Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 15 (of 16)

Part 4

Chapter 43,770 wordsPublic domain

In Francia ed in altre monarchie feudali eransi frequentemente veduti i grandi signori ed i principi del sangue cospirare contro il capo dello stato, e non solo cercare di limitarne l'autorità, ma di precipitarlo dal trono, e di levargli la vita. Pure era riservato al Borbone di cospirare, non solo contro il suo re, ma altresì contro la sua patria; di volere distruggere l'indipendenza nazionale, e la stessa esistenza del nome francese; di adoperarsi perchè la nazione francese, cui aveva l'onore di appartenere, fosse divisa tra gli stranieri, di lei ereditarj nemici. Il Borbone erasi venduto ad Adriano di Buren, deputato dell'imperatore, ed a Russel, deputato d'Enrico VIII. Col danaro da loro ricevuto erasi obbligato ad assoldare dodici mila uomini, e ad attaccare alla loro testa la Borgogna, tostocchè Francesco I avrebbe colla sua armata valicate le Alpi. In premio di questo tradimento la Provenza doveva essere per lui eretta in regno; egli dovea sposare Eleonora, sorella dell'imperatore Carlo V, e vedova d'Emanuele, re di Portogallo: tutto il restante della Francia doveva essere diviso tra l'imperatore ed il re d'Inghilterra; ed il nome di Francese doveva essere cancellato dai nomi delle nazioni[60].

[60] _Fr. Guicciardini, l. XV, p. 252. — M. du Bellay, l. II, p. 264. — P. Jovii Vita Davali, l. III, p. 330. — Mém. de Louis de la Tremouille, t. XIV, ch. XIX, p. 218. — Franc. Belcarii, l. XVII, p. 538. — Arn. Ferronii de reb. Gall., l. VII, p. 136. — Gal. Capella, l. III, f. 29. — Rymer Acta et Convent., t. XIII, p. 794._

Avendo alcuni indizj eccitati i sospetti del governo, Boisì, fratello di La Palisse, San Valorì, direttore generale delle poste, ed il vescovo d'Autun, tutti complici della cospirazione del Borbone, furono arrestati. Francesco I andò a Moulins a visitare il duca di Borbone, che fingeva d'essere ammalato; gli comunicò i sospetti che si erano formati contro di lui, ma soggiunse che veruna prova non potrebbe parergli bastante a convincere suo cugino di così enorme delitto; e dichiarò che più non dubiterebbe della sua innocenza, se Borbone gliene dava la sua parola d'onore, e si obbligava nello stesso tempo a seguirlo in Italia. Il Borbone prese la mano del re con apparente trasporto di riconoscenza; gli protestò d'essere accusato a torto; domandò perdono della inconsideratezza de' suoi discorsi, che senza dubbio avevano dato motivo di calunniarlo, e giurò che, infermo come egli era, voleva farsi portare in lettiga dietro l'armata reale. In fatti questa lettiga seguì due giorni il re; ma non era destinata che ad ingannarlo. Borbone era partito la stessa notte da Moulins, e, fuggendo a precipizio, era giunto a Besanzon, fortezza in allora dell'imperatore, dove aveva ordinato ai gentiluomini associati agl'infami suoi progetti di raggiugnerlo[61].

[61] _M. du Bellay, l. II, p. 235. — Arn. Ferronii, l. VII, p. 136. — P. Jovii Vita Ferd. Davali, l. III, p. 341. — Fr. Belcarii, l. XVII, p. 530. — Fr. Guicciardini, l. XV, p. 253._

Grande era il numero di coloro che avevano congiurato contro la patria, e molti appartenevano alle più illustri famiglie. Vi si annoveravano Filiberto di Chalons, principe d'Orange, destinato come il Borbone a figurare nelle calamità dell'Italia; Pomperano, Le Pelloux, Lurcì, Montbardone, Lalliere, Aymar di Prie, Hennuyer della Mothe, che si erano renduti gloriosi nelle precedenti guerre; e Francesco I stendeva i suoi sospetti, e non senza ragione, sul duca di Vendome e su tutta la casa di Borbone: quindi pensò di non potere in tale istante allontanarsi dal suo regno senza pericolo[62].

