Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 16 (of 16)
Part 13
Dacchè Andrea Doria, giunto ad una estrema vecchiaja, e molestato dalla gotta, più non usciva di casa, suo nipote Giannettino, aveva preso il comando delle sue galere; onorato come lo zio del favore dell'imperatore, aveva pure le prime parti nella repubblica: ma egli si era arrogata maggior potenza d'assai di quella che aveva avuta lo zio, e la esercitava con maggiore orgoglio. Il popolo, afflitto di vedersi escluso dall'amministrazione della repubblica, e la primaria nobiltà, gelosa della potenza del Doria, sentivano ogni dì crescere il loro malcontento. Giovanni Luigi del Fiesco, conte di Lavagna e signore di Pontremoli, ascoltando l'antico odio della sua famiglia contro i Doria, ed offeso dall'orgoglio di Giannettino, progettò di sottrarre la sua patria tutta ad un tratto all'autorità dell'aristocrazia, a quella dei Doria ed a quella della Spagna. Si assicurò degli ajuti di Pier Luigi Farnese, nuovo duca di Parma e di Piacenza, e di quelli della Francia; trasse ne' suoi interessi molti cittadini affezionati all'antica fazione popolare, e gli avanzi del partito dei Fregosi; finalmente fece venire da' suoi feudi molti suoi vassalli, e circa dugento fidati soldati, sotto colore di armare quattro sue galere per andare in corso contro i Barbareschi[245].
[245] _Giovan Battista Adriani, l. VI, p. 369. — Bern. Segni, l. XII, p. 316._
Giovan Luigi del Fiesco aveva invitati molti giovani, di coloro ch'egli credeva più scontenti del governo, ad un convito che diede il 2 di gennajo del 1547; e quando gli ebbe tutti adunati in casa sua, e che le porte furono chiuse e custodite da gente fidata, dichiarò apertamente tutto il piano della sua congiura, loro chiedendo di secondarlo e di seguirlo, se volevano salvare la propria vita. I più di costoro, atterriti dalle minacce di lui, piuttosto che strascinati dalle proprie passioni, si obbligarono con giuramento. Giovan Luigi del Fiesco divise in allora la truppa coi suoi fratelli, onde attaccare nello stesso tempo il porto ove il Doria teneva le sue galere, la porta di Bisagno, e quella che conduceva al palazzo ove dimoravano i due Doria fuori di città. La notte era di già molto inoltrata quando la zuffa cominciò contemporaneamente in ogni luogo. Giannettino Doria, avvisato dal tumulto che si era eccitato, fu ucciso presso la porta della città nell'atto che vi accorreva per calmarlo: allora Andrea Doria, credendo la città e le sue galere perdute, fuggì fino a Sestri. In fatti la cospirazione aveva dovunque avuto buon esito; la flotta, che aveva quaranta galere era di già venuta in mano degl'insorgenti, e le porte della città erano state sorprese. Ma invano si andava cercando Luigi del Fiesco per incamminarsi verso il palazzo, scacciarne la guardia della signoria, e mutare il governo; ma Luigi, volendo passare a bordo della galera capitana nell'istante in cui questa si scostava dalla riva, era caduto in mare col ponte su cui passava, ed il peso delle sue armi gli aveva impedito di salvarsi a nuoto. I di lui partigiani, perduto avendo il coraggio alla notizia della sorte di lui, più non osarono di occupare il palazzo, e, sebbene di già vincitori, trattarono colla signoria come se stati fossero vinti; offrirono di cedere le porte a condizione di avere un'intera amnistia, la quale poichè fu accordata e solennemente giurata, i Fieschi si ritirarono a Montoglio[246]. Ma un governo che ubbidiva all'influenza spagnuola non credevasi tenuto all'osservanza delle sue promesse: crudelissime furono le vendette del vecchio Andrea Doria, e non ebbero fine che colla di lui vita, che si prolungò fino ai novantaquattro anni, e si spense il 25 di novembre del 1560[247].
