Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 16 (of 16)

Part 14

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S'egli cercava onori per sottrarsi ai dispiaceri che trovava nella propria casa, si vedeva ad ogni istante mortificato da tutte le vanità gelose della sua; se voleva mettersi in sulla strada de' pubblici impieghi, non poteva avanzarsi che colle arti dell'intrigo, coll'adulazione e colla bassezza; e se aveva delle processure, le sue ragioni venivano compromesse dalle interminabili lentezze del foro, o sagrificate dalla venalità de' giudici; se aveva nemici, i suoi beni, la libertà, la vita, erano in balìa di segreti delatori, di arbitrarj tribunali. Non amando che sè medesimo, non trovava in sè medesimo che pene e cure. Per sottrarsi ai suoi dispiaceri era in certo qual modo costretto a seguire l'universale tendenza della sua nazione verso i piaceri sensuali, ed abbandonandovisi, apparecchiavasi ancora in mezzo a questi nuove pene e nuovi tormenti.

Tale era nel diciassettesimo secolo la situazione di quasi tutti i sudditi italiani; ed in tal guisa tra le feste ed i divagamenti della vita, la sventura li raggiugneva in ogni luogo senza lasciare veruna traccia nella storia. Rispetto agli avvenimenti del secolo di cui lo storico vuole farsi carico, ove si confronti col precedente, vi si troveranno per avventura minori calamità generali e più umiliazioni, un minor numero di quei patimenti violenti e rapidi che sembrano esaurire le forze della natura umana, ma altrettanta miseria e maggiore avvilimento.

Carlo V aveva unita l'Italia alla monarchia spagnuola. Filippo II nel lungo suo regno l'aveva mantenuta in una stretta dipendenza; e sebbene tutti gli stati che gli erano subordinati avessero cominciato a deperire nell'istante in cui erano passati in suo potere, pareva che sotto di lui la monarchia spagnuola andasse riparando con esterne conquiste la perdita delle interne sue forze. Invano l'oppressione aveva spinti alla ribellione i Mori di Granata e gli Olandesi ne' Paesi bassi; invano l'Oceano aveva inghiottite le formidabili flotte di Filippo; invano la Francia e l'Olanda erano lorde del sangue de' suoi soldati; invano il sempre crescente disordine delle sue finanze l'aveva ridotto a fare un ignominioso fallimento; ad onta di tutto ciò quando venne a morte il 13 di settembre del 1598 era tuttavia il più formidabile monarca d'Europa. Non eravi sovrano che ardisse tentare con lui la sorte delle armi, e niuno stato poteva conservare a lui vicino la propria indipendenza. Il diciassettesimo secolo vide regnare tre principi della linea austriaca di Spagna, successori di Filippo. Suo figlio Filippo III morì il 31 marzo del 1621; Filippo IV, suo nipote, mancò il 7 settembre del 1665; e suo pronipote Carlo II morì il primo di novembre del 1700. La crescente incapacità di questi tre sovrani, la debole loro pusillanimità, e l'imprudenza de' loro favoriti e de' loro primi ministri, affrettarono il decadimento della monarchia spagnuola, e fecero che il disprezzo sottentrasse allo spavento che aveva inspirato.

Pure questo decadimento della monarchia spagnuola non somministrò all'Italia i mezzi di spezzare le sue catene. I tentativi fatti dalle province suddite del re di Spagna furono mal combinati e mal diretti, e non ottennero che una più crudele oppressione: rispetto ai piccoli sovrani che si erano posti sotto la protezione della Spagna, più non avevano bastante energia per desiderare maggiore libertà. Talvolta pendevano incerti tra questo giogo e quello della Francia; si avvicinavano momentaneamente a Lodovico XIV, di cui conoscevano l'ascendente; ma bentosto non sentendosi appoggiati da bastante buona fede, ricadevano nelle antiche loro abitudini, e non volevano, per la speranza di lontano ajuto, esporsi all'inimicizia de' loro prossimi vicini.