[62] _Mém. de M. du Bellay, l. II, p. 265. — P. Jovii Vita Ferd. Davali, l. III, p. 341._

Dall'altro canto egli non voleva lasciar d'approfittare della più bella armata che avesse mai adunata. Sgraziatamente ne affidò il comando a Guglielmo di Gouffier, più noto sotto il nome di ammiraglio Bonnivet, il più amabile tra i suoi cortigiani, quegli che più d'ogni altro sapeva adulare e piacere al suo padrone; ma quegli altresì ch'era men d'ogni altro capace di condurre un'armata, e che non aveva imparato ciò che saper deve un generale[63].

[63] _Fr. Guicciardini, l. XV, p. 253. — M. du Bellay, l. II, p. 279. — Arn. Ferronii, l. VII, p. 139. — Fr. Belcarii, l. XVII, p. 533. — Gal. Capella, l. III, f. 29. — P. Jovii Vita Ferd. Davali, l. III, p. 341._

Prospero Colonna, che, come generalissimo della lega, trovavasi incaricato della difesa dell'Italia, giaceva a quest'epoca abbattuto da lunga malattia, che non gli aveva soltanto indebolito il corpo ma ancora lo spirito. Erasi dato a credere di non aver a temere un'invasione francese, ed aveva licenziata parte della sua truppa; non aveva riparate le fortificazioni di Milano; per l'abituale negligenza dell'imperatore trovavasi senza danaro; e quando seppe, in principio di settembre, che i Francesi passavano le Alpi, sentì tutto il pericolo della sua posizione. Ad ogni modo egli sperava tuttavia di potere difendere contro l'armata francese il passaggio del Ticino; mentre che Antonio di Leyva, abbandonando tutto il paese posto al di là di questo fiume, erasi ritirato a Pavia colla fanteria spagnuola, e che la difesa del Cremonese restava affidata ad una guarnigione di mille fanti[64].

[64] _Gal. Capella, l. III, f. 29. — P. Jovii Vita Davali, l. III, p. 342._

I Veneziani, per soddisfare agli obblighi contratti coll'imperatore, avevano tolto il comando delle loro truppe a Teodoro Trivulzio, zelante partigiano della Francia, e datolo a Francesco Maria della Rovere, duca d'Urbino. Il senato non poteva scegliere altro generale che nel modo di fare la guerra meglio accordare si potesse colla sua prudente politica: pareva che verun altro scopo non si proponesse nel comando delle armate, che quello di evitare ogni battaglia, ogni pericolo; e quando Prospero Colonna lo affrettò ad occupare Lodi, ad avanzarsi sulle sponde dell'Adda, o a passare questo fiume per proteggere Milano, egli vi si ricusò costantemente per tema d'incontrare i nemici[65].

[65] _P. Paruta Ist. Ven. l. V, p. 320._

Era stato da Adriano VI nominato gonfaloniere della Chiesa il marchese di Mantova, il quale aveva allestita un'armata in riva al Po; ma questi ancora era egualmente disposto a non passare Parma, per non compromettersi; onde non dava a Prospero Colonna alcuno effettivo soccorso. Giovanni de' Medici, comandante delle Bande nere, che suo cugino il cardinale Giulio aveva persuaso a lasciare il servizio della Francia per ritornare di nuovo a quello dell'imperatore, non aveva adottata così timida maniera di guerreggiare, ma le sue forze erano poco considerabili. Finalmente la barriera del Ticino, sulla quale principalmente confidava Prospero Colonna, per una straordinaria siccità, che aveva diminuite assai le acque del fiume, non presentava la consueta difficoltà al nemico. Questo vecchio generale, sebbene infermo, erasi fatto portare in lettiga in faccia a Vigevano, dove si era accampato Bonnivet. Bentosto trovandosi colà sotto il cannone del nemico, e vedendo che non solo la cavalleria francese, ma ancora i pedoni potrebbero guadare il Ticino, ne abbandonò le sponde, e ripiegò verso Milano senza avere perduto un solo uomo[66].

[66] _Fr. Guicciardini, l. XV, p. 254. — Mém. de M. du Bellay, l. II, p. 287. — Arn. Ferronii Burdigalensis, l. VII, p. 139. — P. Jovii Vita Davali, l. III, p. 342. — P. Paruta, l. V, p. 319._

Il 14 di settembre del 1523, nello stesso giorno in cui l'armata di Bonnivet passò il Ticino per cominciare una decisiva campagna, un impreveduto avvenimento cambiò un'altra volta la bilancia delle parti, e gettò il disordine nella lega che aveva preso a difendere l'Italia contro i Francesi. Papa Adriano VI aveva celebrata la Messa il giorno 4 d'agosto sul monte Esquilino, ove festeggiavasi un miracolo della Vergine, e lo stesso giorno aveva con grande cerimonia pubblicata la lega conchiusa coll'imperatore. Affaticato da queste funzioni, rendute più penose da un eccessivo caldo, si era ritirato per desinare alla villa Mellini: colà lo assalì una leggiere febbre, ch'egli non credette in verun modo pericolosa; nè i suoi medici lo prevennero che corresse alcun rischio. Pure il suo male andava peggiorando, senza che veruna delle persone che lo assistevano paressero accorgersene; ed egli morì il 14 di settembre, quasi senza aver avuto il tempo di apparecchiarvisi[67].

