Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 16 (of 16)

Part 15

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Ma nello stesso secolo venne scossa in Sicilia l'autorità spagnuola da un'altra sollevazione, dalla quale potevano aspettarsi più serie conseguenze, perchè gl'insorgenti trovavansi spalleggiati da Lodovico XIV, in allora giunto al più elevato grado della sua possanza. Tale insurrezione scoppiò in Messina in agosto del 1674. Sola di tutte le città della Sicilia Messina era di que' tempi governata, piuttosto come repubblica che come municipio, da un senato scelto in città, di cui il governatore spagnuolo altro non era che il presidente con limitatissima autorità. La libertà aveva conservata a Messina una prosperità sconosciuta in tutti gli altri regni di casa d'Austria. La città contava sessanta mila abitanti; il commercio vi aveva adunate grandissime ricchezze; le arti, le manifatture, l'agricoltura venivano egualmente incoraggiate; ma gli Spagnuoli risguardavano tanta prosperità come un pericoloso esempio per le vicine città, alle quali la vista di cotale prosperità poteva far desiderare i privilegj che avevano da gran tempo perduti. Altronde i governatori hanno tutti la stessa avversione per quei diritti che autorizzano i loro amministrati a resistere loro, e sono sempre solleciti di sopprimerli. Don Diego Soria, governatore di Messina, oppressava la città con nuove gabelle, sprezzava apertamente i diritti del senato, e cadde pure in sospetto d'aver voluto far perire tutti i senatori un giorno che li fece arrestare nel proprio palazzo. Questo forse malfondato timore fece scoppiare l'insurrezione. Gli Spagnuoli, scacciati dalla città, si ripararono nelle quattro fortezze che la circondano. Alcuni deputati spediti al duca d'Etrèe, ambasciatore in Roma di Lodovico XIV, gli offrirono pel suo re il possedimento di Messina, e con essa la sovranità della Sicilia. Tale offerta fu dall'ambasciatore avidamente accettata ed in appresso dalla sua corte. Lodovico XIV venne in Messina proclamato re di Sicilia; ed il commendatore Alfonso di Valbella si recò con sei navi da guerra a prendere possesso di quella città[266].

[266] _Muratori An. d'Italia ad an. 1674, t. XI, p. 324. — Limiers Hist. de Louis XIV, l. VII, t. II, p. 276. — Giannone, l. XXXIX, c. III, p. 609. — Lahode Hist. de Louis XIV, t. III, l. XXXV, p. 516._

Nel susseguente anno il duca di Vivonne, ed in appresso il signore di Quesne intrapresero la conquista delle altre città della Sicilia, e la difesa di quelle che di già erano dai Francesi possedute. Accanite zuffe ebbero luogo tra i Messinesi e gli Spagnuoli, tra i Francesi e gli Olandesi alleati della corte di Spagna. Fu appunto nella più sanguinosa di tali battaglie che il valoroso ammiraglio Olandese Ruyter fu mortalmente ferito il 22 aprile del 1676[267].

[267] _Muratori An. d'Italia ad an. 1674, 1675, 1676. — Limiers Hist. de Louis XIV, l. VII, t. II, p. 299-308 e segu. — Abregé de l'Hist. de la Hollande, c. XIV, p. 890, t. III. — Lahode Hist. de Louis XIV, t. IV, l. XXXVII, p. 41._

Però Lodovico XIV aveva perduta la speranza di occupare tutta intera la Sicilia; e quando si aprirono in Nimega le conferenze per la pace, conobbe bentosto che una delle condizioni, cui sarebbe forzato di accettare, sarebbe l'evacuazione di Messina. Facendo di cotale cessione un articolo del trattato, avrebbe potuto facilmente ottenere un'amnistia per coloro che l'avevano servito, e fors'anco la ratifica degli antichi loro privilegj; ma parvegli che il proprio orgoglio avrebbe meno sofferto evacuando spontaneamente la città, senza condizione, senza esservi forzato, e come una semplice operazione militare. Prima del 17 di settembre del 1678, giorno in cui fu sottoscritta la pace di Nimega colla Spagna, Lodovico XIV mandò ordine al maresciallo de la Feuillade, che aveva il comando di Messina, di rassegnare la guardia della città agli abitanti, e di partire immediatamente con tutti i Francesi. Il senato ricevette questo crudele avviso, allorchè quasi tutti i Francesi erano di già imbarcati; desso supplicò la Feuillade di sospendere la sua partenza almeno pochi giorni, poichè non gli sovrastava verun pericolo, e di accordare in tale maniera agli sventurati Messinesi il tempo d'imbarcarsi con lui, onde sottrarsi ai carnefici della Spagna; per somma grazia non potè ottenere dal maresciallo che quattr'ore di ritardo. In così breve spazio di tempo si rifugiarono sulla flotta francese sette mila persone, ma con tanto precipizio che tutte le famiglie si trovarono separate, e che in questa scena di spavento non vi fu una sola madre di famiglia che non perdesse lo sposo, il fratello, o taluno de' suoi figliuoli, non un fuggiasco che potesse seco trasportare soltanto tutto il suo effettivo danaro, o i suoi più preziosi effetti. Bentosto, il maresciallo, temendo che la sua flotta non fosse troppo carica, fece spiegare le vele, mentre due mila persone gli tendevano ancora dalla riva le braccia, e chiedevano ad alte grida di essere ricevuti a bordo.

