Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 16 (of 16)
Part 12
Questo stato di abituale assassinio fu sospeso durante il regno di Sisto V, che col terrore della sua militare giustizia, ottenne di liberare i suoi stati dai banditi, dopo averne fatte perire diverse migliaja; ma così rapide e così violenti furono l'esecuzioni da lui ordinate, che non pochi innocenti vennero avviluppati ne' supplicj de' colpevoli. Altronde gli assassinj ricominciarono sotto il regno de' suoi successori con più furore di prima; i signori dei feudi continuarono a dare asilo ne' piccoli loro principati ai delinquenti perseguitati dai tribunali, ed a riguardare quest'asilo come il più bel privilegio delle giurisdizioni signorili. Quest'usanza si mantenne in vigore fino all'età nostra, e furono più volte veduti i signori avere la parte loro de' prodotti del delitto. Le abitudini nazionali ne rimasero pervertite, ed anche oggi in quella parte dello stato romano ove non fu distrutta tutta la popolazione, specialmente nella Sabina, il contadino non si fa scrupolo di associare il mestiere d'assassino e di ladro a quello di agricoltore.
Abbiamo di già osservato quali furono in questo secolo il principio ed i progressi del ducato di Parma e Piacenza, il più vasto feudo della Chiesa. Quello di Ferrara, che di poco gli cedeva in estensione ed in popolazione, doveva avere una sorte tutt'affatto diversa negli ultimi anni del secolo.
Alfonso I d'Este, che possedeva questo ducato unitamente a quelli di Modena e di Reggio, durante i pontificati di Giulio II, di Leon X e di Clemente VII, morì il 31 ottobre del 1534, un mese più tardi dell'ultimo di questi pontefici, di cui aveva sperimentata la crudele nimicizia[220]. Ercole II, che gli successe, sentì che l'Italia aveva affatto perduta l'indipendenza, e più non si considerò che come un luogotenente di Carlo V. Pure la sua consorte era francese e figlia di Lodovico XII: sua figliuola aveva sposato il duca d'Aumale, che poi fu duca di Guisa; tutte queste relazioni lo attaccavano alla Francia; onde fidando nella forza naturale del suo paese sparso di canali e di paludi, in quella della sua capitale e nella vicinanza de' Veneziani che segretamente favoreggiavano la Francia, egli tentò due volte di scuotere un giogo che provava troppo pesante. Quando il duca Ottavio Farnese fu costretto nel 1551 a porsi sotto la protezione d'Enrico II, il duca di Ferrara non cessò mai di mandargli approvvigionamenti di munizioni; e benchè non la rompesse apertamente coll'imperatore, eccitò in lui il più vivo risentimento[221]. Di nuovo, quando in principio del regno di Filippo II, Paolo IV si alleò colla Francia contro questo monarca, Ercole II accettò nel 1556 le funzioni di generale dell'armata della lega, e colla sua piccola armata venne talvolta a battaglia ai confini de' suoi stati col duca di Parma, che in allora si era dato al partito imperiale. Filippo, poichè si fu riconciliato col papa, incaricò i duchi di Firenze e di Parma di castigare Ercole II; e questi, dopo avere sofferto i guasti delle loro truppe, si dovette credere troppo felice di poter ottenere una pace umiliante colla Spagna, il 22 aprile del 1558. Egli morì il 3 d'ottobre del susseguente anno[222].
[220] _P. Jovii vita Alfonsi; della traduzione, p. 144._
[221] _Gio. Batt. Adriani, l. VIII, p. 153. — Jac. Aug. de Thou, l. III, p. 680, t. I._
[222] _Gio. Battista Adriani, l. XIV, p. 989; l. XVI, p. 1132. — J. Aug. de Thou, Hist. univ., l. XX, p. 559, l. XXIII, p. 712._
Alfonso II, figliuolo d'Ercole, quello stesso principe che si acquistò un'odiosa celebrità colle persecuzioni esercitate contro il Tasso, non si provò giammai a scuotere il giogo della Spagna, nè a rivendicare un'indipendenza ch'era d'uopo risguardare come perduta. Altronde il piccolo e vano suo spirito non era fatto per concepire un progetto che richiedesse vera fierezza; ed egli non cercava altra gloria che quella che potevano dargli le feste della sua corte. Esaurì in una profonda pace le finanze de' tre ducati coi suoi splendidi divertimenti, con tornei e con pompe d'ogni genere; raddoppiò tutte le imposte, e ridusse i suoi popoli alla disperazione. Tutta la carriera politica di Alfonso II si limitò a dispute di precedenza col sovrano della Toscana, ed a dispendiose pratiche per acquistare i suffragj de' Polacchi nel 1575, onde ottenere la corona di quel regno. Sebbene ammogliato tre volte, non ebbe prole, e la legittima linea della casa d'Este finì in lui il 27 ottobre del 1597[223].
