Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 15 (of 16)

Part 3

Chapter 33,789 wordsPublic domain

[37] _Ag. Giustiniani Ann. di Genova, l. IV, f. 275. — Uberti Folietae Gen. Hist., l. XII, p. 723. — P. Bizarri Hist. Gen., l. XIX, p. 453. — Galeat. Capella, l. II, f. 23. — Arn. Ferronii, l. VII, p. 134. — P. Jovii Vita Ferd. Davali, l. III, p. 330. — M. du Bellay, l. II, p. 232. — Fr. Guicciardini, l. XIV, p. 233. — Gio. Cambi, p. 201, 208. — Georg. von Frundsberg Kriegzsthat, B. II, f. 36._

Francesco I, per soccorrere Cremona o Genova, aveva bensì fatte passare le Alpi al duca Claudio di Longueville con quattrocento uomini d'armi e sei mila fanti; ma questi, arrivato a Villanuova di Asti, ebbe la notizia dell'occupazione di Genova, e non trovandosi abbastanza forte per dare battaglia all'armata imperiale, o per istornare la convenzione di Cremona, ebbe ordine dal re di ritirarsi; ed i Francesi abbandonarono per quest'anno ogni loro progetto sull'Italia, tanto più che dovevano difendersi contro l'aggressione inaspettata d'Enrico VIII, che il 29 di maggio aveva dichiarata la guerra alla Francia, facendo in pari tempo sbarcare a Calais il conte di Surrei con sedici mila uomini, per secondare l'armata di Carlo V in Fiandra[38].

[38] _Fr. Guicciardini, l. XIV, p. 234. — M. du Bellay, Mém., l. II, p. 236._

La cacciata de' Francesi non apportò verun sollievo ai popoli d'Italia oppressi dalla guerra. L'armata di Prospero Colonna non riceveva verun sussidio nè da Carlo V, nè dal regno di Napoli: ed i soldati tedeschi e spagnuoli vivevano a discrezione nel Milanese. Ogni giorno i generali angustiavano le città con inaudite contribuzioni o con prestiti forzati; il più piccolo ufficiale, posto con un distaccamento in un villaggio, credevasi autorizzato ad inventare una nuova tassa; tutto si riportava alla decisione della violenza militare, e l'ubbidienza si cimentava con crudeli supplicj dettati dal capriccio de' soldati spagnuoli[39]. Omai il Milanese era così ruinato che più alimentare non poteva le truppe necessarie alla sua difesa. Il marchese di Pescara le acquartierò negli stati della Chiesa, loro permettendo di vivervi a discrezione, malgrado la stretta alleanza dei papa coll'imperatore. Carlo di Lannoi, nuovo vicerè di Napoli, di concerto con don Giovanni Manuel, ambasciatore dell'imperatore a Roma, tassò nello stesso tempo gli stati indipendenti dell'Italia, per far loro mantenere l'armata imperiale. Obbligarono il ducato di Milano a pagar loro venti mila ducati al mese, Firenze quindici mila, Genova otto mila, Siena cinque mila, e Lucca quattro mila. Dovettero pure pagare una contribuzione i marchesi di Monferrato e di Saluzzo: e, malgrado le loro rimostranze, tutti questi stati sovrani dovettero assoggettarsi agli ordini che loro davano subalterni ministri[40].

[39] _Arn. Ferronii de reb. Gall., l. VII, p. 133. — Fr. Guicciardini, l. XV, p. 238._

[40] _Fr. Guicciardini, l. XV, p. 237. — Gal. Capella, l. II, f. 25._

Lusingavansi gl'Italiani che giugnendo Adriano VI a Roma, arrecherebbe qualche sollievo alle loro miserie; ma il nuovo papa erasi di già trattenuto sei mesi in Ispagna dopo ricevuta la notizia della sua elezione, e non apparecchiavasi ancora alla partenza: e ciò che in ultimo lo persuase a porsi in viaggio, fu precisamente la circostanza cui fin allora erasi attribuito ogni suo ritardo. Sapevasi che Carlo V, che ancora trovavasi in Fiandra, annunciava di voler passare in Ispagna, e credevasi che Adriano, che era stato suo precettore, indi suo ministro, volesse conferire con lui prima di venire in Italia a prendere le redini della propria sovranità. Ma Adriano aveva fermamente stabilito d'agire qual comune padre de' fedeli, ed egli si era intimamente persuaso che il suo dovere lo chiamava prima di tutto a ristabilire la pace nella Cristianità, e che doveva far tacere la sua parzialità per Carlo V, se voleva che Francesco I l'accettasse per mediatore. Aveva scritto a quest'ultimo, a Luigia di Savoja di lui madre, alla duchessa d'Alenzon di lui sorella[41], per incoraggiarli ad adottare sentimenti di pace, promettendo loro la sua benevolenza. Stimò che aspettando Carlo V a Barcellona, siccome quegli gliene faceva istanza, avrebbe rendute sospette le sue parole; e quando seppe che Carlo, dopo avere fatta una visita ad Enrico VIII per tenerlo costante nella sua alleanza, era sbarcato a Villaviciosa, nelle Asturie, si affrettò di partire il 4 di agosto dalle coste della Spagna; e dopo avere dato fondo a Genova, indi a Livorno, fece il suo ingresso in Roma il giorno 29 dello stesso mese[42].

