Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 15 (of 16)
Part 9
L'armata che il duca d'Albanì aveva condotta verso il mezzogiorno dell'Italia, era tuttavia intatta, e non aveva passati i confini del regno, quando il duca ricevette, presso Velletri, la notizia della battaglia di Pavia e della prigionia del re. Risolse all'istante di ritirarsi verso Bracciano, onde porre la sua armata in luogo sicuro, ne' feudi, ed in mezzo alle fortezze degli Orsini affezionati alla Francia. Ma i Colonna, che apertamente si mostravano partigiani dell'imperatore, attaccarono un corpo di truppe italiane che andava a raggiugnere il duca d'Albanì in vicinanze delle Tre Fontane, a non molta distanza da Roma; lo inseguirono fino entro Roma, ed uccisero i soldati degli Orsini nel Campo di Fiore, facendo in tal modo sentire al papa quanto la sua autorità fosse poco rispettata, e come la sua stessa persona poteva, quando che fosse, facilmente cadere nelle mani dell'uno o dell'altro partito. Frattanto il duca d'Albanì continuò la sua ritirata verso Bracciano, senza provare altri danni, e la sua armata conservavasi sempre in istato di farsi temere[147].
[147] _Fr. Guicciardini, l. XVI, p. 302. — Mém. de M. du Bellay, t. XVIII, l. III, p. 5. — P. Giovio Vita del card. Colonna, f. 161. — Lettere del card. de' Monti al card. Egidio. Lettere de' Princ. t. I, f. 155._
In mezzo al turbamento che dava a Clemente VII il disastro di Francesco I, ed il sapere caduta in mano degl'imperiali nel campo francese la sua corrispondenza con quel re, la quale mostrava apertamente la sua parzialità per il medesimo[148], le minacce de' generali imperiali e le loro esorbitanti inchieste di sussidj per l'armata, finalmente l'audacia dei Colonna, il papa ripigliò un poco di coraggio quando i Veneziani, che sentivano egualmente i loro pericoli, gli proposero di collegarsi per la comune sicurezza; di farvi entrare il duca di Ferrara, i di cui stati facevano che quelli della chiesa comunicassero direttamente con quelli della repubblica; di prendere in comune al loro soldo dieci mila Svizzeri, e d'invitare la reggente di Francia ad aggiugnere alla loro armata il duca d'Albanì, e le quattrocento lance che il duca d'Alenson aveva ricondotte da Pavia. Gli rappresentavano i Veneziani, che i generali imperiali, non meno poveri che prima della battaglia, e sprovveduti d'artiglieria di munizioni e di carriaggi, non potevano essere gran fatto formidabili, se le potenze d'Italia si mettevano subito in situazione di opporre loro una valida resistenza; che se per lo contrario si dava loro tempo, i più deboli potentati farebbero la pace pagando contribuzioni, e somministrando col danaro italiano il mezzo di soggiogare l'Italia[149].
[148] _P. Jovii Vita Ferd. Davali, l. VII, p. 408._
[149] _Fr. Guicciardini, l. XVI, p. 302. — P. Jovii Vita Ferd. Davali, l. VII, p. 418. — P. Paruta Ist. Ven., l. V, p. 346. — Fr. Belcarii, l. XVIII, p. 555._
Ma mentre il papa dava orecchio a queste proposizioni, e che di già occupavasi di far entrare nella stessa lega il re d'Inghilterra, ch'egli conosceva geloso di Carlo V[150], Niccolò di Schomberg, suo segretario e consigliere, che aveva mandato in Ispagna, tornò presso di lui con proposizioni del vicerè di Napoli. I generali imperiali, che volevano cavare danaro da Clemente VII e da' Fiorentini, avevano poste le loro truppe ai quartieri d'inverno negli stati di Parma e di Piacenza, abbandonando que' vassalli della Chiesa a tutte le vessazioni d'una sfrenata soldatesca. Mentre che i deputati di Piacenza imploravano la protezione del papa, il vicerè offriva la sua alleanza e la garanzia dell'imperatore per la casa de' Medici contro una somma di danaro. Clemente VII, sempre irresoluto, sempre privo di vigore, accettò queste proposizioni che lo liberavano da una difficoltà presente, e sospendevano il pericolo. Il 1.º di aprile segnò in Roma, senza l'intervento de' Veneziani, un'alleanza tra l'imperatore ed il duca di Milano da una parte, e la Chiesa ed i Fiorentini dall'altra, per la quale i Fiorentini dovevano pagare cento mila ducati ai generali dell'imperatore, ed altrettanti il papa, ma quest'ultimo soltanto dopo che sarebbe rimesso in possesso di Reggio e di Rubbiera, che il duca di Ferrara aveva rioccupate in tempo dell'interregno[151].
