apertamente la sua incredulità, rimandandogli un processo egualmente in così buona forma contro l'ambasciatore di Parma, come colpevole d'un omicidio in Livorno, mentre era a tutti noto che l'ambasciatore mai non era stato in quella città. Il duca di Mantova, che risguardava suo padre come accusato di avere avuto parte nella congiura, fu in procinto di dichiarare la guerra a quello di Parma per lavare quest'ingiusto sospetto[284]. Rannuccio I aveva da principio chiamato a succedergli suo figlio naturale Ottavio; ma in seguito avendo avuto figliuoli legittimi, si aombrò del bastardo, e lo chiuse in un'orrida prigione, ove lo lasciò miseramente perire. Rannuccio morì in sul cominciare di marzo del 1622; e perchè il suo figliuolo primogenito era sordo e muto, gli successe Odoardo Farnese II[285].
[284] _Muratori Ann. ad ann. 1612. — Galluzzi, l. VI, c. II, t. IV, p. 203. — Le Vassor Hist. de Louis XIII, l. III, p. 341, t. I._
[285] _Muratori Annali, ad ann. 1622._
Odoardo Farnese era, più che eloquente, satirico, mordace, e presontuoso oltre misura. Voleva tutto fare da sè, e voleva dai suoi ministri ubbidienza e non consiglj. Sopra tutto credevasi nato per la guerra, e destinato a far rivivere i maravigliosi talenti di suo avo Alessandro. Pure l'eccessiva sua corpulenza, che in appresso trasmise ai suoi figliuoli, e che riuscì fatale a casa Farnese, doveva dargli poca attitudine ad ogni faticoso esercizio. Nel 1635 fece alleanza coi Francesi contro gli Spagnuoli, e questa prima guerra di Odoardo, terminata nel 1637, diede poco risalto ai talenti ch'egli supponeva di avere, ed espose i suoi stati a gravissimi danni. La sua seconda guerra coi Barberini, dal 1641 al 1644, che si era tirata in su le braccia a cagione della sua irregolarità nel pagare le usure de' grandiosi suoi debiti, fece ancora più apertamente conoscere la sua imprudenza e la sua poca abilità. Morì il 12 di settembre del 1646, liberando i suoi sudditi dalla fatica che cagiona l'attività quando non è sostenuta dai talenti, e dal pericolo in cui gli strascinava continuamente un principe mediocre che voleva parere uomo grande[286].
[286] _Muratori Ann. ad ann. 1646, t. XI, p. 214. — Gal. Gualdo, p. IV, l. III, p. 88. — Galluzzi, l. VI, c. X, t. VI, p. 75; l. VII, c. V, p. 237._
Il di lui erede, Rannuccio II, non aveva la ferocia di Rannuccio I, nè la presunzione di Odoardo; ma non perciò i Parmigiani furono più felici; perchè dall'indolenza e dalla debolezza del loro padrone si trovarono abbandonati alla prepotenza d'indegni favoriti. Uno di costoro, il marchese Godefroi, primo ministro di Rannuccio II, e ch'era stato suo precettore di lingua francese, nel 1649 lo trasse in una guerra colla corte di Roma, che fece perdere alla casa Farnese gli stati di Castro e di Ronciglione. Godefroi aveva fatto assassinare il vescovo di Castro; ed Innocenzo X, facendo cadere la vendetta di tale attentato sopra gl'innocenti, fece atterrare Castro, non lasciando sussistere tra le ruine di quella città che una colonna con un'iscrizione[287]. In appresso Rannuccio II fece decapitare il suo ministro e confiscarne le sostanze; ma senz'essere perciò in istato di governare da sè medesimo, e senza che i suoi sudditi raccogliessero verun beneficio da questo cambiamento, perchè nuove sanguisughe avevano preso il posto delle antiche. Rannuccio II morì soltanto l'undici dicembre del 1694, quando poteva di già prevedere la vicina estinzione della sua casa. Suo figlio primogenito Odoardo era morto prima di lui, il 5 settembre del 1693, soffocato da soverchia pinguedine, lasciando una figlia, Elisabetta, che fu poi regina di Spagna. Gli altri due figliuoli di Rannuccio II, Francesco ed Antonio, regnarono uno dopo l'altro, ma l'eccessiva loro corpulenza dava motivo di credere che non avrebbero prole[288].
