Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 16 (of 16)
Part 11
Tale principio ebbero i ducati di Parma e di Piacenza, e la nuova grandezza di casa Farnese. Questa si collocò tra le case sovrane quasi nello stesso tempo che quella dei Medici; e la rivalità di queste due case, che si spensero nello stesso tempo, si tenne viva due secoli. Entrambe queste case scosse nella loro origine dall'odio de' loro sudditi e dalla violenta morte del fondatore della loro dinastia, non parevano destinate a durare lungo tempo. Pier Luigi Farnese aveva appena regnato due anni, quando fu assassinato il 10 settembre del 1547 dai nobili di Piacenza, ai quali erasi renduto esoso colle disolutezze, coll'avarizia e colle crudeltà sue. Don Ferdinando Gonzaga, governatore del Milanese a nome dell'imperatore aveva tenuto mano a questa congiura, ed occupò subito Piacenza in nome del suo padrone[201]. Paolo III, non dubitando che non venisse bentosto attaccata anche Parma, la riunì nuovamente agli stati della Chiesa, per dare maggior peso ai diritti della santa sede sopra questa città. Egli offrì in contraccambio ad Ottavio lontane speranze, che questi non osava lusingarsi di vedere ridotte ad effetto a cagione della decrepita vecchiaja di suo avo. Resistè finchè gli fu possibile al volere del papa, ma finalmente dovette cedere. Ferdinando Gonzaga erasi impadronito de' luoghi più forti del circondario di Parma e teneva la città quasi bloccata; nello stesso tempo l'imperatore domandava imperiosamente al papa che gli fosse restituita Parma, siccome parte del ducato di Milano. Il vecchio pontefice cercava di far valere i diritti della santa sede con Memorie e con Manifesti; ma egli si andava sempre più indebolendo: la contesa mantenevasi già da due anni, e le speranze d'Ottavio Farnese diminuivano ogni giorno. Finalmente, supponendo di non avere più tempo da perdere, egli si recò in poste a Parma, e tentò di occuparla di nuovo. I comandanti della città e del castello non vollero ubbidirgli; e Paolo III, avvisato di quest'intrapresa e delle offerte di accomodamento fatte da Ottavio a don Gonzaga, ne concepì tanto dolore, che ne morì dopo quattro giorni il 10 novembre del 1549 in età di ottantadue anni[202].
[201] _Gio. Batt. Adriani, l. VI, p. 414-420. — Ber. Segni, l. XII, p. 319. — Fra Paolo Conc. di Trento, l. III, p. 281. — De Thou Hist. univ., l. IV, p. 283, t. I._
[202] _Gio. Batt. Adriani, l. VII, p. 479-482. — B. Segni, l. XII, p. 322. — Pallavicini, l. XI, c. VI, t. III, p. 154. — Jo. Sleidani, Comment., l. XXI, p. 375. — De Thou, l. VI, p. 512._
Sarebbesi dovuto credere che la casa Farnese più non avrebbe potuto rialzarsi da tante calamità. Ottavio era stato spogliato della metà de' suoi stati dall'imperatore suo suocero, e dell'altra metà dal papa suo avo. Più non aveva nè tesori, nè armate, nè fortezze, e pareva ridotto a non avere più speranze, siccome più non aveva nè forze proprie, nè alleati. Ma Paolo terzo nel suo lungo pontificato aveva creati più di settanta cardinali. Sedevano tra gli altri nel sacro collegio due suoi nipoti, i quali ebbero bastante influenza e destrezza per far cadere l'elezione, il 22 di febbrajo del 1550, sopra il cardinale del Monte, creatura del loro avo, che assunse il nome di Giulio III. Questi, due giorni dopo la sua elezione, ordinò che Parma colla sua fortezza si restituisse ad Ottavio Farnese; confermò l'investitura del ducato di Castro ad Orazio Farnese di lui fratello; lasciò ad ambidue le importanti cariche di prefetto di Roma e di gonfaloniere della Chiesa, ed in fine fece per quella casa ciò che Paolo III con tutta la sua ambizione non aveva potuto fare[203].