[150] _Lettera del Ghiberti, datario apostolico, ai nunzj in Inghilterra. Roma 1 marzo 1525. Lett. de' Princ., t. I, f. 154._
[151] _Fr. Guicciardini, l. XVI, p. 304. — P. Jovii Vita Ferd. Davali, l. VII, p. 409. — P. Paruta, l. V, p. 348. — Fr. Belcarii, l. XVIII, p. 556. — Scip. Ammirato, l. XXX, p. 355. — Gio. Cambi Ist. Fior., t. XXII, p. 268._
Tostocchè il papa si fu ricomperato a prezzo d'oro, la predizione de' Veneziani si trovò giustificata. I generali imperiali, più non temendo gl'Italiani riuniti, pretesero da cadauno stato spaventose contribuzioni per pagare la loro armata. Domandarono cinquanta mila ducati al duca di Ferrara, quindici mila al marchese di Monferrato, dieci mila ai Lucchesi, quindici mila ai Sienesi, ma in cambio autorizzavano questi ultimi a scuotere la tirannide del monte de' Nove e della famiglia Petrucci: mentre ancora numeravasi il danaro, Girolamo Severini, uno de' capi del partito della libertà, ch'era stato mandato ambasciatore presso il vicerè, uccise Alessandro Bichi, capo dell'ordine de' Nove, che il papa aveva indicato per presiedere al governo[152]. Verso lo stesso tempo arrivarono per mano dei banchieri genovesi ai generali imperiali dugento mila ducati da lungo tempo promessi; e l'armata fu pagata, perchè tuttociò che mancava per saldare gli arretrati venne somministrato dal duca di Milano[153].
[152] _Fr. Guicciardini, l. XVI, p. 309. — Orlando Malavolti Stor. di Siena, p. III, l. VII, f. 124._
[153] _Fr. Guicciardini, l. XVI, p. 309. — Gal. Capella, l V, f. 54. — Mém. de M. du Bellay, l. III, p. 9. — P. Jovii Vita Davali, l. VII, p. 409._
Tostocchè le truppe furono pagate, i generali imperiali cercarono di riandare i contratti, in forza de' quali avevano ottenuto il danaro. Riclamarono da' Fiorentini venticinque mila fiorini oltre i promessi. Invece di ritirare le loro guarnigioni dallo stato della Chiesa, spedirono altri soldati nel Piacentino per vivere a discrezione presso gli abitanti; avevano prese contraddittorie obbligazioni col papa e coi duchi di Ferrara e di Milano. Avevano promesso al primo la restituzione di Reggio e di Rubbiera, di cui avevano guarentito il possedimento al secondo; e dopo avere con quest'esca tratto Clemente VII ad alienarsi un principe, la cui alleanza poteva riuscirgli vantaggiosissima a motivo della posizione dei di lui stati, della di lui ricchezza e della di lui potente artiglieria, ricusarono poi di sagrificarglielo. Avevano pure promesso al papa, che in avvenire il ducato di Milano consumerebbe il sale delle saline di Cervia; ma in seguito ricusarono d'accordare questa specie di gabella nel ducato di Milano agli intraprenditori delle saline della Chiesa. Frattanto, dopo avere dichiarato che l'imperatore ricusava di approvare questi due articoli, non vollero restituire al papa il danaro che aveva loro pagato in corrispettivo di tali vantaggi[154].
[154] _Fr. Guicciardini, l. XVI, p, 305. — P. Jovii Vita Davali, l. VII, p. 409. — Ben. Varchi Stor. Fior, l. II, p, 26._
Nè Carlo V mostravasi di migliore buona fede, nè dopo la vittoria mostravasi più moderato de' suoi generali. Vero è che nel primo istante in cui ricevette il 10 di marzo a Madrid la notizia della battaglia di Pavia ed una lettera scritta di proprio pugno da Francesco I, vietò con ipocrita umiltà di festeggiare un così straordinario avvenimento con tripudj e con fuochi di gioja, dichiarando che questi segni d'allegrezza dovevano riservarsi per le vittorie contro gl'infedeli. Nello stesso tempo aveva manifestato il suo ardente desiderio di ristabilire la pace nella Cristianità, ed aveva protestato, che ciò che più lo lusingava in questa vittoria accordatagli era la certezza di fare bentosto cessare lo spargimento del sangue cristiano[155].