L'autorità di Filippo III sopra l'Italia non fu turbata dalla rivalità del re di Francia. Vero è che durante parte del suo regno ebbe per antagonista il grande Enrico; ma questo principe, che voleva rialzare i suoi stati dallo spossamento cui gli avevano ridotti le guerre civili, evitò le battaglie, e si chiuse in certo qual modo l'ingresso dell'Italia. La reggenza tutt'affatto austriaca di Maria de' Medici più non diede alla Spagna motivo d'inquietudine. Filippo IV, più debole che suo padre, ebbe più formidabili antagonisti. I due ministri Richelieu e Mazarino, durante tutta la loro amministrazione, altro scopo non si proposero che l'abbassamento della casa d'Austria. Cominciando dal 1621, in cui Richelieu prese a proteggere contro gli Spagnuoli i diritti de' Grigioni protestanti sopra la Valtellina, fino alla pace de' Pirenei del 7 di novembre del 1659, la Spagna e la Francia furono quasi sempre in guerra: ma la Francia non aveva in allora nè un re che sapesse mettersi alla testa delle armate, nè ministri guerrieri; onde non si lasciò allettare da lontane spedizioni. Non perciò fu meno prodiga di sangue e di tesori che in tempo dei più gloriosi regni di Lodovico XII e di Francesco I: ma le sue armi in Italia quasi non oltrepassarono i confini della Valtellina e del Piemonte. Per vero dire i principali suoi sforzi venivano diretti contro la Fiandra e la Germania, ma non devesi perciò meno notare quale proprio carattere di tutte le guerre dirette dai due cardinali, che lo scopo loro fu piuttosto la devastazione che la conquista, e che ruinavano la Spagna senza riuscire utili alla Francia.

Il terzo periodo stendesi dalla pace de' Pirenei fino alla guerra della successione di Spagna, e corrisponde al regno di Carlo II, siccome agli anni più gloriosi di quello di Lodovico XIV. In questo tempo gli ultimi monarchi austriaci di Madrid, tutta sentendo la propria debolezza, cercavano ad ogni prezzo di schivare la guerra, mentre che il Francese, credendo di non potere acquistare gloria che colle armi, avidamente coglieva tutte le occasioni di attaccare i suoi vicini, senza perdere tempo a pesare la giustizia o l'apparente validità dei pretesti che egli impiegava. Nè Lodovico XIV, nè veruno de' suoi consiglieri, hanno potuto credere ben fondati i titoli della regina madre reggente di Francia a dividere la successione di Filippo IV. Altro vero motivo non aveva la guerra che il sentimento della forza opposta alla debolezza, ed i manifesti altro non erano che una grossolana ipocrisia, che sarebbe stato meglio di risparmiare. Non pertanto in questo periodo, che costò tanto sangue all'umanità, l'Italia fu meno che il rimanente dell'Europa il teatro della guerra generale. Le armi francesi quasi non la visitarono che allorquando la vanità di Lodovico XIV compiacquesi nel 1662 di umiliare papa Alessandro VII, in occasione del preteso insulto fatto dai Corsi al suo ambasciatore, e quando nel 1684 desolò la repubblica di Genova con un barbaro bombardamento. Altronde i piccoli principi, imbarazzati dalla libertà che loro rendeva l'indebolimento della Spagna, si volsero verso l'imperatore per deferirgli il loro vassallaggio, ed essere spalleggiati dalla sua protezione; quantunque Leopoldo I, che salì sul trono imperiale nel 1658, e che vi si tenne fino al 1705, non si facesse in Italia conoscere che colle vessazioni e colla rapacità dei suoi generali.

