Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 15 (of 16)
Part 8
Terribile fu questa carica degli uomini d'armi: giammai nelle guerre d'Italia non erasi combattuto con maggiore accanimento; nè mai infatti non furono attaccati alla sorte d'una sola battaglia più grandi destini. Si fu in quest'urto che Ferdinando Castriotto, marchese di sant'Angelo, ultimo discendente di Scanderbeg, fu ucciso, per quanto si disse, dallo stesso Francesco I. Gli uomini d'armi borgognoni, giunti di fresco dalla Germania col contestabile di Borbone furono posti in fuga; e già parevano dover presto cedere anche gli squadroni di Lannoy e di Borbone, allorchè ottocento fucilieri spagnuoli diretti dal Pescara si sparsero sui fianchi degli uomini d'armi francesi, ed uccisero tanti cavalieri che gli altri dovettero separarsi. Quando gli uomini d'armi tornavano poi ad unirsi per dar addosso ai fucilieri, questi disperdevansi egualmente, e colla loro agilità si sottraevano sempre ad un nemico che non cessavano di molestare. Frattanto il marchese del Vasto, approfittando del disordine della cavalleria francese, aveva attaccata l'ala destra composta di Svizzeri comandati da Montmorencì. Questi non sostennero l'antica loro riputazione, malgrado gli sforzi del Montmorencì e del maresciallo di Fleuranges, che furono ambidue fatti prigionieri; essi vilmente fuggirono. Giovanni di Diesbach, il primo de' loro capitani, piuttosto che partecipare al loro disonore, non avendo potuto trattenerli, si gettò a corpo perduto fra i nemici e si fece uccidere. I Landsknecht della banda nera resistettero soli da questo lato all'attacco degl'imperiali; ma, chiusi da un accorto movimento di Frundsberg in mezzo a tre battaglioni, furono quasi tutti uccisi. Colà perirono con Longman d'Ausburgo, loro comandante, Riccardo di Suffolck della Rosa Bianca, pretendente al trono d'Inghilterra, Francesco di Lorena, fratello del duca regnante, Wirtemberg di Lauffen, e Teodorico di Schomberg, fratello del primo segretario di Clemente VII. La Palisse scavalcato, e di già fatto prigioniere, fu ucciso da un soldato spagnuolo; La Tremouille cadde morto presso al re per un colpo d'archibugio; Galeazzo di Sanseverino, grande scudiere, che cercava di trattenere i fuggitivi, fu pure ucciso in sugli occhi del re. L'ammiraglio Bonnivet, dopo aver inutilmente tentato di riordinare gli Svizzeri, e non volendo sopravvivere ad una sconfitta di cui sentivasi colpevole, corse a visiera alzata ove i nemici erano più fitti, e cadde ferito da più colpi di spada nel volto. Il re, avendo di già perduta la maggior parte de' suoi commilitoni, si andava valorosamente difendendo colla sua spada; ma mentre spingeva il suo cavallo verso il ponte della Vernacula, questo cavallo, ferito in più luoghi, cadde presso Diego Abila e Giovanni d'Urbieta, che senza conoscere Francesco vollero farlo prigioniero. La Mothe Hennuyer, che lo riconobbe sebbene ferito nel viso, gli propose di arrendersi al duca di Borbone; ma Francesco domandò il vicerè signore di Lannoy, ed a lui solo acconsentì di consegnare la spada[139].
