Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 15 (of 16)
Part 7
[119] _P. Jovii vita Davali, l. V, p. 377 — Fr. Guicciardini, l. XV, p. 285. — Mém. de M. du Bellay, l. II, p. 361 — Fr. Belcarii, l. XVIII, p. 548. — Scip. Ammirato, l. XXX, p. 354._
L'assedio di Pavia procedeva poco vigorosamente, perchè i Francesi cominciavano a mancare di munizioni: dall'altro canto il duca d'Albanì attraversava l'Italia con estrema lentezza, accrescendo così fede all'universale opinione, che piuttosto cercasse d'intimorire gl'Imperiali, che di fare realmente la conquista del regno. Pure la sua marcia serviva ai Francesi per formare nuove alleanze, facendo dichiarare per loro i deboli stati, che il solo timore aveva strascinati nella lega dell'imperatore. Alfonso d'Este, duca di Ferrara, domandò di essere nuovamente ricevuto sotto la protezione francese, e la comperò con un sussidio di settanta mila fiorini, venti mila de' quali vennero pagati in munizioni d'artiglieria. Giovanni de' Medici, il celebre comandante delle bande nere, venne incaricato di condurre a Pavia queste munizioni; egli aveva di fresco mutato nuovamente partito, lagnandosi d'essere stato dagl'Imperiali trascurato nella precedente campagna, ed era giunto al campo francese il 4 di dicembre colla formidabile sua truppa. Il duca d'Albanì penetrava in Toscana per la via della Garfagnana. In principio di gennajo gli si unì Renzo di Ceri con tre mila fanti italiani sbarcati da una flotta francese. Lucca gli pagò dodici mila ducati e gli diede alcuni cannoni. Firenze lo accolse come generale di una potenza amica; Siena non solo acquistò la protezione della Francia con una contribuzione, ma dovette acconsentire al richiamo del figlio di Pandolfo Petrucci, nelle di cui mani Clemente VII desiderava di vedere riposto il governo di quella città. Finalmente il papa, quando l'Albanì fu vicino a Roma, pubblicò il trattato di neutralità conchiuso colla Francia, e fin allora tenuto segreto[120].
[120] _Fr. Guicciardini, l. XV, p. 287. — Gal. Capella, l. IV, f. 44 e 49. — Arnoldi Ferroni, l. VII, p. 150. — Rayn. Ann. Eccl. 1525, § 75, p. 450. — Orl. Malavolti Stor. di Siena, p. III, l. VII, f. 123. — Jac. Nardi Ist. Fior., l. VII, p. 309._
Ma sebbene il duca d'Albanì fosse entrato nello stato di Roma, e che assoldasse nuovi fanti nelle terre degli Orsini, mentre che dal canto loro i Colonna ne assoldavano altri a Marino per difendere il regno di Napoli, gli occhi di tutta l'Europa non erano volti a questi avvenimenti, ma soltanto a ciò che accadeva in Lombardia. Il Borbone era colà tornato verso la metà di gennajo, conducendo dalla Germania cinquecento cavalli borgognoni e sei mila fanti che gli erano stati dati dall'arciduca Ferdinando, con un corpo di quasi altrettanti volontarj assoldati dalle città imperiali e dalla nobiltà immediata. Marco Sittich d'Embs e Niccolò, conte di Salm, comandavano i primi, Giorgio Frundsberg gli altri. I Veneziani, che non eransi obbligati che ad una perfetta neutralità, loro accordarono il libero passaggio[121].