[203] _Gio. Batt. Adriani, l. VIII, p. 495. — Bern. Segni, l. XII, p. 324. — Pallavicini, l. XI, c. VII, t. III, p. 156. — De Thou, l. VI, p. 521._
Ma non per questo poteva credersi assicurata la sorte del duca di Parma: l'imperatore pareva avere dimenticato d'averlo egli stesso scelto per suo genero, e pretendeva di spogliarlo del restante de' suoi stati. Lo ridusse con ciò a gettarsi nelle braccia del re di Francia, a nome del quale Ottavio Farnese fece la guerra dal 27 di maggio del 1551 fino al 29 d'aprile del 1552, ed al servigio del quale Orazio, duca di Castro, fratello di Ottavio, militò fino al 18 di luglio del 1553, ch'egli fu ucciso in Hesdin mentre difendeva questa città contro gl'imperiali[204]. Ma Piacenza non fu restituita al duca Ottavio che il 15 settembre del 1556 da Filippo II, il quale, spaventato dall'invasione del duca di Guisa in Italia, volle procurarsi l'alleanza del Farnese[205]. Ad ogni modo Filippo conservò una guarnigione nella rocca di quella città, che restituì soltanto trent'anni più tardi, nel 1585, in segno di riconoscenza per gli eminenti servigi prestatigli da Alessandro Farnese, figlio d'Ottavio e principe di Parma.
[204] _Gio. Batt. Adriani, l. VIII, p. 524 e seg._
[205] _Ivi, l. XIV, p. 947. — J. Aug. de Thou Hist. univers., l. XVII, p. 407._
Ottavio andò in parte debitore alla lunga sua vita dello stabilimento della sua sovranità, ch'egli lasciò ai suoi discendenti. Morì il 18 settembre del 1586; e suo figlio Alessandro, che da lungo tempo mieteva allori alla testa delle armate spagnuole in Fiandra, non governò giammai personalmente gli stati da lui renduti illustri. Egli ancora guerreggiava ne' Paesi Bassi, quando morì in Arras il 2 dicembre del 1592, lasciando suo figlio Rannuccio solidamente stabilito nei due ducati di Parma e di Piacenza sotto la duplice protezione della Chiesa e del re di Spagna[206].
[206] _Henr. Cather. Davila Guerre civili di Francia, l. XIII, p. 814, ediz. di Venezia in 4.º 1630. — Card. Bentivoglio Guerra di Fiandra, p. II, l. VI, p. 168, Venezia, in 4.º 1645._
Paolo III fu l'ultimo di quegli ambiziosi pontefici che smembrarono il dominio della Chiesa per dare stato alla loro famiglia. Giulio III, che gli successe il 9 febbrajo del 1549, credette di non avere ottenuta la tiara che per abbandonarsi senza ritegno alla pompa ed ai piaceri. Egli soltanto ottenne da Cosimo de' Medici Monte Sansovino sua patria, nel territorio d'Arezzo; eresse quella terra in contea, a favore di suo fratello Baldovino del Monte, e diede a questo stesso fratello il ducato di Camerino, dal Farnese restituito alla camera apostolica. Del resto parve che a null'altro pensasse che a colmare di ricchezze e di onori ecclesiastici un giovanetto da lui amato. Lo fece adottare da suo fratello; lo creò cardinale in età di diciassette anni, sotto il nome d'Innocenzo del Monte, e lo corruppe in modo con tanti favori, che questo giovane, tolto dalla più bassa classe del popolo, diventò a cagione de' suoi vizj lo scandalo del sacro collegio, dal quale lo scacciarono i successori di Giulio III[207].
[207] _Gio. Battista Adriani, l. VIII, p. 497 e seguenti. — Bern. Segni, l. XII, p. 323. — Pallavicini, l. XI, c. VII, t. III, p. 159. — Fra Paolo, l. III, p. 307. — J. Aug. de Thou Hist. univ., l. VI, p. 520, t. I._
Questo pontefice degno di non molta stima e di poco biasimo, morì il 29 di marzo del 1555, ed ebbe per successore Marcello II di Monte Pulciano, che regnò soltanto ventidue giorni, dal 9 al 30 aprile. L'immatura morte di lui fece luogo a Giovan Pietro Caraffa, Napolitano, che nell'avanzata età di ottanta anni fu eletto il 23 maggio del 1555 sotto il nome di Paolo IV[208].
[208] _Gio. Battista Adriani, l. XII, p. 867, l. XIII, p. 876, 890. — Lett. de' Princ., t. III, f. 161._ Lettera di un conclavista con diverse curiose circostanze intorno alle cerimonie dell'elezione.