[67] _P. Jovii Vita Davali, l. III, p. 342. — Idem Vita d'Adriano VI, p. 133. — Idem Vita di Pompeo Colonna, p. 159. — Rayn. Ann. Eccl. § 112, p. 394. — Onof. Panvinio, f. 266. — Gio. Cambi, t. XXII, p. 243. — Scip. Ammirato, l. XXIX, p. 349. — Fr. Belcarii, l. XVII, p. 536._

Appunto in tale epoca cominciava la guerra, nella quale Adriano aveva impegnata la Chiesa; gl'Italiani sapevano di già per esperienza tutto quanto avrebbero a soffrire dall'invasione di un'armata barbara, e temer potevano con ragione di essere, a cagione della morte del pontefice, del burrascoso conclave che pareva promettere l'animosità de' contrarj partiti abbandonati quasi senza difesa ai Francesi da loro provocati. Tuttavia agli occhi de' Romani non eravi calamità che potesse pareggiare quella d'avere alla testa del loro governo un papa barbaro, che non sapeva il loro linguaggio; che aborriva la poesia e le arti, cui essi dovevano quasi tutta la presente loro gloria; un papa che colla sua avarizia aveva ruinate tutte le famiglie arricchite sotto i precedenti pontificati; che aveva confiscati tutti gli ufficj venduti dai suoi predecessori; che mai non accordava una grazia, e che pareva essersi fatto un dovere di rimandare malcontenti tutti quelli che a lui si presentavano. Perciò la notizia della sua morte risvegliò in Roma un generale tripudio; ed all'indomani fu trovata la porta del suo medico, Giovanni Antracino, ornata di festoni di fiori con questa iscrizione: Il senato ed il popolo romano al liberatore della patria[68].

[68] _P. Giovio Vita di Adriano VI, p. 134. — Onof. Panvinio Vite de' Pontefici, p. 266. — Lettera di Girolamo Negro del 7 aprile, 1523, e del 2 dicembre, da Roma, f. 119 tra le Lettere de' Principi, l. I. Ediz. Ven. in 4.º 1581._

CAPITOLO CXV.

_Elezione di Clemente VII. Disastrosa campagna de' Francesi in Italia sotto l'ammiraglio Bonnivet; campagna ancora più infelice di Francesco I, che viene fatto prigioniero nella battaglia di Pavia._

1523 = 1525.

La gioja manifestata dai Romani per la morte di Adriano VI non deve inappellabilmente fissare la nostra opinione intorno al carattere ed alla politica d'un pontefice, contro il quale avevano le più gagliarde prevenzioni nazionali. Adriano non visse che un anno fra di loro, e sopra un così breve regno difficile cosa sarebbe il portare giudizio intorno alle sue opinioni ed a' suoi progetti. Da lungo tempo non erasi veduto sulla cattedra di san Pietro un papa di più buona fede; ma questa lealtà non era, per vero dire, troppo utile alla Chiesa, o allo stato da lui governati; questa lo rendeva più intollerante de' suoi predecessori intorno a tuttociò che spettava alla fede; lo dava quasi del tutto in balìa agl'intrighi de' suoi consiglieri negli affari di stato, che egli confessava di non conoscere. Pure i torti che gli venivano più severamente rinfacciati, dipendevano dalle circostanze e dallo stato di spossamento in cui Leon X aveva lasciate, morendo, le finanze della Chiesa.