[41] Osservinsi le risposte della reggente e di madama d'Alenzon, da Lione il 25 di giugno. _Lettere de' Principi, fol. 102._

[42] _P. Giovio Vita di Adriano VI, f. 123, 124. — Rayn. Ann. Eccl. 1522, § 17, p. 351. — Panvino Vite dei Pontefici, p. 265._

Adriano VI aveva le virtù ed il sapere di un monaco, ed andava debitore della sua celebrità e della sua grandezza ai sorprendenti progressi che aveva fatti nello studio della teologia e della filosofia scolastica. Era di buona fede, zelante, temperato, umile, nemico del fasto, della simonia e della corruzione della corte di Roma. Ma bentosto agli occhi de' Romani parve un barbaro, straniero affatto alle loro arti, ai loro costumi, alla loro politica, siccome al loro linguaggio. Leone X aveva raccolti nella sua corte i principali poeti del secolo; Adriano, invece di accordar loro il suo favore, li risguardava quali profani imitatori de' gentili, che macchiavano il Cristianesimo. Quando gli fu mostrato il Laocoonte del Belvedere, siccome il più bel monumento delle antiche arti, ne torse gli occhi con orrore, gridando «questi sono idoli dei pagani!» Cominciavasi a temere, che, come narrasi di san Gregorio, ordinasse un giorno di far calce per il tempio di san Pietro con tutte quelle statue, ultimo monumento della gloria e della grandezza romana[43].

[43] _Lettera di Girolamo Negro a Marc'Antonio Micheli, Roma 17 marzo 1523. Lettere dei Principi, t. I, f. 113._

Le eresie di Lutero offendevano assai più Adriano VI che il suo predecessore, perchè attaccavano quella filosofia scolastica, ch'egli risguardava come la prima scienza; ma d'altra parte aveva le stesse opinioni del riformatore intorno alla corruzione della disciplina; voleva seriamente mettere mano alla riforma degli scandali che avevano sollevata la Germania; ed i suoi pii disegni, forse più che la sua barbarie, facevano tremare i Romani che vivevano col prodotto degli abusi della corte di Roma. Oltre a ciò, per terminare di renderlo del tutto esoso al popolo, due calamità resero celebre l'epoca della di lui venuta in Italia: da un canto la peste manifestossi in Roma, di dove passò anche a Firenze; ed Adriano, risguardando tutte le precauzioni sanitarie, ed i lazzeretti come superstizioni italiane, sospese le rigorose discipline, che vietavano ogni comunicazione cogli appestati, e contribuì in tal modo a dilatare il contagio[44]: d'altra parte nella stessa epoca fu da Solimano presa l'isola di Rodi al gran maestro Villiers de Lille Adam, dopo un memorando assedio, nel quale i cavalieri di Malta mostrarono estremo valore, mentre che l'imperatore, il re di Francia ed il papa, non pensavano a soccorrerli. Solimano fece il suo trionfale ingresso in Rodi lo stesso giorno di Natale del 1522, e così ebbe fine questo calamitoso anno per la Cristianità[45].