[246] _Gio. Batt. Adriani, l. VI, p. 369-375. — Bern. Segni, l. XII, p. 316. — De Thou, Hist. univers., l. III, p. 203-217. — Fil. Casoni Ann. di Genova, l. V, p. 157._
[247] _Gio. Batt. Adriani, l. XVI, p. 1177. — Fil. Casoni Ann. di Genova, l. VI, p. 144._ — A queste autorità allegate dal nostro autore, devesi aggiungere la circostanziata descrizione che della congiura dei Fieschi fece elegantemente nella sua storia di Genova Jacopo Bonfadio. _N. del T._
In tutto il restante del secolo i Genovesi furono sempre soggetti agli Spagnuoli, e perdettero nel 1566 l'isola di Scio, conquistata da Solimano sopra i Giustiniani, loro concittadini, che se n'erano arrogata la sovranità. Furono pure in pericolo di perdere la Corsica, che, dopo essere stata invasa dai Francesi nel 1553[248], si sollevò nel 1564, e continuò a respingere con tutte le sue forze il giogo oppressivo della repubblica, fino al 1568, in cui fu di nuovo sommessa[249]. Più non vi fu pace in Genova. Dopo la congiura dei Fieschi i più ricchi e più potenti membri dell'aristocrazia, temendo di vedersi tolto di mano il governo dall'odio popolare, avevano risolto di rialzare una rocca alla Lanterna, con intenzione d'introdurvi una guarnigione spagnuola, onde tenere la città in dovere e consolidare la propria autorità. Questo progetto doveva avere esecuzione nel 1548, in occasione del passaggio per Genova di don Filippo, principe di Spagna: e don Ferdinando di Gonzaga, governatore del Milanese, doveva spalleggiarlo con tutte le sue forze. Ma malgrado la loro ubbidienza, i Genovesi abborrivano gli Spagnuoli; onde pregarono Andrea Doria di opporsi a così vergognoso progetto, cui lo spirito di vendetta lo aveva in sulle prime ridotto ad acconsentire; gli raccomandarono la libertà della repubblica, di cui era il secondo fondatore, ed ottennero da lui la promessa, che nè il principe di Spagna, nè le truppe di lui sarebbero ricevute in città[250].
[248] _Gio. Batt. Adriani, l. X, p. 658._
[249] _Ivi, l. VII, p. 457. — Fil. Casoni Ann. di Genova, l. V, p. 203._
[250] _Gio. Batt. Adriani, l. VII, p. 457. — Fil. Casoni Ann. di Genova, l. V, p. 203._
Nuove dissensioni scoppiarono nella seconda metà del secolo tra l'antica e la nuova nobiltà, i di cui diritti non erano ben definiti; e tanto s'innoltrarono queste da dare speranza a Giovanni d'Austria di potere occupare Genova, quando nel 1571 passò davanti a questa città colla flotta, che in appresso conseguì la vittoria di Lepanto[251]. In questa circostanza papa Gregorio XIII prese sotto la sua protezione la repubblica, e contribuì potentemente a riconciliare le fazioni. Nel 1575 ottenne da queste, che rimettessero le ragioni loro in arbitrio di tre mediatori, cioè egli stesso, l'imperatore ed il re di Spagna. Le tre corti modificarono la costituzione della repubblica, ed in parte distrussero l'opera di Andrea Doria. La recente loro legge, pubblicata il 17 marzo del 1576, accrebbe i privilegj dei nuovi nobili, ma sempre come nobili: restarono dimenticati i diritti dei cittadini, e la libertà venne bandita da questa repubblica quasi come dagli assoluti principati[252].
[251] _Adriani, l. XXI, p. 1569. — Casoni, t. IV, l. VIII, p. 5._
[252] _Graevi Thes. Rer. Ital., t. I, p. II, p. 1471. — Ciccarelli Vita del papa Gregorio XIII, f. 304. — Fil. Casoni Ann. di Genova, t. IV, l. VIII, p. 72._
La libertà non era meglio conosciuta a Venezia; questa città, dopo avere esaurite le proprie forze per resistere alla lega di Cambrai, pareva cercare l'oscurità facendo di tutto per seppellirsi nel silenzio, diffidare de' suoi cittadini, de' suoi alleati, e de' suoi nemici, ed allegando i pericoli che la stringevano ora dal canto della Turchia, ed ora dal canto dell'Austria, sottrarsi dal far mostra di sè medesima. Due crudeli guerre coi Turchi privarono effettivamente la repubblica di molti de' suoi più importanti possedimenti nel Levante. Cominciò la prima nel 1537 col guasto di Corfù, e finì il 20 ottobre del 1540 colla cessione fatta a Solimano di tutte le isole dell'Arcipelago che di già si trovavano in potere dei Turchi, e delle forti città di Napoli e di Malvagia, o Epidauro, che la repubblica possedeva ancora nel Peloponneso[253]. L'altra fu dai Turchi intrapresa nel 1570 per conquistare l'isola di Cipro; la quale, difesa con prodigj di valore e con infiniti sagrificj di uomini e di danaro, fu all'ultimo perduta dai Veneziani, ed abbandonata colla pace che sottoscrissero nel mese di marzo del 1573[254].
