Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 15 (of 16)
Part 24
[440] _Ben. Varchi, l. VIII, p. 291. — P. Jovii, l. XXVII, p. 84. — Bernardo Segni, l. III, p. 70. — Lettere de' Princ., t. II, f. 178_, relative alla missione dell'arcivescovo di Capoa.
Col trattato di Barcellona Clemente VII prometteva a Carlo V la corona imperiale, che questi disponevasi a venire a prendere in Italia; gli accordava l'investitura del regno di Napoli pel solo tributo d'una cavalla bianca, e la licenza di levare contribuzioni sul clero de' suoi stati. Più variati assai erano gli obblighi di Carlo V; dessi risguardavano la santa sede, la casa de' Medici, ed il ducato di Milano. L'imperatore prometteva al papa di fargli restituire Ravenna e Cervia dai Veneziani, e Modena, Reggio e Rubbiera dal duca di Ferrara. La casa de' Medici più non era rappresentata che dal bastardo Alessandro, perciocchè il papa, sorpreso da grave malattia in principio del 1529, per non lasciare i suoi nipoti senza appoggio nel mondo, aveva il 10 di gennajo dato il cappello di cardinale ad Ippolito da lui sempre prediletto, e cui aveva avuto già prima intenzione di unire in matrimonio all'erede di Vespasiano Colonna, sua pupilla[441]; Carlo V prometteva di rimettere Firenze in potere della casa de' Medici, e di maritare sua figliuola naturale Margarita con Alessandro, che il papa destinava al governo di quella repubblica; all'ultimo l'imperatore prometteva di rimettere alla decisione di un giudice non sospetto la sorte di Francesco Sforza e del ducato di Milano[442].
[441] _Ben. Varchi, l. VIII, p. 219. — Filippo de' Nerli, l. VIII, p. 169. — Ber. Segni, l. II, p. 49._ — Lettera di Gio. Battista Sanga a Baldassare Castiglione, nunzio in Ispagna, del 10 febbrajo 1529, _t. II, Lettere de' Principi, f. 154._
[442] _Fr. Guicciardini, l. XIX, p. 521. — P. Jovii Hist. sui temp., l. XXVII, p. 85. — Ben. Varchi, l. VIII, p. 292-294. — Bern. Segni, l. III, p. 71. — Jac. Nardi, l. VIII, p. 342-347._
La notizia del trattato di Barcellona portata a Cambrai, vi affrettò la conclusione del trattato delle Dame, che così fu chiamato quello che negoziavano Luigia di Savoja e Margarita d'Austria. Queste dal canto loro sottoscrissero il 5 agosto del 1629 la convenzione che doveva rendere la pace all'Europa. Ma per quanto fosse grande la diffidenza che aveva potuto eccitare la politica delle corti, l'Europa non era apparecchiata allo scandaloso scioglimento di tutti gl'intrighi che per lo spazio di trent'otto anni avevano occupato il gabinetto di Francia. Col trattato di Cambrai Francesco I sagrificava tutti i suoi alleati, senza nemmeno raccomandarli alla clemenza dell'imperatore, cui li lasciava in balìa. Egli abbandonò coloro che avevano prese le armi in tempo della sua prigionia, che avevano fatto tremare gl'imperiali dopo la vittoria di Pavia, che lo avrebbero anche liberato se egli non avesse tanto affrettata la sua andata in Ispagna, che dopo tale epoca avevano costantemente per lui combattuto, sagrificandogli i loro tesori, i loro soldati, le loro province. Niente stipulò a favore di Firenze, la quale dietro i di lui eccitamenti aveva provocata la collera di Carlo V, e rifiutato più volte vantaggiose offerte di neutralità; niente per Venezia, che dal principio del di lui regno fino al presente erasi mantenuta fedele alleata della Francia, e verso la quale egli aveva recentemente assunti più formali impegni. Vero è che i Veneziani ed i Fiorentini trovavansi nominati nel trattato, ma soltanto per esserne esclusi con un'indegna soverchieria. Diceva uno degli articoli: «Inoltre il detto signore re cristianissimo procurerà che il comune di Firenze si convenga coll'imperatore entro tre mesi da contarsi dalla data del presente trattato, e ciò fatto desso comune sarà compreso nel presente trattato, e non altrimenti.» Un altro articolo nominava i Veneziani per obbligarli ad evacuare tutte le piazze del regno di Napoli nel termine di sei settimane[443]. Ma le pretese intorno alle quali dovevano andare d'accordo, i sagrificj che dovevano fare, o i giudici delle loro liti non erano altrimenti indicati; onde questi alleati erano del tutto abbandonati all'arbitraria volontà dell'imperatore, ed erano, fin che questi non avesse loro accordata la pace, esclusi dal trattato.