[44] _P. Giovio Vita di Adriano VI, f. 126. — Ist. di Gio. Cambi, t. XXII, p. 216. — Fr. Belcarii, l. XVII, p. 524. — Rayn. Ann. Eccl. 1522, § 15, p. 350._

[45] _Fr. Guicciardini, l. XV, p. 240. — P. Giovio Vita di Adriano VI, f. 125. — Rayn. Ann. Eccl., § 20 e seg., p. 352._

Frattanto Adriano VI cercava di restituire la pace agli stati della Chiesa: non trovò ostacolo a scacciare da Rimini Sigismondo Malatesta; perciocchè i popoli, che da principio lo avevano accolto con entusiasmo, non avevano tardato ad accorgersi che questo piccolo principe non rendeva loro i vantaggi de' passati tempi, che avevano sperato di ricuperare con lui. I sudditi dei duchi di Ferrara e d'Urbino nutrivano affatto opposti sentimenti; essi conservavano un reale affetto verso le case d'Este e della Rovere, e quest'affetto regolò la condotta d'Adriano VI. Egli accordò al duca d'Urbino l'assoluzione da tutte le censure incorse sotto i due precedenti pontificati, e gli diede una nuova investitura de' suoi stati; ma lasciò il contado di Montefeltro ai Fiorentini, ai quali questo feudo era stato ceduto in pagamento dei debiti della Camera apostolica[46]. Accordò pure al duca Alfonso d'Este una nuova investitura del ducato di Ferrara, cui aggiunse i castelli di san Felice e di Finale in Romagna: gli avrebbe egualmente rendute Modena e Reggio, la restituzione delle quali al duca era stata effettivamente promessa da Carlo V con un trattato firmato a Ferrara il 29 novembre del 1522; ma i ministri ed i cortigiani di Adriano, che risguardavano quest'atto di giustizia come una prova di debolezza o d'imbecillità, riuscirono ad impedirgli di rinunciare così alle conquiste de' suoi predecessori[47].

[46] _Fr. Guicciardini, l. XV, p. 240. — Onof. Panvino Vite dei Pont., p. 265. — Rayn. Ann. Eccl. 1525, § 108, p. 393._

[47] _Fr. Guicciardini, l. XV, p. 241. — Jac. Nardi, l. VII, p. 302._

Adriano VI, appena giunto a Roma, aveva scelto per suo principale ministro e confidente il cardinale di Volterra Soderini: desideroso com'egli era di riconciliare l'imperatore col re di Francia, aveva trovato nel Soderini, segreto partigiano della Francia, un linguaggio di moderazione e d'imparzialità, il quale gli si confaceva. Aveva ricusato di dare verun soccorso alla lega formata dal suo predecessore, e le sue offerte di mediazione erano state considerate come parziali per la Francia, a segno d'irritare assai don Giovanni Manuel, ambasciatore dell'impero[48]. Ma Francesco I, che aveva accolte con grandissima deferenza tutte le proposizioni del papa, e che sempre aveva protestato di non desiderare che la pace, credeva impegnato il suo onore a non rinunciare al ducato di Milano. Perciò ne chiedeva la restituzione come principale condizione del trattato, e questa condizione non poteva in verun modo piacere a Carlo V; il quale, dopo tale conquista avendo acquietate le turbolenze della Castiglia e rinnovata l'alleanza coll'Inghilterra, era più a portata di difendere questo ducato, che non lo era stato di conquistarlo. L'ostinazione di Francesco I a domandare una restituzione che non poteva ottenere, persuase il papa che Francesco non desiderava sinceramente la pace. Nel mese di febbrajo[49] Adriano cominciò a minacciare scomuniche e censure ecclesiastiche contro que' principi che ricusassero di accettare ragionevoli condizioni di pace. In tale stato di cose il duca di Sessa intercettò alcune lettere del cardinale Soderini a suo nipote, il vescovo di Saintes, colle quali esortava Francesco I ad attaccare la Sicilia, ove un partito sarebbesi dichiarato per lui. Tre grandi ufficiali di quest'isola vennero squartati a cagione delle loro intelligenze coi Francesi. Il papa, irritato che il suo proprio ministro, esortandolo alla pace, cercasse celatamente di accendere la guerra, fece arrestare e trarre in giudizio il Soderini, ed anche prima che fosse condannato ordinò la confisca de' suoi beni, ch'erano moltissimi, e nello stesso tempo abbracciò il partito dell'imperatore[50].

[48] _Lettera di Girolamo Negro a Mess. Ant. Micheli del 10 dicembre del 1522. Lettere de' Principi, t. I, f. 109._

[49] _Lettera del Negro al Micheli del 28 febbrajo 1523, t. I, f. 111._

[50] _Fr. Guicciardini, l. XV, p. 250. — Jac. Nardi, l. VII, p. 302. — Onof. Panvino, f. 266. — Scip. Ammirato, l. XXIX, p. 347. — Fr. Belcarii, l. XVII, p. 526. — Rayn. Ann. Eccl. 1523, § 109, p. 394._