Da gran tempo la santa sede non aveva avuto che uomini unicamente animati da mondane viste, che si erano successivamente proposto di soddisfare al loro gusto pei piaceri, per le arti, per la magnificenza o per la guerra. Gli uni avevano voluto dilatare la stessa monarchia della chiesa, gli altri per lo contrario staccarne de' feudi per innalzare le loro famiglie; in tutti l'uomo politico aveva coperto l'uomo di chiesa, ed il fanatismo religioso aveva avuta pochissima influenza sulla loro condotta. Tale fu il carattere dei papi in tutto il tempo che decorse dal concilio di Costanza a quello di Trento; ma papa Paolo IV aveva un affatto diverso sentimento.
Il pericolo che sovrastava alla chiesa romana pei progressi della riforma, mutò alla fine il carattere de' suoi capi. Erasi fin allora veduto il basso clero geloso del clero superiore, i vescovi gelosi della corte di Roma, i cardinali gelosi del papa, e dal canto loro i superiori sempre diffidenti o sempre gelosi dei diritti dei loro inferiori. Avevano i papi lungo tempo risguardati i vescovi come loro segreti ma costanti nemici, e questi avevano effettivamente mostrato uno spirito repubblicano che mirava a limitare il potere del capo della chiesa. Ma nello stesso tempo i riformatori avevano attaccato il basso e l'alto clero e l'intera chiesa; coloro che si erano divisi per attirare a sè tutto il potere, sentirono in allora la necessità di unirsi per la comune difesa. I re, cui il clero aveva tanto tempo contrastata l'autorità, si trovarono dopo quest'epoca in guerra collo spirito repubblicano de' riformatori; perciò fecero alleanza cogli antichi loro nemici contro i nuovi avversarj, e tutti coloro che per qualunque titolo e sotto qualsiasi protesto proponevansi di vietare agli uomini di operare e di pensare da sè, riunironsi in una sola lega contro tutto il resto del genere umano.
Fu questo nuovo spirito di resistenza alla riforma che diede al concilio di Trento un carattere così diverso da quello de' precedenti concilj. Dietro le calde istanze di Carlo V questo concilio erasi convocato da Paolo III ad oggetto di decidere tutte le quistioni di fede e di disciplina che la riforma aveva fatto nascere in Germania. Era stato aperto a Trento il 15 dicembre del 1545; ma poco dopo Paolo III, diffidando di quest'assemblea, l'aveva nel 1547 traslocata a Bologna, affinchè fosse più dipendente dalla santa sede. Giulio III acconsentì nel 1551 a farlo tornare a Trento. Le vittorie di Maurizio di Sassonia contro Carlo V, ed il subito avanzamento verso il Tirolo dell'armata protestante, la disperse nel 1552. Il concilio si riaprì di nuovo nella stessa città di Trento, il giorno di Pasqua del 1561, da papa Pio IV, e durò fino al 4 di dicembre del 1563[209].
[209] _Pallavicini stor. del Conc. di Trento. — Fr. Paolo Sarpi stor. del Concil. stesso. — Rayn. An. Eccl. ad An. — Fleury Hist. Eccl., l. 144 e seg. — Labbei Conc. gener., t. XIV, p. 725._
Il concilio di Trento si adoperò con eguale ardore a riformare la disciplina della Chiesa, come ad impedire ogni riforma nelle credenze e negl'insegnamenti di lei. Egli allargò la breccia tra i cattolici ed i protestanti; sanzionò come articoli di fede le opinioni più invise a coloro che volevano far uso della ragione o de' loro naturali sentimenti per dirigere la loro coscienza[210]. Spinse al più alto grado il fanatismo dell'ortodossia; ma in pari tempo ritornò al clero il primiero vigore da gran tempo indebolito. I preti avevano troppo apertamente sagrificata la propria riputazione ai loro piaceri; tutti gli abusi che si erano introdotti nella disciplina miglioravano la loro condizione, ma in pari tempo diminuivano la loro riputazione ed il loro potere. Per lo contrario la politica del concilio mirò a renderli rispettabili agli occhi dei divoti, a vincolarli più strettamente collo spirito di corporazione, ad assoggettarli alla regola; e questa stessa ubbidienza avrebbe loro data un'irresistibile forza, ed essi avrebbero signoreggiati i consigli di tutti i re, se i progressi dello spirito umano non si fossero avanzati con maggiore rapidità che questa riforma del clero.