[253] _P. Paruta Ist. Ven., l. X, p. 726. — P. Jovii Hist., l. XXXVI, p. 333; e l. XXXIX, p. 417. — Laugier Hist. de Venise, t. IX, l. XXXVI, p. 480-577. — Vettor Sandi Storia civile veneta, p. III, l. X, c. VI, p. 625._
[254] _Lett. de' Princ., t. III, f. 243 e seg. — De Thou Hist. univ., l. XLIX, p. 412 e seg. — Laugier Hist. de Venise, l. XXXVIII, t. X, p. 183 e seg. — Vettor Sandi, p. III, l. X, c. XI, p. 667-698._
Il timore dei Turchi, che in tutte le guerre aveva avuti costanti vantaggi contro la repubblica, costringeva questa ad allearsi colla casa d'Austria. Circondata dagli stati di questa casa, costretta di ricorrere a lei contro un nemico ancora più terribile, la repubblica non ardiva pretendere ad un'assoluta indipendenza. Finchè le due monarchie dei Turchi e degli Spagnuoli conservarono tutto il loro vigore, i Veneziani furono abbastanza fortunati di sottrarsi al pericolo coll'oscurità, e di evitare ogni azione che attirare potesse su di loro gli sguardi dell'Europa.
Tali furono in tutti gli stati d'Italia le rivoluzioni accadute nel sedicesimo secolo. Il nome di questo secolo richiama a principio un periodo di gloria, perchè i primi anni di questo vennero illustrati dai più grandi ingegni che l'Italia producesse nelle lettere e nelle arti. In mezzo ad orribili calamità, ogni speranza non era in allora per anco perduta, e questa sosteneva i talenti di coloro ch'erano nati, o che si erano formati in più felici tempi. Tutti i grandi uomini onde si onora l'Italia appartengono a questa prima metà del sedicesimo secolo, in cui l'Italia sentivasi ancora libera. Il solo Tasso è di tutti il più moderno, perciocchè non pubblicò il suo poema che nel 1581, e di già in allora si trovava isolato, quale rappresentante degli andati tempi, in mezzo ad una degenere nazione. Il genio sparve con lui dalla terra, dalla quale era stata scacciata la libertà; e la fine del sedicesimo secolo, in cui l'umana specie fu in Italia colpita dalle più spaventose sventure, non dev'essere ricordata che coll'orrore che ispirano il delitto, i patimenti e l'avvilimento dei nostri simili.
CAPITOLO CXXIV.
_Rivoluzioni de' varj stati d'Italia nel corso del diciassettesimo secolo._
1601 = 1700.