Le armi di Carlo V erano in Italia onnipotenti. La capitolazione di Cremona e la presa di Genova avevano poste in sua mano tutte le grandi città; ed i castelli, ne' quali i Francesi avevano lasciato guarnigione, cadevano uno dopo l'altro. Quello di Milano erasi renduto il 14 d'aprile, ed il duca Francesco Sforza ne aveva fatto prendere il possesso dai generali imperiali il 24 dello stesso mese[51]. Francesco I annunciava di nuovo grandiosi apparecchj per riconquistare il Milanese; ma alle sue parole non rispondevano gli effetti; e siccome era continuamente occupato de' suoi piaceri, e sempre prodigo de' tesori dello stato per le sue feste e per i suoi amori, poteva credersi che mai non sarebbe in istato di ricuperare ciò che aveva perduto. Altro alleato più non gli restava che la repubblica di Venezia, la quale credevasi bensì obbligata a difendere il possedimento dei Milanese, ma non già a riconquistarlo per lui, dopo ch'egli avealo perduto. Venezia era tuttavia, in faccia all'imperatore, sotto la protezione della tregua che aveva terminata la guerra della lega di Cambrai. Finchè Carlo V avea dovuto lottare contro le ribellioni de' suoi sudditi e contro formidabili esterni nemici, aveva cercato di non accrescere il numero degli ultimi, ed acconsentito a non risguardare i Veneziani come in guerra con lui, malgrado i soccorsi che si erano obbligati di dare alla Francia. Ma quando cominciò a sentirsi più potente, parlò con un tuono più orgoglioso, e dichiarò di non volere più lungamente soffrire che uno stato quasi chiuso da ogni banda tra i suoi, godesse di tutti i vantaggi della pace, nel mentre che desso stato si manteneva per lui continuamente ostile[52].

[51] _Fr. Guicciardini, l. XV, p. 241. — Fr. Belcarii, l. XVII, p. 525._

[52] _Fr. Guicciardini, l. XV, p. 242. — P. Paruta Ist. Ven., l. V, p. 305._

Il papa, di concerto coll'imperatore, esortava tutte le potenze d'Italia a collegarsi per la difesa comune, volendo che reciprocamente si guarentissero gli attuali possedimenti. Dava inoltre per motivo di quest'alleanza il desiderio di mettere l'Italia in istato di difesa contro Solimano, imperatore dei Turchi, la di cui ambizione, riscaldata da nuove conquiste, facevasi sempre più minacciosa: ma i Veneziani, che conoscevano l'ordinaria sorte delle leghe formate dalla Chiesa, e che si applaudivano d'essere in pace col sultano, non volevano essere strascinati dal papa in guerra con quel formidabile vicino, a rischio d'essere poi abbandonati da tutti i loro alleati. Questo timore ed il rincrescimento di rinunciare all'alleanza della Francia, alla quale avevano fatti così grandi sagrificj, li tennero lungamente dubbiosi. La negoziazione si prolungò nove mesi, ne' quali fecero vani sforzi per sapere se Francesco I era finalmente disposto ad assecondarli potentemente, o se dovevano abbandonare un principe che abbandonava sè stesso. Il vescovo di Bayeux e Federico da Bozzolo furono mandati a Venezia dal re di Francia per attraversare una negoziazione di cui temeva i risultamenti; ma le magnifiche loro promesse, così spesso smentite dalla esperienza, più non ispiravano confidenza. Dall'altro canto Girolamo Adorno, ambasciatore di Carlo V, morto prima di avere condotta a fine la negoziazione di cui era incaricato, venne rimpiazzato da Marino Caraccioli, protonotaro apostolico. Finalmente dopo lunghi contrasti, duranti i quali era pure morto il doge Antonio Grimani, cui era succeduto Andrea Gritti, fu sottoscritto, in sul finire di luglio, il trattato d'alleanza tra l'imperatore, suo fratello l'arciduca Ferdinando, Francesco Sforza, duca di Milano, e la repubblica di Venezia[53].

[53] _P. Paruta Ist. Ven., l. V, p. 305-316. — Fr. Guicciardini, l. XV, p. 242-247. — Gal. Capella, l. II, f. 26._

Le potenze contraenti si guarentivano reciprocamente i loro stati d'Italia, ma soltanto contro i principi cristiani; perchè la repubblica di Venezia, ferma nella presa risoluzione di non lasciarsi strascinare in veruna guerra contro i Turchi, ricusò perentoriamente di promettere la garanzia del regno di Napoli contro di loro. Il reciproco soccorso promesso dall'imperatore a nome del duca di Milano, e dai Veneziani, era di seicento uomini d'armi, seicento cavaleggieri e sei mila pedoni. Inoltre il senato si obbligava a somministrare, in caso di bisogno, venticinque galere per la difesa del regno di Napoli. Ferdinando, fratello dell'imperatore, pienamente rinunciava per la somma di dugento mila ducati, che la repubblica obbligavasi a pagargli nel termine di otto anni, a tutte le pretese dell'arciduca d'Austria e dell'impero sullo stato veneziano[54].