[210] Cioè a coloro che più non volevano riconoscere la legittima autorità della Chiesa. _N. d. T._
Si sentì l'influenza del nuovo spirito che animava la chiesa, e che si era esteso fino al sacro collegio, nelle prime elezioni che seguirono la convocazione del concilio di Trento. Incominciando da quest'epoca i pontefici furono spesso più fanatici e crudeli che non i loro predecessori; ma più non furono visti disonorare la santa sede coi vizj e con un'ambizione affatto mondana. Vero è che Giulio III, il quale fu eletto dopo essersi adunato il concilio, non corrispose alla vantaggiosa opinione che si era di lui concepita; tuttavolta quest'opinione era fondata sulle virtù e sull'austera condotta di cui diede prove prima di giugnere alle ultime grandezze. Marcello II, che gli successe, e che regnò pochissimi giorni, era riputato un uomo santissimo. Paolo IV, creato il 23 di maggio del 1555, si era dato a conoscere per uno de' più dotti cardinali; era stato in particolar modo notato il di lui zelo per l'ortodossia e l'ordine dei Teatini da lui fondato, gli dava grande riputazione di santità[211].
[211] _Gio. Battista Adriani, l. XII, p. 890. — Ber. Segni, l. XV, p. ult. — Pallavicini, l. XIII, c. XI, p. 310. — Onof. Panvinio vite de' Pont., f. 284, 286. — F. P. Sarpi Istor. del Conc., l. IV, p. 400._
Il fanatismo persecutore salì con Paolo IV sulla sede di san Pietro. L'intolleranza de' precedenti pontefici non era, per così dire, che l'effetto della loro politica; ma quella di Paolo IV era ai suoi occhi medesimi la giusta vendetta del cielo irritato, e della propria disprezzata autorità. L'impetuoso carattere di questo vecchio napolitano non ammetteva nè modificazioni, nè ritardo nell'ubbidienza ch'egli esigeva; qualunque esitanza parevagli una ribellione, e perchè confondeva in coscienza le sue proprie opinioni colle suggestioni dello spirito santo, avrebbe creduto di peccare egli stesso, se avesse accordato un solo istante a coloro i quali erano tanto empi d'avere l'ardire di opinare diversamente da lui. Era egli stato, fin sotto il regno di Paolo III, il principale promotore dello stabilimento dell'inquisizione in Roma, ed aveva egli stesso coperta la carica di grande inquisitore. Quando salì sul trono raddoppiò il rigore degli editti de' suoi predecessori, e moltiplicò i suplicj di coloro che nello stato della Chiesa rendevansi sospetti di favoreggiare le nuove dottrine.
Filippo II e Paolo IV cominciarono a regnare nello stesso tempo, ed erano ambidue animati dallo stesso fanatismo; pure questa passione non formò tra di loro l'unione che poteva aspettarsi. Sdegnato il papa della dipendenza in cui la casa d'Austria aveva ridotta la chiesa romana, aveva determinato di scuotere cotal giogo; fece perciò alleanza con Enrico II, che, sebbene amico fosse degli eretici di Germania e de' Turchi, trattava i protestanti francesi con non minore ferocia e perfidia del monarca spagnuolo. Quest'alleanza strascinò la corte di Roma in una breve guerra contro Filippo II, la quale fu l'estrema che i papi intraprendessero nel presente secolo per motivi di pura politica; questa ebbe un esito assai più felice che non poteva sperarsi dalla debolezza del papa, e dalla inconsideratezza dei suoi tre nipoti, de' quali aveva troppo ascoltati i consigli, e lusingata l'ambizione. Il duca d'Alba, che comandava gli Spagnuoli, in sul cominciare di dicembre del 1556, entrò nello stato della chiesa ed occupò molti luoghi forti senza quasi incontrare resistenza. Il duca di Guisa accorse in ajuto del papa con un'armata francese; ma la disfatta del contestabile di Montmorencì a san Quintino sforzò bentosto Enrico II a richiamarlo. Il papa restava senza alleati e senza mezzi, quando Filippo II, che non poteva risolversi a stare in guerra contro la santa sede, il 14 settembre del 1557, comperò la pace al prezzo delle più umilianti condizioni. Per altro si vendicò dei Caraffa, che Paolo IV, loro zio, aveva arricchiti colle spoglie della casa Colonna, e ch'egli sagrificò negli ultimi anni della sua vita, conoscendo d'essere stato da loro ingannato[212].