[287] _Muratori Annali ad ann. — Galluzzi, l. VII, c. V, t. VI, p. 237._
[288] _Muratori Ann. ad ann. 1694._
Fra le famiglie sovrane dell'Italia la casa d'Este fu quella che nel diciassettesimo secolo produsse maggior numero di principi amati dai loro popoli; ma i suoi dominj, ridotti ai piccoli stati di Modena e di Reggio, più non le davano quell'importanza che aveva avuto nel precedente secolo. Cesare, che per la sua debolezza aveva perduto il ducato di Ferrara, morì soltanto l'11 dicembre del 1628. Suo figlio primogenito, Alfonso III, non regnò che circa sei mesi. Quest'uomo, temuto pel suo violento e sanguinario carattere, fu così scosso dalla morte di sua moglie, che abbandonò la sovranità il 24 di luglio del 1629, e ritirossi in un convento del Tirolo, ove si fece cappuccino[289].
[289] _Muratori Ann. ad ann. 1629._
Francesco I, che successe a suo padre Alfonso, si acquistò la riputazione di essere uno de' migliori capitani d'Italia, e de' migliori amministratori. In principio del suo regno aveva sposati gl'interessi della monarchia spagnuola, e per essa nel 1635 fece la guerra al duca di Parma, Odoardo Farnese, suo cognato. Per compensarlo di tali servigj nel 1636 l'imperatore gli concesse il piccolo principato di Correggio, che venne incorporato a' suoi stati[290].
[290] _Muratori Ann. ad ann. 1636. — Batt. Nani stor. Ven., l. X, p. 521 ec._
Del 1647 Francesco I passò al partito della Francia, e fece sposare a suo figlio Laura Martinozzi, nipote del cardinale Mazarino, che gli recò in dote grandissime ricchezze; ed egli fu nominato allora generalissimo delle armi francesi in Italia. Fu più volte vittorioso degli Spagnuoli; ma senza che ciò compensasse a' suoi sudditi i guasti cui trovaronsi esposti. Questo principe morì il 14 di ottobre del 1658 in conseguenza d'una malattia contratta nell'assedio di Mortara[291].
[291] _Muratori Ann. ad an. 1657. — Antichità Estensi._
Alfonso IV, che successe a Francesco suo padre, e che morì il 16 luglio del 1662, non fece verun atto degno di ricordanza, tranne il particolare trattato di pace fatto cogli Spagnuoli l'11 marzo del 1659. Il figlio di lui, Francesco II, che fu per una metà del suo regno sotto la reggenza di sua madre, e per l'altra volontariamente subordinato all'autorità di don Cesare, suo fratello naturale, morì il dì 6 settembre del 1694, senza lasciare memoria alcuna del suo debole governo; e Rinaldo, in allora cardinale e secondo figlio di Francesco I, successe a suo nipote. Le disgrazie che gli si apparecchiavano nella guerra della successione della Spagna non ebbero cominciamento che col susseguente secolo[292].