[155] _Fr. Guicciardini, l. XVI, p. 309. — Belleforest Hist. de France, t. II, p. 1443. — Gal. Capella, l. V, f. 53. — Fr. Belcarii, l. XVIII, p. 557. — Arnoldi Ferroni, l. VIII, p. 159. — Scip. Ammirato, l. XXX, p. 355._
Ma d'altra parte le proposizioni che Carlo V fece fare da Buren, signore di Roeux a Francesco I, mentre che questi era tuttavia tenuto in Pizzighettone, mostravano l'assoluta mancanza di generosità, di compassione o di moderazione pel suo rivale. Domandava non solo la rinuncia di tutte le pretese del re sull'Italia e su la Fiandra, ma inoltre la cessione della Borgogna alla casa d'Austria, e quella della Provenza e del Delfinato al duca di Borbone, per farne, coi feudi che di già aveva, un regno indipendente. Per quanto Francesco I fosse ansioso di uscire di prigionia, rispose di essere contento di rimanervi finchè vivesse, piuttosto che acconsentire allo smembramento della Francia[156].
[156] _Mém. de M. du Bellay, l. III, p. 9. — Fr. Guicciardini, l. XVI, p. 316. — Fr. Belcarii, l. XVIII, p. 559._
In pari tempo Carlo V cessò di mostrare al cardinale di Wolsey i riguardi che gli aveva fin allora usati. E per tal modo si alienò quest'orgoglioso ecclesiastico, che non tardò ad accrescere in Enrico VIII una gelosia, che la grandezza di Carlo V aveva di già fatta nascere nel di lui animo. Dall'altro canto i generali imperiali insistevano presso i Veneziani per avere da loro cento mila ducati in compenso de' sussidj cui si erano obbligati per la difesa del ducato di Milano, e che non avevano pagati nella precedente guerra. I Veneziani ne avevano offerti ottanta mila; ma perchè l'offerta loro non fu accettata, ed ebbero più sicuri indizj del malcontento del re d'Inghilterra, si troncò la negoziazione, e le due parti rimasero in libertà[157].
[157] _Fr. Guicciardini, l. XVI, p. 322. — P. Paruta Ist. Ven., l. V, p, 350. — Fr. Belcarii, l. XVIII, p. 560._
Quando il duca d'Albanì conobbe il trattato di Clemente VII coll'imperatore, giudicò inutile il trattenersi più lungamente negli stati della Chiesa. Coll'assenso del vicerè si fece prestare le galere del papa, e vi si imbarcò per passare in Francia con Renzo di Ceri, coll'artiglieria che si era fatta dare da' Sienesi e dai Lucchesi, con quattrocento cavalli, mille Landsknecht e pochi Italiani, essendosi sbandato il restante della sua armata[158]. Ma nello stesso tempo erasi pure indebolita assai l'armata del marchese di Pescara. A misura che questi aveva pagati i Landsknecht, gli aveva quasi tutti licenziati; e perchè in Italia più non aveva nemici da combattere, e non si sentiva abbastanza forte per tentare un'invasione in Francia, aveva voluto sollevare il tesoro imperiale da uno, quanto esorbitante, altrettanto inutile dispendio[159].
[158] _Fr. Guicciardini, l. XVI, p. 304._
[159] _Fr. Guicciardini, l. XVI, p. 322._
Frattanto tutta l'Italia fermentava; l'armata imperiale sì sbandava, e forse avvicinavasi l'istante in cui un vigoroso sforzo de' partigiani della Francia poteva mettere Francesco I in libertà. Ma il vicerè di Napoli, signore di Lannoi, che aveva saputo acquistarsi la confidenza di Francesco, voleva approfittarne per condurlo in Ispagna, sperando di attribuirsi in tal maniera l'onore principale della vittoria di Pavia. Fece sentire al re che le esorbitanti condizioni presentategli da Adriano di Buren erano state concertate per accontentare il contestabile di Borbone; ma che se Francesco poteva direttamente trattare coll'Imperatore lontano dal suo proprio suddito ribelle, troverebbe in Carlo quella stessa generosità, ch'egli medesimo avrebbegli mostrata, se Carlo si fosse trovato nella presente sua condizione. Accrebbe così il di lui desiderio d'avere un abboccamento coll'imperatore, e lo persuase a tenere il progetto affatto segreto. Il Lannoi ottenne il consentimento de' suoi due colleghi, perchè Francesco I fosse tradotto a Napoli; e a questo fine Francesco medesimo somministrò sei galere francesi per trasportarvelo. Il 7 di giugno Lannoi s'imbarcò col re a Porto Fino presso di Genova, ed otto giorni dopo lo sbarcò a Roses sulle coste della Catalogna, senza che il contestabile di Borbone ed il marchese di Pescara avessero nemmeno sospettato che si volesse sottrarre alla loro dipendenza il prigioniere, che agli occhi stessi dell'armata era il pegno delle sperate ricompense[160].