Pur troppo giusto era lo spavento di quegli sciagurati. Il vicerè don Vincenzo Gonzaga pubblicò, gli è il vero, un'amnistia quando entrò in Messina, ma la corte di Madrid non tardò ad annullarla. Vennero confiscati tutti i beni de' fuorusciti; la città fu privata di tutti i suoi privilegj, e vi s'innalzarono monumenti ond'eternare la memoria del suo gastigo; furono banditi tutti coloro che avevano avuto qualche impiego sotto i Francesi, e condannati a morte quelli che avevano presa una parte più attiva nella ribellione. Di sessanta mila abitanti che popolavano quella città, appena ne rimasero undici mila; e questa misera città non potè mai più rifarsi da tanto infortunio[268].

[268] _Muratori Ann. d'Italia ad an. 1678, t. XI, p. 341. — Giannone Ist. civile, l. XXXIX, c. IV, p. 623._

Dall'altro canto coloro, che dopo essersi sagrificati per la Francia, confidavano nella riconoscenza di Lodovico, e che il maresciallo de la Feuillade aveva condotti sulla sua flotta, vennero ripartiti in varie città della Francia e mantenuti a spese del re per un anno e mezzo; ma questi improvvisamente ordinò loro sotto pena della vita di uscire dal suo regno, e li privò d'ogni sussidio. Si videro allora uomini d'illustri natali, che fin allora avevano vissuto nell'opulenza, ridotti alla mendicità, ed altri riuniti in bande farsi assassini di strada. Mille cinquecento de' più disperati passarono in Turchia, ove abjurarono la fede, non volendo altri compagni che coloro, i quali abborrivano com'essi tutti i principi cristiani. Per ultimo soli cinquecento ottennero passaporti dagli ambasciatori spagnuoli per rientrare in patria; ma il nuovo vicerè di Sicilia, il marchese de las Navas, gli fece imprigionare di mano in mano che arrivavano; e tutti, ad eccezione di quattro, furono condannati o alla forca o alle galere[269].

[269] _Muratori An. d'Italia ad an. 1678. — Lahode Hist. de Louis XIV, l. XXXIX, t. IV, p. 169._

Gli altri stati d'Italia furono ben lontani dal provare in questo secolo rivoluzioni di tanta importanza. Di tredici papi, che successivamente occuparono la cattedra di san Pietro, da Clemente VIII a Clemente XI, tre soltanto richiamano l'attenzione dello storico sul loro regno per avvenimenti di qualche importanza. Paolo V, dal 1605 al 1621, per le sue contese colla repubblica di Venezia; Urbano VIII, dal 1623 al 1644, per la guerra de' Barberini; ed Alessandro VII, dal 1655 al 1677, per gli oltraggi ricevuti da Lodovico XIV.