[54] _P. Paruta, l. V, p. 317. — Fr. Guicciardini, l. XV, p. 248. — P. Jovii Vita Ferd. Davali, l. III, p. 341. — Arn. Ferroni de reb. Gall., l. VII, p. 139. — Gal. Capella, l. II, f. 26._

Questo trattato, che, staccando i Veneziani dalla Francia, gli obbligava alla difesa de' suoi nemici, sembrava che dovesse rimuovere Francesco I da ogni nuovo tentativo sulla Lombardia, ove più non doveva trovare alleati. Pure il trattato non era appena sottoscritto, che si seppe che il re di Francia adunava nella Svizzera, a' piè dei Pirenei ed ai confini dell'Italia, una numerosa fanteria, e sembrava apparecchiato a dare esecuzione alle minacce che andava da gran tempo facendo. A tale notizia Adriano VI credette di dovere abbandonare le parti di pacificatore cui fin allora erasi conservato fedele. L'Italia era in pace, sebbene continuamente divorata dall'armata imperiale, ed omai seguiva una sola bandiera; ma l'invasione di Francesco I vi riconduceva la guerra. Il papa giudicò che non si scosterebbe dal carattere di comun padre de' fedeli guarantendo lo stato attuale, e respingendo di concerto con tutti gli altri Italiani una straniera invasione: per ciò il 3 di agosto sottoscrisse in Roma col vicerè di Napoli una confederazione che si andava da lungo tempo trattando, colla quale il papa, l'imperatore, il re d'Inghilterra, l'arciduca d'Austria, il duca di Milano, il cardinale de' Medici a nome de' Fiorentini, i Genovesi, i Sienesi, i Lucchesi, obbligavansi a provvedere in comune alla difesa dell'Italia. Tra questi confederati, gli uni doveano somministrare l'artiglieria e le munizioni, altri il danaro, altri i soldati. La nomina del generalissimo spettava al papa ed all'imperatore; ed in quest'occasione l'imperatore affidò il comando di tutte le forze dell'Italia a Prospero Colonna. Ferdinando d'Avalos, marchese di Pescara, che nella precedente campagna aveva con lui diviso il comando, geloso dei favori che l'imperatore accordava al suo vecchio collega, con cui erasi disgustato, aveva rinunciato alla carica di comandante della fanteria spagnuola, ed erasi recato a Valladolid, alla corte di Carlo V, per fare le sue lagnanze[55].

[55] _Gal. Capella, l. III, f. 27. — Fr. Guicciardini, l. XV, p. 250. — Mém. de M. du Bellay, l. II, p. 260. — P. Paruta, l. V, p. 318. — P. Jovii Vita Ferd. Davali, l. III, p. 337. — Rayn. Ann. Eccl., § 110, p. 394. — Scip. Ammirato, l. XXIX. p. 348. — Gio. Cambi, t. XXII, p. 340._

Le ostilità erano in sul punto di ricominciare, ma furono precedute dall'esplosione di due cospirazioni, che scoppiarono contemporaneamente in due opposte parti. Tra i cortigiani di Francesco Sforza, duca di Milano, trovavasi Bonifacio Visconti, suo ciambellano, che nudriva un segreto odio contro di lui e contro il Moroni, a motivo dell'assassinio di Ettore Visconti, suo parente, ch'egli credeva giustiziato per ordine loro, e perchè da loro era stato spogliato della prefettura di Val di Sesia. Il 25 di agosto, mentre tornava col duca da Monza a Milano, aveva questi ordinato ai dugento cavalli della sua guardia di tenersi a qualche distanza da lui per non incomodarlo colla polvere che facevano sollevare. Il duca cavalcava una mula, e trovavasi lontano da tutta la sua gente, quando Bonifacio Visconti, che aveva un gagliardissimo cavallo turco, corse a briglia sciolta verso di lui in atto di ricevere qualche ordine; ma, fattosegli vicino, gli diede un colpo di pugnale in sul capo. L'impazienza del cavallo turco, e la paura della mula del duca, fecero strisciare il colpo, e lo Sforza non rimase che leggermente ferito in una spalla. Il Visconti, spronando il suo cavallo, fuggì con tanta rapidità, che invano fu inseguito dalla cavalleria del duca, e potè porsi in sicuro prima in Piemonte, poscia in Francia. All'istante Galeazzo Birago, Milanese del partito francese, avuto avviso della cospirazione, e non dubitando della morte del duca, s'impadronì di Valenza in sul Po e della sua cittadella, per aprire ai Francesi questa porta della Lombardia; ma non arrivarono i soccorsi di Francia che gli erano stati promessi; ed Antonio de Leyva, che aveva il comando di Pavia, venne subito co' suoi Spagnuoli ad assediare Valenza, che fu presa dopo due giorni, senza che questa cospirazione avesse altri risultamenti, che di far trarre alla tortura, indi al supplicio molti gentiluomini milanesi sospetti di avervi avuto parte[56].