Più istrutto che il suo predecessore intorno all'importanza delle nuove opinioni che si diffondevano in Germania, il 25 di novembre del 1522 aveva addirizzato alla dieta dell'impero, adunata a Norimberga, un breve, con cui severamente condannava le opinioni di Lutero, e richiamava contro quest'eretico e contro i suoi seguaci l'applicazione delle più rigorose pene. Ma in pari tempo candidamente confessava la corruzione della corte romana, e prometteva d'occuparsi intorno alla riforma de' di lei numerosi abusi, chiedendo intorno a questa necessaria riforma i consiglj della dieta. Fu questa domanda, che persuase i principi secolari della Germania a pubblicare quella lista, famosa nella storia della riforma, dei cento gravami contro la corte di Roma, lista che appoggiava le principali accuse de' luterani, e che mostrava quanto tutti gli spiriti erano nelle parti settentrionali disposti ad abbracciare le nuove opinioni[69].

[69] _Sleidanus in Comment., l. III, p. 87; e l. IV, p. 99. — Acta convent. Norimb. in fasciculo rer. expetendi et fugiend. — Pallavicino Ist. del Concil. di Trento, l. II, c. 7 ed 8. — Fleury Hist. Eccl., l. CXXVIII, chap. 29-34._

Il religioso zelo d'Adriano gli aveva fatto adottare tutti i pregiudizj e tutti gli odj degli Spagnuoli contro i Giudei ed i Mori convertiti, numerosa classe d'uomini, che chiamavansi _Marrani_, e che si sospettavano sempre segretamente affezionati al culto che avevano dovuto abbandonare per forza; questi erano venuti in grosso numero a Roma con tutte le loro ricchezze, per sottrarsi all'inquisizione di Spagna. Adriano VI, quando morì, stava contro di loro apparecchiando i più severi editti; egli voleva altresì assoggettare a nuove e più rigorose pene i bestemmiatori ed i simoniaci; gli pareva che questa parte della legislazione appartenesse più strettamente a' suoi favoriti studj della teologia; per altri rispetti non aveva volontà sua propria intorno ai pubblici affari, e conosceva di non intenderli bene[70].

[70] _P. Giovio Vita di Adriano VI, p. 133. — Onof. Panvino Vite de' Pontefici, f. 266._

Per altro Adriano non aveva confidenza nel collegio de' cardinali; sembravagli che per la scandalosa loro condotta i membri del sacro collegio dovessero essere il primo oggetto della riforma che meditava; ma perchè sentivasi costretto d'abbandonarsi a coloro che conosceva più di lui illuminati, sceglieva un ristretto numero di confidenti e di ministri, ai quali affidava un'eccessiva autorità. Poco dopo diffidava di loro, e gli spogliava d'ogni potere; in tal guisa offendeva i cardinali ed i principali signori di Roma; rendeva la propria autorità vacillante; e non si guadagnava nemmeno il cuore di coloro, cui momentaneamente accordava il suo troppo precario favore.

Il primo d'ottobre del 1523, entrarono in conclave trentasei cardinali per iscegliere un successore ad Adriano VI. Appena chiuso il conclave si videro collocarsi quasi tutti i cardinali sotto la direzione di due capi, che, gelosi l'uno dell'altro, si davano a vicenda l'esclusione, e tennero cinquanta giorni diviso il sacro collegio. Da un canto Pompeo Colonna, potente presso Carlo V in ragione dell'irremovibile attaccamento della sua famiglia alla causa imperiale, veniva riconosciuto come capo dai vecchi cardinali creati ai tempi di Giulio II, o prima; dall'altro canto Giulio de' Medici disponeva di sedici suffragj tra i cardinali ch'erano stati creati sotto suo cugino Leon X. Rispetto a Wolsey, cardinale di York, che, dirigendo la politica dell'Inghilterra, aveva quasi sempre mirato a guadagnarsi i suffragj per una prossima elezione, e che aveva prima ottenuta la promessa di tutto il favore di Francesco I, poi di Carlo V, era al presente dimenticato dai due monarchi, e scartato da tutti i partiti. Altronde, dopo il malcontento cagionato dall'elezione d'Adriano VI, più non si sarebbe pensato a dare la tiara ad un oltremontano[71].

[71] _P. Giovio Vita del Card. Pompeo Colonna, p. 159._

La decisa opposizione del Colonna e della sua fazione, avendo impedita l'elezione del cardinale de' Medici, il quale per altro fin dal principio aveva avuti ventun voti, molti altri cardinali si misero successivamente in rango per essere nominati, come Fieschi, Farnese, Monti, Grassi, Soderini e Carvajale; essi reciprocamente cercavano d'acquistar voti senza per altro esporsi al rimprovero di simonia, e l'espediente, che loro sembrava più convenientemente tranquillizzare le loro coscienze, era quello delle scommesse. Così i partigiani del Medici offrivano a tutti i cardinali del contrario partito di scommettere dodici mila ducati contro cento che il Medici non sarebbe papa; i partigiani del Soderini ne offrivano ancor essi dieci mila; e quest'ultimi avevano favorevole tutto il partito francese[72].