[121] _P. Jovii vita Davali, l. V, p. 374. — Gal. Capella, l. IV, f. 45. — Fr. Guicciardini, l. XV, p. 289. — Arn. Ferroni, l. VII, p. 150. — Marco Guazzo Ist. de' suoi tempi, f. 6. — G. Frundsberg, B. II, f. 39._
Dopo avere ricevuto questo rinforzo, l'armata imperiale si trovò superiore a quella di Francia, ma mancava assolutamente di danaro; Carlo V, seguendo la sua pratica, non ne mandava nè dalla Spagna, nè dalla Fiandra: non poteva somministrarne il regno di Napoli chiamato a difendere sè medesimo; il ducato di Milano, che fin allora aveva mantenuto l'armata, oltre l'essere interamente ruinato, era in gran parte occupato da' Francesi; e gli stati indipendenti d'Italia non pagavano più le contribuzioni loro precedentemente estorte a viva forza. In Pavia Antonio di Leiva non aveva più polvere, mancava di vino e d'ogni altra vittovaglia, ad eccezione del pane. I soldati, anche prima che cominciasse l'assedio, non ricevevano da lungo tempo il loro soldo, e di già cominciavano a domandarlo con minacciose grida, onde Leiva temeva che non dessero la città ai nemici. Prese perciò tutti gli argenti delle chiese, e ne coniò una nuova moneta che loro distribuì; il Pescara trovò il modo di fargli passare tre mila ducati, la quale piccola somma servì a far credere agli assediati che il danaro pel loro soldo si trovava nel campo imperiale; ma ch'era quasi impossibile il farlo giugner loro a traverso alle linee degli assedianti. Finalmente il comandante de' Tedeschi, il conte Eitel Federico di Zollern, il di cui nome viene dal Giovio travisato sotto quello d'Azornio, avendo eccitata la diffidenza di Antonio di Leiva, fu da lui avvelenato in un pranzo[122].
[122] _Gal. Capella, l. IV, f. 42, 44, 46. — P. Jovii vita Davali, l. V, p. 372. — Fr. Guicciardini, l. XV, p. 289. — Mém. de M. du Bellay, l. II, p. 379. — Arn. Ferroni, l. VII, p. 149. — Georg. von Frundsberg Kriegzsthaten, B. II, f. 40._
Il marchese di Pescara, Lannoy, e Borbone, sentivano ancora più vivamente il bisogno del danaro per l'armata con cui pensavano di far levare l'assedio di Pavia. Non solo era dovuto il soldo a tutte le loro truppe da molti mesi, ma non ne avevano abbastanza per far trasportare l'artiglieria, per provvedere alcune vittovaglie, nell'istante in cui, volendo trar fuori le truppe da' quartieri d'inverno, più non sarebbero alimentate dagli abitanti. Però i generali imperiali sentivano la necessità di attaccare il campo francese prima che il re ricevesse le nuove truppe che faceva levare nella Svizzera, in Italia ed in Francia, prima che la miseria inducesse gli assediati a capitolare, e prima che per mancanza di pagamento le loro truppe si disperdessero[123].
[123] _P. Jovii vita Davali, l. V, p. 378. — Fr. Guicciardini, l. XV, p. 289. — P. Paruta Ist. Ven., l. V, p. 345. — Fr. Belcarii, l. XVIII, p. 550._
Il marchese di Pescara cercò di calmare i soldati, i quali avevano dichiarato che non uscirebbero da' quartieri d'inverno finchè non sarebbero loro pagati i mesi arretrati. Cominciò col risvegliare il naturale orgoglio degli Spagnuoli, il loro odio verso i Francesi e la loro cupidigia, promettendo loro le ricche spoglie dell'armata reale. Dopo avere ottenuta la loro promessa di servire ancora un intero mese senza soldo, adducendo il loro esempio si volse ai Tedeschi, e gli esortò a mostrare la medesima generosità in una causa in cui erano più particolarmente interessati, poichè trattavasi di liberare i loro compatriotti assediati in Pavia. Giorgio Frundsberg, il di cui figliuolo Gaspare era chiuso in Pavia con Antonio di Leiva, fece con tutto il suo zelo e con tutto il suo credito valere questo motivo presso i suoi compatriotti, e fece in modo che ottenne da loro la medesima promessa che il Pescara aveva ottenuto dagli Spagnuoli. Solo restavano a persuadersi gli uomini d'armi ch'erano a Soncino con Carlo di Lannoy, i quali si mostravano meno docili degli altri. Il loro orgoglio era umiliato, perchè non avevano avuto occasione di mostrare il proprio valore nelle precedenti campagne. Il Pescara aveva riposta tutta la sua fiducia nella fanteria, ed in particolar modo ne' fucilieri ed archibugieri spagnuoli da lui formati; e gli uomini d'armi, lasciati oziosi, erano non infrequentemente l'oggetto della derisione de' pedoni. Per persuaderli a marciare, d'uopo fu che il Pescara e gli altri capi dividessero tra gli uomini d'armi il privato loro danaro. Egli finalmente ottenne in tal modo che raggiugnessero il restante dell'armata; e il 25 di gennajo si pose in cammino da Lodi per Marignano[124].