[160] _Fr. Guicciardini, l. XVI, p. 323. — P. Jovii Vita Davali, l. VII, p. 410. — Gal. Capella, l. V, f. 34. — Martin du Bellay, l. III, p. 11. — Fr. Belcarii, l. XVIII, p. 562. — Lett. de' Princ. Roma, 18 giugno, f. 164._
Quando gli stati d'Italia seppero che Francesco I era stato condotto in Ispagna, e che aveva egli stesso desiderato di andarvi, ben conobbero che nuovi pericoli minacciavano la loro indipendenza. Il re di Francia, con tanta premura di recarsi presso il suo rivale, mostrava l'estremo suo desiderio di trattare con lui. Bentosto si seppe quali condizioni aveva fatte proporre a Carlo V dal signore di Buren. Offriva di sposare la regina di Portogallo, sorella dell'imperatore, accontentandosi per dote de' diritti che Carlo V poteva avere sopra la Borgogna. Voleva in contraccambio dare la propria sua sorella, la duchessa d'Alenson, a Carlo, e con questa tutti i suoi diritti sul regno di Napoli e sul ducato di Milano. Dicevasi apparecchiato a pagare al re d'Inghilterra enormi somme per farlo rinunciare alle proprie pretese, ed a Carlo, per sua taglia, la stessa somma che aveva pagata il re Giovanni prigioniere degl'Inglesi; finalmente offriva di far accompagnare l'imperatore da una flotta e da una possente armata francese, allorchè questi andrebbe a Roma a prendere la corona dell'impero; ciò che in altri termini tornava lo stesso che promettergli d'ajutarlo ad assicurarsi la sovranità d'Italia[161].
[161] _Fr. Guicciardini, l. XVI, p. 317. — Lettres de l'évêque de Bayeux de Rome. Lett. de Princ., t. I, f. 163._
Non eravi un solo principe in Italia, il quale, dopo avere provata l'insolenza e le vessazioni de' ministri imperiali, potesse contemplare senza terrore il giogo sotto cui stava per cadere la comune patria. Giunto era l'istante di fare un estremo sforzo per l'indipendenza italiana, che più non potrebbesi salvare quando i due monarchi avessero riunite a di lei danno le loro forze. Ma prima che il re di Francia avesse trattato, pareva facil cosa il far sentire a lui, alla reggente, ed ai principi che con lei governavano, che tornava meglio impiegare tutti i tesori del regno per liberare il re colla forza delle armi, di concerto con tutti gli stati d'Italia, gli Svizzeri ed il re d'Inghilterra, che prodigare quei medesimi tesori a titolo di taglia al più costante nemico della Francia, e somministrargli così i mezzi d'incatenarli tutti quanti. Il papa e la repubblica di Venezia, a nome di tutti gli stati italiani, invitarono adunque la reggente a mostrare fermezza ai negoziatori di Carlo V, ed a rifiutare ogni vergognosa condizione, accertandola che in breve l'unione di tutta l'Europa basterebbe forse, senza venire all'esperimento delle armi, per costringere Carlo V a porre il di lui figlio in libertà, purchè dal canto suo ella volesse riconoscere e garantire la libertà dell'Italia[162].
