Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 16 (of 16)

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STORIA DELLE REPUBBLICHE ITALIANE DEI SECOLI DI MEZZO

DI J. C. L. SIMONDO SISMONDI

DELLE ACCADEMIE ITALIANA, DI WILNA, DI CAGLIARI, DEI GEORGOFILI, DI GINEVRA EC.

_Traduzione dal francese._

_TOMO XVI._

ITALIA 1819.

STORIA DELLE REPUBBLICHE ITALIANE

CAPITOLO CXXI.

_Apparecchj de' Fiorentini per difendere la loro libertà; sono assediati dal principe d'Orange. Imprese nello stato fiorentino di Francesco Ferrucci, commissario generale; viene a battaglia col principe d'Orange, e nella mischia periscono ambidue; capitolazione di Firenze._

1529 = 1530.

Mentre che tutti gli altri stati d'Italia, traditi dai loro capi, saccheggiati dagli stranieri, spossati da lunga guerra, divisi da una mal intesa politica, e venduti dai loro alleati, si andavano, senza resistenza, assoggettando al giogo che loro dava Carlo V, la repubblica di Firenze apparecchiavasi, sebbene sola, a cadere coraggiosamente in nobile olocausto, piuttosto che rinunciare all'antica sua libertà. Depositaria di tutto lo splendore, di tutte le virtù, di tutto il sapere di quelle repubbliche de' secoli di mezzo, tra le quali si era innalzata, e le quali tutte aveva superate in fama, in potenza, in ricchezze, dessa pareva ricuperare le antiche forze colla ricordanza della passata gloria; e se più non aveva speranza, se la sua resistenza non poteva essere coronata da felice avvenimento, non perciò si credeva meno obbligata a difendersi per l'onore delle sue rimembranze.

Firenze non era mai stata repubblica militare; ed anche in que' tempi, in cui, tenendo il primo posto tra le potenze d'Italia, poneva argine alla potenza dei duchi di Milano, dei re di Napoli e degl'imperatori, non aveva nella sua armata quasi verun cittadino. Quegli stessi uomini, che, in mezzo alle più terribili sciagure, mostravano ne' consiglj una costanza, una fermezza invincibile, non sapevano esporsi a personali pericoli; ma quando un'estrema ruina venne a minacciare la loro patria, gli stessi Fiorentini impugnarono le armi. Abbandonati dalla Francia, minacciati da tutte le forze della Chiesa, dell'impero e dei regni di Spagna e di Napoli, sentirono di non potere in altro confidare che nel proprio valore. Senza trascurare veruno de' mezzi che poteva tuttavia attaccare alla loro causa, in qualità di condottieri, i piccoli principi loro vicini, previdero che potevano essere da costoro abbandonati nell'istante del bisogno; e si fecero a reggimentare ed addestrare la milizia nazionale, che sola non poteva venir meno. E sebbene lo spirito di parte abbia potuto presiedere allo stabilimento dei varj corpi di questa milizia, uno stesso zelo militare e patriotico animava tutto il popolo, e lo fece capace di un'eroica resistenza.

Il popolo fiorentino, prendendo successivamente le armi, aveva formato tre diversi corpi; il primo, che si era raccolto in dicembre del 1527 per la guardia pel pubblico palazzo e del gonfaloniere, era composto di trecento giovani quasi tutti appartenenti a nobili famiglie. Ma perchè l'amore di libertà era tra questi giovani più vivo, che non tra i vecchi, così erano essi ancora più proclivi alla diffidenza. Gli estremi riguardi di Niccolò Capponi verso i Medici li teneva inquieti; avevano di già concepito qualche sospetto intorno alla segreta di lui corrispondenza con papa Clemente VII, e si risguardavano meno destinati a fargli la guardia, che a custodire il palazzo pubblico contro di lui[1].

[1] _Ben. Varchi, l. V, p. 49. — Bern. Segni, l. II, p. 34._

Ma con una vista affatto diversa erasi formata la guardia nazionale de' cittadini fiorentini, dietro un ordine del gran consiglio del 6 novembre del 1528. Doveva questa essere composta di sedici compagnie, cadauna di dugento cinquant'uomini, sotto il comando dei sedici gonfalonieri di quartiere, i quali formavano il collegio della signoria; pure non si trovarono sui ruoli che mille settecento archibugieri, mille armati di picca, e trecento alabardieri, ossiano soldati armati di alabarde e di spade a due mani, in tutto tre mila uomini, dell'età dai diciotto ai trentasei anni, ed appartenenti a padri ammessi a prendere posto nel gran consiglio. La signoria accordò ad ogni compagnia, in principio del 1529, il diritto di nominare il proprio capitano, ed affidò l'addestramento di questo corpo a varj distinti ufficiali, che avevano militato nelle bande nere. Questo corpo in breve superò la migliore truppa di linea[2].

