Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 16 (of 16)

Part 10

Chapter 103,747 wordsPublic domain

La più grande disgrazia, inseparabile da questo stato abituale di guerra straniera, fu la continuazione del regime militare, la dimora o il passaggio delle truppe spagnuole nelle diverse province italiane, e più di tutto le insopportabili imposte colle quali la corte di Madrid opprimeva i popoli. L'ignoranza de' ministri spagnuoli, che non conoscevano verun principio di economia politica, era ancora più funesto che la loro rapacità, e le loro dilapidazioni. Essi mai non inventarono un'imposta che non sembrasse destinata a schiacciare l'industria ed a ruinare l'agricoltura. Le manifatture andavano in decadimento, scompariva il commercio, le campagne si disertavano, e gli abitanti, ridotti alla disperazione, erano in ultimo costretti ad abbracciare, come una professione, l'assassinio. Capi distinti pei loro natali e pei loro talenti si posero alla testa di compagnie d'assassini, che formaronsi in sul declinare del secolo nel regno di Napoli e nello stato della Chiesa; e la guerra dei malandrini pose più volte in pericolo la stessa sovrana autorità. In questo tempo le province restavano senza soldati, le coste senza vascelli da guerra, le fortezze senza guarnigione. Nulla opponevasi ai guasti dei Barbareschi, che, non contenti delle prede che potevano far sul mare, eseguivano sbarchi alternativamente su tutte le coste, e strascinavano in ischiavitù tutti gli abitanti. Tutte le atrocità con cui la tratta dei Negri afflisse l'Africa negli ultimi due secoli, vennero nel sedicesimo praticate dai Musulmani in Italia. Questi avidi mercanti di schiavi mantenevano egualmente dei traditori sulle coste per avvisarli e dar loro nelle mani gli sventurati Italiani; egualmente veniva sempre offerta una mercede al delitto, e l'estrema sventura pendeva sempre sul capo della famiglia che credeva poter riporre la sua fiducia nella propria innocenza ed oscurità. Tali erano le calamità, sotto il peso delle quali, in sul finire del sedicesimo secolo, l'Italia piangeva la perdita della sua indipendenza.

Abbiamo negli ultimi volumi esposti circostanziatamente tutti gli avvenimenti del primo dei tre periodi ne' quali si è diviso il sedicesimo secolo. Abbiamo altresì nel precedente capitolo raccolti alcuni de' fatti spettanti, per ciò che risguarda il tempo, al secondo periodo, sebbene sembrino avere tuttavia alcuno dei caratteri del primo; e questi sono l'estrema lotta sostenuta in Toscana per la libertà, e gli sforzi de' Sienesi per respingere il giogo che loro voleva imporre Carlo V. Oramai più non ci resta che di dare un'idea degli avvenimenti che nello stesso tempo o nel susseguente periodo mutarono le relazioni tra gli stati d'Italia, influirono nella sorte de' popoli, o ne alterarono il carattere nazionale. Per farlo terremo dietro ad uno ad uno ai governi tra i quali trovavasi divisa l'Italia, e daremo compendiosamente un cenno delle loro rivoluzioni.

Gli stati della casa di Savoja, i primi che i Francesi scontravano sul loro cammino entrando in Italia, eransi sottratti ai guasti delle prime guerre del secolo. Le relazioni di parentela del duca Carlo III coi due capi delle case rivali aveva al certo contribuito ad ispirar loro de' riguardi per lui. Questa stessa parentela fu poi cagione dell'invasione del Piemonte, quando del 1535 si rinnovò la guerra tra Francesco I e Carlo V. Il duca di Savoja aveva sposata Beatrice di Portogallo, sorella dell'imperatrice, e si era lasciato da lei strascinare in una confederazione colla casa d'Austria. Francesco, per vendicarsene, riclamò una parte della Savoja come eredità di sua madre Luigia, sorella del duca regnante; e sotto questo pretesto la maggior parte della Savoja e del Piemonte fu invasa dai Francesi; mentre dal canto loro gl'imperiali posero guarnigione nelle poche città che poterono sottrarre agli attacchi de' loro nemici. Per lo spazio di vent'otto anni il Piemonte fu il principale teatro della guerra tra i re di Francia e di Spagna. Quando Carlo III morì a Vercelli, il 16 agosto del 1553, trovavasi spogliato di quasi tutti i suoi stati, non meno dai suoi amici che dai suoi nemici; e sebbene suo figlio, Emmanuele Filiberto, si fosse di già acquistato nome di valoroso generale al servigio dell'imperatore, e che continuasse nelle guerre di Fiandra a coprirsi di gloria, non trovò riconoscenza ne' principi pei quali aveva combattuto. La pace di Cateau-Cambresis, che in certo qual modo fu dettata da Filippo II alla Francia, non assicurò gl'interessi d'Emmanuele, avendo essa pace lasciati nelle mani del re francese, Torino, Chiari, Civasco, Pignerolo e Villanuova d'Asti coi loro territorj, e nelle mani del re di Spagna Vercelli ed Asti. Soltanto le guerre civili della Francia persuasero Carlo IX a restituire nel 1562 al duca di Savoja le città che tuttavia occupava in Piemonte[186].