[124] _P. Jovii vita Davali, l. V, p. 379. — Gal. Capella, l. IV, f. 47. — Fr. Guicciardini, l. XV, p. 290. — Mém. de M. du Bellay, l. II, p. 379._
Il re, avvisato della marcia dell'armata imperiale, suppose dapprima che fosse intenzionata di occupare Milano, ma quando seppe che, partendo da Marignano, aveva piegato a sinistra lungo il Lambro per avvicinarsi a Pavia, richiamò da Milano all'armata La Tremouille e Lescuns, ed adunò un consiglio di guerra per risolvere intorno al partito da prendersi. Tutti i più vecchi generali, La Palisse, Galeazzo di Sanseverino, La Tremouille, Teodoro Trivulzio, il duca di Suffolck della Rosa Bianca, ed il bastardo Renato di Savoja, si sforzavano di far sentire al re che la peggiore situazione era quella di aspettare d'essere attaccato nel proprio campo, tra una città assediata, ove trovavasi una grossa guarnigione, ed un'armata più numerosa della sua; che non doveva tardare a levare l'assedio di Pavia, portando l'armata tra questa città e Milano a Binasco o alla Certosa; che il paese, tutto intersecato di canali, offriva molti vantaggiosi accampamenti, e ch'era facile lo sceglierne uno, in cui la sua armata tutt'adunata non potrebb'essere attaccata senza un eccesso di temerità; che gl'imperiali, senza danaro e senza viveri, non potrebbero lungamente tenersi in campagna, e che l'imbarazzo loro verrebbe accresciuto col ricevere nel proprio campo la guarnigione di Pavia, cui si era fatto credere che il soldo fosse in pronto, e la quale, non ricevendo danaro dopo tante privazioni, ecciterebbe facilmente una sollevazione in mezzo a truppe tutte egualmente malcontente; che bastava guadagnare tempo per ottenere tutti i frutti della più compiuta vittoria; e che, se la disperazione riduceva il Pescara a cercare la battaglia, la più comune prudenza insegnava al re a schivare ciò che il suo nemico desiderava[125].
[125] _P. Jovii vita Piscarii, l. VI, p. 390. — Arn. Ferroni, l. VII, p. 151. — Fr. Guicciardini, l. XV, p. 291. — Martin du Bellay, l. II, p. 385._
Ma Francesco I non ascoltava che Bonnivet, perchè questi lo intratteneva sempre della sua gloria. Indegna cosa sarebbe, questi gli diceva, della maestà di un re di Francia di lasciarsi dagli stessi nemici svolgere dai suoi disegni, di rinculare quand'essi avanzavano, e di abbandonare un'impresa che si era impegnato di condurre a fine in faccia a tutta l'Europa. Che i generali ordinarj potevano lasciarsi guidare da queste comuni considerazioni di prudenza o di tattica militare; ma che, trovandosi compromessa la maestà reale, l'onore della corona doveva essere la prima base dell'arte della guerra. Dietro una così fallace opinione dell'onore e del dovere di un re, Francesco I risolse di continuare l'assedio di Pavia in presenza del nemico, contro il parere de' suoi più sperimentati generali, e contro le istanze del papa[126].
[126] _P. Jovii vita Davali, l. VI, p. 391. — Fr. Guicciardini, l. XV, p. 292. — Mém. de la Tremouille, c. XXI, p. 231. — Gal. Capella, l. IV, f. 51. — Arn. Ferroni, l. VII, p. 151. — Georg. von Frundsberg, B. III, f. 45._
Francesco I ristrinse il suo accampamento, e ne guarnì i trinceramenti con una formidabile artiglieria, credendo in tal modo essersi posto in sicuro contro ogni attacco. Quando era cominciato l'assedio aveva divisa la sua armata in tre campi. Il primo a san Lanfranco, dove comandava in persona, era posto in su la sinistra del Ticino, dalla banda in cui giugne a' piedi delle mura della città; il secondo, in cui comandava La Palisse, era egualmente sulla sinistra del Ticino, ma sotto alla città; il terzo sotto gli ordini di Montmorencì era in su la destra del Ticino nell'isola che forma col Gravellone. Francesco I, avvicinandosi gl'imperiali, abbandonò il suo campo di san Lanfranco, e si unì a La Palisse, chiamandovi ancora il Montmorencì, e non lasciando nell'isola che un piccolo corpo di truppe sotto gli ordini del signore di Clermont. Per tal modo tutte le sue forze si trovarono riunite in un solo campo al levante della città, in riva al Ticino, e sulla strada che tenevano i nemici. Era questo campo fortificato in faccia, verso Lodi, da un parapetto e da una fossa che stendevasi fino al fiume, a destra dal Ticino, ed a sinistra dal muro di un vasto parco, che circondava la casa di caccia dei duchi di Milano a Mirabello. Il re fece in tre luoghi atterrare questo muro, onde formare altrettante porte, per le quali poteva entrare nel parco; il rimanente del muro serviva di difesa al suo campo, e chiudeva ai nemici la via della città[127].