Mentre che presso gli altri popoli inciviliti gli ultimi secoli svilupparono tanti nuovi interessi, e nuovi sentimenti e nuove passioni, che più non potrebbesi ristringere la loro storia nell'angusto circolo che bastava ai precedenti secoli, la storia d'Italia diventa più sterile di mano in mano che ci avviciniamo all'età nostra. Ma tutte le altre nazioni giugnevano lentamente all'esistenza, mentre che la nazione italiana perdeva la sua. Anche dopo terminata l'ultima contesa per l'indipendenza, fu ancora necessario qualche tempo per disingannare gli uomini dai sogni della loro ambizione, per convincerli che più non restava loro a sperare nè libertà, nè grandezza, nè gloria; molti genitori avevano instillati ne' loro figli i sentimenti di cui si erano essi medesimi nudriti in più felici tempi; molti caratteri erano stati di nuovo rinvigoriti dall'esilio, dalle persecuzioni, dai patimenti della guerra e da tutte le calamità dei primi anni del sedicesimo secolo; molti uomini energici, avendo presa una falsa direzione, e servito il comune nemico, erano stati accarezzati da que' medesimi che opprimevano tutti gli altri, ma che sentivano il bisogno di riservarsi alcuni strumenti abbastanza forti per signoreggiare il paese. Molti altri, senz'avere alcuno determinato scopo o speranza di miglior sorte, si andavano tuttavia agitando per l'abitudine delle rivoluzioni, in quello stesso modo che la materia conserva il movimento, per la forza d'inerzia, allorchè l'ha ricevuto una volta. Così tutto il sedicesimo secolo ebbe ancora un'apparenza di vita, ed è per questo, a non dubitarne, ch'egli partecipò tutt'intero alla gloria che gli procacciarono eterna i poeti, i letterati, gli artisti, che fiorirono principalmente ne' primi anni. Per lo contrario il diciassettesimo secolo è un'epoca di compiuta morte; e quanto la storia letteraria lo rappresenta come in preda al più cattivo gusto, alla insipidezza, al languore ed alla sterilità, altrettanto la storia politica lo mostra privo d'ogni azione come d'ogni virtù, d'ogni elevato carattere, d'ogni importante rivoluzione. Di mano in mano che andiamo avanzando ci è forza di rimanere convinti, che la storia, non solo delle repubbliche, ma dell'intera nazione italiana, finì coll'anno 1530.
Ma si verserebbe in un grand'errore, se, osservando che la storia quasi d'altro non si occupa che delle disgrazie degli uomini, si supponesse che i tempi di cui essa non parla siano stati meno infelici. Non tutte le calamità sono istoriche, loro abbisognando un certo qual grado di grandezza e di nobiltà perchè possano richiamare la nostra attenzione, ed imprimersi nella nostra memoria. Acciocchè gli stessi contemporanei ci trasmettano i fatti circostanziati dell'età loro, d'uopo è che le calamità siano comuni a molti individui, e che si possa a prima vista comprendere il rapporto che corre fra la cagione e l'effetto. Le disgrazie del diciassettesimo secolo erano di diversa natura; erano tacite, e non sembravano dipendenti dalla politica: ognuno soffriva, ma ognuno soffriva nella propria famiglia, come uomo e non come cittadino. Avvelenate erano le private relazioni, distrutte le speranze, diminuita la fortuna, mentre che i bisogni di ognuno andavano ogni giorno crescendo: la coscienza invece di essere di sostentamento nella sventura, rinfacciava continuamente le passate colpe; ed aggiugnendosi la vergogna al dolore, ognuno sforzavasi ancora di nascondere agli occhi del mondo le sue pene e d'involarne la memoria alla posterità.
Perciò non si pensò ad enumerare tra le pubbliche calamità dell'Italia la cagione forse più generale de' privati patimenti di tutte le famiglie italiane; il torto, dico, fatto al sacro nodo del matrimonio con un altro nodo, risguardato come onorevole, e che gli stranieri vedono sempre in Italia con eguale stupore, senza poterlo comprendere; ed è quello de' _cicisbei_, o de' _cavalieri serventi_. Questa sciagurata moda essendo stata una volta introdotta nel diciassettesimo secolo dall'esempio delle corti, ed essendo posta sotto la protezione di tutte le vanità, la pace delle famiglie fu bandita da tutta l'Italia; verun marito più non risguardò la sua consorte come una fedele compagna, associata a tutta la sua esistenza; più non trovò in essa un consiglio nel dubbio, un sostegno nell'avversità, un salvatore nel pericolo, una consolatrice nella disperazione; niun padre osò assicurarsi che i figliuoli a lui dati dal matrimonio fossero suoi; niuno si sentì legato a loro dalla natura; e l'orgoglio di conservare il proprio casato, sostituito al più dolce ed al più nobile affetto, avvelenò tutte le domestiche relazioni. Quanto non demeritarono dell'umanità que' principi, che riuscirono ad impedire che i loro sudditi conoscessero qualcuno de' dolci affetti di sposi, di padri, di fratelli e di figli!
Sebbene l'instituzione di tutti i ridicoli doveri de' cicisbei fosse per avventura il più efficace mezzo di calmare gli spiriti irrequieti di fresco ridotti in servitù, di snervare i coraggi troppo maschi, d'effeminare i nobili ed i cittadini intolleranti del giogo, facendo loro scordare che avevano perduto ciò che più non dovevano cercare, forse si viene a far troppo onore alla penetrazione di coloro che mutarono le costumanze d'Italia, supponendo che prevedessero tutte le conseguenze delle nuove mode ch'essi introducevano; pure l'istinto del delitto conduce più volte tanto direttamente allo scopo, quanto il calcolo.