Paolo V, conosciuto prima sotto il nome di cardinale Camillo Borghese, godeva somma riputazione per l'integrità de' suoi costumi, pel suo zelo per la religione, ed in particolare pel suo grande attaccamento alle immunità ecclesiastiche, le quali fino nel primo anno del suo regno si credette chiamato a difendere, perchè il consiglio del dieci aveva, in Venezia, fatti imprigionare un canonico di Vicenza, ed un abbate di Nervesa, accusati di enormi delitti, e perchè in tale occasione la repubblica aveva pure richiamata in vigore un'antica legge che vietava agli ecclesiastici l'acquisto di nuovi stabili. Paolo V intimò al doge di Venezia, sotto pena di scomunica, di dare in mano al nunzio Mattei i due prigionieri ecclesiastici e di rivocare una legge che sembravagli contraria ai diritti della Chiesa. Paolo V era persuaso che niun sovrano oserebbe resistere all'autorità pontificia; lo zelo religioso era stato riscaldato dai papi allevati nei tribunali dell'inquisizione che si erano succeduti in sul declinare del precedente secolo, dal fanatismo di Filippo II, dalla riforma del concilio di Trento, e dalla violenza delle guerre di religione di fresco terminate in Francia, e non ancora spente in Fiandra. La fermezza della repubblica di Venezia gli recò non poco stupore, e forse fu cagione che non procedesse a nuove usurpazioni. Piuttosto che cedere, i Veneziani incorsero la scomunica e l'interdetto contro di loro fulminati il 17 aprile del 1606. Ordinarono, sotto pena della vita, a tutti i preti e monaci dello stato di risguardare come non avvenuto quest'interdetto, e di continuare la celebrazione de' divini ufficj. I Gesuiti, i Teatini ed i Cappuccini, avendo ricusato di ubbidire, furono costretti ad uscire dal territorio della repubblica, ed i primi non vi furono nuovamente ricevuti che nel 1657. Paolo V, non volendo cedere, cominciò a fare leva di truppe per ispalleggiare colle armi i suoi decreti. I Veneziani fecero lo stesso, e chiesero l'assistenza del re di Francia, loro alleato. Questi (Enrico IV) s'interpose con zelo per terminare una lite che poteva risvegliare una guerra generale. Spedì il cardinale di Giojosa a Venezia, indi a Roma per trattare; ed appoggiò così bene la fermezza del senato di Venezia, che la repubblica, nell'accomodamento conchiuso in Venezia, il 21 aprile del 1607, nè rinunciò al diritto di tradurre gli ecclesiastici innanzi ai tribunali secolari, nè alla legge che proibiva loro l'acquisto di beni stabili, e soltanto consegnò al cardinale di Giojosa i due ecclesiastici ch'erano stati imprigionati, dichiarando di farlo solo per deferenza verso il re di Francia[270].

[270] _Muratori An. ad an. 1605, 1606, 1607. — Hist. de la diplomatie Française 4 periode, l. II, t. II, p. 243-250. — Galluzzi storia di Toscana, l. V, c. XI, t. V, p. 79. — Laugier Hist. de Venise, t. X, l. XXXIX e XL, p. 350 e segu._

Durante il suo lungo papato Paolo V arricchì a dismisura i suoi nipoti; una ragguardevole parte dell'_Agro Romano_ fu data ai Borghesi: e que' vastissimi poderi, di mano in mano ch'erano posseduti da più ricchi proprietarj, vedevano scemare il numero de' loro abitanti. I Borghesi troppo ricchi per non dissipare con principesco lusso l'entrate loro procurate dallo zio, non lo erano bastantemente per far coltivare la provincia che possedevano, e che rimaneva perciò destinata al pascolo.

Il cardinale Maffeo Barberini, innalzato alla santa sede il 6 d'agosto del 1623, sotto il nome di Urbano VIII, fu ancora più prodigo dei beni della chiesa verso i suoi nipoti. Nel periodo di ventun anni di regno, loro abbandonò tutta la direzione degli affari della chiesa, e fece loro avere più di cinquecento mila scudi d'entrata. Ma i Barberini non si appagavano delle ricchezze; volevano approfittare del loro predominio sullo spirito dello zio pressocchè rimbambito per acquistare i ducati di Castro e di Ronciglione, feudi di casa Farnese, posti tra Roma e la Toscana[271].

[271] _Ist. del conte Gualdo Priorato, p. III, l. II, p. 84. — Michel le Vassor Hist. de Louis XIII, t. X, l. XLVIII, 2me part., p. 117, seconde édit._