[127] _P. Jovii vita Davali, l. V, p. 383. — Fr. Guicciardini, l. XV, p. 292. — Mém de M. du Bellay, l. II, p. 383. — Arn. Ferroni, l. VII, p. 152. — Garnier. Hist. de France, l. XII, p. 325. — Rap. Thoyras Hist. d'Angl., l. XV, p. 203._
Il Pescara, cui Borbone e Lannoy, tratti dall'irresistibile sentimento della superiorità de' di lui talenti, avevano abbandonata la direzione dell'attacco andava frattanto avvicinandosi, ma lentamente e con precauzione, all'armata reale. Aveva trovato in sul passaggio del Lambro il castello di sant'Angelo difeso da Pirro da Bozzolo, fratello di Federico, con dugento cavalli ed ottocento fanti. Sebbene questo posto fosse fortissimo, e che il re, che lo aveva fatto di fresco riconoscere, si tenesse sicuro che resisterebbe lungamente, il Pescara lo prese in un giorno, essendo entrato egli stesso il secondo per la breccia nella piazza, colla temerità di un granatiere, piuttosto che colla prudenza di un generale[128].
[128] _P. Jovii vita Davali, l. V, p. 382. — Gal. Capella, l. IV, f. 48. — Fr. Guicciardini, l. XV, p. 293. — Du Bellay, l. II, p. 381. — Georg von Frundsberg, B. III. f. 42._
Circa lo stesso tempo altre perdite indebolirono successivamente l'armata del re. Egli aveva ordinato al marchese di Saluzzo di condurgli sollecitamente da Savona, dov'egli trovavasi, quattro mila Italiani precedentemente destinati contro Genova. Questi, attraversando senza precauzione l'Alessandrino, furono sorpresi nel passare la Bormida da Gaspare Maino, comandante delle truppe dello Sforza, ed interamente disfatti o fatti prigionieri[129]. Gian Luigi Palavicino con un corpo ancora più numeroso lasciossi sorprendere il 18 di febbrajo a Casal maggiore, di dove avanzavasi per attaccare Cremona, e fu pure fatto prigioniere[130]. Finalmente Giovan Giacomo Medici, milanese, il quale non apparteneva alla famiglia fiorentina dello stesso nome, riuscì con uno stratagemma a privare il re dell'assistenza di sei mila Grigioni, che servivano nel di lui campo. Costui sorprese la città ed il castello di Chiavenna all'estremità del lago di Como[131], e con tale inaspettato attacco spaventò talmente la lega grigia, che dessa ordinò a tutti i Grigioni che trovavansi nell'armata del re di accorrere in difesa della loro patria; e questi furono accompagnati da alcuni battaglioni svizzeri, i quali dichiaravano che il loro più pressante dovere era quello di soccorrere i loro confederati[132].