[223] _Galluzzi Istor. del gran ducato, t. II, p. 380, t. IV, p. 317. — J. Aug. de Thou, Hist. univ., l. CIX, p. 141, t. IX._
Ma Alfonso I aveva avuto, poco prima di terminare i suoi giorni, un figlio naturale da Laura Eustochia, poscia, secondo dicevasi, da lui sposata. Questo figlio, chiamato come lui Alfonso, era stato autorizzato a portare il nome della casa d'Este, ed era stato dato in isposo a Giulia della Rovere, figlia del duca di Urbino, dalla quale aveva avuto un figlio chiamato Cesare, che Alfonso II nominò suo erede. Non era questa la prima volta che l'eredità di casa d'Este passava in mano di bastardi, ed i papi non si erano opposti alla successione di Lionello e di Borso, nel quindicesimo secolo. Sebbene la casa d'Este avesse riconosciuto di tenere il ducato di Ferrara come un vicariato della Chiesa, da circa quattrocento anni n'era effettivamente sovrana, ed i papi si erano accontentati dei vani onori della suprema signoria[224].
[224] _Muratori Antichità Estensi, t. II. — Dello stesso Ann. d'Italia ad an. 1597._
Ad ogni modo l'ambizione che Giulio II, Leon X e Clemente VII avevano manifestata nelle loro guerre contro Ferrara, si risvegliò nel loro successore alla morte di Alfonso II. Clemente VIII, conosciuto prima sotto il nome di cardinale Ippolito Aldobrandino, era salito il 30 gennajo del 1592 sul trono pontificio. Quand'ebbe avviso della morte di Alfonso, si affrettò di dichiarare tutti i feudi ecclesiastici della casa d'Este devoluti alla santa sede per l'estinzione della legittima discendenza, e di mandare verso il Ferrarese suo nipote, il cardinale Pietro Aldobrandino, con una grossa armata. Don Cesare, che mancava di talenti e di vigore di carattere si lasciò atterrire dall'avvicinamento delle milizie pontificie. Non cercò di difendere uno stato che offriva grandissimi mezzi, ed il 13 gennajo del 1598 sottoscrisse un vergognoso trattato, col quale rilasciava alla santa sede Ferrara e tutti i feudi ecclesiastici da lui posseduti, riservandosi solamente i beni patrimoniali de' suoi antenati. Ritirossi in appresso ne' ducati di Modena e di Reggio, il di cui possedimento non gli venne contrastato dall'imperatore Rodolfo II, che ne aveva il supremo dominio[225].
[225] _Murat. Antichità Estensi, t. II ed Annali d'Italia all'anno 1498, in principio. — Greg. Leti Vita di Filippo II, p. II, l. XIX. p. 529._
Ferrara, cadendo sotto il dominio ecclesiastico, perdette la sua industria, la sua popolazione, le sue ricchezze. Al presente più non trovasi in questa deserta e ruinata città veruna immagine di quella splendida corte, in cui i letterati e gli artisti venivano accolti con tanto favore. Modena per lo contrario, diventata la sede del governo di casa d'Este, si arricchì sulle ruine della sua vicina, e vestì un aspetto di eleganza, d'industria e di attività che mai conosciuto non aveva ne' migliori tempi de' suoi primi duchi.
Anche i ducati d'Urbino e di Camerino erano feudi della santa sede, meno importanti assai di quelli di Parma e di Ferrara; ma la riputazione militare del duca Francesco Maria della Rovere, e la protezione de' Veneziani, de' quali aveva tanto tempo comandati gli eserciti, contribuivano alla sua sicurezza. Nel 1534 aveva fatta sposare a Guid'Ubaldo, suo figliuolo, Giulia, figlia di Giovan Maria di Varano, ultimo duca di Camerino, e sperava con ciò di riunire questi due piccoli stati; ma Ercole di Varano riclamava Camerino come feudo maschile; e non trovandosi abbastanza potente per fare da sè medesimo valere i proprj diritti, li vendette a papa Paolo III. Quando venne a morte Francesco Maria della Rovere, il primo di ottobre del 1538, suo figlio Guid'Ubaldo, che gli successe, acconsentì a comperare l'investitura di Urbino colla cessione al papa del ducato di Camerino, che fu di nuovo infeudato prima ai Farnesi, indi ai conti del Monte, nipoti di Giulio III, e che all'ultimo ricadde alla camera apostolica[226].