[139] _P. Jovii vita Ferd. Davali, l. VI, p. 398, 401. — Lettere de' Principi. Pavia, 24 febbrajo 1525, t. I, f. 151. — Fr. Guicciardini, l. XV, p. 297. — Gal. Capella, l. IV, f. 52. — Mém. de la Tremouille, c. XXI, p. 236. — Mém. de M. du Bellay, l. II, p. 392. — Arn. Ferroni, l. VII, p. 155. — Jac. Nardi, l. VII, p. 310. — Georg. von Frundsberg, B. III, f. 47._
Poichè i Francesi intesero la prigionia del re, più non fecero resistenza, e più non cercarono che di salvare la propria vita; ma i vincitori si mostrarono senza pietà, ed in particolare quelli della guarnigione di Pavia, che non ebbero parte nella battaglia che quando i nemici erano in fuga, uccidendo barbaramente coloro che i loro commilitoni avevano vinti. Molti Svizzeri, per sottrarsi al furore degli Imperiali, gettaronsi nel Ticino, in cui, non sapendo la maggior parte nuotare, miseramente perirono. Bussì d'Amboise ricondusse sul campo di battaglia la truppa che gli era stata data per la guardia del campo, ma fu dispersa da' Tedeschi di Frundsberg, ed egli medesimo ucciso. Contaronsi tra i morti Giacomo di Chabanes, Lescuns, maresciallo di Foix, Aubignì, il conte di Tonnerre, una ventina de' più grandi signori di Francia, e circa otto mila soldati. Trovavansi tra i prigionieri il re di Navarra, il bastardo di Savoja, Anna di Montmorencì, Francesco di Borbone, conte di san Paolo, Filippo di Chabot, Laval, Chandieu, Ambricourt, Fleuranges, Federico da Bozzolo, due Visconti, e moltissimi altri signori. Gl'imperiali non avevano perduti che settecento uomini[140].
[140] _P. Jovii vita Davali, l. VI, p, 402. — Lett. de' Principi, t. I, f. 152. — Gal. Capella, l. IV, f. 52. — Mém. de la Tremouille, c. XXI, p. 236. — Mém. de M. du Bellay, l. II, p. 395. — Arn. Ferroni, l. VII, p. 156. — Georg. von Frundsberg, B. III, f. 49._
Il duca d'Alenson, cognato del re, che aveva il comando della retroguardia, abbandonò i suoi equipaggi, e si ritirò nel Piemonte con una celerità che fece grandissimo torto alla sua riputazione, onde egli morì bentosto accorato di dolore e di vergogna. Il conte di Clermont, che comandava nell'isola del Ticino, passò il Gravellone, si fece tagliare i ponti alle spalle, e ritirossi in buon ordine. Teodoro Trivulzio, alla prima notizia dell'infelice fine della battaglia, evacuò immediatamente Milano, e ritirossi per il lago Maggiore senz'essere inquietato da' nemici. Prima che terminasse il giorno in cui si diede la battaglia, i Francesi marciavano già da tutte le parti per uscire dal ducato di Milano, senza che gl'imperiali pensassero ad inseguirli. Questi adunavano il ricchissimo bottino che fu per loro il frutto della vittoria, e pensavano a porre in luogo sicuro il loro prigioniere, che deposero sotto una stretta guardia nel castello di Pizzighettone, prodigandogli per altro la testimonianza del loro rispetto e della loro compassione[141].
[141] _P. Jovii vita Davali, l. VI, p. 403-406. — Fr. Guicciardini, l. XV, p. 298. — Arn. Ferroni, l. VII, p. 157. — Jac. Nardi, l. VII, p. 311. — P. Bizarro, l. XIX, p. 460. — Scip. Ammirato, l. XXX, p. 354. — Ben. Varchi, l. II, p. 24. — Rayn. An. Eccl. 1525, § 80, p. 451. — P. Paruta Ist. Ven., l. V, p. 345. — Georg. von Frundsberg Kriegzsthaten, B. III, f. 50._
CAPITOLO CXVI.
_Inquietudine e pericoli delle potenze d'Italia; progetto di una lega fra di loro per difesa della propria indipendenza; vi si associa il Pescara, poi li tradisce, e spoglia de' suoi stati il duca di Milano. — Francesco I ricupera la libertà in conseguenza del trattato di Madrid._
1525 = 1526.
La battaglia di Pavia e la prigionia di Francesco I atterrirono le potenze italiane. Fin allora avevano queste creduto di contare qualche cosa di per sè, e di potere farsi rispettare o temere, senza aver bisogno di nulla esporre nel terribile giuoco della guerra. Fidando nella loro politica abilità e nell'antica loro riputazione, si erano persuase che i due principi rivali s'indebolirebbero vicendevolmente in una lunga guerra, e che giugnerebbe l'istante in cui esse si porrebbero tra di loro colle proprie forze ancora intere, e gli obbligherebbero ad evacuare l'Italia. Tutt'ad un tratto s'accorsero, per la sconfitta di Francesco I, che si trovavano in balìa del vincitore, e che il di lui spossamento medesimo, gl'infiniti debiti ond'era caricato, il disordine delle di lui finanze e l'indisciplina delle di lui truppe che chiedevano invano i soldi arretrati, non facevano che accrescere il loro pericolo. Esse si trovarono disarmate, con ai loro confini una numerosa armata, vittoriosa, affamata, e che non aveva che troppo contratta l'abitudine di conculcare tutti i diritti delle genti, e di non avere rispetto alcuno nè per i nemici nè per gli amici.