[212] _Gio. Battista Adriani, l. XIV, p. 980; l. XV, p. 1044. — Onof. Panvinio Vita di Paolo IV, f. 289. — Pallavicini Stor. del Con. di Trento, l. XIII, c. XVI, al l. XIV, c. IV, p. 325 e segu., t. III. — Fr. Paolo Concil. di Trento, l. V, p. 417._
A Paolo IV, morto il 18 d'agosto del 1559, successe Pio IV, fratello del marchese di Marignano della casa de' Medici di Milano. Comincia con lui la serie di que' pontefici, che gli storici ortodossi lodano senza restrizione; Pio V, che gli successe il 17 di gennajo del 1560, e Gregorio XIII, che fu creato il 13 di maggio del 1572, avevano press'a poco lo stesso carattere. Tutti tre d'altro non parvero occupati che della cura di combattere e di sopprimere l'eresia: affatto rinunciando ad ogni disputa per istabilire l'indipendenza della santa sede, ad ogni gelosia verso la corte di Spagna, intimamente si collegarono con un monarca, che col suo zelo per l'inquisizione, per l'uccisione de' Giudei di Arragona, dei Musulmani di Granata, de' protestanti dei Paesi Bassi, che colle sue continue guerre contro i Calvinisti di Francia, gl'Inglesi ed i Turchi, mostravasi il più affezionato figliuolo della chiesa. I papi più non pensarono a fare la guerra pel temporale interesse de' loro stati o delle loro famiglie, ma largamente contribuirono coi tesori e coi soldati della chiesa alle imprese del duca d'Alba ne' Paesi Bassi, al sostentamento della lega di Francia ed alle guerre coi Musulmani. Sotto questi tre papi si videro di nuovo le legioni romane in riva alla Senna ed al Reno, mentre altre guerreggiavano contro i Turchi sulle sponde del Danubio e sulle coste di Cipro e dell'Asia Minore: e Marc'Antonio Colonna, generale delle galere pontificie, ebbe una parte essenziale alla vittoria di Lepanto, ottenuta il 7 ottobre del 1571, da don Giovanni d'Austria sopra i Musulmani[213].
[213] _Gio. Batt. Adriani, l. XXI, p. 1579-1589. — Ant. Ciccarelli, vita di Pio V, f. 299. — Greg. Leti vita di Filippo II, t. II, l. I, p. 37. — J. Aug. de Thou., l. L, p. 456, t. IV._
In mezzo a questa serie di papi egualmente onorati per la decenza de' loro costumi, per la sincerità del loro zelo religioso, e per la non curanza de' loro personali interessi, Sisto V, successore di Gregorio XIII, che regnò dal 24 aprile del 1585 fino al 20 agosto del 1590, si distingue pel vigore del suo carattere, per le sue grandiose imprese, per la magnificenza de' monumenti con cui abbellì Roma, e per le forme pronte, severe, dispotiche della sua amministrazione. Egli liberò i suoi stati dagli assassini e vi mantenne una rigorosa polizia; accumulò col mezzo di gravissime imposte un immenso tesoro, e si meritò ad un tempo l'ammirazione e l'odio de' suoi sudditi[214].
[214] _Ant. Ciccarelli vita di Sisto V, f. 312. — J. Aug. de Thou, l. LXXXII, t. VI, p. 503. — Labbei Concil. gen., t. XV, p. 1190._
Urbano VII, Gregorio XIV, Innocenzo IX, che tennero soltanto alcuni mesi il papato, avevano le stesse virtù ed i medesimi difetti de' loro predecessori dopo il concilio di Trento. Clemente VIII, che fu eletto il 30 gennajo del 1592, protrasse il suo regno fino al 30 di marzo del 1605. Dovremo parlarne, allorchè indicheremo compendiosamente le rivoluzioni del susseguente secolo.
L'amministrazione di tutti i papi che si succedettero dopo l'apertura del concilio di Trento fino alla fine del secolo, è macchiata dalle atroci persecuzioni esercitate contro i protestanti d'Italia. Gli abusi della corte di Roma erano in questo paese assai meglio conosciuti che oltremonti; vi si erano coltivate più presto le lettere, e con maggior cura; la filosofia vi aveva fatti più grandi progressi, ed in principio del secolo aveva discusse le stesse materie religiose con grandissima indipendenza. La riforma si era fatta tra i letterati non pochi partigiani; ma meno assai nella classe povera e laboriosa, che l'adottò con tanto ardore in Germania ed in Francia. I papi riuscirono a spegnerla nel sangue; l'inquisizione, in tutto il secolo, fu la strada che più sicuramente condusse al trono pontificio[215].