[226] _Gio. Batt. Adriani, l. II, p. 103. — Lett. de' Prin. t. III, p. 28._
Guid'Ubaldo II, che governò il ducato d'Urbino dal 1538 al 1574, non giunse di lunga mano alla gloria paterna. I suoi confini mai non furono esposti a veruna minaccia, ed il suo montuoso paese era poco esposto al passaggio delle armate. Non aveva coste che potessero essere saccheggiate dai Barbareschi; ma pure la vanità ed il lusso del principe erano tali, che riuscivano ai popoli quasi non meno pesanti che le guerre straniere. Le eccessive imposte ridussero gli abitanti in estrema miseria, cui tennero dietro necessariamente la carestia e le malattie contagiose. Nel 1573 scoppiarono alcune sedizioni, che Guid'Ubaldo punì con estremo rigore, facendo perire in mezzo ai tormenti molti suoi sudditi. Egli morì nel susseguente anno, e gli successe suo figlio Francesco Maria II, il di cui regno fu ancora meno fecondo d'avvenimenti che non quello del padre[227].
[227] _Muratori Annali d'Italia all'anno 1574._
I marchesi di Monferrato e di Mantova contavansi ne' precedenti secoli fra i principi indipendenti d'Italia. Federico II, duca di Mantova, raccolse l'eredità di queste due dinastie nell'epoca in cui era moribonda l'indipendenza italiana; ma dopo tale unione egli si trovò meno potente di quel che lo fossero i suoi antenati, quando non erano che semplici marchesi di Gonzaga.
Bonifacio, marchese di Monferrato, era morto per una caduta da cavallo, nel 1531, in sul fiore dell'età. Altri non restava della nobilissima famiglia de' Paleologhi che il zio Bonifacio, Giovan Giorgio, che depose per succedergli le insegne ecclesiastiche, e due sorelle, la maggiore delle quali sposò il duca di Mantova Federico II[228]. Allorchè il giorno 30 aprile del 1533 morì Giovan Giorgio, i commissarj imperiali occuparono il Monferrato, aspettando che Carlo V decidesse a chi spettava quest'eredità. Al duca di Mantova riuscì facile il dimostrare che il Monferrato era un feudo femminile, e che era entrato nella casa Paleologa per mezzo di donne. Ad ogni modo non ne ottenne dall'imperatore il possesso che il 3 di novembre del 1536; e l'imperatore a questo modo rinunciò appena a conservarlo per sè medesimo. I Gonzaghi, che si succedettero in quel secolo, e che nel 1574 ottennero che il Monferrato fosse eretto in ducato come lo era di già il Mantovano, governarono questi due paesi come se fossero luogotenenti della casa d'Austria. Federico II morì il 28 di giugno del 1540. Dopo di lui regnarono i due suoi figliuoli, da prima Francesco III il primogenito che si annegò, il 21 di febb. del 1550, nel lago di Mantova, poi il secondogenito che morì il 13 agosto del 1587, lasciando erede l'unico suo figlio don Vincenzo. Tutta la storia di questi principi non versa che intorno ai sontuosi accoglimenti fatti ai sovrani che attraversarono i loro stati, intorno ai loro proprj viaggi, ed a pochi sussidj dati agli imperatori per fare la guerra ai Turchi.
[228] _P. Jovii Historiarum l. XXXVIII, p. 333._
Nel precedente capitolo abbiamo veduto quale si fosse fino alla metà del secolo il governo del duca di Firenze. Cosimo de' Medici diffidente, dissimulato, crudele, sostenevasi in trono a dispetto di tutta la nazione da lui governata. Meno libero, meno indipendente che gli efimeri magistrati della repubblica da lui soppressa, egli doveva rispettare non solo gli ordini dell'imperatore e di Filippo II, ma quelli inoltre di tutti i loro generali, e dei governatori di Napoli e di Milano, che gli facevano crudelmente sentire tutto il peso dell'insolenza spagnuola. Per dare un compenso all'antico orgoglio de' cittadini fiorentini, egli li decorò con nuovi titoli di nobiltà. Nel mille cinquecento sessanta instituì un nuovo ordine religioso e militare sotto il patrocinio di santo Stefano. I ricchi cittadini di Firenze e del territorio toscano, sedotti dall'allettamento di questa onorificenza, ritirarono dal commercio i loro fondi, impiegandoli nell'acquisto di terreni, che obbligarono in sostentamento delle nuove dignità che ottenevano per le loro famiglie con fedecommessi, sostituzioni perpetue e commendarie. Era questo lo scopo cui mirava Cosimo I, che credeva più facile il bandire da Firenze l'antico suo commercio, che non il piegare lo spirito d'indipendenza di quei ricchi mercanti[229].