[292] _Muratori Ann. d'Italia. — Ant. Esten._
La casa di Gonzaga, sovrana nel diciassettesimo secolo dei due ducati di Mantova e del Monferrato, accese pel proprio interesse molte guerre che guastarono l'Italia, senza che un solo dei suoi capi siasi meritato nelle sue calamità la stima o la compassione. Vincenzo I, Francesco IV, Ferdinando e Vincenzo II, che occuparono successivamente il trono fino alla morte dell'ultimo, accaduta il 26 dicembre del 1627, furono uomini affatto perduti ne' piaceri e nella dissolutezza, che diedero ai loro sudditi l'esempio d'ogni genere di scandali, e gli oppressero colle più onerose imposte, ora per soddisfare al loro gusto di prodigalità ed al loro fasto, ora per collocare con ruinose doti sul trono imperiale principesse della casa Gonzaga. Vincenzo II morì senza figliuoli, ed il ramo de' Gonzaga, duchi di Nevers, stabilito in Francia, ed in allora rappresentato da Carlo, nipote del duca Federico II, ch'era morto nel 1540, venne chiamato alla successione di Mantova. Quella del Monferrato era un feudo femminino, e doveva passare a Maria, figlia di Francesco IV e di una principessa di Savoja. Ma la stessa notte in cui morì Vincenzo II, Carlo duca di Rethel, figlio di Carlo duca di Nevers, ch'era venuto a Mantova per raccogliere l'eredità di suo cugino, di cui prevedeva il vicino fine, sposò Maria, erede del Monferrato; di modo che l'intera eredità dell'ultimo duca passò nel ramo di Nevers[293].
[293] _Muratori ann. d'Italia ad ann. 1626-1627. — Istor. memor. d'Alessandro Ziliolo, p. III, l. III, p. 83 e segu. — Ist. della repubblica Veneta di Batt. Nani, l. VII, p. 445 e segu. — Le Vassor, Hist. de Louis XIII, t. V, l. XXIV, p. 699._
Questa successione di un principe francese nel centro dell'Italia offese in pari tempo il duca di Savoja Carlo Emmanuele, che non era stato interpellato intorno al matrimonio di sua nipote, e l'imperatore Ferdinando II, da cui non aveva il nuovo duca aspettata l'investitura. Il ducato di Mantova fu invaso da quelle stesse armate imperiali accostumate al saccheggio ed alla ferocia nella lunga guerra contro i protestanti che allora desolava la Germania, e che in appresso fu poi intitolata la guerra de' trent'anni. Mantova fu sorpresa il 18 di luglio del 1630 dal conte di Collalto, Altringer e Gallas, e saccheggiata con orribile crudeltà[294]. Le calamità del Monferrato, sebbene meno appariscenti, furono più lunghe e più dolorose. Fino alla pace dei Pirenei nel 1659, il Monferrato fu costantemente il teatro delle battaglie delle grandi potenze, ed a vicenda saccheggiato dai Francesi, dagli Spagnuoli, dai Savojardi e dai Tedeschi, diviso da ogni trattato fra i diversi principi, e quasi abbandonato dai suoi duchi che sentivano l'impossibilità di difenderlo[295].
[294] _Alessandro Ziliolo, p. III, l. III, p. 119. — Gio. Batt. Nani, l. VII, p. 407. — Schiller, Geschichte des Dreissigjährigen Krieges. — Le Vassor Hist. de Louis XIII, t. VI, l. XXVII, p. 243; l. XXVIII, p. 382. — Vettorio Siri Memor. recondite, t. VI, p. 742 e segu.; t. VII, p. 123 e seguenti._
[295] _Ales. Ziliolo Ist. memor., p. III, l. III. — Gio. Batt. Nani, l. VII e segu. — Murat. Ann. d'Italia._
Il 25 settembre del 1637, Carlo II era succeduto a suo padre Carlo I, e Ferdinando Carlo successe il 15 di settembre del 1665 a suo padre Carlo II, senza che la sorte degli abitanti del Monferrato si rendesse migliore. L'ultimo di questi principi, più dissoluto, più insensibile al disonore, più non curante delle disgrazie de' suoi sudditi che non lo erano stati i suoi predecessori, vendette nel 1681 Casale, la capitale del Monferrato, a Lodovico XIV, per andare a dissipar nei piaceri del carnevale di Venezia il danaro, che mai non bastava alle sue stravaganze. I suoi sudditi di Mantova gemevano sotto il peso di enormi tasse, e quelli del Monferrato si trovavano esposti alle estorsioni de' militari, mentre egli s'aggirava mascherato nelle sale da ballo e ne' postriboli, e non arrossiva di far conoscere i suoi vergognosi piaceri ad un popolo straniero che non aveva bisogno di dissimulare il suo disprezzo, e ad un senato che vietava ai nobili di Venezia perfino d'intrattenersi con lui[296].