[72] _Ist. di Gio. Cambi, t. XXII, p. 243._

Questa lotta tra le due fazioni si andava prolungando con sì poca apparenza di conciliazione, che si cominciava a temere, che le due parti non si appigliassero a qualche pretesto per uscire dal conclave, formare due assemblee, ed eleggere due papi ad un tratto. Perciò i due capi rendevansi egualmente odiosi al popolo. Accusavansi il moderno Giulio ed il moderno Pompeo di volere colle loro discordie ruinare Roma un'altra volta. Un orribile fetore, che si era sparso nel conclave, ne rendeva insoffribile il soggiorno: i cardinali cadevano infermi, e soprattutto i più vecchi non potevano lungamente sostenere una così penosa reclusione. Il cardinale di Clermont propose Franciotto Orsini, ed il Medici finse di volergli dare i suffragj di tutta la sua fazione, che, uniti a quelli della Francia, avrebbero decisa l'elezione. Temette allora il Colonna di vedere il supremo pontificato passare in una casa ereditaria nemica della sua; sentì la necessità di cedere, e, recandosi presso il cardinale de' Medici, gli offrì di farlo papa, purchè Giulio desse garanzie della sua riconoscenza[73].

[73] _P. Giovio Vita di Pomp. Colonna, f. 160. — Fr. Guicciardini, l. XV, p. 263. — Onof. Panvino, f. 267. — Lettera di Girolamo Negro del 18 novembre 1523, l. I, f. 119._

Le proposizioni del Colonna furono tutte accettate; domandava che il Medici si riconciliasse col cardinale Soderini, e gli restituisse tutti i suoi beni; che perdonasse egualmente a tutti coloro che avevano operato contro di lui; che cedesse al Colonna l'ufficio di vicecancelliere della Chiesa col magnifico palazzo che occupava, fabbricato da Raffaele Riario. A tali condizioni Giulio fu la stessa notte adorato da quasi tutti i cardinali, ed all'indomani, il 18 di novembre, anniversario del giorno in cui due anni prima era entrato vittorioso in Milano, fu proclamato sotto il nome di Clemente VII. Era questo nome destinato a convalidare la promessa che aveva data di perdonare a Pompeo Colonna, al Soderini ed a tutti i suoi nemici. A fronte dell'apparente unanimità de' voti, questa elezione dispiacque in modo ai vecchi cardinali, che ai sostenuti patimenti del conclave aggiugnendosi questo rammarico, in pochi giorni morirono Soderini, Grassi, Fieschi e Carvajale[74].

[74] _P. Giovio Vita del Card. Colonna, p. 160. — Fr. Guicciardini, l. XV, p. 264. — Gio. Cambi, p. 246. — P. Bizarro, l. XIX, p. 459. — Ben. Varchi Stor. Fior., l. II, t. I, p. 7. — Rayn. Ann. Eccl. 1523, § 125, p. 397. — Fr. Belcarii, l. XVII, p. 538._

Pochi pontefici erano giunti al trono pontificio con una più alta riputazione di Clemente VII: egli si era guadagnato l'amore de' Fiorentini, che governava da più anni con una quasi assoluta autorità, ed aggiugneva in tal modo alle forze della Chiesa quelle di questa repubblica ancora ricca e temuta malgrado il suo decadimento. Sapevasi ch'era stato il ministro principale di Leon X in tempo del suo pontificato, ed a lui s'ascrivevano tutte le più gloriose cose fatte da suo cugino, senza temere di trovare in lui i medesimi difetti. Non veniva accusato nè di amore disordinato per i piaceri, nè di prodigalità, nè di vana pompa, ed erano conosciute la sua applicazione ed attitudine al lavoro; perciò la sua elezione fu celebrata con trasporti di giubbilo, e dai letterati, che da lui speravano i medesimi beneficj ond'erano stati colmati da Leon X, e dal popolo[75].

