Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 15 (of 16)

Part 5

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Ma Clemente VII cominciava a governare la Chiesa in difficilissime circostanze, in cui la sorte di tutta l'Italia pareva attaccata alla sorte delle battaglie che avrebbero luogo nelle pianure della Lombardia. L'ammiraglio Bonnivet con quattro mila cavalli e trenta mila fanti aveva passato il Ticino, e cominciate le ostilità il 14 di settembre, nel qual giorno era morto papa Adriano VI. Ne' due mesi che passarono fino all'elezione del suo successore, Bonnivet avrebbe potuto agevolmente ricuperare il Milanese e cacciare gl'imperiali da tutta la Lombardia, ma in quello spazio di tempo fece in cambio conoscere la sua incapacità, e calmò il terrore che aveva prima eccitato.

Prospero Colonna era stato sorpreso, le sue forze non erano in verun modo proporzionate all'estensione del paese che doveva difendere, o ai mezzi del suo nemico; e quando si vide forzato ad abbandonare le rive del Ticino, ed a ripiegare sopra Milano, suppose che non potrebbe mantenersi in questa città. Infatti tutto ciò che potevano promettere gl'ingegneri era di ridurre la città in tre giorni a non essere esposta ad un colpo di mano, facendo intorno alle sue mura lavorare tutti gli zappatori che si potrebbero porre a loro disposizione; mentre che a Bonnivet non abbisognava che una mezza giornata per presentarsi sotto le mura, e non era credibile che egli trascurasse d'approfittare d'un tempo così prezioso[80].

[80] _Fr. Guicciardini, l. XV, p. 254. — Gal. Capella, l. III, f. 29. — Arnoldi Ferroni de reb. Gall., l. VII, f. 139. — P. Jovii Vita Davali, l. III, p. 342. — P. Paruta Ist. Venez., l. V, p. 319._

Pure Prospero fece inallora lavorare intorno alle fortificazioni come se fosse stato sicuro d'avere il tempo di ridurre il lavoro a fine; e Bonnivet per lo contrario, temendo di meritarsi i rimproveri d'inconsideratezza e di precipitazione fatti agli altri generali francesi, si trattenne tre giorni senza verun motivo sulle sponde del Ticino. Sperava che Prospero Colonna evacuerebbe spontaneamente la capitale, dalla quale egli allora potrebbe tirare immensi mezzi per la guerra, quando invece l'avrebbe esposta al saccheggio cercando di attaccarvi il nemico[81].

[81] _Mém. de Mart. du Bellay, l. II, p. 289. — Mém., de Louis de la Tremouille, t. XIV, p. 224._

Quando Bonnivet seppe che Prospero Colonna, in cambio di ritirarsi, si fortificava in Milano, venne ad accamparsi a san Cristoforo, presso alle mura della città, tra le porte Ticinese e Romana, in un luogo renduto forte dai canali; di là mandò distaccamenti di cavalleria per il paese onde intercettare le vittovaglie, lusingandosi di forzare in tal modo il Colonna ad uscire da una città nella quale troverebbesi tra poco esposto a grandi privazioni[82]. Bajardo e Federico da Bozzolo occuparono Lodi il 20 di settembre, e vittovagliarono il castello di Cremona, sperando di potere per mezzo del castello occupare ancora la città; ma sebbene conducessero trecento lance ed otto mila fanti, non ottennero l'intento loro[83]. In appresso si avanzarono verso Caravaggio e Monza, per togliere ai Milanesi le vittovaglie dei monti di Brianza. Prospero Colonna, sopraffatto da una malattia che doveva bentosto condurlo al sepolcro, facevasi rappresentare dal duca di Termes e da Alarcone, comandante della fanteria spagnuola. Aveva colla sua attività adunati in Milano ottocento uomini d'armi, ottocento cavaleggieri, quattro mila fanti spagnuoli, sei mila cinquecento tedeschi e tre mila italiani. Faceva avanzare il marchese di Mantova al mezzogiorno del Po dalla banda di Pavia; aspettava ogni giorno nuovi rinforzi dalla Germania e dal regno di Napoli; e di già intercettava ai Francesi i viveri ch'essi avevano creduto di tirare dalla Lomellina[84].

