Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 15 (of 16)

Part 25

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Carlo V, che tacitamente aveva ritornato in sua grazia Alfonso d'Este, volle dargliene una prima dimostrazione il 25 di marzo, accordandogli l'investitura della città e della contea di Carpi, che aveva confiscata a pregiudizio di Alberto Pio in gastigo del di lui attaccamento alla Francia. Vero è che Alfonso pagò sessanta mila ducati in effettivo danaro per questo favore, promettendo di pagarne altri quaranta mila a lungo termine. I rispettivi diritti dell'impero, della santa sede e della casa d'Este furono in seguito discussi con molte scritture da varj giureconsulti, i quali conchiusero che le città di Modena, Reggio e Rubbiera non erano state altrimenti comprese nella donazione dell'esarcato di Ravenna, fatta ai pontefici da Pipino, o da Carlo Magno; e che perciò queste città non avevano mai cessato di far parte del dominio dell'impero. Per tal modo, piuttosto che riconoscere o i diritti delle popolazioni di essere governate pel loro maggiore vantaggio, o quelli de' trattati, o quelli che dà il possesso, si ricorse ad un'apocrifa transazione di un secolo barbaro, senza farsi carico di sette secoli di successive rivoluzioni. Carlo V, trovandosi in Colonnia il 21 dicembre del 1530, pronunciò la sua arbitramentale sentenza a favore della casa d'Este; soltanto il papa riuscì ad impedirne la pubblicazione fino al 21 aprile del 1531. Con questa si obbligava la santa sede a conferire al duca Alfonso l'investitura di Ferrara, contro il pagamento di cento mila ducati d'oro da farsi alla camera apostolica; mentre che la camera imperiale, la quale dal canto suo si era fatta lautamente pagare, accordò allo stesso duca l'investitura di Modena, Reggio e Rubbiera, come feudi dell'impero[466].

[466] _Fr. Guicciardini, l. XX, p. 549. — Ben. Varchi, t. IV, l. XII, p. 349. — Muratori Ann. d'Italia, t. X, p. 242. — P. Jovii Hist., l. XXVII, p. 137. — Lo stesso, vita d'Alfonso d'Este, p. 137._

Il duca d'Urbino era stato presentato in Bologna all'imperatore ed al papa dagli ambasciatori veneziani, ed era stato egualmente ben accolto dall'uno e dall'altro[467]. Federico Gonzaga, marchese di Mantova, era stato uno de' primi tra i piccoli potentati a fare la sua pace coll'imperatore, cui apparecchiava uno splendido ricevimento nella sua capitale, ottenendo in contraccambio da lui il 25 di marzo un diploma, col quale il marchesato di Mantova veniva eretto il ducato[468]. Il duca Carlo III di Savoja ed il marchese Bonifacio di Monferrato recaronsi pure personalmente a Bologna per fare la loro corte al monarca diventato il solo arbitro dell'Italia. Il primo era cognato dell'imperatore, essendo sua moglie Beatrice, siccome pure quella di Carlo V, figlia del re di Portogallo; ed era in pari tempo zio di Francesco I, perchè Luigia d'Angoleme, di lui madre, era sua sorella. Questo doppio parentado aveva senza dubbio contribuito a farlo rispettare dai due rivali monarchi in tempo delle guerre che avevano fino allora guastata l'Italia. I suoi stati avevano sofferto assai pel continuo passaggio delle armate, ma per altro erano sempre stati risguardati come neutrali: ma Luigia, duchessa d'Angoleme, morì nel susseguente anno, e Carlo III, perdendo la sua protettrice alla corte di Francia, credette più prudente consiglio di attaccarsi totalmente all'imperatore cui vedeva salito all'apice della potenza; e questo cambiamento di politica trasportò ne' suoi stati le guerre che bentosto si riaccesero tra i due rivali[469].

[467] _P. Jovii Hist. sui temp., l. XXVII, p. 110._

[468] _Ben. Varchi, l. XI, p. 59. — P. Jovii, l. XXVII, p. 110._

[469] _P. Jovii Hist. sui temp., l. XXVII, p. 110. — Mém. de M. du Bellay, l. IV, p. 140._

La repubblica di Genova occupava in allora un altissimo grado nel favore di Carlo, ed il liberatore di lei Andrea Doria aveva ricevuto dal monarca nuove distinzioni. Nella Toscana due altre repubbliche, Siena e Lucca, conservavano nell'oscurità la loro indipendenza: erano da lungo tempo affezionate al partito Ghibellino, e venivano considerate quali feudatarie dell'impero; avevano continuamente somministrati sussidj alle armate imperiali, ed il solo favore che domandavano in contraccambio, era di venire dimenticate; effettivamente al primo aspetto i loro rapporti cogli altri stati non parvero cambiati; ma il consolidamento della potenza imperiale in Italia le faceva sempre più di mano in mano decadere dal rango e dall'importanza di stati indipendenti.