[229] _Galluzzi Storia del gran Ducato, t. II, p. 257. — Gio. Batt. Adriani, l. XVI, p. 1178. — J. Aug. de Thou, Hist. univ., l. XXXII, p. 269, t. III._
Non era lungo tempo passato da che Cosimo erasi liberato dal timore inspiratogli da Pietro Strozzi, ucciso nell'assedio di Thionville del 1558, quando la sua casa fu insanguinata da tragici avvenimenti, avvolti entro dense tenebre, che mai non si dissiparono affatto agli occhi della posterità. Si pretende che don Garzia, il terzo de' suoi figli, assassinasse don Giovanni il secondo, di già decorato del cappello cardinalizio, e che Cosimo lo vendicasse colle proprie mani, uccidendo don Garzia col suo pugnale tra le braccia della madre Eleonora di Toledo, che ne morì di dolore[230]. Sebbene il duca cercasse di nascondere al pubblico così tristi avvenimenti, dessi contribuirono però ad inspirargli il desiderio di ritirarsi dalla scena più attiva del mondo, ed a scaricarsi delle principali cure del governo sopra suo figliuolo primogenito don Francesco. Egli eseguì tale risoluzione nel 1564. Nè meno perfido, nè meno crudele del padre, ma più dissoluto, più vano, più iracondo, don Francesco non aveva i talenti con cui Cosimo aveva fondata la grandezza della sua famiglia. Fu perciò, più che il padre, l'oggetto dell'odio dei popoli, il quale odio non era temperato da verun sentimento di rispetto per l'ingegno di lui. Per altro Cosimo erasi riservata la suprema direzione degli affari, inoltre tutte le relazioni diplomatiche, e la cura continua di lusingare Pio V, dando in mano all'inquisizione di Roma tutti i suoi sudditi che il papa credeva infetti d'eresia, e perfino il proprio confidente Pietro Carnesecchi; le quali cose gli guadagnarono in modo l'affetto del pontefice, che, nel 1569, ottenne da lui il titolo di gran duca di Toscana[231].
[230] _Cronica del MS. del Settimani all'anno 1562, presso Anguillesi Notizie del palazzo di Pisa, p. 143. — J. Aug. de Thou, Hist. univ., l. XXXII, p. 270._
[231] _Gio. Batt. Adriani, l. XIX, p. 1348; l. XX, p. 1504. — Galluzzi Stor. del gran Ducato, t. II, p. 310 e 348._
La Toscana non era, nè mai era stata, un feudo della Chiesa, di modo che il papa non poteva a buon diritto cambiare il titolo del suo sovrano. Perciò quest'innovazione non solamente eccitò la collera di tutti i duchi, i quali vedevano innalzarsi al di sopra di loro quello di Firenze, ma altresì quella dell'imperatore, che sentiva il torto fatto alle sue prerogative. Cosimo I morì il 21 di aprile del 1574, prima di avere veduto condotte a fine le negoziazioni colle quali cercava di ridurre i sovrani dell'Europa a riconoscere il suo nuovo titolo[232]. Ma don Francesco, che gli successe nel 1575, ottenne dall'imperatore Massimiliano II, che gli conferisse egli stesso il 2 di novembre il titolo di gran duca di Toscana, come una nuova grazia, e senza fare memoria della precedente concessione del papa[233].
[232] _Gio. Batt. Adriani, l. XXII, p. 86._ — Qui finisce la sua storia. — _Galluzzi Storia del gran Ducato, l. III, c. VIII, p. 56, t. III._
[233] _Galluzzi Storia del gran Ducato, l. IV, c. I, t. III, p. 166._
Una congiura contro il gran duca, che fu scoperta nel 1578, e punita con molti supplicj, fu l'ultimo sforzo che in Firenze facessero gli amici della libertà per iscuotere l'odiato governo dei Medici[234]. Questo governo erasi stabilito già da quarantott'anni, ed aveva lasciati morire in esilio tutti coloro che avevano un elevato carattere; il commercio fiorentino era distrutto; eransi mutate le costumanze nazionali, e la recente educazione aveva accomodate le anime al giogo.
