Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 15 (of 16)
Part 6
L'Italia era omai liberata dall'invasione francese, ed erasi ottenuto lo scopo delle due leghe contratte dall'imperatore sia coi Veneziani, sia col papa e coi piccoli stati d'Italia. Tutti gl'Italiani, oppressi dalle spese e dagli sforzi di una ruinosa guerra, altro omai non bramavano che la pace; il papa lusingavasi di far guarentire lo stato attuale dell'Italia dal re d'Inghilterra che aveva contribuito alla vittoria, e dagli Svizzeri che coprivano i confini, e che in addietro si erano così vivamente adoperati per l'indipendenza della Lombardia. Clemente VII ordinava al suo nunzio in Inghilterra d'invocare i buoni ufficj d'Enrico VIII, per porre un termine all'arroganza ed alle vessazioni de' ministri dell'imperatore in Italia, per far rispettare la santa sede, cessare le contribuzioni straordinarie ricevute ogni mese dai Fiorentini, ristabilire il duca di Milano in un'assoluta indipendenza, e far godere ai Veneziani i vantaggi che si erano riservati in forza del loro trattato. Insomma trattavasi di far vedere se l'Italia aveva combattuto per iscuotere un giogo straniero, o soltanto per mutare il padrone; e dal tuono della lettera del datario apostolico scorgevasi che Clemente VII si era di già accorto che i frutti della vittoria non erano gran fatto meno amari di quelli della guerra[102].
[102] _Lett. di Gio. Matteo Giberto Datario a Mess. Marchione Lango nunzio in Inghilterra. Lettera de' principi, t. I, f. 123-126._
Ma i generali, che avevano trionfato in Italia, desideravano che la guerra producesse nuove guerre. Niun pensiero prendevansi della felicità degli stati che pretendevano difendere; bramavano di continuare il loro mestiere, di farsi nome con nuove imprese, e di trovare altre occasioni di esercitare un assoluto potere sulle fortune e sulla vita degli uomini. Il contestabile di Borbone prendeva maggiore interesse che gli altri per la continuazione della guerra. Scriveva all'imperatore ed al re d'Inghilterra essere giunto l'istante di superare i confini della Francia, di vendicarsi dei loro nemici, e di precipitare dal trono Francesco I. Diceva che al nome di Borbone si solleverebbero i suoi antichi vassalli, e verrebbero spontaneamente a collocarsi sotto le insegne straniere. Ignorava costui che il solo delitto d'avere chiamati gli stranieri nella sua patria, cambiava in odio ed in disprezzo tutto l'affetto che i Francesi avevano potuto avere per lui[103]. Carlo V ed Enrico VIII credettero imprudentemente alle di lui parole; il primo ordinò alla sua armata di penetrare nella Provenza; l'altro gli mandò soccorsi, e promise in pari tempo di attaccare le province settentrionali della Francia.
[103] _P. Jovii vita Davali, l. IV, p. 355. — Arn. Ferroni, l. VII, p. 144. — Gal. Capella, l. IV, f. 39. — Rapin Thoyras, Hist. d'Anglet., t. VI, l. XV, p. 198. — Rymer, Acta pubblica, t. XIII, p. 794._
Fu nel mese di luglio che il contestabile di Borbone ed il marchese di Pescara passarono il Varo per entrare nella Provenza con sette mila landsknecht, sei mila fanti spagnuoli, due mila Italiani, e sei cento cavaleggieri: il vicerè Lannoy aveva promesso di seguirli a poca distanza con mille uomini d'armi. Ugo di Moncade con sedici galere costeggiava la Provenza per proteggere l'armata e trasportare l'artiglieria: ma Andrea Doria, che aveva il comando di una flotta francese più forte, prese una di queste galere e fece prigioniere il principe d'Orange; ne forzò tre altre a rompere sulla costa, le quali il Pescara fece bruciare perchè non venissero in mano del nemico; e costrinse il Moncade, dopo avere sbarcata la sua artiglieria ad Aix, a chiudersi nel porto di Monaco[104].