La sola repubblica di Firenze non era compresa in questa pace universale: Carlo V aveva promesso al papa di sagrificargliela; e sul di lei territorio egli andava ragunando tutte le armate che successivamente richiamava dalle diverse province cui rendeva la pace. Tutta questa gente, nudrita nel sangue e ne' delitti, che aveva pel corso di trent'anni spogliate senza pietà ed avvolte nel dolore tutte le contrade dell'Italia, si adunava adesso in Toscana. Ma Carlo V preferiva di non essere testimonio dello sterminio di quell'industre ed illuminato popolo, che tanto aveva contribuito ai progressi delle lettere, delle arti, delle scienze, e che in faccia sua non aveva verun demerito. Egli si era legate le mani col papa, obbligandosi a non avere pietà dei Fiorentini; perciò non volle trovarsi a portata di sentire le loro preghiere, quando dovrebbe ricusar loro ogni compassione; e questo motivo si aggiunse a tutti gli altri sovraccennati, che già lo affrettavano a prendere la strada della Germania.

Carlo V si era proposto di ricevere in Italia le due corone della Lombardia e dell'impero. Secondo l'antica costumanza, avrebbe dovuto cingere la prima a Milano nella chiesa di sant'Ambrogio, e la seconda a Roma nella basilica di san Giovanni Laterano. Ma pare che troppo non desiderasse di vedere queste due città, le quali erano state barbaramente trattate da' suoi generali: pretestò lettere di suo fratello Ferdinando, re d'Ungheria, che lo affrettavano a recarsi in Germania, ed ottenne dal papa che le due coronazioni si facessero in Bologna. Queste cerimonie ebbero dunque luogo, la prima il 22 di febbrajo nella cappella del palazzo pontificio, la seconda il 24 di marzo nella cattedrale di san Petronio. Da ottant'anni a quella parte l'Italia più non aveva veduto coronarsi verun imperatore, e questa fu pure l'ultima coronazione. Tutto adunque contribuì a rendere questa cerimonia magnifica, ed il fasto e la pompa che si spiegarono in tale occasione, ed il rango de' personaggi che in tale circostanza corteggiarono l'imperatore, ed il terrore che inspiravano le vittoriose legioni che lo circondavano, e la gloria militare de' loro capi[470].

[470] _Fr. Guicciardini, l. XX, p 541. — P. Jovii Hist., l. XXVII, p. 105. — Bern. Segni, l. IV, p. 107. — Ist. di Gio. Cambi, t. XXIII, p. 51. — P. Paruta, l. VII, p. 510. — Alfonso de Ulloa vita di Carlo V, l. II, f. 119._

Ma la coronazione di Carlo V a Bologna è ancora più notabile, siccome l'epoca della nuova potenza cui erasi l'imperatore innalzato, e dell'intera servitù dell'Italia. Nè Carlo Magno, nè il primo Ottone, non avevano ottenuto in mezzo a tutta la gloria delle loro conquiste un così illimitato potere su tutta l'Italia come quello che vi esercitava Carlo V. I primi erano stati contenuti dalle prerogative della Chiesa, da' privilegj de' principi e delle città, e per quanto si estendessero le loro pretese, scontravano dovunque delle barriere che non potevano superare. Ma nell'istante in cui venne coronato Carlo V, più non eravi alcuna parte d'Italia che potesse chiamarsi indipendente. Il popolo che così lungamente aveva occupata la storia colle sue alte imprese, colle sue virtù, co' suoi talenti e colla sua politica, aveva cessato di esistere come nazione. Al mezzodì i due regni di Sicilia e di Napoli riconoscevano l'immediata sovranità di Carlo V. Lo stato della chiesa, che veniva dopo quelli co' suoi piccoli principi feudatarj, era stato talmente domo dalle vittorie dell'armata imperiale, che il papa aveva perduta ogni confidenza nelle proprie forze, ed ogni idea di resistenza. La Toscana, invasa dalle armate di Carlo, era vicina ad essere convertita in un principato feudale dell'impero. I duchi di Ferrara, di Mantova, di Milano, di Savoja, ed il marchese di Monferrato dovevano l'esistenza loro al beneplacito dell'imperatore, ed in questi ultimi mesi essi medesimi avevano confessate e più strettamente rannodate le loro catene. La repubblica di Genova, libera soltanto entro il recinto delle sue mura, si era colle sue esterne relazioni compiutamente assoggettata alla politica spagnuola. Quella di Venezia si era sottratta tremando ai pericoli che la minacciavano, ma non lasciava perciò di sentire tutta la sua debolezza: ella calcolava l'infelice suo stato meglio assai che non facevano i suoi vicini, e di già si assoggettava a quella timida e sospettosa condotta, con cui protrasse la sua esistenza per lo spazio di quasi tre secoli, rinunciando all'influenza che aveva fin allora esercitata su tutta l'Europa. Dall'una all'altra estremità dell'Italia la potenza dell'imperatore era del tutto illimitata. Colui che avesse avuto la disgrazia d'incontrare il suo risentimento, colui che ardito avesse, nei suoi discorsi, nelle sue scritture, di giudicare liberamente le di lui azioni o quelle de' generali o de' ministri di lui, non avrebbe trovato asilo contro la formidabile di lui collera, nè alla corte dei principi, nè in seno delle repubbliche. Tutti gl'Italiani tremavano ed ubbidivano; e quando Carlo V partì per recarsi in Germania, ne' primi giorni d'aprile del 1530, non aveva verun motivo d'inquietudine rispetto alle province che si lasciava alle spalle[471].