[2] _Ben. Varchi, l. VIII, p. 224. — Bern. Segni, l. II, p. 38._

Per ultimo il terzo corpo era formato delle milizie del territorio fiorentino, che chiamavansi tuttavia _le bande dell'ordinanza_. Questa milizia, arrolata sotto il gonfaloniere Pietro Soderini dietro i consiglj datigli dal Macchiavelli, era stata dai Medici licenziata e disarmata, e di nuovo ragunata nel 1527. Nella prima revista si era trovata non minore di dieci mila uomini; era formata dal fiore dei contadini dell'età dai diciotto ai trentasei anni, che ogni mese venivano addestrati a tirare coll'archibugio, e ricevevano un tenue pagamento anche quando non erano forzati ad abbandonare le proprie case: eransi fatte venire per loro dalla Germania armi d'ogni qualità, ed erano essi stati divisi in trenta battaglioni, secondo le province cui appartenevano. I sedici battaglioni della destra riva dell'Arno erano stati, in giugno del 1528, posti sotto gli ordini di Babbone di Bersighella, nipote di quel Naldo di Val di Lamone, che primo d'ogni altro aveva illustrata la fanteria italiana nella battaglia di Agnadello; i quattordici battaglioni della sinistra erano stati affidati a Francesco del Monte. E questi due capitani avevano seco condotti cadauno cinquecento uomini di truppe di linea, per esercitare la milizia[3].

[3] _Ben. Varchi, l. VI, p. 134. — Bern. Segni, l. I, p. 17._

In sul finire del 1528 i Fiorentini scelsero per capitano generale dei loro uomini d'armi don Ercole d'Este, figlio del duca Alfonso di Ferrara, il quale era in allora tornato dalla Francia, dove aveva sposata madama Renata, figlia di Luigi XII e cognata di Francesco I. Pareva impossibile che questi l'abbandonasse, ed i Fiorentini credevano attaccarsi più fortemente alla casa di Francia, scegliendo un generale che le apparteneva così da vicino; e di ciò gli aveva assicurati il Visconte di Turenna, ambasciatore del re presso la repubblica. Dall'altro canto mantenevasi un odio ereditario fino dai tempi di Leon X tra la casa d'Este ed i Medici, ed Alfonso, minacciato su tutti i punti dei suoi stati da Clemente VII, pareva dovere essere il più fedele alleato della repubblica contro un nemico ad ambidue egualmente formidabile[4].

[4] _Ben. Varchi Stor. Fior., l. VII, p. 194, 200. — Jac. Nardi, l. VIII, p. 349. — Bern. Segni, l. II, p. 51._

Le fortificazioni cominciatesi in Firenze nel 1521, per ordine del cardinale Giulio de' Medici, prima di avere il papato, non erano ancora ultimate. Non potevansi condurre a termine senza distruggere o danneggiare i poderi di alcuni cittadini, e la magistratura dei nove della milizia fu incaricata, in principio d'aprile del 1529, di fare stimare tutti que' terreni, dandone credito ai proprietarj sul libro del _Monte_ coll'interesse del cinque per cento. In pari tempo Michel Angelo Bonarruoti venne creato direttore generale delle fortificazioni della città[5].

[5] _Ben. Varchi, l. VIII, p. 234. — Jac. Nardi, l. VIII, p. 349. — Bern. Segni, l. III, p. 75._