[104] _P. Jovii Vita Davali, l. IV, p. 357. — Mém. de M. du Bellay, l. II, p. 345. — Arn. Ferroni, l. VII, p. 144. — Fr. Guicciardini, l. XV, p. 275._
Voleva il Borbone approfittare della sorpresa del re di Francia e dello spossamento cui era stata ridotta la sua armata nell'ultima campagna, per portarsi subito sopra Avignone o sopra Lione. Calcolava che nello stesso tempo un'armata spagnuola penetrerebbe nella Guienna, una inglese nella Picardia, e forse una tedesca nella Borgogna. Ma Carlo V ed Enrico VIII non si curavano di soddisfare per questo rispetto le promesse che gli avevano fatte; ed il marchese di Pescara, non volendo compromettere la sua armata conducendola nel cuore del regno, si ostinò perentoriamente a volere ristringere le sue operazioni all'assedio di Marsiglia[105].
[105] _P. Jovii vita Davali, l. IV, p. 358. — Fr. Guicciardini, l. XV, p. 276. — Arn. Ferroni, l. VII, p. 145._
A Filippo di Brion, conte di Chabot, era stata dal re affidata la difesa di Marsiglia, cui venne bentosto giù pel Rodano ad unirsi Renzo di Ceri coi cinque mila Italiani che avevano seguito Bonnivet nella sua ritirata. Tra costoro trovavansi molti gentiluomini, costretti dalle rivoluzioni d'Italia ad esiliarsi per sempre dalla loro patria. Tra gli altri vi si vedevano alcuni emigrati pisani, determinati a non voler più soggiacere al giogo de' Fiorentini, e che, per la valorosa difesa che fecero in Marsiglia, acquistarono il diritto di cittadinanza francese, e vi si stabilirono colle loro famiglie. L'assedio fu infatti sostenuto colle più luminose prove di valore. L'artiglieria imperiale aveva aperte nelle mura larghissime brecce; ma il Pescara, dopo aver fatte riconoscere le disposizioni degli assediati, ricusò di dare l'assalto. Sapeva che Francesco I, accompagnato da La Palisse, erasi avanzato fino ad Avignone; che aveva colà ragunata una formidabile artiglieria, otto mila cavalli, quattordici mila Svizzeri, sei mila landsknecht, e dieci mila tra Francesi ed Italiani.
Sia che l'armata del Pescara venisse respinta in un assalto, sia che prendesse la città dopo avere perduta molta gente nell'attacco, correva pericolo di essere soverchiata da forze tanto superiori. Dichiarò adunque in un consiglio di guerra, che il solo partito da prendersi era quello di una subita ritirata. E la necessità di questo consiglio parve ancora più urgente, quando seppesi nel campo imperiale, che Francesco I, dopo di avere passato il Rodano, aveva spinta la sua vanguardia fino a Salon di Crau posta a metà strada tra Avignone e Marsiglia. Il Borbone s'arrese alla superiore esperienza del suo collega; fu imbarcata la grossa artiglieria; ma perchè il mare non era libero, si spezzò la maggior parte de' cannoni, e si caricò il bronzo sui muli, onde fonderli nuovamente giunti che fossero in Italia; ed alla fine di settembre l'assedio di Marsiglia, che mantennesi quaranta giorni, fu levato dall'armata imperiale, che s'avviò a marcie forzate alla volta di Nizza[106].
[106] _P. Jovii vita Ferd. Davali, l. IV, p. 363. — Mém. de M. du Bellay, l. II, p. 347. — Fr. Guicciardini, l. XV, p. 277. — Arn. Ferroni, l. VII, p. 146. — Georgens von Frundsberg, B. II, f. 38._
Non pertanto i marescialli di Chabannes e di Montmorencì avevano raggiunta la coda dell'armata che ritiravasi con tanta celerità, e che, carica d'un immenso equipaggio, entrava in un povero paese, deserto ed alpestre, ove soffrì infinitamente. Il Pescara potè lodarsi di questa ritirata, siccome della sua più bella impresa militare, poichè salvò da un imminente pericolo la sua armata e più di dodici mila bestie da soma; ma i capi che lo inseguivano hanno pure potuto darsi il vanto d'avere più d'una volta cambiata questa ritirata in una vera fuga, e d'avere arricchiti i loro soldati con una immensa preda. Il Pescara continuò a ritirarsi per Nizza, Albenga e Finale, e finalmente fece in un solo giorno la strada da Alba a Voghera, la quale è lunga ben quaranta miglia. Il vicerè Lannoy lo aspettava a Pavia, ove i generali imperiali erano impazienti di tenere un consiglio di guerra intorno ai mezzi di difendere la Lombardia[107].