[129] _P. Jovii vita Davali, l. VI, p. 389. — Gal. Capella, l. IV, f. 49. — Fr. Guicciardini, l. XV, p. 293. — Mém de M. du Bellay, l. II, p. 383._
[130] _Gal. Capella, l. IV, f. 50. — Fr. Guicciardini, l. X, p. 293. — Mém. de M. du Bellay, l. II, p. 386._
[131] Per abbaglio l'originale dice Lago Maggiore. _N. d. T._
[132] _Gal. Capella, l. IV, f. 49. — Fr. Guicciardini, l. XV, p. 294. — Du Bellay, l. II, f. 383. — P. Jovii vita Davali, l. V, p. 388. — Fr. Belcarii, l. XVIII, p. 553. — Arnoldi Ferroni, l. VII, p. 154. — Jac. Nardi, l. VII, p. 308. — Ben. Varchi, l. II, p. 23._
L'armata imperiale andava sempre più accostandosi a Pavia. Il primo di febbrajo era venuta ad accamparsi a Vistarino; il 3 dello stesso mese si stabilì nei prati di santa Giustina, due miglia e mezzo distante dalla città, e ad un solo miglio da' corpi avanzati dell'armata francese. Le due armate trovaronsi in allora così vicine, che potevano cannonarsi senz'uscire da' loro campi. Un fiumicello, detto la Vernacula, li separava, e perchè era profondo ed aveva le rive alquanto alte serviva egualmente di difesa agli uni ed agli altri. Ma il Pescara non si era tanto avvicinato che per venire a battaglia, onde andava studiando le posizioni de' Francesi; si avanzava frequentemente sotto il loro fuoco per meglio conoscerle, e per sapere a quale corpo particolare era affidata cadauna parte del campo. Per tal modo aveva conosciuto che sarebbe quasi impossibile di sforzare i Francesi ne' loro trinceramenti; perciò gli andava stancheggiando con continue scaramucce di giorno e di notte, e lusingavasi che alcuna di quelle parziali zuffe potrebbe cambiarsi in generale battaglia. Infatti più d'una volta le due armate si mossero interamente per un accidentale attacco. Un branco di montoni, preteso da ambo le parti, fu in sul punto di cagionare una battaglia generale; pure dopo che Lannoy e Borbone, che Bonnivet e lo stesso Francesco I furono entrati nella mischia, le due armate si ritirarono nel proprio campo press'a poco con eguale danno[133].
[133] _P. Jovii vita Davali, l. V, p. 385. — Marco Guazzo Ist. de' suoi tempi, f. 7. — Fr. Guicciardini, l. XV, p. 294. — Gal. Capella, l. IV, f. 51. — Mém. de la Tremouille, c. XXI, p. 232. — Arn. Ferroni, l. VII, p. 154._
Ma il più delle volte gli attacchi del Pescara avevano più felici risultati: egli sorprese consecutivamente i Landsknecht della banda nera comandati dal duca di Suffolck, indi gl'Italiani della banda nera di Giovanni de' Medici. Questi per vendicarsi tirò in un'imboscata una sortita della guarnigione di Pavia; ma mentre, dopo averle uccisa molta gente, stava indicando a Bonnivet il campo di battaglia, e gli andava spiegando le sue disposizioni, fu il 20 di febbrajo ferito in una coscia così dolorosamente da una palla, che fu costretto d'abbandonare l'armata, facendosi trasportare a Piacenza per esservi medicato[134].
[134] _P. Jovii vita Davali, l. V, p. 387. — Fr. Guicciardini, l. XV, p. 296. — Gal. Capella, l. IV, f. 51. — Mém. de M. du Bellay, l. II, p. 387. — Arn. Ferroni, l. VII, p. 153._
In mezzo al ricinto, le di cui gagliarde muraglie coprivano uno de' fianchi del campo francese, era fabbricato il palazzo di Mirabello, antica casa di caccia dei duchi di Milano. Il re vi aveva mandato, come in luogo più lontano da' pericoli, i suoi ministri ed ufficiali che seguivano il campo senz'essere addetti alla milizia, come pure Aleandro, legato del papa. Varj mercanti e magazzinieri avevano nello stesso luogo aperta una specie di fiera, e vi erano protetti dagli uomini d'armi della retroguardia. Disperando il Pescara di forzare i trinceramenti del campo francese, formò il progetto di penetrare nel parco e di avanzarsi sopra Mirabello. Se ciò gli riusciva, contava in appresso di circondare l'armata francese dalla parte sinistra, e di aprirsi una comunicazione colla guarnigione di Pavia. Se il re voleva vietargliene il passaggio, era forzato di rinunciare al vantaggio de' suoi trinceramenti per dargli battaglia nel parco. Però affinchè l'affare si rendesse generale, bisognava per altro che il Pescara facesse entrare la sua armata nel parco prima che i Francesi avessero sentore del suo progetto, altrimenti ne avrebbero difese le muraglie collo stesso vantaggio con cui difendevano i loro trinceramenti. Incaricò adunque lo spagnuolo Salsede di fare nella notte che precedeva il 25 di febbrajo una breccia nelle mura del parco, non già coll'artiglieria, onde non levare a rumore tutto il campo nemico, ma col montone e cogli zappatori, facendo nello stesso tempo eseguire altri attacchi in diversi luoghi per traviare l'attenzione, e soffocare il fracasso; indi avvertì Antonio di Leiva di tentare una sortita ad un convenuto segnale[135].