A misura che il pericolo si andava avvicinando, i dieci della guerra facevano nuovi sforzi per accrescere le difese della repubblica. Siccome avevasi opinione che le province d'Arezzo e di Cortona somministrassero i migliori soldati di Toscana, i Fiorentini vi mandarono Raffaele Girolami, loro quartier mastro generale, ed otto capitani, che tutti avevano militato nelle bande nere, con ordine di levarvi cinque mila fanti. Presero nello stesso tempo al loro soldo, in maggio del 1529, Malatesta Baglioni, signore di Perugia, dandogli il titolo di governatore generale, con mille fanti. Il Baglioni era figliuolo di quel Gio. Paolo, che Leon X aveva fatto tanto ingiustamente morire; e perciò egli desiderava di vendicarsi del Medici, egli doveva temere l'ambizione del papa, ed occupava a Perugia un'importante situazione per chiudere la strada della Toscana ad un'armata che venisse da Napoli e da Roma. Molti altri distinti capitani, quali erano Stefano Colonna, Mario Orsini e Giorgio Santa Croce, presero servigio dai Fiorentini; questi per altro eran forzati ad accarezzare l'orgoglio di tutti questi piccoli principi, che, non avendo verun grado in un'armata di già stabilita, non volevano riconoscere altra superiorità che quella dei sovrani. Era appunto per questo motivo che nè l'incapacità di Ercole d'Este, nè la più volte sperimentata malvagia fede di Malatesta Baglioni, non avevano ritratti i Fiorentini dal porre gli occhi sopra di loro per il comando. Si sarebbero potuti preferire migliori capitani; ma gli altri ufficiali non avrebbero voluto esser loro subordinati[6].

[6] _Ben. Varchi, l. VIII, p. 234. — Bern. Segni, l. II, p. 56. — Jac. Nardi, l. VIII, p. 349. — Lett. de' Princ., t. II, f. 172 e seg._

Mentre che la repubblica si premuniva con attività contro i pericoli onde era da ogni banda minacciata, fu atterrita dalla scoperta di cosa che a bella prima parve una congiura del suo primo magistrato. Il gonfaloniere, Niccolò Capponi, confidava assai meno in tutti i mezzi di difesa che riunivano i dieci della guerra, che nelle negoziazioni che potevano disarmare la collera del papa. Egli stesso di moderato carattere, e nulla avendo sofferto sotto il governo de' Medici, apparteneva ad una famiglia, che aveva saputo conservare una tal quale neutralità nelle dissensioni della sua patria. Suo padre Piero, ed i suoi antenati Neri e Gino, non si erano trovati arrolati nè sotto le insegne degli Albizzi, nè sotto quelle de' Medici, ed in tempo di quelle amministrazioni avevano saputo rendere eminenti servigj allo stato. Dacchè il Capponi era gonfaloniere, erasi studiato di calmare il furore del popolo, di difendere i partigiani de' Medici, ed in pari tempo di addolcire il risentimento del papa con esteriori dimostrazioni di rispetto. Egli non aveva trovate le medesime disposizioni in coloro che i suffragj del popolo ponevano con lui alla testa dello stato; ma aveva seguita l'usanza praticata dai Medici, e prima di loro dagli Albizzi, di chiamare alle deliberazioni i cittadini che, senza essere rivestiti di veruna autorità, avevano acquistata una lunga abitudine de' pubblici affari. A queste consulte, che a Firenze avevano il nome di _pratica_, il Capponi chiamava moltissimi cittadini, conosciuti pel loro attaccamento ai Medici, tra i quali egli trovava sempre chi spalleggiasse le misure di conciliazione ch'egli andava proponendo[7].

[7] _Jac. Nardi, l. VIII, p. 342-345. — Stor. di Gio. Cambi, t. XXIII, p. 40._

I consiglieri nominati dal popolo, ed in possesso della confidenza pubblica, lagnavansi acerbamente perchè le deliberazioni, invece di decidersi coi loro suffragj, dipendessero da quelli di persone senza missione, che il gonfaloniere chiamava a votare con loro, e non pochi dei quali, come Francesco Guicciardini, Francesco Vettori e Matteo Strozzi, si erano renduti così sospetti pel loro attaccamento ai Medici, che il popolo non aveva voluto affidar loro veruna incumbenza. Perciò una legge regolò la _pratica_, che doveva tener luogo di consiglio ai dieci della guerra; questa legge la formò dei dieci magistrati che uscivano in allora di carica, e di venti aggiunti scelti dal grande consiglio ogni sei mesi, cinque per cadaun quartiere della città. Il gonfaloniere, privato da questa legge del suo consiglio abituale, non per questo rinunciò a lasciarsi dirigere dai soli uomini di stato che si fossero guadagnati la sua confidenza, e d'allora in poi li tenne quasi sempre ne' suoi appartamenti per consultarli in ogni occorrenza[8].