[296] _Muratori Ann. d'Italia ad an. 1681, t. XI, p. 354. — Limiers Hist. de Louis XIV, l. IX, t. II, p. 399._
La casa sovrana dei duchi d'Urbino si spense in principio del XVII secolo. Il vecchio duca Francesco Maria della Rovere, che regnava fin dal 1574, avendo veduto nel 1623 morire vittima delle sue dissolutezze l'unico suo figlio il principe Federico, acconsentì ad abdicare nel 1626 la sua sovranità a favore della Chiesa. Sua nipote, Vittoria della Rovere, maritata con Ferdinando II dei Medici, non portò a Ferdinando in eredità che i beni patrimoniali di sua famiglia. Il ducato d'Urbino, riunito alla diretta della santa sede, perdette la sua opulenza, la sua popolazione e tutti i vantaggi che gli aveva saputo procurare la più gentile corte d'Italia; ed il vecchio duca, che morì soltanto nel 1636, ebbe tempo di vedere il decadimento dei paesi che tanto tempo avevano prosperato sotto il dominio della sua famiglia[297].
[297] _Muratori Ann. ad ann. — Galluzzi Stor. di Toscana, l. VI, c. VI, t. V, p. 298 e segu._
Il governo di Lucca, vedendo di non potersi mantenere che nel silenzio, e col farsi dimenticare dalle potenze che avevano in mano i destini dell'Europa, aveva vietato di pubblicare veruna storia nazionale; perciò la repubblica di Lucca non lasciò di sè in questo secolo verun'altra memoria che quella di due piccole guerre contro il duca di Modena nella Garfagnana, cominciate senza motivi nel 1602 e nel 1613, e terminate senza gloria coll'intervento della Spagna[298].
[298] _Muratori Ann. d'Italia._
Nel corso di questo secolo la repubblica di Genova si lasciò strascinare dall'influenza della corte spagnuola in due guerre col duca di Savoja, nel 1624 e 1672. Non era appena terminata la prima, che l'ambasciatore di Savoja risvegliò le sopite fazioni della nobiltà e dell'ordine popolare, e nel 1628 trasse Giulio Cesare Vachero, ricco mercante dell'ordine popolare, in una congiura ordita per rovesciare la costituzione[299].
[299] _Ales. Ziliolo, p. III, l. IV, p. 178. — Ann. di Genova di Fil. Casoni, t. V, l. II, p. 61._
Dopo l'atto di mediazione del 1576, la repubblica di Genova erasi conservata divisa in due fazioni. Comprendeva la prima circa cento settanta famiglie registrate nel libro d'oro, e che avevano il diritto di sedere in consiglio. Parte di queste appartenevano all'antica nobiltà; altre erano state di fresco aggregate all'aristocrazia; e tra queste erano scoppiate le ultime dissensioni calmate dall'atto di mediazione. Ma un secondo ordine nella repubblica era composto delle famiglie non inscritte, tra le quali contavansene allora più di quattrocento cinquanta che possedevano non meno di cinquanta mila fino ai settecento mila scudi, ed erano decorate di prelature, di feudi, di commende e di titoli di contee e di marchesati. Le prime, rese orgogliose dal privilegio di possedere esclusivamente la sovranità, affettavano sommo disprezzo verso le altre, che pure si credevano non da meno di loro. L'atto di mediazione aveva bensì ordinato che ogni anno s'inscrivessero dieci famiglie nuove nel libro d'oro, cioè sette della capitale e tre delle città delle due riviere; ma questa legge veniva quasi sempre delusa, oppure il senato, quand'era forzato a procedere alla scelta, o non ammetteva che celibatarj e persone fuori di speranza d'avere successione, onde non accrescere il numero delle famiglie dominanti, o finalmente soltanto famiglie affatto povere, affinchè queste rimanessero più dipendenti dall'oligarchia[300].