[186] _Guichenon, Hist. général de la maison de Savoie, t. II, p. 256. — Mém. de M. du Bellay, l. IV, p. 296; l. V e seg. — Hist. de la Diplomatie française, t. II, l. IV, p. 46. — De Thou Hist. génér., t. III, l. XXXI, p. 251. — Muratori Annali d'Italia ad ann._

Di quest'epoca soltanto la casa di Savoja fu veduta innalzarsi in Italia quanto gli altri stati erano decaduti. Emmanuele Filiberto, e suo figlio Carlo Emmanuele, che gli successe nel 1580, non avevano più che temere dalla Francia, in allora lacerata dalle guerre di religione. Anzi l'ultimo per lo contrario fece delle conquiste e contese al maresciallo di Lesdiguieres il possedimento della Provenza e del Delfinato. Filippo II, che cominciava a veder declinare la sua potenza, sentì la necessità di accarezzare un principe bellicoso, che copriva i confini dell'Italia; ed il duca di Savoja era il solo tra gli alleati della Spagna, che avesse meno cagioni di lagnarsi dell'insolenza de' vicerè e dei generali di Filippo. Quand'ebbero fine le guerre di religione, il duca di Savoja venne vantaggiosamente compreso nella pace di Vervins del 2 di maggio del 1598. Gli restava tuttavia una vertenza con Enrico IV rispetto al possedimento del marchesato di Saluzzo. In tempo delle guerre d'Italia questi marchesi si erano attaccati alla corte di Francia, che gli aveva colmati di favori: essi avevano richiamate in vita alcune antiche carte, in forza delle quali si riconoscevano feudatarj dei Delfini del Viennese. La loro famiglia dopo essere stata divisa da alcune guerre civili, nelle quali s'immischiò Francesco I, si spense nel 1548, e la Francia occupò il marchesato di Saluzzo che gli apriva la porta dell'Italia. Dall'altro canto il duca di Savoja approfittò delle guerre civili della Francia per andare al possedimento dello stesso feudo nell'anno 1588[187]. I due trattati del 27 di febbrajo 1600, e del 17 gennajo 1601, terminarono queste vertenze tra la Savoja e la Francia, cui tutta l'Italia dava la più grande importanza. Enrico IV accettò la Bresse invece del marchesato di Saluzzo, e con questa transazione egli escluse affatto sè medesimo dall'Italia privando così gli stati di questa contrada della speranza che quel re andava fomentando di ristabilire un giorno la loro indipendenza[188].

[187] _Enrico Cather. Davila delle guerre civili di Francia, l. IX, p. 526. — Guichenon Hist. gén., t. II, p. 287._

[188] _Ivi, p. 352 e seg. — Hist. de la Diplomatie française, t. II, p. 197 — Hist. univ. J. Aug. de Thou, t. IX, l. CXXIII, p. 325 e l. CXXV, p. 413._

In questo secolo aveva la casa d'Austria estesa la sua sovranità sopra quattro de' più potenti stati d'Italia, il ducato di Milano, il regno di Napoli, il regno di Sicilia e quello di Sardegna. Il duca di Milano, Francesco II, ultimo erede della casa Sforza, era morto il 24 ottobre del 1535, dopo aver fatto un inutile esperimento per iscuotere il giogo di Carlo V, che parevagli insopportabile. Egli aveva intavolati col re di Francia pericolosi trattati, ed aveva ottenuto che un ambasciatore di quella corona fosse mandato alla sua corte con una segreta missione; poi tutt'ad un tratto, spaventato dalla collera di Carlo V, aveva fatto decapitare quest'inviato, chiamato Maraviglia, o _Merveilles_, in occasione di una disputa intentatagli da lui medesimo[189]. Questa fu la cagione principale del rinnovamento della guerra tra la Francia e l'impero, nel 1535; e si pretende che la paura delle vendette del re affrettasse la morte del duca.