[8] _Fil. de' Nerli, l. IX, p. 186. — Bern. Segni, l. I, p. 18, l. II, p. 51._

Questi suoi privati consiglieri lo avevano incoraggiato a tener viva una segreta corrispondenza con Clemente VII, per cercare di calmare la di lui collera; questa corrispondenza aveva cominciato ne' tempi in cui Lautrec assediava Napoli. Temeva questo generale che l'irritamento di Clemente VII contro i Fiorentini non lo consigliasse a porsi tra le braccia dell'imperatore, ed aveva egli medesimo eccitato il gonfaloniere a mostrare dei riguardi verso il papa, ed a dargli delle speranze[9]. Dopo la sconfitta di Lautrec, il Capponi aveva continuato a carteggiare con Jacopo Salviati, che dopo la ritirata dalla corte pontificia di G. M. Chiberti, era diventato il principale segretario di Clemente VII[10]. Certo Jachinotto Serragli era il segreto mezzano di tale corrispondenza, che il gonfaloniere teneva nascosta alla signoria. Una lettera, caduta di seno al Capponi, fu raccolta il 16 aprile del 1529 nella stessa sala dei priori da Jacopo Gherardi, priore egli stesso, e forse quegli che di già nudriva i più gagliardi sospetti contro il gonfaloniere. La lettera rendeva conto in ristretto di un abboccamento avuto tra il Serragli, che la scriveva, e Jacopo Salviati; dessa annunciava che il papa, sotto certe condizioni, acconsentirebbe a mantenere la libertà fiorentina; ma chiedeva al gonfaloniere di spedire segretamente a Roma suo figliuolo, per intendersi intorno a ciò che non potevasi convenientemente affidare ad uno scritto[11].

[9] _Bern. Segni, l. I, p. 27._

[10] _Lettere de' Principi._ Varie lettere di Jacopo Salviati scritte in principio del 1529, _t. II, f. 154 e seg._

[11] _Ben. Varchi, l. VIII, p. 243. — Bern. Segni, l. II, p. 59. — P. Jovii, l. XXVII, p. 86. — Jac. Nardi, l. VIII, p. 343. — Gio. Cambi, t. XXIII, p. 41. — Fil. de' Nerli, l. VIII, p. 179._

Questa lettera, comunicata dal Gherardi ai più violenti avversarj del gonfaloniere, fu da loro risguardata come una manifesta prova di tradimento: venne denunciata alla signoria, che per l'indomani convocò il consiglio degli ottanta, proponendogli che fosse deposto e tratto in giudizio il gonfaloniere. Niccolò Capponi, atterrito dalla violenza dei suoi nemici, invece di giustificare la propria condotta, si limitò a dichiarare con estrema perturbazione, che suo figlio non era in verun modo colpevole, non avendo pure contezza di quest'affare. Con ciò veniva quasi a confessarsi egli stesso delinquente; onde fu deposto nel medesimo giorno, e nel susseguente il grande consiglio nominò suo successore Francesco, figlio di Niccolò Carducci, che doveva occupare tale carica fino alla fine dell'anno[12].

[12] _Ben. Varchi, l. VIII, p. 244. — Jac. Nardi, l. VIII, p. 344. — Gio. Cambi, p. 43. — Comment. del Nerli, l. VIII, p. 180. — Bern. Segni, l. II, p. 60. — P. Jovii, l. XXVII, p. 86._

Questa deposizione e la nuova elezione eransi fatte con una precipitazione e violenza proporzionate al turbamento ed alla timidità mostrata dal Capponi nella propria difesa, ed all'accanimento di coloro tra i suoi nemici che speravano di rimpiazzarlo. Tosto che fu nominato il di lui successore, e che i di lui invidiosi nemici perdettero la speranza d'avere le sue spoglie, il loro furore si calmò, ed egli medesimo ricuperò quella tranquillità e presenza di spirito che si conveniva al suo stato. Tratto innanzi alla signoria giustificò con nobile fermezza le sue intenzioni e la sua condotta; sostenne d'avere fatto per la repubblica precisamente quello che far doveva, e la sola cosa che potesse salvarla. Di già più non eravi alcuno cui fosse ancora sospetta la di lui buona fede; coloro ch'erano a parte delle di lui segrete negoziazioni, e coloro, che senza averne contezza, interamente si affidavano alla di lui lealtà, lo difendevano caldamente, di modo che venne onoratamente assolto dal giudizio; ed il popolo, per compensare la fattagli ingiuria, lo ricondusse con pompa alla di lui casa[13].