Di quest'epoca que' due ducati, siccome ancora quelli di Parma e di Piacenza, erano governati da Odoardo Farnese nipote di Alessandro, l'illustre rivale di Enrico IV. Credeva Odoardo di essere per ereditario diritto un eroe ed un valente generale. Avendo contratti in Roma gravissimi debiti, di cui non pagava le usure, aveva dato al governo pontificio un plausibile pretesto per ordinare l'apprensione de' suoi feudi e per proporgli in seguito un trattato di vendita o di permuta; ma alle pretese dei Barberini egli oppose un'alterigia eguale alla loro, e non volle sapere di convenzioni. In tale occasione scoppiò una guerra tra la chiesa ed il duca di Parma nel 1641: e fu questa la sola in tutto questo secolo che avesse origine italiana. Tutte le altre guerre, che durante questo periodo insanguinarono il suolo della penisola, erano state provocate da oltremontani interessi. Il duca di Modena, il gran duca di Toscana, e la repubblica di Venezia presero parte in questa guerra come alleati di Odoardo Farnese; fu guastato molto paese, e ruinate le finanze della chiesa e del ducato di Parma; ma non pertanto questa guerra fu ancora più ridicola che pregiudicevole ai combattenti. Taddeo Barberini, prefetto di Roma e generale della chiesa, che aveva adunati nel Bolognese diciotto in ventimila uomini, fuggì colla sua armata, che interamente si disperse alla sola notizia dell'avvicinamento del Farnese, sebbene si sapesse che questa non aveva più di tre mila cavalli. Ma lo stesso Odoardo per la sua instabilità, per una presontuosa ignoranza, e per una inconsiderata prodigalità, perdette tutto il vantaggio che gli avevano dato la viltà de' suoi nemici e la cooperazione de' suoi alleati. Perciò dovette riputarsi felice che, colla pace sottoscritta in Venezia il 31 maggio del 1644, si rimettessero le parti belligeranti nello stato in cui si trovavano prima della guerra[272].

[272] _Muratori Ann. 1641 e segu. — Ist. del conte Gualdo Priorato, p. III, l. VIII, p. 316. — Ist. della repub. Veneta di Battista Nani, l. XII, p. 553-744, ediz. in 4.º ven. 1663. — Galluzzi stor. di Toscana, l. VII, c. II, e III, t. VI, p. 137 e segu._

Nel diciassettesimo secolo i papi più non avevano sullo stato politico dell'Europa quell'influenza che i loro predecessori avevano esercitata nel sedicesimo. I Borboni non avevano loro mostrata giammai la medesima deferenza che i monarchi spagnuoli. Pure dovevano i papi risguardarsi per lo meno come sovrani ne' loro stati, ed in potere in tale qualità di amministrare liberamente la giustizia nella propria capitale. Lodovico XIV parve disposto a contrastare ad Alessandro VII tale prerogativa, mantenendo, sotto nome di franchigia, la protezione che il suo ambasciatore accordava agli abitanti di tutto un quartiere di Roma, contro la giustizia papale. La disputa intorno alle franchigie, cominciata nel 1660 e rinnovata nel 1662, spinse agli estremi i Corsici della guardia del papa, i quali, dopo essere stati malmenati dai servitori dell'ambasciata francese, vennero in corpo ad insultare ed attaccare il duca di Crequì, ambasciatore di Francia. Per vendicarlo, Lodovico XIV rinviò il nunzio pontificio, occupò Avignone ed il contado Venosino, ed apparecchiò un'armata per attaccare Alessandro VII nella sua stessa capitale. In pari tempo chiese con alterigia una pubblica soddisfazione; e l'ottenne col trattato di Pisa del 12 febbrajo del 1664, avendo il papa ed i suoi nipoti accondisceso alle più umilianti condizioni[273].

[273] _Hist. de la dipl. Française cinq. période, l. I, t. III, p. 301-314. — Muratori ad an. 1666, 1664. — Limiers Hist. de Louis XIV, l. V, t. II, p. 38. — Galluzzi Storia del gran ducato, l. VII, c. VIII, t. VI, p. 308._

La disputa delle franchigie si rinnovò con maggiore acerbità sotto Innocenzo XI. Avendo egli ottenuto dagli altri ambasciatori d'Europa l'abolizione delle loro franchigie, volle approfittare della morte del duca d'Etrès, accaduta in Roma il 30 gennajo del 1687, per abolire, prima che il re gli desse un successore, quelle di cui aveva goduto come ambasciatore di Francia: Lodovico XIV non volle acconsentirvi, e destinò ambasciatore presso la corte di Roma il marchese di Lavardino, colà mandandolo con una guardia di ottocento spadaccini per minacciare il papa perfino nella sua capitale. Costoro si afforzarono nel palazzo di Francia; e difesero le franchigie dell'ambasciatore francese colle armi, non solo villanamente mancando al rispetto dovuto dal re al capo della sua chiesa, ma perfino ai riguardi che il più potente monarca avrebbe dovuto mostrare verso il più piccolo sovrano. L'affare delle franchigie non ebbe fine che nel 1693 sotto il papato d'Innocenzo XII, nella quale epoca Lodovico fu contento di desistere da un preteso diritto che manteneva l'anarchia, e favoreggiava il delitto negli stati del capo della cattolica religione[274].