[75] _Lettera di Girol. Negri del 2 decembre, f. 119. Lettere de' Principi._

Il ristabilimento della pace negli stati della Chiesa fu il primo oggetto delle cure di Clemente VII. Alfonso, duca di Ferrara, aveva approfittato della morte di Adriano per riprendere Reggio e Rubbiera, dove lo aveva chiamato l'amore dei popoli; ed era entrato nella prima città il 29 di settembre. Due giorni prima erasi presentato ancora a Modena, ma la fermezza del Guicciardini, che n'era governatore, e l'attaccamento del popolo al dominio della Chiesa, gli avevano impedito d'impadronirsi di questa città. Tuttavolta il Guicciardini non aveva che pochi soldati, ed Alfonso si apparecchiava ad un secondo tentativo, quand'ebbe l'avviso dell'elezione di Clemente VII, la quale gli fece rinunciare a' suoi progetti. Così alcune turbolenze eccitate in Romagna da Giovanni di Sassatello a nome del partito guelfo, ma col segreto appoggio de' Francesi, si acquietarono al solo nome del Medici[76][77].

[76] _Fr. Guicciardini, l. XV, p. 255._ Alfonso aveva di questo tempo all'incirca perduta Lucrezia Borgia, sua sposa, che gli lasciava tre figli. Ella aveva fatte inallora dimenticare colla sua divozione gli scandali della passata vita. _P. Giovio Vita d'Alfonso d'Este, p. 118._

[77] Lucrezia, che ai difetti contratti nella propria famiglia, celebre per la scostumata vita d'Alessandro VI e de' suoi figliuoli, unì tali virtù che la fecero amare dal consorte e da' suoi sudditi, morì quando ancora viveva Leon X. _N. d. T._

Il governo di Firenze richiamò in seguito le cure del nuovo pontefice; era questa città tenuta da' partigiani del Medici in uno stato di abietta ubbidienza; e questi ne avevano dato prova in occasione dell'elezione di Clemente VII. Un riputato cittadino di sessantatre anni, il quale nella prossima estrazione dovea essere gonfaloniere di giustizia, Pietro Orlandini, aveva scommesso che il Medici non sarebbe papa. Quando gli fu chiesto il pagamento della scommessa, egli esclamò che l'elezione non aveva potuto essere canonica. Per questa sola parola, che sembrava manifestare mancanza di rispetto verso la casa de' Medici, gli otto della balìa lo fecero arrestare il giorno 24 di novembre, e due ore dopo decapitare[78].

[78] _Ist. di Gio. Cambia t. XXII, p. 250. — Jac. Nardi Ist. Fior., l. VII, p. 303. — Fil. de' Nerli Comm., l. VII, p. 141. — Scip. Ammirato, l. XXX, p. 351. — Ben. Varchi Stor. Fior., l. II, p. 12. — Lettere de' Principi, t. I, f. 120._

A Clemente VII spiacque quest'esecuzione, che doveva rendere odiosa la di lui autorità. In qualche maniera più non esisteva la famiglia de' Medici; egli stesso era stato legittimato, e consideravasi ancora come rappresentante Cosimo padre della patria, suo avo; ma dopo di lui più non restavano che due bastardi, Ippolito inallora di sedici anni, figliuolo naturale di Giuliano, duca di Nemours, il terzo de' figliuoli del magnifico Lorenzo, ed Alessandro, figliuolo naturale di Lorenzo, duca d'Urbino, figliuolo di Pietro, figlio primogenito del magnifico. Alessandro era nato da una schiava nel 1512, e la paternità di Lorenzo era per lo meno incerta. Non pertanto Clemente VII gli fece ottenere un ducato nel regno di Napoli, e dichiarare abile ad esercitare tutte le cariche della repubblica. Mandò questi due giovanetti a Firenze, Ippolito il giorno 30 luglio del 1524, ed Alessandro il 19 giugno del 1525. Il primo fu fino da principio risguardato come capo dello stato, ed ebbe il titolo di _magnifico_. I suoi concittadini conservavano per lui l'amore che avevano avuto pel duca di Nemours, di lui padre, mentre Alessandro aveva ereditato l'odio eccitato tra i Fiorentini dall'arroganza di suo padre Lorenzo. Ad ogni modo nè l'uno, nè l'altro era ancora capace di governare lo stato, onde Clemente mandò a Firenze, col titolo di legato, Silvio Passerini, cardinale di Cortona, che fece il suo ingresso l'undici maggio del 1524, ed andò a prendere alloggio nel palazzo de' Medici, amministrando la repubblica con tutta l'autorità usurpata dai Medici dopo la loro tornata[79].

[79] _Gio. Cambi, t. XXII, p. 239, 264, 273. — Comm. del Nerli, p. 142. — Benedetto Varchi, l. II, p. 14._