Il ducato di Milano ed i regni di Napoli, di Sicilia e di Sardegna, rimasero tutto il diciassettesimo secolo sotto il dominio degli Spagnuoli. Non avendo il ducato di Milano in questo spazio di tempo manifestate nè una volontà nazionale, nè una risoluzione che gli appartenesse, desso, non altrimenti che le altre province della vasta monarchia austriaca, non può essere argomento di separata istoria; desso soffrì come le altre il fasto e l'impero del duca di Lerma, del conte duca d'Olivarès, di don Luigi di Haro, i quali, essendo primi ministri e favoriti, dispoticamente governavano il re ed il regno; soffrì ancora più delle altre province, perchè la guerra tra la Francia e la casa d'Austria, avendo in tutto il secolo avuto per oggetto, in Italia il possedimento del Piemonte, del Monferrato, della Valtellina e del ducato di Mantova, mai non si allontanò dai confini del Milanese. Pure questa guerra si trattò, se non con minore crudeltà, almeno con minore attività che non si trattarono quelle del precedente secolo; ed i suoi guasti, come i giornalieri errori del governo, non bastarono a controbilanciare la maravigliosa fertilità di quel bel paese, o a distruggere le dispendiose opere colle quali gli antichi suoi proprietarj avevano signoreggiate le acque, facendole servire ad accrescere le ricchezze delle campagne.

In questo secolo la storia conserva un perfetto silenzio intorno al vice-regno di Sardegna; ma i regni di Napoli e di Sicilia fecero almeno parlare di loro cogl'infruttuosi loro sforzi per iscuotere la tirannide spagnuola.

Le entrate del regno di Napoli, alla metà del XVII secolo, ammontavano a sei milioni di ducati; e le spese dell'amministrazione della flotta e dell'armata, comprese ancora le ambascerie d'Italia, non assorbivano più di un milione e trecento mila ducati. Riputavasi, a dir vero, che settecento mila ducati erano impiegati nel regno in segrete spese, o dilapidati dagli ufficiali del re; ma quattro milioni di ducati, o i due terzi delle ordinarie entrate uscivano ogni anno del regno per pagare i debiti o le armate della Spagna[255]. Un tale impiego dei tributi del popolo a pro di una politica per la quale egli non prendeva verun interesse, lo rendeva estremamente scontento; ma il di lui cattivo umore veniva in oltre accresciuto dal progressivo accrescimento di tutti i carichi. In forza dei privilegj dello stato, riconosciuti da Ferdinando e da Carlo V, veruna nuova imposta poteva essere ordinata senza l'assenso del parlamento, che rappresentava la nobiltà ed il popolo; ma da gran tempo il parlamento più non si adunava, ed ogni giorno i vicerè, stimolati dalla loro corte, inventavano qualche nuova gabella, e sempre più angustiavano con insopportabili pesi un popolo di già estremamente oppresso. Gli Spagnuoli, in conseguenza della consueta loro ignoranza dell'economia politica, gravavano con queste gabelle quasi tutte le derrate di prima necessità, tassando successivamente le carni, il pesce, la farina, ed all'ultimo le frutta. I poveri, costretti di rinunciare ad una consumazione che le imposte rendevano sempre più cara, si andavano successivamente privando degli oggetti tassati. La gabella sulle frutta, che si valutava per la sola città di Napoli quattrocento mila ducati, parve loro fatta per rapir loro l'ultimo rifugio, togliendo loro il solo cibo non ancora sproporzionato ai loro mezzi. Si sollevarono il 7 di luglio del 1647 contro il duca d'Arcos, allora vicerè: un giovane pescatore d'Amalfi, detto Maso o Tommaso Aniello, si fece loro capo; bruciarono le baracche ove precisavasi l'imposta; minacciarono il vicerè, e lo costrinsero a fuggire in castel sant'Elmo; incendiarono le case di coloro che si erano arricchiti colle malversazioni delle finanze; richiamarono i privilegj loro guarentiti da Carlo V; ed all'ultimo sforzarono il governo, vinto in varj incontri, a trattare con loro[256].