[107] _P. Jovii vita Ferd. Davali, l. IV, p. 365. — Arn. Ferroni, l. VII, p. 146. — Fr. Guicciardini, l. XV, p. 278. — Mém. de la Tremouille, c. XX, p. 225. — Fr. Belcarii, l. XVIII, p. 544._
Infatti lo stesso giorno in cui il Pescara, uscendo dalle montagne della Liguria, era giunto ad Alba, Francesco I aveva fatto il suo ingresso in Vercelli. Invece di tener dietro all'armata imperiale sulla strada da lei tenuta, Francesco aveva sperato di ottenere più luminosi successi prevenendola in Italia. Egli aveva per difesa della Francia adunata una così potente armata, che parvegli capace delle più grandi conquiste. Vedeva come Carlo ed Enrico non erano in istato di attaccarlo nè in Picardia, nè nella Guienna, e supponeva che l'armata che aveva eseguita una così faticosa ritirata a traverso alle montagne della Liguria, mal potrebbe contro di lui difendere la Lombardia. Si dice che questo progetto fu concepito dal solo re; che La Tremouille, Lescuns, d'Aubigni e Chabannes tentarono ogni via perchè non avesse effetto, mentre Bonnivet, La Barre, Chabot e San-Marsault lo incoraggiavano ad eseguirlo: ma che Francesco I, fermo nel suo pensamento, non volle aspettare sua madre, per la quale aveva sempre mostrata tanta deferenza, e che le aveva chiesta la grazia di abboccarsi con lei prima di partire. Qualunque si fosse l'autore di questo progetto, non deve essere giudicato dalla riuscita; poichè, se la campagna fosse stata condotta con intelligenza eguale all'ardore con cui venne cominciata, sarebbe stata probabilmente coronata da felice riuscita[108].
[108] _Hist. de France par Belleforest, t. I, p. 1438. — Ar. Ferroni, l. VII, p. 147. — Gal. Capella, l. IV, f. 40. — Mém. de M. du Bellay, l. II, p. 348. — P. Jovii vita Ferd. Davali, l. IV, p. 365._
Ma e Francesco I ed il suo favorito Bonnivet avevano il valore del soldato, non i talenti del generale: invece di regolarsi a seconda delle sole presenti circostanze, pareva che ad altro non pensassero che a correggere gli errori ne' quali erano precedentemente caduti; e perchè le circostanze più non erano le medesime, ciò che evitavano come un errore, spesso sarebbe stato loro di sommo vantaggio. Bonnivet non aveva pensato che a precauzionarsi contro la precipitazione e la temerità francese, e con dilungamenti inopportuni aveva perduta l'occasione di conquistare il Milanese. Dal canto suo Francesco I voleva correggere gli errori di Bonnivet tenendo una condotta affatto diversa. Prima di tutto volle occupare Milano, indi Pavia; ed invece avrebbe dovuto distruggere l'armata fuggitiva, che, scoraggiata da così lunga ritirata, non gli avrebbe potuto tener testa, s'egli non le avesse dato riposo.
Le prime operazioni del re erano state ben dirette. Il signore di Lannoi evacuando Asti prima del di lui arrivo, aveva lasciati due mila uomini in Alessandria, sperando che l'armata francese si tratterrebbe ad assediarla; ma Francesco I voleva avanti tutto occupare Milano, persuaso che le piazze che lasciavasi alle spalle s'arrenderebbero in appresso. La peste, che tutta la state aveva infierito in Milano, e fatte perire cinquanta mila persone, aveva costretto Francesco Sforza ed il suo cancelliere Moroni ad abbandonarla. Questi, malgrado le istanze del Pescara, ricusarono di rientrarvi per sostenere un assedio, e per lo contrario autorizzarono i cittadini a sottomettersi ai Francesi; onde il Pescara, che più non trovava ne' Milanesi, avviliti da tante calamità, nè zelo per la loro indipendenza; nè soccorsi pecuniarj, nè braccia pel lavoro, credette prudente consiglio di non tenere la sua armata in una città infetta di peste, che poteva diventare il suo sepolcro; perciò diede ordine di evacuarla, ed il 26 ottobre del 1524 le ultime truppe imperiali, comandate da Alarcone, uscirono per la porta Romana, mentre che le francesi vi entravano per le porte Ticinese e Vercellina. Il 30 ottobre vi fu mandato la Tremouille per assumere il comando come luogotenente del re: aveva con lui il conte di San-Paul, il signore di Vaudemont, il maresciallo di Foix e Teodoro Trivulzio. Settecento fanti spagnuoli formavano la guarnigione del castello abbondantemente approvigionato[109].