[82] _Fr. Guicciardini, l. XV, p. 257. — Gal. Capella, l. III, p. 30. — Arn. Ferroni, l. VII, p. 139. — Mém. de M. du Bellay, l. II, p. 290._

[83] _Gal. Capella, l. III, f. 30. — P. Paruta, l. V, p. 320. — P. Jovii vita Davali, l. III, p. 342._

[84] _Fr. Guicciardini, l. XV, p. 258. — Gal. Capella, l. III, f. 30._

Erasi Bonnivet dato vanto di non imitare l'impeto e l'imprudenza degli altri capitani francesi, ma di fare la guerra agl'Italiani colle precauzioni italiane: pure così perdeva i vantaggi proprj della sua nazione senza poter acquistare quelli d'un'altra. Ogni picciola scaramuccia gli costava alcuni soldati, ed ognuna di tali perdite scoraggiava le sue truppe ed accresceva l'ardire dei nemici. I frequenti rovesci provati da' suoi distaccamenti lo forzarono all'ultimo a non far venire i suoi convoglj che con grosse scorte, a non ispedire a foraggiare che numerosi distaccamenti, ed a richiamare i corpi d'armata che chiudevano ai Milanesi le strade del monte di Brianza, facendo accampare tutte le sue truppe tra Marignano ed Abbiategrasso[85].

[85] _Fr. Guicciardini, l. XV, p. 259. — Mém. du chev. Bayard, t. XV, c. LXIX, p. 404. — Mém. de M. du Bellay, l. II, p. 307. — Gal. Capella, l. III, f. 31. — Arn. Ferroni, l. VII, p. 139._

La lentezza di Bonnivet aveva dato tempo agli alleati di adunare tutte le loro armate. Oltre le truppe spagnuole e tedesche che Prospero Colonna aveva in Milano, e quelle che Antonio di Leyva teneva sotto i suoi ordini a Pavia, il vicerè di Napoli, Carlo di Lannoy, si avvicinava col marchese di Pescara, il quale aveva ripigliato il comando della fanteria spagnuola. Il marchese di Mantova, a richiesta di Prospero Colonna, si era avanzato fino a Pavia coll'armata della Chiesa, il Vitelli, che comandava tre mila fanti al soldo de' Fiorentini, copriva la strada di Genova, ed il duca d'Urbino coll'armata veneziana era giunto in riva all'Adda. Malgrado il loro avvicinamento Bonnivet si era ostinato a mantenere la sua posizione sotto Milano, per tenere dietro ad una trama ordita da alcuni soldati di Giovanni de' Medici, che promettevano di dargli una porta della città; ma quando seppe che questi erano stati scoperti e condannati alla pena di morte, fece proporre a Prospero Colonna un armistizio fino al mese di maggio, obbligandosi a cedere tutte le conquiste fatte oltre il Ticino. Ma i generali imperiali non volevano accettarla che a condizione che fosse evacuata tutta la Lombardia; e Bonnivet, senz'avere ottenuta una sospensione d'armi, fu costretto da abbondanti nevi a ritirarsi. Il 27 di novembre portò tutta la sua armata tra il Ticinello ed il Ticino ad Abbiategrasso ed a Rosate; e malgrado le istanze de' soldati, Prospero Colonna, fedele all'invariabile suo sistema di non fidare mai all'accidente ciò che ottenere poteva dall'ordinario corso delle cose, lasciò che tranquillamente si ritirasse[86].