[234] _Muratori Ann. d'Italia ad ann._
Il gran duca aveva incaricato Curzio Picchena, suo segretario d'ambasciata a Parigi, di liberarlo dai distinti emigrati che tuttavia si trovavano alla corte di Catarina de' Medici. Gli fece avere sottili veleni, per formare i quali Cosimo I aveva eretta nel suo palazzo un'officina, che diceva essere un laboratorio chimico per le sue esperienze; gli diresse inoltre alcuni assassini italiani superiori a tutti gli altri; e promise il premio di quattro mila ducati per ogni omicidio, oltre il rimborso di tutte le spese che sarebbero occorse. Nel 1578 Bernardo Girolami fu la prima vittima di questa trama; e la di lui morte atterrì in modo tutti gli altri emigrati fiorentini, che questi per salvarsi si dispersero per le province della Francia e dell'Inghilterra. Ma ovunque furono inseguiti dai sicarj di don Francesco, e tutti coloro che avevano recata qualche molestia al gran duca perirono[235].
[235] _Galluzzi Stor. del gran Ducato, l. IV, c. III, t. III, p. 220._
Don Francesco visse e morì totalmente subordinato a Filippo II: e perciò mostrossi agli occhi de' suoi sudditi sempre spalleggiato da tutta la potenza spagnuola; e sebbene nel 1579 si rendesse più spregievole, che non lo era prima, colle sue nozze coll'accorta e dissoluta Bianca Cappello[236], sebbene nella sua famiglia si andassero continuamente rinnovando gli assassinj, gli avvelenamenti, i delitti d'ogni sorta, i Fiorentini più non tentarono di sottrarsi alla sua autorità; ma soltanto non dissimularono la loro gioja, quando, il 19 ottobre del 1587, Francesco e sua moglie morirono avvelenati a Poggio a Cajano, in occasione di un convito di riconciliazione che colà egli dava al cardinale Ferdinando de' Medici, suo fratello[237].
[236] _Anguillesi Memorie del Poggio a Cajano, p. 111, estratto dai MS. del Settimani. — Galluzzi, t. II e III._
[237] _Galluzzi, t. IV, p. 55, l. IV, c. VIII. — Anguillesi Notizie del Poggio a Cajano, p. 117._
Questo Ferdinando, che gli successe, e che depose le vesti ecclesiastiche per ammogliarsi, fu il primo a rialzare la nazione toscana dall'oppressione in cui essa aveva sospirato sessant'anni. Egli aveva tutta quell'attitudine al governo che può avere un uomo senza virtù, e tutta la fierezza che può conservarsi senza nobiltà d'animo. Si propose di sottrarsi al giogo spagnuolo che aveva così duramente oppressi i suoi due predecessori: volle di nuovo opporre la Francia alla casa d'Austria, e fu il primo sovrano cattolico che riconoscesse Enrico IV, e si alleasse con lui. In appresso s'interpose per la di lui riconciliazione col papa, e gli ottenne l'assoluzione. Ma il trattato di Parigi del 27 febbrajo del 1600, tra la Francia ed il duca di Savoja, togliendo alla prima la comunicazione coll'Italia pel marchesato di Saluzzo, fece ricadere il gran duca sotto il giogo della Spagna, che aveva cercato di scuotere[238].
[238] _Galluzzi, l. V, c. VI, VII ed VIII, t. IV._
Tale fu in compendio la storia di tutti i principi sovrani che in questo secolo contava l'Italia. Quella delle tre repubbliche che tuttavia conservavano la loro libertà fu ancora più povera d'importanti avvenimenti. In Toscana la repubblica di Lucca aveva conservata la sua indipendenza. Se si vuole farne giudizio dalle sue forme esteriori, essa continuava a governarsi democraticamente: la sovranità risiedeva in tre corpi che dovevano approvare tutte le leggi; questi erano, la signoria formata da un gonfaloniere e da 9 anziani che mutavansi ogni due mesi; il senato formato di 36 membri che si rinnovavano ogni sei mesi all'anno; ed il consiglio generale formato di 90 individui che sedevano un anno[239]. Ma perchè i magistrati in esercizio nel corpo dell'anno formavano essi medesimi il corpo elettorale, dal quale venivano nominati i magistrati del susseguente anno, gli stessi uomini trovavano il destro di occupare sempre tutti gl'impieghi, soltanto col cambiare fra di loro le rispettive funzioni, perchè la legge non acconsentiva di essere rieletti senza intervallo. Per ciò gli emigrati fiorentini, assai numerosi in Lucca, rinfacciavano ai loro ospiti di avere abbandonata la repubblica ad una stretta oligarchia, detta burlevolmente _i signori del cerchiolino_[240].