[255] _Istor. del conte Gualdo Priorato, p. IV, l. V, p. 208. Venezia, 1648, 4.º_

[256] _Ist. del conte Gualdo Priorato, p. IV, l. V, p. 211. — Giannone stor. civile, l. XXXVII, c. II, t. IV, p. 509._

Di quest'epoca uno spirito di libertà pareva che tutta animasse l'Europa. Gli Olandesi avevano fatto riconoscere e rispettare la loro repubblica; gl'Inglesi tenevano Carlo I prigioniero ad Hampton-Court; i Francesi facevano la guerra a Mazarino ed alla reggente; i Portoghesi avevano scosso il giogo della Spagna; i Catalani erano sollevati; ed in Sicilia era scoppiata un'insurrezione, prima ancora di quella che poi si manifestò in Napoli. Ma quasi in ogni luogo l'inquietudine ed i lunghi patimenti avevano sollevati i popoli contro intollerabili abusi, prima che i popoli stessi avessero bastanti lumi per correggere i loro governi, o per fondarne di nuovi sopra migliori principj. Il popolaccio si pose alla testa de' movimenti degl'insorgenti e loro diede uno spaventoso carattere. Gli uomini di più elevato ordine, che più ancora della plebe avevano bisogno di libertà, abbandonarono non pertanto una causa pur troppo frequentemente macchiata dai delitti; vedevano da un canto lo stendardo del dispotismo, dall'altro quello dell'anarchia, e non sapevano quale seguir dovessero. I patimenti del popolo e la stessa sua ignoranza, ch'erano l'opera del governo, giustificavano, a dir vero, il suo odio; ma la più dannosa di tutte le passioni cui gli oppressi possano darsi in preda, è quella della vendetta, la quale fa andare a male quasi tutte le rivoluzioni.

Il duca d'Arcos diffidava non meno de' gentiluomini napolitani che del popolo; sapeva di avere violati tutti i privilegj, di avere amaramente mortificati quei gentiluomini che potevano per altro sollevare tutte le province, col credito loro presso i contadini loro vassalli, ed aggiugnerle alla capitale. Giudicò adunque essere prima di tutto conveniente cosa di spargere tra loro la disunione. Perciò incaricò i gentiluomini di dare al popolo simulate proposizioni di conciliazione; li persuase a leggere un falso privilegio di Carlo V, a rendersi garanti di false scritture, e li trasse così avanti nelle proprie perfidie, che il popolaccio, credendoli essere stati strumenti degl'indegni artificj del vicerè, rivolse contro di loro quel furore che a bella prima concepito aveva contro gli Spagnuoli, ne uccise molti, ed incendiò le loro case. Gli altri gentiluomini, sebbene convinti che il solo vicerè era colpevole del sangue de' loro fratelli, furono costretti di assecondarlo, perchè più non ottenevano confidenza, nè trovavano sicurezza nell'opposto partito[257].

[257] _Ist. del conte Gualdo Priorato, p. IV, l. V, p. 216._

Non la data fede, non i giuramenti per quanto fossero solenni, potevano incatenare le vendette del governo spagnuolo. Fu in mezzo alla chiesa del Carmine, nell'istante in cui faceva leggere al popolo gli articoli della pace che aveva in allora giurata, che il duca d'Arcos fece fare una scarica di archibugiate sopra Masaniello ed i compagni di lui[258]. Questo capo di fazione, per una straordinaria felicità, non rimase ferito, ed il vicerè, dichiarando di non conoscere i banditi da lui adoperati, li sagrificò al furore del popolo per ricuperare il proprio credito; poi, continuando a trattare della pace, invitò Masaniello ad un convito di riconciliazione, nel quale gli fece servire una bevanda che lo trasse di senno. Il favorito del popolo perdette allora la confidenza del suo partito a motivo delle sue stravaganze e delle sue crudeltà; ed il duca d'Arcos ne approfittò per farlo assassinare il 16 di luglio[259].