Fino alla metà del sedicesimo secolo l'abitudine del lavoro era stata la qualità distintiva degl'Italiani: a Firenze, a Venezia, a Genova il primo ordine era dei mercanti; e le famiglie decorate di tutte le dignità dello stato, della Chiesa o dell'armata, non perciò rinunciavano al commercio. Filippo Strozzi, cognato di Leon X, padre del maresciallo Strozzi e del gran priore di Capoa, amico di molti sovrani, il primo cittadino dell'Italia, erasi fino alla fine della sua vita mantenuto capo di una casa di banco. Ebbe sette figli; ma, malgrado la sua immensa ricchezza, non ne aveva destinato veruno all'ozio. I principi vollero sostituire a questa formidabile attività ciò che essi intitolarono un nobil ozio; le armi castigliane inondavano l'Italia, ed essi chiamarono in loro ajuto i pregiudizj castigliani, che coprivano con un profondo disprezzo ogni specie di lavoro. Trassero tutti i loro cortigiani a convertire le loro sostanze in terre, a destinarle a perpetuità al primogenito della loro famiglia, sagrificando in tal modo all'orgoglio i più giovani fratelli e le femmine, e condannando ad una costante inerzia tutti i figli primogeniti per alterigia, tutti i figli cadetti per impotenza.
Per occupare l'ozio di tutto ciò che era cortigianesco, di tutto ciò che venne onorato col titolo di nobiltà, per offrire nello stesso tempo un compenso a quella folla di cadetti privati di ogni speranza, e per sempre esclusi dal matrimonio, furono inventati i diritti ed i bizzarri doveri dei cicisbei, o cavalieri serventi; questi furono interamente fondati sopra due leggi che s'impose il bel mondo: niuna femmina più non potè con decenza mostrarsi sola in pubblico; verun marito non potè, senza esporsi al ridicolo, accompagnare sua moglie.
L'esempio de' traviamenti de' grandi contribuì senza dubbio assai a corrompere il popolo: quello della impudica Bianca Capello, e di tutti i principi e principesse della casa Gonzaga, nel diciassettesimo secolo, non poteva essere senza influenza: ma sebbene i costumi delle corti fossero più corrotti, si era conosciuto l'intrigo e la galanteria fino ne' tempi delle repubbliche, e questo disordine non bastava solo a distruggere il carattere nazionale. Ciò che distingue il secolo diciassettesimo è l'origine d'un pregiudizio antisociale, più del libertinaggio funesto, dietro il quale facevasi pomposa mostra di ciò che in addietro si nascondeva. Non fu già perchè alcune donne ebbero degli amanti, ma perchè una donna non potè più mostrarsi in pubblico senza un amante, che gl'Italiani cessarono d'essere uomini.
Mentre che tutti i legami di famiglia furono rotti nel diciassettesimo secolo con queste nuove costumanze, che, risguardate in seguito come sole, consentanee all'eleganza, vennero bentosto imitate dalla intera massa del popolo, il commercio fu oppresso da un mortal colpo per la subita ritirata degli uomini industri e dei capitali; ne consumarono la ruina i monopolj e le assurde gabelle sopra ogni vendita di tutti gli oggetti commerciabili, stabilite dagli Spagnuoli in tutte le province loro soggette. Frattanto il fasto andava crescendo a misura che diminuivano i mezzi; quanto, secondo gli antichi costumi, erano apprezzati l'ordine e l'economia, altrettanto furono tenuti in pregio nelle corti lo splendore e il lusso, e a norma di questi furono fissati i gradi. Gl'Italiani impararono in questo secolo (e furono loro maestri gli Spagnuoli) l'arte di economizzare sui più pressanti bisogni per accordare di più all'apparenza, di sopprimere tutti i comodi non veduti per accrescere il fasto che abbacina gli occhi del pubblico. La spesa diventò la misura della considerazione, e si diede lode al capo di famiglia di tutto ciò che accordava al suo fasto ed a' suoi piaceri.