[274] _Hist. de la diplom. Franç., cinqu. période, l. V, t. IV, p. 94-106. — Limiers Hist. de Louis XIV, t. II, l. X, p. 469. — Muratori ad an. 1687, t. XI, p. 374 e segu. — Galluzzi storia del gran ducato, l. VIII, c. V, t. VII, p. 108._

Gli stati della Savoja e del Piemonte furono successivamente governati, in questo secolo, da cinque duchi, tre de' quali si resero illustri pel loro singolare ingegno. Pure questa casa, che nel susseguente secolo doveva acquistare tanta preponderanza in Italia, a stento potè in questo conservare quello stato di potenza cui era giunta ne' primi anni del medesimo. Se i suoi confini si mantennero press'a poco gli stessi, se le sue fortezze crebbero di numero e d'importanza, i suoi sudditi vennero crudelmente ruinati dalle guerre che si trattarono continuamente nel loro paese.

Carlo Emmanuele I, che in sul cominciare del secolo, regnava già da venti anni in Torino, e che morì soltanto il 26 di luglio del 1630, alle qualità che formano il grande capitano univa i talenti del sommo politico, ond'era risguardato come il più illustre principe d'Italia; ma la sua insaziabile ambizione, gl'intrighi, la mala fede dovevano finalmente inimicarlo con tutti i suoi vicini. Aveva a vicenda cercato di occupare Ginevra, l'isola di Cipro, Genova ed il Monferrato; ma non si era ristretto a muovere guerra soltanto a piccoli stati, aveva pure alternativamente attaccate la Francia e la Spagna, ed attirate nei suoi stati le armate di quelle grandi potenze; onde quando egli venne a morte, le sue migliori città si trovavano in potere de' suoi vicini[275].

[275] _Istorie memorabili de' nostri tempi di Ales. Zilio, p. I, l. I; Ivi, l. X, p. III, l. III. — Guichenon Hist. généal. de la Maison de Savoje, p. 345-444. — Muratori ad ann. — Le Vassor Hist. de Louis XIII, t. IV, l. XXVIII, p. 364._

Vittorio Amedeo, figliuolo di Carlo Emmanuele I, che aveva sposata Cristina di Francia, figlia d'Enrico IV, non fu meno valoroso, nè meno accorto di suo padre; ma più leale nella sua politica, e più costante nelle sue amicizie, non si attaccò che alla Francia. Ne' sette anni di continua guerra ch'egli sostenne, durante il breve suo regno, contro gli Spagnuoli, padroni del Milanese, non potè ricuperare che una parte di ciò che aveva perduto suo padre. La sua morte accaduta il 7 ottobre del 1637, riuscì fatale alla casa di Savoja; la sua vedova Cristina fu dichiarata tutrice de' figli, il maggiore de' quali, Francesco Giacinto, morì il 4 d'ottobre del 1638, ed il secondo, Carlo Emmanuele II, non aveva che quattro anni quando successe alla corona. Ma due fratelli di Vittorio Amedeo, il cardinale Maurizio ed il principe Tommaso, fondatore del ramo di Savoja Carignano, vedevano con estremo rincrescimento la reggenza in mano di una donna forestiera, che a parer loro non conosceva i veri interessi, nè la politica della loro casa. Contrastarono a Cristina l'autorità, e gli stati di Savoja trovaronsi avviluppati in lunghe guerre civili, per le quali Cristina implorò i soccorsi della Francia, ed i cognati di lei quelli della Spagna. Questi alleati posero a carissimo prezzo i loro sussidj: Cristina provò tutto l'orgoglio ed il despotismo del cardinale di Richelieu, i principi non soffrirono meno per la mala fede degli Spagnuoli, ed i popoli per lo spazio di oltre vent'anni furono tormentati dai Francesi e dagli Spagnuoli[276].