I più vicini al pericolo erano i Veneziani; ma non per questo i più esposti, perchè erano i soli che in Italia avessero tenuta in piedi un'armata ben pagata, ben disciplinata ed in istato di farsi rispettare. Avevano mille uomini d'armi, seicento cavaleggieri e dieci mila fanti[142]. Vero è che la timida politica del senato, non meno che il carattere del suo generale il duca d'Urbino, teneva sempre quest'armata lontana dalle battaglie. A qualunque partito fosse associato, il duca non faceva che marciare e prendere nuove posizioni, ma non giugneva mai al tempo della battaglia.
[142] _P. Paruta Ist. Ven., l. V, p. 346._
Dopo terminate le guerre eccitate dalla lega di Cambrai, i Veneziani, spossati dalle spese enormi che avevano sostenute per difendersi, dalla ruina delle loro più industri e fertili province, dalla nuova direzione che le scoperte de' Portoghesi avevano fatto prendere al commercio, e dalla diminuzione delle pubbliche entrate cagionata da questi diversi motivi, sforzavansi di riparare in silenzio alle loro perdite; evitavano di compromettersi, per non dare la misura delle loro forze; e si coprivano sotto il manto dell'antica riputazione. Per altro un segreto disordine aveva viziate le più nobili parti dello stato. In tempo della passata disastrosa guerra, il senato per far danaro aveva dovuto vendere le magistrature, i governi delle città, gl'impieghi di giudicatura e la nobiltà che dava il diritto di entrare nel sovrano consiglio. Per tali pratiche il potere erasi trovato spesse volte affidato a mani indegne di esercitarlo. Molti privilegj commerciali, monopolj, esenzioni di tasse avevano avuta la medesima origine, ed il commercio e le finanze dello stato ne provavano i funesti effetti. I Veneziani cercavano di non essere in vista, di non essere nominati, di non parere attivi in verun affare, perchè effettivamente lo stato loro altro non era omai che l'ombra dell'antica potenza, onde temevano di venire ad una singolare lotta nella quale il loro avversario avrebbe sentito che non combatteva che con una fantasma senza corpo.
Secondo in potenza dopo i Veneziani era lo stato della chiesa, il quale poteva egualmente considerarsi come una repubblica; ed inoltre ravvisavansi diversi esterni rapporti di forma tra l'un governo e l'altro. A Venezia un doge elettivo presiedeva ad un collegio di nobili, siccome a Roma un pontefice elettivo presiedeva ad un collegio di preti. Nell'uno e nell'altro stato la suprema potenza veniva rappresentata da un monarca a vita; era nell'uno e nell'altro limitata da un'aristocrazia, senza che il popolo avesse la più piccola parte nell'uno o nell'altro governo.
Ma l'aristocrazia veneziana era composta di uomini che, consacratisi dalla loro fanciullezza a' pubblici affari, facevano del governo lo studio della loro vita, e non potevano sperare di guadagnare la stima de' loro compatriotti, e di ottenere i loro suffragj nelle elezioni, che in ragione dei talenti che mostravano nella carriera degl'impieghi. Per lo contrario lo stato della chiesa veniva governato da uomini essenzialmente e costantemente inesperti degli affari che dovevano decidere. Non era già per abuso o a caso che il papa ed i cardinali ignoravano affatto l'arte della guerra, dell'amministrazione civile e della politica; anzi era soltanto per abuso che talvolta si trovavano in istato di soddisfare alle loro funzioni. Quanto più santamente avevano corsa la carriera della loro professione, quanto più dovevano la loro elevazione alle sole virtù del loro stato, tanto più per dovere e per coscienza dovevano tenersi lontani dagl'interessi mondani. La monarchia elettiva e costituzionale della chiesa è probabilmente l'unico stato al mondo, in cui l'essenziale condizione dell'elegibilità pel primo magistrato, sia quella di essersi in tutta la sua vita tenuto affatto lontano dalle funzioni cui viene chiamato ad assumere.