[239] _Dissertaz. VIII sopra la Storia Lucchese, t. II, delle Memorie e documenti sopra la Storia Lucchese._
[240] _Beverini Ann. Lucenses Mans., l. XIV. — Dissert. VIII sopra la Storia Lucchese, t. II, p. 252._
Alcuni oppressivi regolamenti emanati a favore de' capi manifatturieri contro gli artigiani, ed in particolare contro i tessitori di seta, diedero motivo, il primo maggio del 1531 ad un'insurrezione che costrinse la signoria a transigere col popolo, e ad accrescere di un terzo il numero de' consiglieri, onde accordare queste piazze ad uomini nuovi; ma prima che terminasse l'anno la signoria si fece autorizzare a prendere una guardia di cento soldati forastieri per difendere il palazzo pubblico, e coll'ajuto di questa e delle milizie del territorio, ristabilì l'antico sistema, il 9 aprile del 1532, ed annullò tutte le leggi fatte in favore delle classi inferiori[241].
[241] _A. N. Cianelli Dissertaz. VIII sopra la Storia Lucchese, p. 268._
Per altro non fu che dopo la capitolazione di Siena, e quando la libertà era di già stata esiliata da tutto il rimanente della Toscana, che il gonfaloniere Martino Bernardino, il 9 dicembre del 1556, propose e fece sanzionare la legge che i Lucchesi risguardarono poi come il fondamento della loro aristocrazia, e come equivalente al _serrar del consiglio_ di Venezia, e che intitolarono dal suo autore _legge Martiniana_. Martino, che voleva ridurre la sovranità in pochissime famiglie, accarezzava non pertanto ancora la pubblica opinione, e non aveva infatti espresso ancora tutto ciò che voleva stabilire. La legge _Martiniana_ vuole soltanto che ogni figlio o di forastiere o di campagnuolo sia perpetuamente escluso da qualunque magistratura. Con tali indiretti modi il corpo aristocratico, che di già era stato ridotto a poche famiglie, si assicurò di non essere mai più rinnovato, perchè tutti i nuovi candidati che vi si sarebbero potuti introdurre, non potevano essere che stranieri naturalizzati, o di già sudditi dello stato fatti nobili. In questo modo la sovranità venne trasmessa per ereditario diritto ad un sempre più ristretto numero di famiglie nobili[242]. Sembra infatti che nell'anno 1600 l'aristocrazia lucchese non contasse che cento sessant'otto famiglie, le quali, nel 1797 in occasione degli ultimi comizj adunati per l'elezione delle magistrature, trovaronsi ridotte a sole ottant'otto, e queste non somministravano un sufficiente numero d'individui per tutti gl'impieghi dello stato[243].
[242] _Beverini Ann. Lucenses, l. XV. — Dissertazione IX sopra la Storia Lucchese, t. II, p. 271._
[243] _Dissert. IX sopra la Storia Lucchese, t. II, p. 301._
La costituzione che si era data la repubblica di Genova, quando Andrea Doria le aveva renduta la libertà, aveva colmati di riconoscenza tutti i Genovesi, perchè chiamava a governare il maggior numero di loro, nell'istante in cui avevano potuto temere che la sovranità venisse usurpata da un solo: pure questa costituzione era puramente aristocratica, e tendeva a sempre più restringere il circolo dei depositarj della suprema autorità. D'altronde l'assoluta dipendenza in cui si erano poste, rispetto alla Spagna, la famiglia Doria e la repubblica doveva altresì riuscire vantaggiosa all'oligarchia per via di tutti i pregiudizj di nobiltà fomentati dall'orgoglio di Filippo II e della sua corte[244].
[244] _Ub. Folieta della repubblica di Genova, Dialoghi. — Fil. Casoni Ann. di Genova, l. V, p. 157._