[276] _Gal. Gualdo Priorato, p. II, l. V, p. 131, e segu. — Muratori ad ann. — Guichenon Hist. généal. de la Maison de Savoje, t. III, p. 5, 46, 54._ — La storia di Guichenon termina nel 1660 verso la metà del regno di Carlo Emmanuele II. — _Le Vassor Hist. de Louis XIII, t. IX, l. XLII e XLIII._

Carlo Emmanuele II, anche dopo uscito di tutela, non illustrò in verun modo il suo regno; e dopo la sua morte, accaduta il 12 giugno del 1675, i suoi stati sperimentarono nuovamente le disgrazie di un'altra minorità. Suo figlio Vittorio Amedeo aveva allora soltanto nove anni: ad ogni modo la reggenza della madre di lui, Giovanna Maria di Nemours, non fu così torbida come quella di Cristina. Vittorio Amedeo II, quando entrò negli affari, diede prove di somma abilità. Il 4 giugno del 1690 si associò alla lega della Spagna, dell'Inghilterra e dell'Olanda per contenere l'ambizione di Lodovico XIV. Abbandonò questo partito il 29 d'agosto del 1696 per entrare nell'alleanza del re di Francia; ed in tale circostanza si mostrò più pieghevole ed accorto che leale: cogli stessi artificj destramente adoperandosi tra rivali di lui più potenti assai, innalzò nel susseguente secolo la sua casa ad un più elevato grado, che prima non teneva, tra quelle de' principi d'Europa[277].

[277] _Limiers Histoire de Louis XIV, l. X, p. 523; l. XI, t. II. — Muratori Ann. ad ann._

La Toscana, che ne' precedenti secoli ebbe così gran parte nella storia d'Italia, si fece appena osservare nel diciassettesimo. Il gran duca Ferdinando I regnava tuttavia in Firenze nel principio del secolo, che morì il 7 febbrajo del 1609. Dagli antichi Medici egli aveva ereditato quella considerazione pel commercio che gli altri principi italiani non sapevano apprezzare; cercò d'inspirare ai Toscani il gusto delle spedizioni marittime, cui non sono naturalmente inclinati; cambiò la fortezza di Livorno in città, abbellì il suo porto con magnifici lavori, e gli accordò quelle esenzioni che vi richiamarono quasi tutto il commercio di cabotaggio del Mediterraneo[278]. Nello stesso tempo incoraggiò i cavalieri dell'ordine di santo Stefano ad armare in corso contro i Barbareschi. Nel 1607 sei galere tentarono di sorprendere Famagosta, e saccheggiarono Ippona nel susseguente anno[279]. Cosimo II, figlio e successore di Ferdinando I, si mostrò ancora più zelante del padre per la gloria della marina toscana; e sebbene la sua mal ferma salute e la povertà dell'ingegno non gli consentissero di parteciparvi personalmente, niuno fu di lui più appassionato per la gloria militare. Nel breve suo regno di dodici anni l'ordine di santo Stefano, in sull'esempio di quello di Malta, intraprese ogni anno qualche spedizione contro i Barbareschi[280]; ma Cosimo II morì il 28 febbrajo del 1621; e Ferdinando II, suo figliuolo, essendo ancora fanciullo, tennero la reggenza la madre e l'ava[281].

[278] I primi fondamenti della nuova città di Livorno erano stati gettati dal gran duca Francesco I, il 28 marzo del 1577, ma in appresso da lui trascurati. _Galluzzi stor. del gran ducato, l. IV, c. II, p. 208, t. III._

[279] _Ivi, l. V, c. XI, t. V, p. 82. — Murat. Annali ad ann._

[280] Gabriello Chiabrera Savonese, celebrò colle sue odi i trionfi delle galere toscane, come Pindaro i vincitori de' giuochi olimpici; e se non raggiunse il suo immenso esemplare, fu almeno dopo Orazio, il suo più illustre imitatore. _N. d. T._

[281] _Galluzzi stor. del gran ducato, l. VI, c. I al c. V, t. V, p. 157._

Il lungo regno di Ferdinando II, che morì soltanto il 23 maggio del 1670, portò tutto intero il carattere delle donne che lo avevano educato; fu dolce, pacifico debole. Questo principe fu buono e non privo di talenti; ma un languore mortale si stendeva su tutte le parti dell'amministrazione; e sotto il suo regno ebbe cominciamento quell'universale apatia, che successe all'antica attività de' Toscani. Per altro la corte di Ferdinando II venne illustrata da uno zelo glorioso per le scienze naturali: le proteggeva caldamente suo fratello il cardinale Leopoldo de' Medici; e sotto i di lui auspicj nel 1657 fu fondata l'accademia del _Cimento_, la quale fece le sue più belle sperienze a spese de' Medici[282].