Perciò il governo di Venezia, nel lungo corso di quattordici secoli, s'illustrò colla sua prudenza; ed il governo della chiesa, in un periodo poco meno lungo, diede continue prove d'inesperienza e d'incapacità. Molti papi, molti cardinali mostrarono sommi talenti nella politica esterna, nell'arte delle negoziazioni e degli intrighi, in cui più d'una volta avevano avuta occasione d'istruirsi ne' capitoli dei conventi. A quest'abilità la chiesa andò debitrice delle sue conquiste e del suo progressivo ingrandimento. Ma forse non si trovò un solo papa che fosse buon amministratore, un solo che prosperar facesse l'agricoltura, l'industria, il commercio, la popolazione negli stati da lui dipendenti, un solo che vi stabilisse savie leggi, o vi mantenesse una buona giustizia. Perciò di mano in mano che un nuovo stato veniva sottomesso al dominio della chiesa, svanivano tutte le prerogative che l'avevano fin allora distinto, desso cessava in certo qual modo di esistere per l'Italia, conciossiachè perdeva la propria indipendenza, e non pertanto nulla aggiugneva alla potenza dei papi.
Clemente VII, che allora regnava, sentiva più che veruno de' suoi predecessori la propria debolezza, la propria impotenza. Egli ne poteva incolpare in parte ciò ch'era stato fatto prima del suo pontificato, ed in parte i suoi proprj difetti. Le insensate prodigalità di Leon X avevano anticipatamente dissipate tutte le entrate della chiesa. Leone s'era valso de' suoi capitali e delle sue entrate come colui che non aveva nè famiglia, nè successori; non aveva pensato che al presente; erasi compiaciuto nell'accarezzare progetti giganteschi, senza tenersi i modi di eseguirli; ed era morto opportunamente nel momento in cui aveva terminato di consumare gli ultimi suoi mezzi.
Adriano VI non aveva, in tempo della sua breve amministrazione, arrecato verun riparo ai disordini del predecessore, e Clemente VII le cui province erano ruinate e il tesoro esausto, trovavasi in su le spalle una dispendiosa guerra. Cercò di apportare qualche rimedio a tanto disordine con una talvolta sordida economia, piuttosto che con una buona amministrazione. Non corresse gli abusi, non impedì i rubamenti, non soppresse i monopolj; ma sottrasse tutto il danaro destinato ai pubblici lavori, abolì le pensioni, ristrinse gli assegnamenti de' funzionarj dello stato, il numero de' soldati ed il loro soldo. Ridusse questo a così piccola cosa, che gli uomini d'armi non potevano alimentare i loro cavalli, erano ridotti a miserissimo stato, e tutti coloro che servivano il papa erano apparecchiati ad abbandonarlo tosto che loro si presenterebbe un altro padrone. Spesso quell'avarizia onde i sovrani vengono accusati dai loro cortigiani, forma la felicità de' popoli; ma quella di Clemente VII era la ripugnanza di un usurajo a privarsi di uno scudo, non il prudente calcolo di un padre di famiglia. I preti erano stati aggravati da insolite decime; erano state soppresse le mercedi de' professori delle arti liberali, e chiuse le borse de' collegj per i poveri scolari. Il prezzo del frumento e del pane era stato tre volte aumentato, non a motivo del cattivo raccolto, ma per accrescere i profitti della camera apostolica, che ne appaltava il monopolio. Erano state atterrate molte case sotto lo specioso pretesto di abbellire le strade di Roma; ma invece d'indennizzare i proprietarj di quelle, il papa gli aveva lasciati esposti all'insolenza, ai capricci, alle ruberie degl'ispettori di que' lavori[143].
[143] _P. Giovio vita del card. Pompeo Colonna, f. 165. — Ben. Varchi Stor. Fior., l. II, p. 45._
Clemente VII era accusato come il solo autore de' patimenti del popolo, e non pertanto questi erano in gran parte dipendenti dalle prodigalità di Leon X; ma gli uomini non erano abbastanza giusti per risalire alle cause del disordine: benedivano la memoria di un papa che aveva goduto e fatto godere dissipando le pubbliche finanze, e detestavano il successore che voleva con poca accortezza riparare un male non fatto da lui. Pochi papi erano stati odiati tanto dal popolo quanto Clemente VII; egli fu tanto più severamente giudicato, che maggiori erano state le speranze che si erano concepite della bontà del suo governo. La sua prudenza, che gli aveva procurata l'universale considerazione, non parve in pratica che astuzia e raffinamento; e inutile gli si rese la sua conoscenza del mondo e degli affari, perchè mancavano al suo carattere decisione per appigliarsi ad una risoluzione, e fermezza per mantenerla.