[13] _Ben. Varchi, l. VIII, p. 251, 271. — Bern. Segni, l. II, p. 61-67. — Comment. di Fil. de' Nerli, l. VIII, p. 182. — Jac. Nardi, l. VIII, p. 344. — P. Jovii, l. XXVII, p. 89._

Appena aveva il nuovo gonfaloniere preso possesso del suo impiego, quando la repubblica ricevette una dopo l'altra le più sconfortanti notizie. Alla sconfitta di San-Paolo, alla di lui prigionia, alla dispersione di tutta l'armata francese, tennero subito dietro gli avvisi del trattato di Barcellona, nel quale Carlo V abbandonava i Fiorentini alle vendette del papa, e prometteva di rimettere nella loro città la tirannia della casa dei Medici. Pochi giorni dopo si ebbe notizia del trattato di Cambrai, col quale Francesco I, ad onta dei più solenni trattati, escludeva i Fiorentini dalla pace generale, e si obbligava a non dar loro protezione. Si seppe nello stesso tempo essere Carlo V sbarcato a Genova con un'armata spagnuola, e scendere in Italia un'armata tedesca per raggiugnerlo. Questi replicati colpi erano fatti per atterrire il più saldo coraggio; e tanto più grande era lo spavento sparso in Firenze, in quanto che i preti ed i monaci, ravvivando la setta del Savonarola, e secondando con tutte le forze loro il governo popolare, avevano accertato, come cosa loro palesata per divina rivelazione, che quest'anno l'imperatore non sarebbe venuto in Italia. Questo primo avvenimento, che smentiva le loro profezie, fece vacillare la fede che il popolo accordava a tutte le altre[14].

[14] _Ben. Varchi, l. IX, p. 20. — Bern. Segni, l. III, p. 73. — Comment. di Filippo de' Nerli, l. IX, p. 188._

Non pertanto i Fiorentini, determinato avendo di far testa a questi nuovi pericoli con indomabile coraggio, adottarono in allora le più energiche misure per potere resistere. Il gonfaloniere, fornito di irremovibile costanza, comunicava il proprio vigore ai consiglj ed al popolo. Era in particolar modo secondato da Bernardo di Castiglione, Gio. Battista Cei, Niccolò Guicciardini, Jacopo Gherardi, Andrea Niccolini e Luigi Soderini, i quali tutti si erano dichiarati pel partito popolare[15].

[15] _Ben. Varchi Stor. Fior., l. IX, p. 30. — Fil. de' Nerli, l. IX, p. 189._

Prima d'ogni altra cosa conveniva trovar modo di sostenere le spese di una guerra, che i più ricchi monarchi non potevano lungo tempo sopportare. Il gonfaloniere ottenne una prima legge derogante alla costituzione fiorentina, colla quale veniva autorizzato il gran consiglio a fissare qualunque prestito o nuova imposta colla sola maggioranza de' suffragj[16]. In fatti le leggi fiscali, che la necessità fece emanare in tempo dell'assedio, non avrebbero giammai potuto essere sanzionate secondo le antiche forme; poichè dovendosi sostenere inaudite spese, in tempo che tutte le ordinarie entrate erano cessate a motivo dell'occupazione del territorio e della soppressione delle gabelle delle porte, convenne aver ricorso a misure arbitrarie e rigorose per levare danaro. Più volte si percepirono prestiti forzati da coloro che i commissarj, nominati per quest'oggetto, indicavano come i cinquanta, i cento, i dugento più ricchi cittadini della repubblica. Tutti gli argenti delle chiese, e tutti quelli de' privati, vennero portati alla zecca; furono date in pegno le pietre preziose che ornavano le reliquie, e venduta la terza parte dei poderi ecclesiastici, degli immobili delle corporazioni delle arti e mestieri e dei beni dei ribelli. Con tali mezzi spesso violenti, ma giustificati dalla necessità, la repubblica si vide in istato di opporre lunga resistenza ad un'armata destinata a spogliarla, non meno della sua proprietà che della sua libertà[17].