[258] _Istor. del conte Gualdo Priorato, p. IV, l. V, p. 220._

[259] _Ivi, p. 225. — Giannone, l. XXXVII, c. II, p. 517._

Ne' pochi giorni in cui si mantenne il suo potere, Masaniello aveva esercitata sul popolo la più illimitata autorità. I naturali talenti del giovane pescivendolo, e la pronta ubbidienza della plebaglia ai voleri di lui, avevano atterrito il duca d'Arcos, e strappategli tutte le concessioni colle quali aveva cercato di calmare la sedizione; ma le ritirò tutte tostochè si fu disfatto del suo nemico. Credette allora di potere annullare senza pericolo le obbligazioni recentemente contratte; ma il 21 di agosto ricominciò la sedizione con maggior furore che mai, e gli Spagnuoli, conoscendosi troppo deboli, si ridussero a fare una nuova capitolazione[260]. Ad ogni modo quando colle più solenni promesse ebbero persuaso il popolo a deporre le armi, i tre forti che signoreggiano Napoli, e la flotta di don Giovanni d'Austria, ch'era entrata in porto, cominciarono tutt'ad un tratto, il 5 ottobre a mezzodì, a cannonare ed a bombardare la città; e mentre il popolo disarmato, atterrito, sorpreso, chiedeva tuttavia la cagione di così impreveduto attacco, sbarcarono dalla flotta sei mila uomini delle bande spagnuole, con ordine di uccidere tutto quanto incontrerebbero[261].

[260] _Istor. del conte Gualdo Priorato, p. IV, l. IV, p. 273._

[261] _Ivi, l. V, p. 278. — Giannone, l. XXXVII, c. III, p. 520._

Ma la popolazione di Napoli ammontava a più di quattrocento mila uomini. Gl'insorgenti, quasi tutti senza casa e senza beni, non avevano che temere dal bombardamento: combattendo essi senza ordine, non si accorgevano di tutte le perdite che andavano facendo, e l'uccisione che accadeva in una strada non era conosciuta nella vicina, ove cominciava la zuffa. Il popolaccio camminava dall'uno all'altro tetto gettando pietre e tegole sopra i soldati, poscia fuggiva prima che dalla truppa di linea potesse essere raggiunto. Dopo due giorni di battaglia, gl'insorgenti attaccarono i soldati oppressi dalla fatica, e, cacciandoli da tutti i posti, li costrinsero a ripararsi nelle tre fortezze, o sopra la flotta, restando essi padroni della città[262].

[262] _Ist. del conte Gualdo Priorato, p. IV, l. VI, p. 278._

Solamente dopo questo fatto i Napolitani cominciarono a trattare coi Francesi, chiamando in loro ajuto Enrico di Lorena, duca di Guisa, che in allora trovavasi a Roma. Costui, per parte di donne discendendo dalla seconda casa d'Angiò, credeva di avere alla corona di Napoli legittimi diritti, che sperava di mettere in campo in così favorevole occasione, e faceva capitale sui soccorsi della Francia. Si recò subito a Napoli, ove fu dichiarato generalissimo e difensore della libertà. Di già cominciava ad essere proferito il nome di repubblica di Napoli, e ad essere accolto con entusiasmo dal popolo, ed in tutte le province, che si erano sollevate in sull'esempio della capitale[263].

[263] _Gualdo Priorato, p. 283. — Limiers Hist. de Louis XIV, l. I, p. 129. — Giannone, l. XXXVII, c. III, p. 521._

Ma il popolo napolitano, sotto il dominio degli Spagnuoli, non aveva acquistati nè i costumi, nè le abitudini, nè le opinioni colle quali si fonda una repubblica. Egli non pensava che a far passare in altre mani l'autorità arbitraria, invece di distruggerla; ubbidì ciecamente a Masaniello poi a Gennaro Annese ed al duca di Guisa, nello stesso modo che aveva ubbidito al vicerè; loro permise di regnare coi supplicj, e non vi fu mai giustizia sommaria più pronta nè più ingiusta che quella di questi favoriti della plebaglia. Nella sua cieca superstizione quel popolo contò assai più sui miracoli della Madonna del Carmine, su quelli dello stesso Masaniello, che risguardava quale santo, che sopra i proprj sforzi. Passando da una cieca confidenza ad una insensata diffidenza, fu tradito da tutti coloro cui affidò il suo potere, e trasmutò in accaniti nemici tutti coloro che perseguitò con ingiuriosi sospetti; soprattutto continuò troppo lungamente a proclamare colle sue grida il re di Spagna, a pretendere di mantenersegli fedele, ed a rigettare sugli Spagnuoli il nome di ribelli. Gli è questo un grand'errore, di credere che le parole adoperate contro il loro senso naturale possano fare illusione sul fondo delle cose. È meno pericoloso per coloro che si ribellano il confessarsi apertamente ribelli; ed i Napolitani avevano bastantemente sperimentato il carattere di Filippo IV e del suo ministero, per essere certi che Filippo non verrebbe con loro a patti che per ingannarli.