[300] _Aless. Ziliolo Ist. memor., p. III, l. IV, p. 187. — Fil. Casoni Ann. della repub. di Genova, t. V, l. III, p. 136._
Era appunto l'insolenza de' più poveri cittadini inscritti nel libro d'oro, che più vivamente offendeva i ricchi mercanti ed i signori feudatarj esclusi dal governo. Giulio Cesare Vachero, sebbene mercante, aveva adottate le costumanze che di que' tempi risguardavansi come proprie de' gentiluomini: camminava sempre armato ed in abito militare, ed era circondato da sicarj, che spesso adoperava per vendicarsi con assassinj. Parecchi saluti più volte a lui ricusati da persone del governo, parecchi moti, sogghigni derisorj, ed insulti sofferti da sua moglie erano di già stati puniti collo spargimento di molto sangue; ma nuove offese accrescendo sempre il suo risentimento, egli associò alle sue vendette moltissimi ricchi cittadini esclusi dal libro d'oro; moltiplicò il numero de' suoi sicarj; diffuse grandi somme di danaro tra il popolo onde averlo ubbidiente, senza avere bisogno di partecipargli il suo progetto, e risolse di attaccare il palazzo il giorno primo di aprile del 1628, di forzare la guardia tedesca, di gettare giù dai balconi i senatori, di uccidere tutti i cittadini registrati nel libro d'oro, e di riformare la repubblica, della quale egli sarebbe dichiarato doge, sotto la protezione del duca di Savoja. La trama fu scoperta il 30 di marzo da un capitano piemontese cui il Vachero aveva palesato il segreto. La maggior parte de' congiurati ebbe tempo di fuggire; ma vennero arrestati il Vachero ed altri cinque o sei, i quali tutti, dopo una processura che rendeva aperto il loro delitto, furono giustiziati malgrado le rimostranze del duca di Savoja, che si levò affatto la maschera, si dichiarò capo della congiura, e minacciò la repubblica di rappresaglie[301].
[301] _Aless. Ziliolo, p. III, l. IV, p. 188-199. — Casoni Ann., l. III, p. 140._
Un'altra volta la repubblica di Genova richiamò sopra di sè gli sguardi dell'Europa pel barbaro trattamento fattole da Lodovico XIV, il 18 di maggio del 1684, quando questo monarca, senza poter rinfacciare ai Genovesi verun atto d'ostilità, veruna prova di cattiva volontà, niun altro torto finalmente, fuorchè quello d'avere impedito il contrabbando del sale nel proprio territorio, ed armate quattro galere per la propria difesa, mandò in faccia alla città una squadra comandata dal marchese di Seignelay. In tre giorni vi fece piovere quattordici mila bombe; distrusse la metà de' suoi magnifici edificj, ed all'ultimo chiese che lo stesso doge si portasse a Versailles per iscusarsi degl'immaginarj torti della repubblica[302].
[302] _Muratori Ann. ad ann. — Limiers Hist. de Louis XIV, l. IX, t. II, p. 423. — Hist. de la diplom. Françoise, l. IV, p. 83. — Filip. Casoni Ann. di Genova, t. VI, l. VIII, p. 214_. Questi annali di Genova terminano coll'anno 1700, 6 volumi in 8 Gen. 1800.
La repubblica di Venezia rialzossi in questo secolo con nuovo vigore dallo spossamento cui pareva dovesse soggiacere nel precedente secolo; e sola osò mostrarsi premurosa della difesa dell'italiana indipendenza. Abbiamo di già osservato con quanta costanza rispinse gli attacchi di Paolo V, e conservò i diritti della sua sovranità malgrado gl'interdetti e le scomuniche di Roma. In principio del secolo, nel 1601 e 1615, difese collo stesso vigore la sua sovranità sull'Adriatico contro le piraterie degli Uscocchi di Signa, sebbene questi popoli schiavoni, protetti dall'arciduca Ferdinando di Stiria, potessero strascinarla in una guerra con tutta la potente casa d'Austria[303].