[135] _P. Jovii vita Davali, l. VI, p. 393. — Fr. Guicciardini, l. XV, p. 297. — Gal. Capella, l. IV, f. 52. — Mém, de M. du Bellay, l. II, p. 389. — Arn. Ferroni, l. VII, p. 154. — Georg. von Frundsberg Kriegsthaten, B. III, f. 46._
Soltanto a due ore prima di giorno si trovò la breccia aperta nella muraglia del parco. Il Pescara, che aveva fatta indossare a tutti i suoi soldati una camicia bianca sopra le armi, onde si riconoscessero nell'oscurità, fece da prima entrare nel parco Alfonso d'Avalos, marchese del Guasto, suo cugino, con sei mila fanti tedeschi, spagnuoli ed italiani, e tre squadroni di cavalleria, ordinandogli di portarsi direttamente sopra Mirabello. Lo stesso Pescara gli tenne dietro con un secondo corpo d'armata composto di fanteria spagnuola. Il Lannoy ed il contestabile di Borbone conducevano il terzo ed il quarto corpo, tutto formato di Tedeschi. Gl'imperiali erano di già entrati nel parco, senza che i Francesi si fossero accorti del loro disegno. Ma finalmente questi si erano mossi e posti in ordine di battaglia, onde gl'imperiali, per portarsi a Mirabello, dovevano passare sotto il fuoco dell'artiglieria francese, diretta da Giacomo Galliot, siniscalco d'Armagnacco. Siccome gl'imperiali correvano per sottrarsi più presto alle continue scariche, il re credette che fuggissero, ed uscì dalle sue linee per caricarli. Fidavasi nella superiorità della sua cavalleria in una pianura accomodata alle grandi evoluzioni; ma con tale movimento venne a cuoprire la sua artiglieria, la forzò a sospendere il fuoco, e trovò la cavalleria nemica frammischiata agli archibugeri spagnuoli, le di cui scariche atterrarono bentosto non pochi de' suoi più valorosi cavalieri[136].
[136] _Mém. de M. du Bellay, l. II, p. 390. — Fr. Belcarii, l. XVIII, p. 554. — P. Jovii vita Davali, l. VI, p. 394._
Quando il Pescara vide attaccata la battaglia, fece richiamare il marchese del Guasto; ma questi, sentendo il cannone, aveva prevenuti i suoi ordini e di già si trovava in linea. L'armata imperiale poteva in allora contare sedici mila tra fanti spagnuoli e tedeschi, mille italiani e mille quattrocento cavalli. Francesco I credeva di avere nella sua mille trecento lance, e venticinque mila fanti; ma era ingannato da' suoi capitani e dagl'ispettori alle reviste, i quali gli facevano pagare il soldo di moltissimi soldati che più non esistevano, o che mai non avevano esistito[137]. Francesco I affidò a Bussì d'Amboise la custodia del suo campo e la sua difesa contro le sortite d'Antonio di Leiva; oppose i suoi Svizzeri ai Tedeschi, ed i suoi Landsknecht delle bande nere agli Spagnuoli. Nel cominciamento della battaglia Philippe di Chabot e Federico da Bozzolo presero cinque cannoni agli Spagnuoli, e la banda nera de' Landsknecht respinse fino nella Vernacula un corpo di cavalleria leggiere: ma questi medesimi vantaggiosi avvenimenti tornarono in danno de' Francesi; perciocchè gli uomini d'armi, credendo vinta la battaglia, slanciaronsi disordinatamente addosso ai nemici, sguarnirono i fianchi degli Svizzeri e de' Landsknecht, che dovevano proteggere, e fecero cessare affatto il fuoco dell'artiglieria francese, nella quale stava la vera superiorità di Francesco I[138].
[137] _Fr. Guicciardini l. XV, p. 290. — Mém. de la Tremouille, c. XXI, p. 230. — Anon. Padov. presso il Murat. Ann., l. X, p. 183._
[138] _P. Jovii vita Davali, l. VI, p. 397. — Mém. de M. du Bellay, l. II, p. 391. — Arn. Ferroni, l. VII, p. 155. — Fr. Belcarii, l. XVIII, p. 554. — Georg. von Frundsberg, B. III, f. 47._