[189] _Mém. de mess. Martin du Bellay, l. IV, p. 235._

Il possedimento del Milanese, quando si spense la famiglia Sforza, non era stato definitivamente regolato nel trattato di Cambrai, e Carlo V, avanti di ricominciare la guerra, lusingò alcun tempo Francesco I, intraprendendo una negoziazione tendente ad infeudare il Milanese al secondo o terzo figliuolo del monarca francese. Nello stesso tempo fece avanzare le sue armate, ed approvvigionò le sue fortezze; e perciò quando scoppiarono le ostilità, i Francesi mai non riuscirono a sottomettere le piazze più importanti del ducato, ed i loro vantaggi si limitarono al guasto de' paesi confinanti.

I Milanesi non potevano in verun modo, sotto l'amministrazione spagnuola, rialzarsi dai disastri sofferti nelle precedenti guerre. Assurde imposte ne avevano ruinate le manifatture ed il commercio; e se le leggi non riuscirono ad isterilire quelle ricche campagne, rendettero almeno miserabili coloro che le coltivavano. Il governo volle inoltre aggravare l'odioso giogo che portavano i Milanesi collo stabilimento dell'inquisizione spagnuola. Quella dell'Italia che da molto tempo era di già stabilita in Milano, non soddisfaceva del tutto il feroce fanatismo, o la politica di Filippo II. Il duca di Sessa, governatore di Milano, annunciò nel 1563 questa reale determinazione alla nobiltà ed al popolo; ma eccitò cotale proposizione una così violenta fermentazione, ed i Milanesi parvero così determinati ad opporsi armata mano allo stabilimento di questo sanguinario tribunale, che il governatore persuase Filippo a rinunciare a questo suo divisamento[190].

[190] _Pallavicino Storia del Concilio di Trento, l. XXII, c. VIII, t. V, p. 215, ediz. di Faenza del 1796 in 4.º — De Thou Hist., l. XXXVI, p. 471. — Greg. Leti Vita di Filippo II. l. XVII, t. I, p. 405._

Il regno di Napoli trovavasi da molto più tempo che non il Milanese sotto il dominio spagnuolo. Era stato invaso in sul finire del precedente secolo da Carlo VIII, e ne' primi anni del sedicesimo da Luigi XII; ma durante il bellicoso regno di Francesco I le armate francesi non vi furono che momentaneamente sotto il signore di Lautrec, e durante il regno di Enrico II, figlio di Francesco, e la spedizione del duca di Guisa, nel 1557, sebbene concertata con papa Paolo IV, non penetrò al di là dei confini degli Abruzzi. Questa provò che il partito angioino non era del tutto spento in quelle province; ma non pose un solo istante in pericolo la monarchia austriaca in Napoli.

D'altra parte il regno di Napoli fu lasciato quasi senza difesa ai saccheggi de' Turchi e delle potenze barbaresche, che, durante questo stesso secolo, sollevaronsi ad una grandezza fin allora senza esempio. Horuc ed Ariadeno Barbarossa (Aroudi e Khair-Eddyn) figliuoli di un corsaro rinegato di Metelino, dopo avere acquistato nome colla loro audacia come pirati, pervennero ad avere il comando delle flotte di Solimano, ed a salire sui troni di Algeri e di Tunisi[191]. Il mestiere di corsaro, ch'era stato il primo grado della loro grandezza, fu sempre d'allora in poi la scuola de' loro soldati e dei loro marinai, e la sorgente principale delle loro ricchezze. Dal 1518 al 1546, epoca del regno del secondo Barbarossa, si videro flotte di cento e di cento cinquanta vele armate pel solo oggetto di guastare le coste, di rapirne gli abitanti e venderli come schiavi. Il regno di Napoli, che presentava una lunga linea di littorali senza difesa, i di cui abitanti avevano sotto un giogo oppressivo perduto tutto il coraggio e lo spirito militare, e le di cui leggi cacciavano fuori della società numerose partite di banditi, di contrabbandieri, di facinorosi, sempre apparecchiati a servire al nemico in ogni impresa, fu più che tutto il rimanente dell'Italia esposto ai guasti dei Barbareschi. Nel 1534 tutto il paese che stendesi da Napoli a Terracina fu saccheggiato, e gli abitanti fatti schiavi. Nel 1536, la Calabria e la Terra d'Otranto provarono la stessa sorte; nel 1537 furono pure ruinate la Puglia e le adiacenze di Barletta; nel 1543 fu bruciato Reggio di Calabria, e fino alla fine del secolo pochissimi anni passarono senza che i Barbareschi, sotto il comando di Dragut Rayz dopo la morte del Barbarossa, poi di Piali e di Ulucciali, re di Algeri, non predassero e riducessero in servitù gli abitanti di molti villaggi, e talvolta di parecchie città[192].