[109] _Mém. de la Tremouille, c. XX, p. 228. — Gal. Canella, l. IV, f. 42. — Mém. de M. du Bellay, l. II, p. 352. — Fr. Guicciardini, l. XV, p. 279. — Arn. Ferroni, t. VII, p. 148. — P. Jovii vita Ferd. Davali, l. V, p. 367. — Fr. Belcarii, l. XVIII, p. 546._
Il disordine in cui trovavasi l'armata imperiale, lo scoraggiamento de' soldati che da oltre un mese ritiravansi a marcie forzate innanzi al nemico; la mal intelligenza che supponevasi tra i generali; l'impossibilità in cui si erano trovati di difendere Milano; tutto faceva conoscere che dovevansi inseguire caldamente senza lasciarli respirare. Il marchese di Pescara, uscendo di Milano, erasi ritirato a Lodi; ma sapevasi che la maggior parte de' di lui soldati, oppressi dalla fatica, e non sentendosi abbastanza forti per difendersi, avevano gettate le armi; che quasi tutta la cavalleria era smontata, avendo perduti i cavalli nelle lunghe marcie sulle montagne; che Lodi non poteva resistere più di Milano; e che, potendo i Francesi passare l'Adda prima degl'imperiali, l'armata degli ultimi non poteva a meno di non essere tagliata fuori e distrutta, o fatta prigioniera. Sgraziatamente avevano persuaso a Francesco I che una guerra reale, una guerra in cui egli comandava personalmente le armate, non doveva trattarsi colle comuni regole della tattica, e che avanti tutto dovevasi osservare ciò che richiedeva l'onore della corona. Quest'onore, gli si diceva, non permetteva ch'egli entrasse in Milano finchè la fortezza era nelle mani de' nemici; che si lasciassero alle spalle piazze non sottomesse; e per ultimo che si perdonasse a coloro che in una terra mal fortificata avevano l'insolenza di resistergli[110].
[110] _P. Jovii vita Fred. Davali, l. V, p. 368. — Mém. de M. du Bellay, l. II, p. 353. — Gal. Capella, l. IV, f. 42. — Jac. Nardi, l. VII, p. 306. — Garnier Hist. de France, t. XII, p. 318._
L'ammiraglio Bonnivet era colui che più d'ogni altro intratteneva il re di questa fallace gloria; e fa pure lo stesso Bonnivet che lo persuase a richiamare le truppe di già in cammino alla volta di Lodi, per far loro prendere la strada di Pavia, non convenendo alla dignità del re di Francia di andare in traccia di nemici lontani, quando altri ne aveva più vicini[111]. I generali imperiali in questa loro disfatta si erano separati. Antonio di Leiva erasi incaricato di difendere Pavia con cinque mila Tedeschi, cinquecento Spagnuoli, e due compagnie di cavalleria comandate da Garzia Manrique. Il marchese di Pescara trovavasi in Lodi col rimanente della fanteria spagnuola, intenzionato di continuare la sua ritirata: ma quando vide che i Francesi lo lasciavano respirare, pensò di afforzarvisi. Il Lannoi passò l'Adda e si accampò in Soncino colla cavalleria; mentre il Borbone recossi precipitosamente in Germania, onde ottenere dall'arciduca Ferdinando potenti soccorsi, senza i quali l'Italia era irremissibilmente perduta per la casa d'Austria. Francesco Sforza ed il cancelliere Moroni si chiusero in Pizzighettone, e poco dopo in Cremona[112].
[111] _Arn. Ferroni, l. VII, p. 148._
[112] _Fr. Guicciardini, l. XV, p. 280. — Gal. Capella, l. IV, f. 42. — P. Jovii vita Davali, l. V, p. 369. — Arn. Ferroni, l. VII, p. 148. — P. Paruta Ist. Ven., l. V, p. 530._
Francesco I aveva in allora sotto i suoi ordini due mila lance, otto mila fanti tedeschi, sei mila Svizzeri, sei mila avventurieri in gran parte francesi, e quattro mila Italiani. Con questa formidabile armata andò il 28 ottobre ad accamparsi a san Lanfranco presso le mura di Pavia, facendo dall'altra parte del Ticino occupare il sobborgo di sant'Antonio dal signore di Montmorencì. Siccome per prendere questa posizione bisognava impadronirsi di un ponte sul fiume, protetto da una torre, fece appiccare coloro che la custodivano per avere ardito di resistere ad un re di Francia[113].