La repubblica fiorentina, che altro più non era che una provincia sottomessa alla casa de' Medici, parve da principio affezionarsi al governo di Clemente VII, a cagione del vantaggioso confronto con quello di Lorenzo, duca d'Urbino, che lo aveva preceduto; ma bentosto i difetti di Clemente si erano renduti più sensibili, e le di lui buone qualità erano scomparse: la memoria dell'antica libertà, quella dell'amministrazione del Savonarola e di Pietro Soderini si andavano ravvivando nel cuore dei Fiorentini, ed i cittadini, senza poter prevedere gli avvenimenti, senza rendersi conto di ciò che desideravano, si andavano rallegrando di tutti gl'imbarazzi, di tutte le calamità che opprimevano il capo dello stato, sperando di vedere alla fine scossa la di lui autorità[144].
[144] _Fr. Guicciardini, l. XVI, p. 300._
I Veneziani ed il papa deploravano egualmente la propria sventura d'avere affidate le loro speranze, e tutte le eventualità d'indipendenza per l'Italia, non ad una nazione, ma ad un uomo; di modo che la contraria fortuna di quest'individuo decideva della loro esistenza, e, sto per dire, di quella dell'Europa. Infatti non era stata battuta a Pavia la nazione francese, ma il re; se Francesco I non fosse caduto prigioniere, o se, venuto in mano ai nemici, non fosse stato risguardato come comprendente in sè solo tutto lo stato, la sconfitta di Pavia non avrebbe avuta cosa alcuna che la diversificasse da tant'altre battaglie guadagnate o perdute, nel corso de' trent'anni precedenti, senza che decidessero in verun modo della sorte degl'imperj. Era stata sconfitta un'armata di circa ventimila uomini, e la perdita, stando ai più alti calcoli, ammontava ad otto mila; ma questi, ad eccezione di mille, o mille dugento uomini d'armi, non erano Francesi; erano per lo più Svizzeri, Italiani o della Bassa Germania. Eransi perduti ricchi equipaggi, e bellissime artiglierie; ma la Francia non era in verun modo esausta, i suoi confini non erano violati, ed erano ovunque coperti dalle naturali loro fortificazioni o da quelle innalzate dall'arte.
Non vi può essere sicurezza per una monarchia militare, quando non vi si riconosca come principio fondamentale, che un re cessa d'essere re nell'istante che vien fatto prigioniere; che il suo potere passa legittimamente nelle mani del suo successore, e che il nemico non tiene in cattività un sovrano, ma soltanto un uomo di elevato rango, la di cui taglia non dev'essere mai pagata col sagrificio degl'interessi della nazione. Se Francesco I si fosse affrettato d'invocare questo principio; se avesse riconosciuto che la sovrana autorità risiedeva sempre in Francia, e non nella sua persona; se, assoggettandosi alla sua prigionia, non si fosse mostrato premuroso d'uscirne o di fare la pace; Carlo V in vista di questa non curanza sarebbesi fatto premura di trattare con lui, gli avrebbe accordate più vantaggiose condizioni, e Francesco, ricuperando forse più presto la sua libertà, sarebbe risalito sul trono senza dover poscia arrossire di aver violato i suoi giuramenti.