[191] _P. Jovii Hist., l. XXVII, p. 98 ed altrove. — Bern. Segni, l. III, p. 90, l. VI, p. 166._

[192] _P. Jovii Hist., l. XLIII, p. 533 ec. — Summonte Istoria di Napoli, t. VIII, c. II, t. IV, p. 146. — Giannone Ist. civ., t. IV, l. XXXII, c. VI, p. 166._

Mentre che le province napolitane stavano in continuo timore di essere saccheggiate dai Barbareschi e dai malandrini; mentre ognuno doveva ad ogni istante tremare di vedersi rapiti i suoi beni, la moglie ed i figli, o di essere tratto egli medesimo in ischiavitù, l'amministrazione spagnuola affliggeva la capitale con un altro genere di calamità. Don Pedro di Toledo, che fu vicerè di Napoli quattordici anni, e che diede il proprio nome alla più bella strada di quella città, da lui aperta verso il 1540[193], fu in certo qual modo l'istitutore della amministrazione spagnuola a Napoli; ed i suoi successori non fecero che seguire le sue pedate. Fu il Toledo, che, riservando allo stato il monopolio del commercio dei grani, espose la capitale a frequenti carestie, e la ridusse a non avere, negli anni più abbondanti, che un pane di qualità inferiore a quello che negli anni di sterilità mangiavano i poveri quand'era libero il commercio[194]. Egli fu che diede origine a quell'odio che costantemente si mantenne inappresso, e che spesse volte scoppiò in battaglie sanguinose tra la guarnigione spagnuola ed i soldati della città. Egli fu che, geloso della nobiltà napolitana, la rese sospetta all'imperatore, e l'oppresse di mortificazioni che spinsero varj suoi capi alla ribellione. Per ultimo fu il Toledo che in aprile del 1547 volle stabilire l'inquisizione a Napoli; ma trovò nel popolo e nella nobiltà una resistenza, che credeva non doversi aspettare nè dallo stato d'oppressione cui era ridotta la nazione, nè dal di lui fanatismo religioso. I Napolitani risguardarono lo stabilimento dell'inquisizione presso di loro, come ingiurioso all'onore dell'intera nazione, quasi ch'ella fosse colpevole di eresia o di giudaismo: altronde essi sapevano che quest'odioso tribunale era un cieco istrumento nelle mani del despota, per ischiacciare e ruinare ingiustamente tutti coloro che gli si rendevano sospetti. Tutta la città impugnò le armi; si sparse alternativamente il sangue de' Napolitani e degli Spagnuoli; il Toledo e Carlo V dovettero all'ultimo rinunciare al progetto dell'inquisizione; ma quasi tutti coloro che si erano dichiarati protettori della causa del popolo, ed avevano ardito di opporsi ai voleri della corte, furono in appresso sagrificati[195].