[303] _Aless. Ziliolo Ist. memor., p. II, l. I, p. 1. — Laugier Hist. de Venise, t. X, l. XXXIX, p. 331, e t. X, l. XLI, p. 38._
I Veneziani, tratti dalle ostilità loro col papa e colla casa d'Austria, si avvicinarono al partito protestante, poichè di quest'epoca l'Europa era piuttosto divisa dalla religione che dalla politica. Infatti nel 1617 contrassero alleanza cogli Olandesi, mentre che il duca di Savoja loro alleato si assicurò de' soccorsi del maresciallo di Lesdiguieres, capo de' protestanti del mezzodì della Francia. Queste due potenze furono le prime in Italia che osarono cercare appoggio tra gli eretici. Perciò, quando scoppiò la guerra dei trent'anni, i protestanti di Germania si affidarono ai soccorsi di queste due potenze. Il conte di Thurn, Bethlem Gabor, il conte di Mansfeld e Ragotzi ricevettero più volte dal senato danaro e munizioni, senza che questi venisse giammai ad aperte ostilità colla casa d'Austria[304].
[304] _Schiller, Dreissigjährige Krieg, B. I._
I duchi d'Ossuna e di Toledo, orgogliosi vicerè spagnuoli che allora governavano il regno di Napoli ed il ducato di Milano con una quasi assoluta indipendenza, risguardarono la repubblica di Venezia come una nemica che si doveva distruggere. Impiegarono alternativamente contro di lei la forza aperta ed i tradimenti, e d'accordo col marchese di Bedmar, ambasciatore di Spagna a Venezia, ordirono nel 1618 una congiura, che pareva piuttosto diretta all'intera ruina della città, che alla sovversione del suo governo: i principali colpevoli furono puniti, ma il senato, temendo il risentimento della corte di Spagna, non osò rendere pubbliche queste processure, o apertamente accusare i veri instigatori de' congiurati[305].
[305] _Gio. Batt. Nani Ist. Ven., l. III, p. 156. — Le Vassor, Hist. de Louis XIII, t. III, l. XII, p. 193. — L'abbé de saint Réal Hist. de conjurat. de Bedmar. — Vettor Sandi stor. civ., p. III, l. XI, c. XI, § II, p. 995. — Vett. Siri Mem. recondite, t. IV, p. 447 e segu. — Laugier Hist. de Venise, l. XLI, p. 107._
Conoscendo tuttociò che temere dovevano dall'ambizione e dalla nimicizia della casa d'Austria, i Veneziani si aombrarono vedendo nel 1619 gli Spagnuoli tentare di assicurarsi una comunicazione colla Germania per via delle fortezze che fabbricavano nella Valtellina, sotto colore di proteggere i cattolici di quella provincia contro i Grigioni protestanti, loro sovrani. I Veneziani si collegarono coi Grigioni; sollecitarono l'intervento della Francia, e persuasero il cardinale di Richelieu a secondarli. La pace che fissò la sorte della Valtellina si conchiuse il 6 marzo del 1626; ma per la lentezza e per gli artificj degli Spagnuoli, i Grigioni non riebbero il possedimento della sovranità di quella provincia che nel 1637, guarentendo il mantenimento della cattolica religione[306].
[306] _Gio. Batt. Nani, l. IV, p. 170, 203 e segu. — Aless. Zilioli Hist. memor., p. II, l. VII, p. 173. — Le Vassor Hist. de Louis XIII, l. XXIII, p. 367. — Vett. Siri Mem. recondite, t. VI, p. 92 e segu. — Laugier Hist. de Venise, t. XI, l. XLII, p. 139._