[471] _Ben. Varchi Stor. Fior., t. III, l. IX, p. 8, t. IV, l. XI, p. 60. — Bern. Segni, l. IV, p. 115. — P. Bizarri, l. XX, p. 489. — Alfonso de Ulloa vita di Carlo V, l. III, f. 121. — P. Paruta Ist. Ven., l. VII, p. 511._

FINE DEL TOMO XV.

TAVOLA CRONOLOGICA DEL TOMO XV.

CAPITOLO CXIV. _Elezione e papato d'Adriano VI; sconfitta dei Francesi alla Bicocca; convenzione di Cremona, in forza della quale sgombrano l'Italia; i Veneziani si staccano dalla Francia; ingresso di Bonnivet in Lombardia; morte di Adriano VI._ 1521-1523 _pag._ 3

I destini d'Italia si decidevano in forza di una guerra tra gli stranieri 3 Debolezza de' potentati italiani in confronto alle quattro monarchie che in allora disponevano dell'Europa 4 Ingrandimento della potenza territoriale dei papi 5 Leon X mantenendosi neutrale avrebbe accresciuta la sua possanza e protetti i suoi compatriotti 6 La sua inconsideratezza compromette la potenza temporale e spirituale della Chiesa 6 1517-1521 Principj della riforma cui presta poca attenzione 7 La riforma risveglia in Italia inquietudine, non curiosità 8 La fede religiosa era somma; ma la religione non occupava gli animi 9 Prodigalità di Leon X che l'avrebbe posto in grande imbarazzo, se fosse vissuto più a lungo 10 1517-1521 L'armata di Lombardia, abbandonata dalla Chiesa, si discioglie 10 Il signore di Lautrec non sa, o non può approfittare della debolezza de' suoi avversarj 11 Sollevazione negli stati della Chiesa. Francesco Maria della Rovere ricupera il ducato d'Urbino 12 1522 5 gennajo. I Baglioni sono di bel nuovo ricevuti in Perugia 12 Rivoluzioni a Camerino, a Todi, e tentativo sopra Siena 13 Il duca di Ferrara ricupera tutto ciò che aveva perduto 14 1521 26 di dicembre. Apertura del conclave; credito del cardinale Giulio de' Medici 16 Rivalità di Prospero Colonna, che impedisce che sia eletto 16 1522 9 gennajo. Inaspettata elezione d'Adriano Florent, che si fa chiamare Adriano VI 17 Governo della Chiesa durante la lontananza del papa 18 21 gennajo. Il card. de' Medici torna a Firenze 19 Lusinga la società de' giardini Rucellai colla speranza di rendere la libertà alla sua patria 20 Non avendo più che temere per parte de' Francesi, si leva la maschera 22 7 di luglio. Fa perire due repubblicani fiorentini per avere cospirato contro di lui, ed altri ne bandisce 22 Dissipazioni di Francesco I, che fanno mancare le imprese sulla Lombardia 23 1522 Funeste conseguenze di ciò ch'egli soleva chiamare, _aveva liberati i re dalla tutela de' loro famigliari_ 24 Funeste conseguenze della sua diffidenza dei comuni, che priva la Francia d'una infanteria nazionale 24 1.º di marzo. Il Lautrec passa l'Adda e si avvicina a Milano 26 Attività di Prospero Colonna e de' generali imper. nel difendere Milano 26 Morte di M. A. Colonna e di Camillo Trivulzio 28 Il Lautrec prende Novara, ed è respinto sotto Pavia 28 Gli Svizzeri della sua armata chiedono che si avvicini ad Arona 29 Le due armate soffrono egualmente pel ritardo del loro soldo 29 Gli Svizzeri domandano ad alta voce il congedo o la battaglia 30 Crequì, signore di Pondormì, si avanza per riconoscere Prospero Colonna alla Bicocca 31 Gli Svizzeri, malgrado il suo rapporto, sforzano il Lautrec a venire a battaglia 32 29 aprile. Disposizioni del Lautrec per la battaglia della Bicocca 33 Gli