Ne' tempi delle repubbliche, i cittadini, non cercando altra decorazione che i suffragj de' loro concittadini, temevano di eccitare la loro gelosia con ambiziose distinzioni. Nè ricevevano, nè davano titoli, e non mettevano alla tortura il loro linguaggio per trovare formole più ossequiose. In ogni cosa le nuove corti sostituirono la vanità all'orgoglio nazionale; e le questioni di precedenza occuparono tutta la loro politica. La rivalità tra la casa d'Este e la casa dei Medici, fra questa e la casa di Savoja, non aveva altra vera cagione che la rispettiva pretesa di ciascuna di andare innanzi all'altra nelle cerimonie in cui si scontravano i loro ambasciatori. Successivamente i sovrani si andavano arrogando nuovi titoli, mentre ne attribuivano altresì dei nuovi a tutta la loro corte. Mentre passavano essi medesimi per tutti i gradi d'illustrissimi, di eccellenze, di altezze, di altezze serenissime, di altezze reali, creavano pei loro sudditi patenti senza fine di marchesi, di conti, di cavalieri, loro cedendo in appresso la qualificazione che essi avevano portata, e che cominciavano a disprezzare. Tali decorazioni scendevano sempre più a basso nella folla; più non iscrivevasi trent'anni sono al proprio calzolajo senza chiamarlo _molto illustre_: ma col moltiplicare i titoli, non si erano moltiplicati che i malcontenti e le mortificazioni; ognuno in cambio di ciò che gli era accordato, non vedeva che quanto gli era ricusato; e non eravi così magro gentiluomo, così piccolo ufficiale di milizia, che non si tenesse mortalmente ferito quand'era per errore chiamato _chiarissimo_ ed _eccellentissimo_, quand'egli aspirava all'_illustrissimo_.
Le leggi, le costumanze, l'esempio, la stessa religione, tal quale era praticata, miravano a sostituire in ogni cosa l'egoismo ad ogni mobile più nobile. Ma mentre che si sforzavano gli uomini di riportare ogni cosa a sè medesimi, nello stesso tempo si privavano di tutte le soddisfazioni che avrebbero potuto trovare in sè medesimi. Il padre di famiglia, ammogliato con una donna non di sua scelta, da lui non amata, e dalla quale non era amato, circondato da figliuoli di cui non sapeva di essere padre, che non pensava ad educare, e de' quali non si curava di acquistare l'amore, continuamente disturbato nella propria famiglia dalla presenza dell'amico di sua moglie, separato da alcuni de' suoi fratelli e sorelle, e ch'erano stati fino dalla fanciullezza chiusi ne' conventi, e stancheggiato dall'inutilità degli altri, i quali, per loro parte d'eredità, avevano sempre diritto alla sua mensa, non era da tutti risguardato che come l'amministratore del patrimonio della famiglia. Egli era soltanto risponsabile della sua economia, mentre che tutti gli altri, fratelli, sorelle, moglie e figli, erano entrati in una segreta lega per deviare a loro profitto il più che potevano della comune entrata, per godere, per mettersi essi medesimi al largo, senza curarsi delle difficoltà in cui poteva trovarsi il loro capo.
Questo capo di famiglia più non era il vero proprietario del fondo patrimoniale; più non aveva verun mezzo di accrescerlo, mentre che le imposte, le pubbliche calamità e l'accrescimento del lusso lo andavano sempre diminuendo. La sostanza che ricevuto aveva da' suoi maggiori era tutt'intera sostituita a perpetuità. Dessa non apparteneva alla vivente generazione, ma a quella che non era ancora nata. Il padre di famiglia non poteva nè ipotecare, nè mutare, nè vendere; se qualche stravaganza giovanile gli aveva fatto contrarre un debito, le sole sue entrate potevano essere prese per pagarlo, ed intanto egli doveva per vivere contrarne un altro. Il legame impostogli dal suo antenato per conservare la sua sostanza, gl'impediva di usarne. Per ogni impreveduto bisogno doveva valersi dei capitali destinati all'agricoltura, i soli di cui potesse disporre, ed i soli che avrebbero dovuto essere intangibili. Con ciò ruinava quelle terre che non aveva diritto di vendere, e le numerose famiglie de' coloni erano con lui vittime della sua inconsiderazione, di quella de' suoi parenti, o dell'accidentale disgrazia che aveva danneggiata la sua sostanza.