[56] _Fr. Guicciardini, l. XV, p. 251. — M. du Bellay, t. II, f. 281. — Gal. Capella, l. III, f. 28. — Fr. Belcarii, l. XVII, p. 523. — Gio. Cambi, t. XXII, p. 242._

Il ritardo dei soccorsi francesi, aspettati dal Birago, procedeva in parte dalla cospirazione del contestabile di Borbone. Francesco I, dopo di avere respinti gli Inglesi ed i Fiamminghi in Picardia, aveva posta ogni sua cura nel formare una potente armata per riconquistare il ducato di Milano. Aveva caricate tutte le città e tutte le province d'inaudite imposte, e pressochè intollerabili; aveva domandate decime al clero, impegnate le sue entrate ai mercanti lionesi per procurarsi danaro contante; e con tali modi aveva infatti ragunato un sufficiente tesoro per supplire ai bisogni della più dispendiosa campagna. Scontento di tutti coloro che fin allora avevano comandate le sue armate, volle condurre egli medesimo le sue truppe in Italia, e tali erano i suoi apparecchj, che gli presagivano un buon successo. Aveva adunate mille ottocento lance, sei mila Svizzeri, due mila Valesani, due mila Grigioni, sei mila Landsknecht, tre mila Italiani e dodici mila avventurieri francesi, che finalmente si era determinato di chiamare al mestiere delle armi, dopo avere sperimentato quanto gli fosse riuscita fatale la sua confidenza nelle truppe straniere[57].

[57] _Gal. Capella, l. III, f. 26. — Arn. Ferroni, l. VII, p. 138. — Mém. de M. du Bellay, l. II, p. 259-283. — Fr. Guicciardini, l. XV, p. 253. — Fr. Belcarii, l. XVII, p. 533. — Scip. Ammirato, l. XXIX, p. 348. — P. Paruta, l. XV, p. 319._

Quest'armata erasi di già riunita tra Lione e le montagne del Delfinato, quando Francesco I ebbe i primi indizj del tradimento che meditava contro di lui il contestabile di Borbone. Carlo III, conte di Montpensieri e duca di Borbone, era il più ricco ed il più rispettato di tutti i principi del sangue; era capo del ramo di Borbone-Montpensieri, che, nel suo diritto alla corona, avrebbe preceduti i Borboni-Vendomi, avi d'Enrico IV. A grande valore ed a molte belle qualità univa un orgoglio irascibile, una smisurata ambizione, ed una prodigalità senza limiti che gli aveva fatti contrarre enormi debiti. Due anni prima aveva risentita con indignazione l'ingiustizia che pretendeva essergli stata fatta da Francesco I nelle guerre di Fiandra, quando questi aveva data al duca d'Alenzon, suo cognato, piuttosto che a lui, contestabile di Francia, il comando della sua vanguardia[58]. Ma ciò che aveva spinto all'estremo il suo risentimento era il processo che gli aveva intentato innanzi al parlamento di Parigi Luigia di Savoja, madre del re, per riclamare da lui una parte dell'eredità di sua moglie, morta da poco tempo. Credeva non potere sperare giustizia dai tribunali in questa sua lite colla reggente, e risguardava questo processo come una prova della gelosia di Francesco I, che voleva ruinare la sua fortuna per poterlo più facilmente opprimere[59].

[58] _M. du Bellay, l. I, p. 143. — P. Jovii de Vita Ferd. Davali, l. III, p. 339._

[59] _Fr. Guicciardini, l. XV, p. 252. — M. du Bellay, l. II, p. 261. — Arn. Ferroni, l. VII, p. 136._