[215] _Muratori Ann. ad ann. 1567, t. X, p. 438. — Gio. Batt. Adriani, l. XIX, p. 1348._
I papi non mostrarono meno il loro crudele fanatismo nella parte che presero alle guerre civili e religiose del restante dell'Europa. Pio V, per ricompensare il duca d'Alba dell'atroce sua condotta verso i Fiamminghi, gli mandò nel 1568 il cappello e lo stocco gemmato, che i suoi predecessori avevano talvolta mandati ai gran re[216]. Gregorio XIII aveva fatto rendere grazie a Dio per l'assassinio del giorno di san Bartolomeo[217]. I successori di questo papa ricusarono di ricevere gli ambasciatori di Enrico IV, quando vennero per concertare l'abjura di Enrico, ed ancora quando Enrico stesso si fu pubblicamente ricreduto. Tutti questi pontefici non cessarono di fomentare le guerre civili della Francia, della Fiandra, della Germania, e le congiure contro la regina d'Inghilterra; di modo che le calamità degli ultimi cinquant'anni del sedicesimo secolo furono, in tutta l'Europa, costantemente l'opera dei papi.
[216] _Bentivoglio Guerra di Fiandra, p. I, l. V, p. 92._
[217] _Gio. Batt. Adriani, l. XXII, p. 49. — Cathr. Davila Guerra civ. di Francia, l. V, p. 273. — J. Aug. de Thou, l. LIII, p. 632, t. IV._
I sudditi dei papa, durante la seconda metà del sedicesimo secolo, non furono più felici che quelli della Spagna: un governo non meno assurdo gli opprimeva senza proteggerli, mentre che le più onerose gabelle, i più ruinosi monopolj distruggevano ogni industria; un'amministrazione arbitraria e violenta, vincolando il commercio dei grani, era cagione di frequenti carestie, sempre seguite da contagiose malattie. Quella del 1590 e 1591 rapì alla sola Roma sessanta mila abitanti, molte castella; e molti doviziosi villaggi dell'Ombria rimasero dopo tale epoca affatto spopolati[218]. In tal modo stendevasi la desolazione sopra campagne in addietro tanto feraci, le quali diventavano indi preda d'un aere malsano: in appresso l'effetto si faceva a vicenda causa, e gli uomini più non potevano vivere dove que' flagelli avevano distrutte le precedenti popolazioni.
[218] _Ciccarelli vita di Gregorio XIII, f. 336-337._
Sebbene lo stato pontificio avesse il vantaggio di una profonda pace, tutte le sue truppe non bastavano a proteggere i cittadini, nè contro le incursioni dei Barbareschi, nè contro i guasti dei masnadieri. Questi, renduti arditi dal loro numero, e facendosi gloria di combattere contro il vergognoso governo della loro patria, erano giunti a segno di risguardare il proprio mestiere come il più onorato di tutti; lo stesso popolo, da loro taglieggiato, applaudiva al loro valore e risguardava le loro bande come semenzai di soldati. I gentiluomini addebitati, i figli di famiglia sconcertati ne' loro affari, recavansi ad onore di avervi servito per qualche tempo in queste bande, ed alcune volte varj grandi signori si posero alla loro testa per sostenere una regolare guerra contro le truppe del papa. Alfonso Piccolomini, duca di Monte Marciano e Marco Sciarra, furono i più destri ed i più formidabili capi di questi facinorosi: il primo ruinava la Romagna, l'altro l'Abruzzo e la campagna di Roma. Siccome l'uno e l'altro avevano ai loro ordini più migliaja di uomini, non si limitavano a svaligiare i passaggeri, o a somministrare assassini a chiunque volesse pagarli per eseguire private vendette; ma sorprendevano i villaggi e le piccole città per saccheggiarle, e forzavano le più grandi a riscattarsi con grosse taglie, se i loro abitanti volevano salvare dall'incendio le loro ville e le messi[219].
[219] _Ciccarelli vita di Gregorio XIII, p. 300. — Galluzzi Istor. del gran ducato, l. IV, t. III, p. 273 e seguenti._