[162] _Lettres de l'évêque de Bayeux, de Rome, t. I, lett. de' Princ., f. 163. — P. Paruta Ist. Ven., l. V, p. 351. — P. Jovii Vita Davali, l. VII, p. 413._
Effettivamente non era la libertà dei soli stati che dicevansi tuttavia indipendenti, ma quella di tutta l'Italia che i ministri di Clemente VII, di concerto col senato di Venezia, lusingavansi di far riconoscere. Tutta l'Italia abborriva egualmente il giogo di coloro che chiamava barbari; tutta l'Italia sentivasi oramai legata da un medesimo interesse, e pareva disposta a fare unanimi sforzi per la propria indipendenza. Francesco II Sforza, a nome del quale era stato conquistato il ducato di Milano, non aveva altro raccolto dal sovrano potere che il triste privilegio d'ascoltare il primo le lagnanze de' suoi popoli, al quali egli non poteva in verun modo apportare rimedio. Gli sgraziati Lombardi, abbandonati a tutta la licenza militare, dovevano a vicenda pagare enormi contribuzioni, e ricevere a discrezione nelle proprie case i soldati spagnuoli, il di cui carattere avaro, dissimulato, orgoglioso, era loro in particolar modo antipatico. Ricorrevano al loro duca, di cui avevano così ardentemente desiderato il ritorno; ma questi, ben lungi dall'esercitare l'autorità di un sovrano, era il primo schiavo de' ministri e de' generali dell'imperatore[163].
[163] _Fr. Guicciardini, l. XVI, p. 326. — Gal. Capella, l. V, f. 54. — P. Jovii Vita Davali, l. VII, p. 414._
Sapeva Francesco Sforza che l'imperatore, non abbastanza pago di averlo ridotto al rango di semplice governatore di provincia, aveva più volte posto in deliberazione, se non dovesse levargli il ducato di Milano per farne un dono a suo fratello, l'arciduca Ferdinando d'Austria, il quale desiderava di unire questo stato ai suoi possedimenti di Germania. Sapeva che questo progetto era senza dubbio in cagione dell'affettata dilazione che apportavasi nella corte di Madrid alla spedizione dell'investitura del suo ducato; e perchè trovavasi di già infermiccio, e non aveva figliuoli, sembrava che, se l'imperatore permettevagli di regnare, egli era soltanto perchè sperava di raccogliere in breve, dopo la sua morte, l'eredità. Quindi tosto che il duca di Milano ed il suo confidente e principale ministro, il cancelliere Moroni, si furono assicurati che la reggente rinuncierebbe a nome di suo figliuolo alle sue pretese sulla Lombardia, che riconoscerebbe la casa Sforza, e si obbligherebbe a mantenerla nella sua sovranità, il duca entrò nella lega italiana, ed il suo cancelliere ne diventò uno dei più caldi promotori[164].
[164] _P. Jovii vita Piscarii, l. VII, p. 414. — Gal. Capella, l. V, f. 55. — Fr. Guicciardini, l. XVI, p. 324._
Infatti fu Girolamo Moroni che s'incaricò di una difficile e dilicata negoziazione, che doveva guadagnare alla lega italiana un possente difensore. Egli era stato testimonio dell'indignazione con cui il contestabile di Borbone ed il marchese di Pescara avevano ricevuta la notizia della soperchieria di Lannoi; egli conosceva la loro gelosia verso questo favorito ministro di Carlo V, e gli aveva uditi accusare con impeto il loro padrone d'ingratitudine e d'ingiustizia. Il Borbone si era affrettato di andare in Ispagna per contrastare al vicerè il merito della vittoria, che pareva volersi attribuire[165], ed il Pescara era rimasto solo in Italia, incaricato del supremo comando. Sebbene avesse questi adottati i costumi ed i pregiudizj spagnuoli, che quasi sempre parlasse castigliano, e si dolesse frequentemente di non essere nato in Castiglia, il Pescara era Italiano. La sua famiglia, quella degli d'Avalos, erasi stabilita nel regno di Napoli da quasi un secolo; perciò il Moroni suppose che avesse conservati i sentimenti d'un Italiano, il desiderio di vedere la sua patria indipendente, e che tale desiderio si risveglierebbe in lui, se al risentimento, che di già provava, vi si aggiugnesse un'offerta così luminosa da superare d'assai tutte le sue più ambiziose speranze[166].