Svizzeri attaccano prima che gli altri corpi giungano sulla linea 34 Gli Svizzeri che attaccano di fronte le batterie vengono respinti, dopo avere perduti tre mila uomini 35 1522 Sono pure respinti il maresciallo di Foix ed il Lautrec 36 Gli Svizzeri si ritirano ne' loro paesi, e Lautrec passa alla corte 37 Giustificazione di Lautrec, cui Luigia di Savoja aveva intercettati i sussidj destinatigli dal re 38 Sorpresa di Lodi e dedizione di Pizzighettone agl'imperiali 39 26 di maggio. Convenzione di Cremona, in forza della quale Lescuns promette di evacuare la Lombardia 40 6 di luglio. La convenzione si eseguisce, ed i Francesi si ritirano 40 Prospero Colonna si avanza verso Genova per iscacciarne Ottaviano Fregoso 41 30 maggio. Genova viene sorpresa e saccheggiata dagli Spagnuoli 42 Il duca di Lungavilla, giunto essendo fino a Villanuova d'Asti, si ritira 43 L'Italia oppressa dall'armata imperiale 43 Gli stati indipendenti assoggettati ad arbitrarie contribuzioni 44 Gl'Italiani aspettano con impazienza l'arrivo del papa 45 29 agosto. Adriano VI giugne a Roma dopo essersi sottratto ad un abboccamento con Carlo V 46 Scienza e virtù monastiche di Adriano VI 46 I Romani ravvisano in esso un barbaro, nemico delle arti e delle lettere 47 1522 Progetti di riforma di Adriano VI, tutti dannosi ai Romani 47 Peste in Roma ed in Firenze disseminatasi per la negligenza d'Adriano VI 48 25 dicembre. Solimano il _magnifico_ occupa Rodi 48 1523 Adriano VI riconcilia alla Chiesa i duchi d'Urbino e di Ferrara 49 Il card. Soderini, ministro del papa, propende a favore della Francia 50 Disgrazia del Soderini, per cui il papa entra nel partito imperiale 52 14 aprile. Il castello di Milano si arrende a Prospero Colonna 52 La repubblica di Venezia ufficiata ad abbandonare l'alleanza francese 53 I Veneziani non vogliono esporsi ad una guerra coi Turchi 54 Fine di luglio. Loro alleanza coll'imperatore, con suo fratello, e con Francesco Sforza 55 Condizioni di questa nuova alleanza 55 3 di agosto. Confederazione del papa, dell'imperatore, del re d'Inghilterra, dell'arciduca d'Austria, di Milano, Firenze, Genova, Siena e Lucca 57 25 agosto. Tentativo di Bonifacio Visconti per assassinare il duca di Milano 58 Rivoluzione di Valenza che viene compressa da Antonio di Leyva 59 Possente armata adunata da Francesco I per attaccare l'Italia 60 1523 Segreto malcontento del Borbone contro di lui 61 Cospirazione del Borbone contro la stessa esistenza della Francia 62 Il Borbone inganna il re, e fugge da Moulins a Besanzone 64 Moltissimi gentiluomini implicati nella congiura del Borbone 65 Francesco I rinuncia al comando della sua armata, e lo trasferisce all'ammiraglio Bonnivet 65 Prospero Colonna, cui era affidata la difesa dell'Italia, trovavasi infermo d'animo e di corpo 66 Timidità ed affettati indugj del duca d'Urbino 67 Debolezza dell'armata imperiale, che vuole difendere il Ticino 68 14 di settembre. L'armata francese passa il Ticino per portarsi verso Milano 69 Papa Adriano VI muore lo stesso giorno dopo breve malattia 69 I Romani risguardano la di lui morte come una liberazione 70

CAPITOLO CXV. _Elezione di Clemente VII. Disastrosa campagna de' Francesi in Italia sotto Bonnivet; campagna ancora più infelice di Francesco I, che è fatto prigioniero nella battaglia di Pavia._ 1523-1525 72