[86] _Fr. Guicciardini, l. XV, p. 260. — Gal. Capella, l. III, f. 32. — P. Paruta Stor. Ven., l. V, p. 323. — Arn. Ferroni, l. VII, p. 140. — P. Jovii Vita Ferd. Davali, l. III, p. 343. — Scip. Ammirato, l. XXX, p. 350. — Mém. de M. du Bellay, l. II, p. 308._

A dir vero quest'era l'ultima prova che Prospero faceva della particolare sua tattica. Questo grande generale, che dava a vedere d'aver preso per modello Fabio Cunctatore, operò in certo qual modo una rivoluzione nell'arte della guerra. Fu egli il primo ad insegnare con quale arte, scegliendo le posizioni, ed eseguendo movimenti ben calcolati, un generale debole, o che diffida delle sue truppe, può stancheggiare l'attività de' suoi nemici, ammorzarne l'impeto e dissiparne le forze, senza lasciar loro il conforto di dare una sola battaglia. Ne' tempi in cui visse i suoi talenti erano appunto quelli che si richiedevano dal suo partito per ammorzare l'impeto de' Francesi, o rendere inutile il cieco valore degli Svizzeri. Fu egli il primo a difendere senza venire a giornata un paese che da trent'anni era sempre stato o guadagnato, o perduto in una sola battaglia. Pure in quest'epoca stessa veniva già da otto mesi divorato dalla malattia che lo portava al sepolcro. La gelosia che fin allora aveva sentita contro Carlo di Lannoy, vicerè di Napoli, dovette dar luogo all'eccesso del dolore. Chiamò egli stesso a Milano questo ministro dell'imperatore; ma il Lannoy non volle che i moribondi occhi del suo rivale vedessero il successore che tanto avevano temuto. Si avanzò lentamente, onde entrare in Milano col marchese di Pescara solamente quando Prospero Colonna agonizzante avesse perduti i sentimenti. Questo grand'uomo morì il 30 dicembre del 1523[87].

[87] _Fr. Guicciardini, l. XV, p. 263, 265. — Gal. Capella, l. III, f. 33. — P. Jovii Vita Ferd. Piscarii, l. III, p. 343. — Mém. de M. du Bellay, l. II, p. 309._

Bonnivet, avendo presi i suoi quartieri d'inverno, licenziò la fanteria francese levata nella Linguadocca e nel Delfinato, siccome quella che conosceva poco utile sebbene fosse molto dispendiosa. Calcolava d'avere in vece un corpo di fanteria svizzera, che faceva assoldare per l'imminente primavera. In pari tempo, per aprirsi una più facile comunicazione coi Cantoni, incaricò Renzo di Ceri di attaccare Arona sul lago Maggiore, dandogli per tale impresa sette mila fanti italiani. Ma Anchise Visconti, che difendeva questa fortezza con una guarnigione milanese, gli oppose una così ostinata resistenza, che Renzo di Ceri si vide costretto a levare l'assedio dopo avere battuta la fortezza trenta giorni, lanciandovi sei mila palle[88].

[88] _Fr. Guicciardini, l. XV, p. 265. — Gal. Capella, l. III, f. 33. — P. Jovii Vita Ferd. Davali, l. III, p. 344. — Mém. de M. du Bellay, l. II, p. 308._

Era altresì giunto in Milano il contestabile di Borbone con un rinforzo di sei mila Landsknecht. L'imperatore, che voleva protrarre il matrimonio del Borbone con Eleonora di Portogallo, e che cercava pretesti perchè non avesse effetto, invece di permettere al contestabile di venire in Ispagna, gli aveva dato il supremo comando dell'armata d'Italia, incaricando il Pescara del comando della fanteria spagnuola, ed il Lannoy dell'amministrazione civile. Dal canto suo il duca d'Urbino aveva avuto ordine dal senato di Venezia di passare l'Adda, e di raggiugnere a Milano l'armata imperiale: onde era questa diventata più numerosa assai di quella di Bonnivet; ma era in preda al disastro che mai non abbandonava le armate dell'Austria; conciossiachè Carlo V non le mandava danaro. I soldi erano da molto tempo arretrati; i soldati saccheggiavano gli abitanti che loro davano l'alloggio; ed i varj stati dell'Italia venivano angariati dai generali, che da loro pretendevano enormi contribuzioni per supplire alle spese della guerra[89].