Il duca di Guisa, invece di costituire la repubblica che lo sceglieva per suo capo, non pensò che ad attribuirsi un assoluto potere; si mostrò geloso di tutti i diritti della nazione, di tutti quelli dei suoi magistrati, ed in particolare dell'opinione che aveva presso il popolo Tomaso Annese, il più destro partigiano della libertà ed il vero capo della rivoluzione. Siccome il Guisa nulla aveva fatto pel popolo, così non ottenne dal medesimo que' generosi sforzi che inspira il solo amore della libertà. Gennaro Annese, irritato di non avere altro fatto che mutare padrone, e temendo per sè medesimo la gelosia del Guisa, cominciò celatamente a trattare cogli Spagnuoli. All'ultimo vendette loro la propria patria, aprendone loro le porte il 4 aprile del 1648, mentre che il Guisa aveva fatta una sortita con un piccolo corpo d'armata per agevolare l'arrivo delle vittovaglie. Ad un giogo più assai pesante del primo venne assoggettata la città di Napoli, ed altro conforto non ebbe il popolo che quello di vedere coloro che lo avevano tradito cadere vittima della propria perfidia. Il duca d'Arcos aveva perduta la carica di vicerè, ed era stato richiamato in Ispagna; il duca di Matalona ed il principe don Francesco Toralto, da lui persuasi con altri gentiluomini napolitani a tradire i loro compatriotti, vennero uccisi dal popolo furibondo; il duca di Guisa, fatto prigioniero dagli Spagnuoli, non ottenne la sua libertà che nel 1652; e Gennaro Annese, che aveva restituita la corona a Filippo IV, e data la sua patria in mano agli Spagnuoli, perì sopra un patibolo, per ordine di quel re ch'egli aveva ristabilito, insieme a quasi tutti coloro che avevano avuta qualche parte nelle turbolenze; provando in tal maniera che verun servigio, per quanto possa essere grande, cancella agli occhi di un despota le passate ingiurie, e che verun giuramento lo lega verso coloro che una volta tentarono di scemare la sua potenza[264].

[264] _Gualdo Priorato, p. IV, l. VIII, p. 404. — Gio. Batt. Birago Ist. memorabile de' nostri tempi parte V, annessa all'opera di Alessandro Ziliolo, l. VI, Ven. 1654, in 4.º — Muratori ad ann. — Giannone, l. XXXVII, c. IV, p. 529. — Lahode Histoire de Louis XIV, t. I, l. V, p. 186._

La sollevazione di Palermo, scoppiata il 20 maggio del 1647, fu meno lunga e meno importante che quella di Napoli; ma press'a poco andò soggetta alle stesse crisi. Il vicerè di Sicilia, don Pedro Faxardo de Zuniga, marchese de los Velez, non fu nè meno perfido, nè meno crudele del duca d'Arcos. Giuseppe d'Alessi, filatore d'oro, nativo di Polizzi in Sicilia, ebbe in quest'insurrezione le stesse parti che Masaniello a Napoli; come lui fu ucciso il 22 di agosto da' suoi partigiani, comperati dal vicerè, e come lui fu pianto da quel popolo che avrebbe dovuto difenderlo. Per ultimo a Palermo come a Napoli, dopo un'amnistia solennemente accordata, fu tirato nelle strade a mitraglia sopra il popolo, vennero appiccati tutti i capi, e le gabelle, che avevano cagionata la ribellione, e che il vicerè aveva abolite, furono ristabilite in tutta la loro estensione[265].

[265] _Gualdo Priorato, p. IV, l. IV, p. 159, 173. — Ist. memorabili de' nostri tempi di Gio. Batt. Birago, p. V, l. III. — Muratori ad An. — Giannone, Ist. civile, l. XXXVII, c. II, t. IV, p. 511._