[113] _Mém. de M. du Bellay, l. II, p. 355._
Il re fece subito porre allo scoperto una batteria in faccia alle mura, e tentò per due giorni di seguito di praticarvi una breccia. Ma dietro la breccia, ch'egli effettivamente aprì nella muraglia esterna, trovò larghe e profonde trincee, ben fiancheggiate, e le case con feritoje occupate dagli archibugeri. Dopo avere perduti molti buoni ufficiali nell'assalto che fece dare, conobbe che contro una guarnigione così numerosa, comandata da così esperimentato capitano qual era Antonio di Leiva, si doveva procedere a regolare assedio. Cominciò dunque ad aprire delle trincee per collocare i cannoni in batteria, coprendo i suoi fianchi con cavalli di frisa. In pari tempo fece cavare delle mine nelle quali bisognava disputarsi il terreno palmo a palmo. Cercò pure col consiglio dei suoi ingegneri di svolgere uno de' due rami del Ticino, per lasciare a secco le mura a piè delle quali scorreva: infatti questo fiume, due miglia al disopra di Pavia, dividesi in due rami, uno de' quali bagna le mura della città, l'altro, chiamato il Gravellone, se ne scosta un buon miglio e si riunisce di nuovo al primo, avanti di mettere foce in Po. Trattavasi di far passare nel Gravellone tutta la massa delle acque. Ma in quasi tutte le circostanze l'impeto delle acque non rispettò i lavori degl'ingegneri militari. Abbondanti piogge distrussero in poche ore l'opera di molte settimane; l'assedio aveva di già assorbito un tempo prezioso, e consumato molto danaro e molta gente, senza che l'armata francese avesse ottenuto verun vantaggio[114].
[114] _Fr. Guicciardini, l. XV, p. 280. — P. Jovii Vita Ferd. Davali, l. V, p. 369. — Arn. Ferroni, l. VII, p. 148. — Gal. Capella, l. IV, f. 43. — Mém. de M. du Bellay, l. II, p. 357. — Mém. de la Tremouille, c. XX, p. 229._
Mentre che l'assedio di Pavia avanzava con estrema lentezza, facevano maggior danno all'imperatore le negoziazioni che non le armi francesi. Il cardinale Wolsei cercava segretamente di alienare Enrico VIII, suo padrone, dall'alleanza, cui egli stesso avevalo più degli altri consigliato. Il papa Clemente VII protestava di non volere, come padre comune de' fedeli, soccorrere un monarca contro l'altro. Erasi rifiutato di rinnovare la federazione sottoscritta dal suo predecessore, e dopo la ritirata dell'ammiraglio Bonnivet nel precedente anno, si era considerato come straniero in una guerra continuata dalla sola ambizione di Carlo V. I Veneziani sospiravano dietro l'antica loro alleanza colla Francia, ed aspettavano consiglio dagli avvenimenti; tutti avevano osservato con estrema diffidenza, che l'imperatore, non contento di disporre a voglia sua dello stato di Milano come se fosse cosa sua, aveva pretestati i più frivoli motivi per non accordarne l'investitura a Francesco Sforza. Ma quando il papa ebbe certa notizia che l'armata imperiale, incapace di resistere ai Francesi, non faceva verun movimento per liberare Pavia dall'assedio, al malcontento che gli aveva dato Carlo V si aggiunse il timore d'irritare Francesco I. Egli non volle essere più oltre creduto nemico di un principe contro il quale niuna armata ardiva mantenersi in campagna, e mandò Giovanni Matteo Giberti, vescovo di Verona e datario apostolico, a trattare coi Francesi[115].
[115] _Fr. Guicciardini, l. XV, p. 281. — Arn. Ferroni, l. VII, p. 149. — Lettera di Giovan Battista Sanga, Roma 21 novembre tra le lett. de' Princ., t. I, f. 140. — P, Jovii vita Ferd. Davali, l. V, p. 371. — Mém. de M. du Bellay, l. II, p. 358. — Ben. Varchi Stor. Fior., l. II, p. 22. — P. Paruta, l. V, p. 331._
Presentavasi il Giberti come mediatore ed aveva perciò visitati a Soncino il vicerè e gli altri capitani imperiali, portando loro parole di pace; ma questi, incoraggiati dalla resistenza di Pavia, gli avevano risposto che non tratterebbero con Francesco I, finchè questi conservasse un palmo di terra nel ducato di Milano. Quando in appresso il Giberti arrivò presso il re di Francia, questi che dalla lentezza del fuoco degli assediati supponeva che cominciassero a mancare di munizioni, gli rispose che una fiorente armata qual era la sua, non era destinata alla sola conquista di Milano e di Genova, ma che lusingavasi di ricuperare anche il regno di Napoli[116].