[89] _Gal. Capella, l. III, f. 34. — Fr. Guicciardini, l. XV, p. 267._

L'armata imperiale, a motivo de' prosperi risultamenti della precedente campagna, era piena di confidenza; scoraggiata per lo contrario era quella de' Francesi; e que' medesimi capitani, che fin allora erano stati i favoriti della fortuna, cominciavano a provarla contraria. Il cavaliere Bajardo era stato incaricato di difendere Robecco coi signori di Mezieres e di San-Mesmes con dugento uomini d'armi, quattrocento cavaleggieri, e la fanteria del signore di Lorges: ma egli vi si lasciò sorprendere una notte del mese di febbrajo dal Pescara e da Giovanni de' Medici. Tre mila Spagnuoli, che per riconoscersi portavano sopra le armi una camicia bianca, cinsero da ogni banda la borgata, ed attaccarono i Francesi mentre dormivano; questi, quasi senza difendersi, furono in gran parte uccisi e fatti prigionieri; furono presi quasi tutti i loro cavalli; e Bajardo stesso si salvò a stento combattendo[90].

[90] _P. Jovii Vita Davali, l. III, p. 344. — Arn. Ferroni, l. VII, p. 140. — Fr. Guicciardini, l. XV, p. 268. — Mém. de M. du Bellay, l. II, p. 311. — Mém. du chev. Bayard, c. LXIV, p. 405-409._

Bonnivet aspettava in primavera potenti soccorsi che gli dovevan giugnere dalla Svizzera. Egli aveva bruciato il borgo di Rosate per riunire tutte le sue truppe in Abbiategrasso; ed avendo il Ticino alle spalle, poteva tirare dal paese coperto da quel fiume abbondanti provvigioni, che dovevano porlo in istato d'aspettare tranquillamente nel suo campo fortificato la nuova stagione. Attaccandolo in tale posizione i nemici non potevano lusingarsi di felice riuscita; ma il marchese di Pescara propose l'ardito movimento di portare l'armata imperiale al di là del Ticino per porre Bonnivet tra quest'armata e Milano. Calcolò che i Francesi scoraggiati non oserebbero d'attaccare la capitale della Lombardia; ad ogni modo vi mandò il duca Francesco Sforza e Giovanni de' Medici con sei mila uomini; ed il 2 di marzo l'armata imperiale passò sopra tre ponti il Ticino, e venne ad accamparsi a Gambalò[91].

[91] _Fr. Guicciardini, l. XV, p. 269. — Gal. Capella, l. III, f. 35. — P. Jovii Vita Ferd. Davali, l. III, p. 344. — Arn. Ferroni, l. VII, p. 141. — P. Paruta, l. V, p. 325. — Mém. de M. da Bellay, l. II, p. 312._

Temendo il Bonnivet d'essere circondato, e di perdere ogni comunicazione col Piemonte, di dove riceveva le vittovaglie, passò ancor esso il Ticino, dopo avere lasciata una grossa guarnigione ad Abbiategrasso, e venne ad accamparsi a Vigevano sulla diritta del fiume. Intanto il duca d'Urbino avea attaccato e preso d'assalto Garlasco, terra assai forte tra l'armata imperiale e Pavia, che trovavasi occupata da' Francesi; questi in ogni scaramuccia avevano perduti molti soldati e cavalli, onde Bonnivet, piuttosto che vedere così consumarsi la sua armata, presentò, sebbene più debole, due giorni di seguito la battaglia agl'imperiali. Ma Lannoy ed il contestabile di Borbone avevano determinato di non esporre all'incertezza di una battaglia generale i vantaggi che loro non potevano venir meno, preferendo di sorprendere alla spicciolata le posizioni del nemico. Attaccarono successivamente ed occuparono san Giorgio e Sartirana; persuasero la città di Vercelli a dichiararsi per loro; e prendendo una vantaggiosa posizione all'Arco di Mario, tra Vercelli e Novara, di già si lusingavano di costringere Bonnivet, che si era chiuso in Novara, a capitolare[92].