[165] _Fr. Guicciardini, l. XVI, p. 325. — Ben. Varchi Stor. Fior., l. II, p. 27. — Fr. Belcarii, l. XVIII, p. 562. — P. Jovii Vita Piscarii, l. VII, p. 412. — Arn. Ferroni, l. VIII, p. 160._
[166] _Gal. Capella, l. V, f. 55. — Fr. Guicciardini, l. XVI, p. 325. — Fr. Belcarii, t. XVIII, p. 563._
Il Moroni, dopo avere incoraggiato il Pescara ad esalare tutta la sua indignazione contro l'imperatore, gli fece travedere che non dipendeva che da lui di dare compimento al voto, da tanto tempo formato da tutta l'Italia, di cacciare tutti i barbari dalla penisola; e che, in ricompensa della sua cooperazione, il papa ed i Veneziani erano pronti ad unirsi per porre sul suo capo la corona di Napoli. Il Pescara era violentemente irritato, smisurata era la sua ambizione, il suo carattere artificioso e non facilmente accessibile agli scrupoli: egli accolse con ardore le proposizioni del Moroni, o perchè si abbandonasse alla speranza che gli si presentava, o perchè avesse di già in animo di farsi un merito presso l'imperatore col tradire i suoi socj. Chiese schiarimenti intorno alla trama in cui volevasi farlo entrare, ed il Moroni, con una confidenza contro la quale Giovan Matteo Ghiberti, datario apostolico, l'aveva invano posto in guardia, comunicò al Pescara tutti i progetti de' congiurati[167].
[167] _P. Jovii Vita Piscarii, l. VII, p. 414. — Lettere del Ghiberti da Roma 1.º luglio e seguenti, f. 165 ec., t. I, Lett. de' Princ._
L'armata imperiale, che occupava la Lombardia, era pochissimo numerosa; tutti i Tedeschi erano stati licenziati; degli Spagnuoli molti si erano dispersi per porre in luogo sicuro la preda fatta nell'ultima campagna; altri avevano seguito in Ispagna il vicerè, ed altri vi avevano accompagnato il contestabile di Borbone. Altre truppe non restavano in Italia che quelle d'infanteria spagnuola comandate da Antonio di Leiva, e pochi fanti italiani. Il marchese di Pescara, supremo comandante dell'armata imperiale, poteva facilmente acquartierarla, in modo che riuscisse facile il sorprendere separatamente tutti que' soldati di cui crederebbe di non potersi fidare, e disarmarli o disfarsi di loro. Quando avrebbe esclusi così gli stranieri dalla penisola, dovevano bastare le forze d'Italia per chiuder loro per sempre le porte: pure non si sarebbero adoperate queste sole, perchè la Francia e l'Inghilterra si dichiaravano garanti della di lei indipendenza, e la Svizzera aveva promessi i suoi soldati per difenderla[168].
[168] _Fr. Guicciardini, l. XVI, p. 327. — P. Jovii Vita Piscari, l. VII, p. 417. — Ejusd. Vita di Pomp. Colonna, f. 162. — Ben. Varchi Stor. Fior., l. II, p. 29. — Scip. Ammirato, l. XXX, p. 356._
A questi progetti il Pescara oppose alcuni scrupoli, mostrandosi desideroso di vederli dissipati. Come feudatario del regno di Napoli, riconosceva, diss'egli, che il papa era il supremo suo signore, e che l'imperatore non era che il suo signore diretto; tuttavolta bramava d'essere assicurato dall'autorità de' canonisti e de' giureconsulti, se gli ordini di chi aveva la suprema signoria bastavano a dispensarlo dall'ubbidienza al signore diretto; e se il papa lo poteva sciogliere da un giuramento militare, come da un ordinario giuramento di vassallaggio; per ultimo se il suo onore sarebbe in salvo, ed in riposo la sua coscienza, quando avesse preso parte alla trama che gli veniva proposta contro il suo padrone. Per avere tali schiarimenti spedì a Roma il genovese Domenico Sauli, uno de' più caldi partigiani dell'indipendenza italiana, incaricandolo di abboccarsi col papa e col suo datario. La corte di Roma sapeva con quanta facilità poteva dissipare gli scrupoli del Pescara; ma stava ancora dubbiosa sul conto della di lui buona fede; onde gli mandò il romano Menteboni, uno de' confidenti del Datario, per iscandagliarlo ancora, mentre il cardinale Accolti ed il giureconsulto Angelo Cesi scrivevano a nome del papa dei trattati per tranquillizzare la coscienza del generale[169].
[169] _P. Jovii Vita Ferd. Davali, l. VII, p. 418. — Gal. Capella, l. V, f. 55. — Fr. Guicciardini, l. XVI, p. 328._