[16] _Jac. Nardi, l. VIII, p. 353._

[17] _Fil. de' Nerli, l. X, p. 216. — Bern. Segni, l. III, p. 97._

Il gonfaloniere e la signoria ordinarono in seguito alle genti del contado di riporre in Firenze, o nelle terre murate, tutte le loro granaglie; ma i raccolti erano in quell'anno stati così ubertosi, che quest'ordine venne male eseguito; onde i nemici, assai più che i cittadini, approfittarono di tanta ricchezza di messi. Le città di Borgo san Sepolcro, Cortona, Arezzo, Pisa e Pistoja, ove il governo non era amato, dovettero dare ostaggi a Firenze. In tutte le altre ed in tutte le fortezze, la signoria mandò fidati comandanti. All'ultimo furono nominati sette commissarj con quasi dittatoriale autorità, per vegliare alla salvezza della repubblica; ma sgraziatamente la scelta cadde sopra uomini troppo disuguali per talenti, per esperienza, per energia, i quali nè furono abbastanza d'accordo fra di loro, nè abbastanza pronti nelle loro risoluzioni, perchè l'opera loro riuscisse di grande utile[18].

[18] Furono questi Jacopo Morelli, Zanobi Carnesecchi, Anton Francesco Albizzi, Bernardo di Castiglione, Alfonso Strozzi, Agostini Dini e Filippo Baroncini. _Ben. Varchi, l. IX, p. 34._

Avvicinandosi il pericolo, i dieci della guerra intimarono ad Ercole d'Este di recarsi al suo posto, e nello stesso tempo gli mandarono il soldo dei mille fanti che doveva seco condurre. Ma di già il duca di Ferrara di lui padre stava negoziando per riconciliarsi coll'imperatore e col papa, e non voleva esacerbarli mandando il figliuolo ai servigj dei loro nemici. Dopo avere accettato il danaro de' Fiorentini, e promesso che il figliuolo suo non tarderebbe a porsi in istrada colle sue truppe, andò, sotto varj pretesti, procrastinando la di lui partenza; poi rifiutò perentoriamente, senza rendere il danaro che aveva ricevuto. Poco dopo richiamò da Firenze il suo ambasciatore, ed all'ultimo prestò al papa artiglieria e due mila zappatori, per adoperarli contro i Fiorentini[19].

[19] _Ivi, p. 35._

Allorchè la signoria ebbe notizia dello sbarco dell'imperatore a Genova, credette di dovergli mandare una deputazione. Questo passo somministrò un pretesto avidamente accolto da tutti gli alleati dei Fiorentini, per pretendere violata la lega. In fatti le potenze italiane si erano obbligate a non trattare separatamente; e fin allora niun'altra aveva scopertamente mancato a tale promessa. D'altronde la deputazione fiorentina era stata scelta altrettanto male, quanto mandata inopportunamente. I quattro membri che la componevano tenevano opinioni e partiti diversi, onde mai non furono uniti per agire concordemente. L'imperatore ricusava di trattare con loro, se preventivamente non si riconciliavano col papa, e risguardò come insufficienti le loro facoltà, sebbene queste portassero che la repubblica acconsentiva a tutte le condizioni che le verrebbero imposte, eccettuata l'alienazione della propria libertà. Il gran cancelliere dell'imperatore dichiarò loro, che, a motivo degli ajuti dati alla Francia, avevano meritato di perdere questa libertà, ed ogni altro loro privilegio, e non volle ammettere la risposta dei deputati, i quali dicevano essere Firenze uno stato indipendente, che non riconosceva i suoi privilegj da qualche concessione degli imperatori, ma dai suoi proprj diritti. In appresso gli ambasciatori vennero congedati; ma non pertanto due di loro, atterriti dalle disposizioni della corte imperiale, non ripresero la strada della loro patria. Matteo Strozzi rifugiossi a Venezia e Tommaso Soderini a Lucca. Niccolò Capponi, l'antico gonfaloniere, che era il terzo ambasciatore, quando giunse a Castelnuovo di Garfagnana, scontrossi in Michel Angelo Bonarruoti, che fuggiva con Rinaldo Corsini, e che gli diede le più tristi notizie intorno ai rovesci di già provati dalla repubblica. Il Capponi, oppresso dalla fatica, dall'età, dal dolore, venne subito sorpreso da una malattia che lo trasse al sepolcro il giorno 8 di ottobre. Raffaello Girolami tornò solo a Firenze a rendere conto della sua ambasciata, ed incoraggiò i suoi concittadini ad affrontare coraggiosamente la burrasca ond'erano minacciati[20].