[92] _Fr. Guicciardini, l. XV, p. 270. — Gal. Capella, l. III, f. 35. — Mém. de M. du Bellay, l. II, p. 316. — P. Jovii Vita Ferd. Davali, l. III, p. 346. — Arn. Ferroni, l. VII, p. 141._

Ma il generale francese aveva avviso che da ogni banda si avanzavano truppe in suo soccorso. Claudio di Longueville, duca di Rothelin, gli conduceva pel monte Ginevra quattrocento uomini d'armi, i quali erano di già arrivati a Susa. Attraversando il san Bernardo erano giunti a Gattinara, al di là della Sesia, dieci mila Svizzeri; e cinque mila Grigioni, assoldati nel loro paese da Renzo di Ceri, erano entrati nel Bergamasco, e stavano per unirsi a Federico da Bozzolo, che gli aspettava a Lodi con un grosso corpo di fanteria italiana. Ma Giovanni de' Medici si affrettò di passare nel territorio di Bergamo con dugento cavalli e quattro mila fanti, ed unitovisi ad alcune truppe veneziane, chiuse la strada ai Grigioni; indi attaccandoli ogni giorno colla cavalleria o coll'infanteria leggiere, loro intercettando i convoglj, sorprendendo i loro distaccamenti, gli stancheggiò in maniera, che dopo tre giorni li forzò a ritirarsi ne' loro paesi[93].

[93] _Fr. Guicciardini, l. XV, p. 270. — Galeat. Capella de bello Mediol., l. III, f. 36. — Mém. de Mart. du Bellay, l. II, p. 317. — P. Paruta Stor. Ven., l. V, p. 325. — Arn. Ferroni, l. VII, p. 141. — P. Jovii Vita Ferdin. Davali, l. III, p. 347._

Dopo aver fatti ritirare i Grigioni, Giovanni de' Medici prese Caravaggio, e ravvicinatosi al Ticino ruppe a colpi di cannone il ponte di Boffalora, che serviva di comunicazione tra il quartiere generale di Bonnivet a Novara ed Abbiategrasso dove teneva molti magazzini. Il duca Francesco Sforza risolse di sforzare il napolitano Caraccioli che comandava mille fanti in Abbiategrasso; onde andò a raggiugnere Giovanni de' Medici sotto le mura di questa piazza colla milizia milanese, e dopo un vivo cannonamento la prese d'assalto. Vero è che i Milanesi pagarono assai caro questo vantaggio. La lunga dimora dell'armata francese in quella terra, i patimenti, la miseria, la sudiceria vi avevan generata la peste. I soldati saccheggiando Abbiategrasso contrassero essi medesimi il contagio; lo portarono a Milano col loro bottino, e questo flagello rapì in quella estate cinquanta mila abitanti alla capitale della Lombardia[94].

[94] _Fr. Guicciardini, l. XV, p. 271. — Gal. Capella de bello Mediol., l. III, f. 36. — Mém. de M. du Bellay, l. II, p. 318. — P. Jovii Vita Davali, l. III, p. 346. — Arn. Ferroni rer. Gall., l. VII, p. 142._