Non era dunque vero che _tutto fosse perduto, salvo l'onore_, come Francesco I scriveva a sua madre, Luigia di Savoja; il solo monarca era perduto, e la monarchia non era altrimenti in pericolo, che per risguardo di lui. I soldati che avevano ottenuta la vittoria di Pavia, sebbene arricchiti da un immenso bottino, non volevano rinunciare ai loro soldi arretrati; anzi li chiedevano più risolutamente che mai, protestando che non tornerebbero in campagna finchè non ricevessero tutti i loro arretrati. In quest'intervallo moltissimi di loro andavano ogni giorno disertando per depositare la loro preda in seno alle proprie famiglie; gli altri, consumando in continue feste e stravizj quanto avevano guadagnato, disprezzavano ogni militare disciplina. Giammai l'armata imperiale era stata meno subordinata ai suoi generali, giammai era stato più difficile di farla tener dietro ai vantaggi che di già aveva ottenuti. La guarnigione di Pavia erasi portata all'eccesso d'impadronirsi de' cannoni della piazza, di fortificarvisi, e di dichiarare che più non ubbidirebbe ai suoi ufficiali finchè non fosse pagata; il rimanente dell'armata pareva disposto a seguire quest'esempio, ed ogni giorno scoppiavano parziali ammutinamenti[145].
[145] _Fr. Guicciardini, l. XVI, p. 302. — Gal. Capella, l. V, f. 53. — P. Jovii Vita Ferd. Davali, l. VII, p. 409._
La penuria dell'imperatore, il quale possedeva la Spagna, i Paesi Bassi, l'America e gran parte dell'Italia, che inoltre disponeva a voglia sua delle forze e delle entrate di suo fratello, l'arciduca d'Austria, e degli stati dell'impero, è un fenomeno che non può spiegarsi che pei disordini della sua amministrazione. Senza dubbio tra le province suddite molte godevano grandi privilegj, e spesso gli ricusavano i tesori ch'egli dissipava con mano così prodiga. In tempo della spedizione di Francia, le cortes di Castiglia gli avevano rifiutata una sovvenzione straordinaria di quattrocento mila ducati, ch'egli aveva loro domandata; ma le ordinarie entrate de' paesi i più ricchi, i più industriosi dell'Europa, avrebbero dovuto bastare per sostenere le spese di una guerra trattata con così piccole armate, quali erano le sue. I re di Castiglia, di Arragona, di Granata, di Navarra, di Sicilia, di Napoli; i sovrani de' Paesi Bassi e quelli dell'Austria, avevano tutti in diverse circostanze mantenute armate egualmente numerose, e sostenute spese tanto considerabili quanto quelle ond'era caricato l'imperatore, sovrano di tutti questi diversi stati. Altronde fra questi stati molti non avevano costituzione, nè assemblea rappresentativa; ed il regno di Napoli e il ducato di Milano dovevano assoggettarsi a tutti i carichi che il vicerè o il duca Sforza loro imponevano per conto dell'imperatore; e così la maggior parte de' più piccoli stati, sebbene indipendenti di nome, non potevano rifiutarsi di pagare continue contribuzioni di guerra. Ma in tutte le province sulle quali stendevasi l'autorità di Carlo V, si vedeva stabilire un sistema distruttore di ogni economia politica. I monopolj si moltiplicavano, la giustizia era subordinata ad un'autorità arbitraria e capricciosa; il commercio vincolato, le proprietà incatenate dai fedecommessi, l'ozio risguardato come onorevole, l'industria come una macchia; e gli stati, poc'anzi più floridi, trovavansi in breve ridotti all'ultima miseria.
I generali imperiali sentivano l'impossibilità di condurre in Francia un'armata insubordinata; diedero quindi alla reggente ed a' suoi consiglieri tutto il tempo di provvedere alla difesa del regno, di cercare l'alleanza dell'Inghilterra, di assicurarsi degli Svizzeri, e di concertarsi cogli stati d'Italia; ma Francesco I non supponeva nè pure che si potesse resistere al nemico, dov'egli non si trovava; e dopo la sua prigionia egli risguardava la Francia come assolutamente perduta; di già internamente rinunciava a tutti i suoi progetti sull'Italia, e non riponeva le sue speranze di terminare la guerra che nella lealtà e nella generosità del suo vincitore. Perciò affrettossi di accordare al commendatore Pennalosa, che portava in Ispagna all'imperatore la relazione della battaglia di Pavia, un passaporto per attraversare la Francia, onde più sicuramente e più presto arrivasse a quella corte; lo stesso motivo gli fece in appresso dare orecchio alle proposizioni del signore di Lannoy, che voleva condurlo in Ispagna, promettendogli che al primo abboccarsi con Carlo V terminerebbero le sue pene[146].
[146] _Lettera di Venezia del 5 marzo. Lettere dei Principi, t. I, f. 152. — Garnier Hist. de France, t. XII, p. 332._