[193] _Summonte Ist. della città e regno di Napoli, l. IX, c. I, t. IV, p. 173. — Giannone Ist. civ. del regno di Napoli, l. XXXII, c. III, t. IV, p. 87._

[194] _Summonte Ist. di Napoli, l. IX, c. I, p. 173. — Giannone Ist. civ., l. XXXII, c. II, p. 84. — Bern. Segni, l. XIII, p. 346._

[195] _Summonte Ist. di Napoli, l. IX, c. I, p. 178-210. — Pallavicini Ist. del Concil. di Trento, l. X, c. I, t. III, p. 82. — Gio. Batt. Adriani, l. VI, p. 402 e seg. — Giannone Ist. civile, l. XXXII, c. V, p. 107. — Fr. Paolo Ist. del Concil. di Trento, l. III, p. 279. — De Thou, Hist. univers., l. III, p. 220._

Il regno di Sicilia, che dopo i vesperi siciliani era unito alla monarchia arragonese, ed il regno di Sardegna, aggiunto alla stessa monarchia verso la metà del quattordicesimo secolo, dopo tale epoca più non avevano avuta influenza sulla politica d'Italia che per dare ajuto a coloro che dovevano opprimere l'indipendenza nazionale. Nel sedicesimo secolo i popoli di queste due isole, trovandosi sudditi dello stesso governo che possedeva la maggior parte del continente, ricominciarono a risovvenirsi di essere italiani, ma soltanto per soffrire e gemere insieme ai loro compatriotti. L'amministrazione spagnuola aveva di già fatte retrocedere le due isole verso la barbarie; aveva spogliate le città del commercio e delle manifatture; aveva lasciate le campagne in balìa de' banditi e de' contrabbandieri, ed abbandonate le coste ai guasti de' corsari barbareschi. Nel 1565 la Sicilia si trovò esposta ad essere miseramente invasa dalla flotta ottomana, che Solimano aveva spedita per conquistarla; ma, contro i consiglj del pascià Maometto, comandante della spedizione, volle il sultano che prima di scendere sulle coste della Sicilia si assediasse Malta. Questa imprudente risoluzione salvò la Sicilia, che il vicerè, Garzia di Toledo, non avrebbe potuto difendere. Tutta la potenza dei Turchi andò a rompersi contro l'eroica resistenza del gran maestro La Valette e de' suoi cavalieri. Dragut Rayz, re di Tripoli, vi fu ucciso il 21 di giugno del 1565. Hassem, figliuolo di Barbarossa, re d'Algeri, ed i pascià Piali e Mustafà furono respinti; e l'armata, dopo quattro mesi di battaglie, fu costretta a ritirarsi in disordine dall'assedio[196].

[196] _Summonte Ist. di Napoli, l. X, c. V, p. 343-348. — Gio. Batt. Adriani, l. XVIII, p. 1303, 1329. — De Thou, l. XXXVIII, p. 564 e seg. — Gregorio Leti Vita di Filippo II, l. XVIII, p. 442._

Le guerre, che ne' primi anni del secolo avevano precipitata l'Italia nella schiavitù, erano state quasi tutte accese dall'ambizione o dalla politica dei papi Alessandro VI, Giulio II, Leon X e Clemente VII. L'ultimo, dopo essere stato crudelmente punito delle sue pratiche, si era non pertanto alla conclusione della pace trovato sovrano di più vaste province, quali la Chiesa non mai aveva riunite sotto il suo governo. Vero è che tali province erano ridotte in povertà e spopolate da trent'anni di guerre, e più che dalle guerre dalla ferocia de' vincitori spagnuoli; ma la cieca pietà dei Cattolici portava tuttavia alla santa sede ogni anno ricchi tributi; il nome del papa era sempre temuto: desso pareva rendere più formidabili le leghe cui prendeva parte; e passò alcun tempo prima che i successori di Clemente VII si accorgessero, che, sebbene il trattato di Barcellona avesse loro rendute tutte le province che questo pontefice aveva perdute, non avevano però colle province ricuperata l'indipendenza.

Clemente VII ebbe per successore Alessandro Farnese, decano del sacro collegio, il quale, eletto il 12 di ottobre del 1534, prese il nome di Paolo III. Non meno ambizioso che Clemente VII, egli ebbe la stessa passione di dare alla sua famiglia il grado di casa sovrana. Questa famiglia, che possedeva il castello di Farneto nel territorio d'Orvieto, aveva nel quattordicesimo secolo dati alla milizia alcuni distinti condottieri. Ma Paolo III le diede un nuovo lustro, accumulando tutti gli onori di cui poteva disporre sul capo di suo figlio naturale Pier Luigi, e dei figli di questi. Nel 1537 cominciò ad erigere in ducato le città di Nepi e di Castro in favore di Pier Luigi Farnese; e la seconda di queste città, situata nelle Maremme toscane, diventò poi l'appannaggio d'Orazio, il secondo de' nipoti pontificj. Pier Luigi, nominato nello stesso tempo gonfaloniere della Chiesa, segnò lo stesso anno in cui ricevette i primi feudi della camera apostolica, con uno scandaloso eccesso commesso contro il giovane vescovo di Fano, prelato non meno commendevole per la sua santità che per la sua avvenenza. Il tiranno, che assoggettò quest'uomo ad un'indegna violenza, con sì enorme delitto non tanto provava le abituali sue dissolutezze, quanto il desiderio di offendere la pubblica morale e la religione, di cui suo padre era sommo sacerdote[197].