Intanto Bonnivet, sempre più chiuso nel suo campo, ogni giorno perdendo qualche posto avanzato, più non potendo tirare vittovaglie dal Piemonte, e più non ritrovandone nelle ruinate vicinanze di Novara, vedeva consumarsi continuamente la sua armata per la malattia e per la diserzione. Non solo i mercenarj che formavano la sua fanteria, ma gli stessi uomini d'armi, tutti appartenenti alla nobiltà francese, lo abbandonavano ogni giorno, dopo d'avere perduti i loro cavalli per mancanza di foraggi, ed avere lottato otto mesi contro le malattie e contro la fame. Dieci mila Svizzeri, che avevano valicato il san Bernardo, erano finalmente arrivati a Gattinara nella Valsesia; ma questi pensavano piuttosto a liberare i loro compatriotti del campo di Bonnivet, che a ricominciare una campagna che loro sperar non lasciava troppo prosperi avvenimenti. Malgrado le istanze di Bonnivet, non vollero passare la Sesia ingrossata da continue piogge; e ricusando di recarsi al suo campo, lo costrinsero a raggiugnerli dove si trovavano[95].

[95] _Fr. Guicciardini, l. XV, p. 271. — P. Jovii Vita Davali, l. III, p. 347. — Arn. Ferroni, l. VII, p. 142._

Partì dunque Bonnivet da Novara una notte in sul cominciare di maggio, onde nascondere la sua ritirata ai nemici, e prese la strada di Romagnano, terra quasi in faccia di Gattinara. Sebbene il marchese di Pescara fosse avvisato della di lui partenza, ed avesse progettato di prevenirlo, prendendo una più breve via di cui era padrone, l'armata francese arrivò a Romagnano alcune ore prima dei nemici, ed ebbe tempo di gettare un ponte sulla Sesia. Gli Spagnuoli, che l'avevano inseguito troppo precipitosamente, e che, respinti in alcune scaramucce, avevano prese pericolose posizioni, sarebbero stati facilmente sconfitti, se Bonnivet avesse potuto ridurre gli Svizzeri, arrivati presso Gattinara, a passare essi medesimi la Sesia ed a piombare con lui sopra i nemici che lo avevano inseguito: ma invano egli ne fece loro calde istanze; e quando vide di non poterli persuadere a ricominciare la guerra, passò nella stessa notte la Sesia con tutta la sua armata, per unirsi a loro[96].

[96] _P. Jovii Vita Ferd. Davali, l. III, p. 348. — Arn. Ferroni, l. VII, p. 142. — Gal. Capella, l. III, f. 37. — Mém. de M. du Bellay, l. II, p. 319. — P. Paruta, l. V, p. 325. — Fr. Belcarii, l. XVIII, p. 541._

Fin qui la ritirata di Bonnivet erasi eseguita abbastanza felicemente, sebbene egli avesse lasciati sette cannoni sulla riva sinistra della Sesia. Aveva trovate le truppe fresche degli Svizzeri, le quali avevano ricevuto in mezzo alle loro schiere i suoi equipaggi e le sue truppe affaticate, ed allo spuntare del giorno prendeva con loro il cammino d'Ivrea per tornare in Francia pel Basso Valese. Aveva collocata sulla riva del fiume una batteria per impedire agl'imperiali di passarlo, e ne aveva affidata la guardia a due battaglioni di Corsi e di Provenzali. Ma il marchese di Pescara ed il duca di Borbone, avendo trovato un luogo guadabile, cominciarono ancor essi a passare la Sesia; onde i Corsi spaventati abbandonarono i loro cannoni. Bonnivet per ricuperarli condusse egli medesimo un corpo di cavalleria col signore di Vandenesse, fratello di La Palisse. Bonnivet, ferito da una palla nel braccio sinistro, dovette ritirarsi dalla zuffa, e Vandenesse, ferito più gravemente in una spalla, morì dopo tre giorni[97].