[116] _Fr. Guicciardini, l. XV, p, 281. — Lett. de' Princ., t. I, f. 140._
Dopo questi esperimenti di generali negoziazioni, il vescovo di Verona si fece a parlare della riconciliazione del suo padrone colla Francia. Il re altro non gli chiedeva che una semplice neutralità; ed infatti Clemente VII obbligossi in nome proprio ed a nome dei Fiorentini, a non dare veruna nè segreta nè palese assistenza ai nemici del re. Dal canto suo Francesco prometteva la sua protezione al papa ed ai Fiorentini, e si obbligava a mantenere in Firenze l'autorità de' Medici. Nello stesso tempo, ed alle stesse condizioni Clemente VII trattò per i Veneziani, e la negoziazione da lui intavolata venne confermata dal senato di Venezia in principio di gennajo del 1525. Ambidue provavano i medesimi timori sia che i Francesi o gl'Imperiali fossero vittoriosi; ambidue desideravano ardentemente una pace, finchè le forze loro erano press'a poco eguali; ambidue avrebbero voluto impedire alle potenze belligeranti di venire ad un fatto decisivo. Ma il debole carattere di Clemente VII, la sua avarizia, la sua irrisoluzione, lo ritrassero dal seguire i consigli che gli davano i suoi più saggi ministri, cioè di far avanzare una formidabile armata sul Po, di riunirla a quella de' Veneziani, rendendo così rispettabile la neutralità de' due più potenti stati d'Italia, invece di lasciarla in balìa del vincitore[117].
[117] _P. Jovii vita Davali, l. V, p. 375. — P. Paruta, l. V, p. 332. — Fr. Guicciardini, l. XV, p, 282. — Ben. Varchi, l. II, p. 22. — Lett. di Giovanni Battista Sanga da Roma 29 novembre. Lettere de' principi, t. I, f. 144._
Il mezzo che Clemente VII riputò più conveniente per affrettare le negoziazioni di una pace generale, fu quello di tenere inquieti i generali imperiali rispetto al regno di Napoli. Pare adunque, che consigliasse da principio a Francesco la spedizione del duca d'Albanì nel mezzogiorno d'Italia, dal che però cercò in appresso di dissuaderlo. Francesco I, che vedeva l'impossibilità di spingere vivamente l'assedio di Pavia durante la cattiva stagione, e che di mal animo teneva oziosa una così numerosa armata, aveva date a Giovanni Stuard, duca d'Albanì, dugento lance, seicento cavaleggieri ed otto mila pedoni, perchè s'incamminasse alla volta di Napoli[118].
[118] _P. Jovii vita Davali, l. V, p. 376. — Fr. Guicciardini, l. XV, p. 283. — Gal. Capella, l. IV, f. 43. — P. Parata, l. V, p. 343. — Arn. Ferroni, l. VII, p. 149. — Mém. de M. du Bellay, l. II, p. 359. — Jac. Nardi, l. VII, p. 308. — Ben. Varchi, l. II, p. 23._
Tosto che la fazione francese nel regno di Napoli ebbe sentore della mossa del duca d'Albanì, cominciò subito a sollevarsi; i baroni angiovini, la città dell'Aquila e tutti gli Abruzzi, sembravano apparecchiati a tentare una rivoluzione. Il consiglio di Napoli scrisse al signore di Lannoy, che, se non voleva perdere il regno affidatogli, doveva sollecitamente ricondurvi l'armata imperiale per respingere l'invasione straniera, e contenere i malcontenti. Infatti il vicerè, spaventato da questi avvisi, voleva accorrere alla difesa del suo territorio; ma vi si oppose il marchese di Pescara onde non s'indebolisse l'armata di Lombardia. Egli dimostrò che conveniva difendere Napoli e Pavia, conciossiachè un solo vantaggio avuto sopra Francesco I bastava per richiamare il duca d'Albanì anche vittorioso, mentre invece, ove pure il duca rimanesse perdente nel regno di Napoli, i di lui rovesci non potrebbero por fine alla guerra di Lombardia. Si prese quindi il partito di mandare a Napoli il duca di Traietto con ordine di levare contribuzioni nel paese, e di provvedere nel miglior modo che potrebbe alla difesa del regno colle sole milizie nazionali, mentre che si terrebbero in Lombardia tutte le forze imperiali[119].