[197] _Ben. Varchi, l. XVI, t. V, p. 389. — Bern. Segni, l. IX, p. 238; l. XI, p. 304. — Belcarius Rer. Gallicar. — J. Aug. de Thou, Hist. univers., l. IV, p. 286. — Jo. Sleidani Comment., l. XXI, p. 376._

Paolo III non ristringeva le sue viste ai piccoli ducati dati al figliuolo; egli sentiva che per istabilire la grandezza di casa Farnese conveniva porre a prezzo l'alleanza della santa sede, e trovò i due rivali, che si contendevano il dominio dell'Europa, disposti a dare lo stesso prezzo che avevano di già pagato a Clemente VII. Carlo V, per guadagnarsi l'amicizia del papa, accordò nel 1538 sua figlia Margarita d'Austria, vedova di Alessandro de' Medici, ad Ottavio Farnese, nipote di Paolo III, creandolo in pari tempo marchese di Novara. Inoltre il papa acquistò per lui nel susseguente anno il ducato di Camerino[198]. D'altra banda Paolo III ottenne nel 1547 per Orazio, duca di Castro, suo secondo nipote, una figlia naturale di Enrico II.

[198] _Gio. Batt. Adriani, l. II, p. 98. — Bern. Segni, l. IX, p. 237._

Ma sebbene Paolo III facesse a vicenda sperare all'imperatore ed al re di Francia di unire le sue alle loro armate, seppe fino alla fine del suo pontificato sottrarsi a qualunque impegno di guerra. Per lo contrario cercò più volte di mettere pace fra i due rivali. Vero è che nello stesso tempo mirava a raccogliere per sè medesimo grandi vantaggi; perciocchè, ammettendo sì l'uno che l'altro essere conveniente al riposo dell'Europa che l'eredità dello Sforza passasse in una nuova famiglia di feudatarj, Paolo III chiedeva il ducato di Milano per suo figlio Pier Luigi, ed offriva ai due sovrani per tale concessione ricche ricompense[199].

[199] _Gio. Battista Adriani, l. II, p. 89. — P. Jovii Hist., l. XLIII, p. 534._

Per altro Paolo III non tardò ad avvedersi che il riposo dell'Europa non era il primo oggetto cui mirassero i due monarchi, e che non pensavano a dare il ducato di Milano ad un terzo, che perchè perdevano la speranza di conservarlo per sè medesimi. Carlo V essendosi all'ultimo appropriato questo ducato, Paolo si ristrinse a formare uno stato a suo figlio a spese di quello della Chiesa. Finalmente in agosto del 1545 ottenne l'assenso del sacro collegio per accordare a Pier Luigi Farnese gli stati di Parma e di Piacenza, col titolo di ducato dipendente dalla santa sede. In contraccambio il nipote del papa rinunciò ai due ducati di Nepi e di Camerino, che vennero riuniti alla camera apostolica; ed i cardinali, comperati con ricchi beneficj, credettero, o finsero di credere che tornava più vantaggioso alla santa sede la nuova incorporazione di queste piccole due province, che si trovavano nel centro de' stati pontificj, anzi che la conservazione di due altre, veramente più grandi, ma rispetto alle quali erano tuttavia dubbiosi i diritti della Chiesa, e che più non avevano veruna comunicazione coll'altro suo territorio[200].

[200] _Gio. Batt. Adriani, l. V, p. 305-311. — Bern. Segni, l. XI, p. 302. — Pallavicini Ist. del Concil. di Trento, l. V, c. XIV, t. II, p. 62. — Fra Paolo Ist. del Con. di Trento, l. II, p. 125._