[97] _P. Jovii Vita Davali, l. III, p. 351. — Fr. Guicciardini, l. XV, p. 270. — Gal. Capella, l. III, f. 37. — Arn. Ferroni, l. VII, p. 142. — P. Paruta, l. V, p. 326. — Mém. de M. du Bellay, l. II, p. 341._

Bonnivet, trovandosi incapace di supplire più a lungo alle funzioni di comandante, affidò la condotta dell'armata al cavaliere Bajardo, il quale si pose coi suoi uomini d'armi nell'ultima linea, onde coprire la ritirata della fanteria. Aveva appena presa questa posizione che vedendosi stringere dagli archibugeri spagnuoli, li caricò colla sua cavalleria per respingerli. «Ma, come Dio volle, fu tirato un colpo d'archibugio, la di cui pietra venne a ferirlo a traverso alle reni, e gli ruppe tutto il grosso osso della schiena. Quando sentì il colpo, si fece a gridare, _Gesù_! Poi soggiunse: _Ah! mio Dio, io sono morto_! Prese la sua spada per l'impugnatura, e baciò l'elsa come segno della croce, dicendo ad alta voce, _miserere mei Domine!_[98]»

[98] _Mém. de Bayard, c. LXIV, p. 411; c. LXV, p. 416, 418._

«Frattanto Bajardo si fece levare da cavallo dal suo maestro di casa, che mai non l'abbandonò, e si fece porre a piè d'un albero col viso rivolto verso il nemico, ove il duca di Borbone, che inseguiva il nostro campo, venne a trovarlo, e disse al detto Bajardo che sentiva molta compassione di lui, vedendolo in quello stato per essere così virtuoso cavaliere. Cui il capitano Bajardo rispose, signore, voi non dovete compiangere me che muojo da uomo onorato, ma bensì io compiango voi, vedendovi servire contro il vostro principe, la vostra patria, il vostro giuramento. E poco dopo il detto Bajardo spirò, e fu rilasciato un salvacondotto al di lui maestro di casa per portare il di lui corpo nel Delfinato, dove aveva avuti i natali[99].»

[99] _Mém. de mes. M. du Bellay, l. II, p. 341. — Arn. Ferroni, l. VII, p. 143. — P. Jovii vita Davali, l. III, p. 352. — Fr. Belcarii, l. XVIII, p. 542._

Gl'imperiali continuarono ad inseguire l'armata che si ritirava; ma l'ultimo corpo svizzero, più soffrire non potendo tanta molestia, si gettò su di loro con tanto furore a piena corsa, che li ruppe e li pese in fuga. Questo corpo di quattrocento uomini, che si era troppo slontanato dal corpo d'armata, fu in appresso, a dir vero, avviluppato ed interamente distrutto; ma la sua ostinata resistenza, ed il ritardo dell'artiglieria imperiale, diedero tempo a Bonnivet di eseguire la sua ritirata sopra Ivrea, ove i nemici cessarono d'inseguirlo. Lasciò ancora nella valle d'Aosta, nel forte di Bar, venti cannoni, disperando di poterli condurre a traverso al san Bernardo, e ricondusse pel Valese la sua armata in Francia[100].

[100] _Fr. Guicciardini, l. XV, p. 272. — P. Jovii vita Davali, l. III, p. 352. — Arn. Ferroni, l. VII, p. 143. — Gal. Capella, l. III, f. 37. — Mém. de M. du Bellay, l. II, p. 343._

Il duca di Longueville, sentendo a Susa che Bonnivet si era ritirato, riprese il cammino del monte Ginevra senza avere veduto il nemico. Novara si arrese a Giovanni de' Medici: Boisì e Giulio di Sanseverino, che comandavano in Alessandria, consegnarono questa città al marchese di Pescara, e Federico da Bozzolo abbandonò Lodi al duca d'Urbino. In poche settimane più non rimase un solo francese in Italia; anzi al contrario Bozzolo e Sanseverino avevano condotti nella Provenza e nel Delfinato circa cinque mila Italiani al soldo della Francia[101].

[101] _P. Jovii vita Davali, l. III, p. 354. — Mém. de M. du Bellay, l. II, p. 344. — Mém. de la Tremouille, c. XX, p. 225. — Fr. Belcarii, l. XVIII, p. 541. — Scip. Ammirato, l. XXX, p. 352._