[443] _Ben. Varchi Stor. Fior., l. IX, p. 10. — Rymer Acta pub., t. XIV, p. 335 e 340._
Parimenti il re di Francia nulla aveva convenuto pel duca di Milano, al quale aveva guarentiti gli stati col trattato dell'ultima alleanza; nulla pel duca di Ferrara, cui, come pegno d'indissolubile amicizia, aveva dato in matrimonio sua cognata, figliuola del suo predecessore; nulla per i baroni Romani, ed in particolare per gli Orsini, che, col loro attivissimo zelo e co' moltiplici loro servigj a favore della Francia, avevano posta in compromesso la propria esistenza, nulla per i Fregosi a Genova, che fortunatamente trovarono maggiore riconoscenza presso la repubblica di Venezia, nulla pel partito d'Angiò in tutto il regno di Napoli, il quale, mosso dalla memoria d'un'antica fedeltà, aveva prese le armi a di lui favore, e trovavasi oramai respinto verso i patiboli; anzi Francesco si obbligò vergognosamente a non dare asilo ne' proprj stati a nessuno di coloro che avessero portate le armi contro Carlo V, privandosi in tal modo della possibilità di poter dare qualche soccorso a quelli, ch'egli aveva spinti alla loro ruina[444].
[444] _B. Varchi Stor. Fior., t. III, l. IX, p. 11. — Fr. Guicciardini, l. XIX, p. 523. — Bern. Segni, l. III, p. 73. — Filippo de' Nerli, l. VIII, p. 183. — Jac. Nardi Ist. Fior., l. VIII, p. 346. — P. Paruta, l. VI, p. 491. — Rymer Acta, t. XIV, p. 336._
Quest'abbandono di tutti gli alleati della Francia era tanto più scandaloso in quanto che Carlo V nello stesso trattato dava un esempio tutt'affatto contrario. Egli non dimenticò gl'interessi di coloro che si erano per lui sagrificati. L'art. 35 ristabiliva in tutti i loro beni gli eredi del duca Carlo di Borbone, come se questi mai non avesse abbandonata la Francia; i susseguenti articoli volevano il mantenimento o il ristabilimento de' diritti ed interessi del conte di Pont-de-Vaux, del principe d'Orange, della duchessa di Vandome, del conte di Gavre, del marchese d'Arschott, finalmente di tutti coloro che, pel loro zelo verso l'imperatore, avevano compromessi i loro diritti o le sostanze da loro possedute in Francia[445]. Vero è che Francesco non si curò di rispettare gl'impegni che assumeva, e tosto che riebbe i suoi figli, fece di nuovo sequestrare i beni di tutti i ribelli francesi[446].
[445] _Hist. de la Diplomatie française, l. III, p. 358._
[446] _Ben. Varchi, l. IX, p. 11._
Col sagrificio de' suoi alleati, de' suoi impegni, del suo onore, Francesco I aveva ottenuto grandi modificazioni al trattato di Madrid: egli più non rendeva a Carlo V il ducato di Borgogna, il territorio d'Auxerre, il Maconnese, Bar sulla Senna, la viscontea d'Auxonne, e le dipendenze di San Lorenzo, siccome si era obbligato per ricuperare la sua libertà. Soltanto rinunciava a tutti i diritti di supremazia sopra le province della Fiandra, che restavano all'imperatore; come pure ad ogni diritto sopra tutti gli stati d'Italia da' quali obbligavasi a ritirare le sue truppe prima che spirassero sei settimane. In iscambio gli venivano restituiti i suoi figliuoli a condizione di pagare due milioni di scudi, e di sposare Eleonora, sorella dell'imperatore, e regina vedova di Portogallo, siccome era stato convenuto nel trattato di Madrid[447].
[447] _Hist. de la diplom. fran., l. III, p. 355-359. — Mém. de M. du Bellay, l. III, p. 122. — Ben. Varchi, l. IX, p. 8. — P. Paruta, l. VI, p. 492. — Ar. Ferroni, l. VIII, p. 174 — Gal. Capella, l. VIII, f. 93._ — Il trattato trovasi per disteso in _Rymer Acta pub., t. XIV, p. 326-344._
Questo trattato, forse il più fatale all'onore della Francia di qualsiasi altro sottoscritto da verun monarca francese, si pubblicò il 5 di agosto nella chiesa di Cambrai. Pochi dì prima, e quando tutti gli articoli erano di già convenuti, Francesco I aveva protestato agli ambasciatori degli alleati, che mai non gli abbandonerebbe, ed aveva rifiutato ai Fiorentini l'assenso loro accordato dal suo predecessore nel 1512 di fare una pace parziale coll'imperatore, assenso caldamente ricercato allora di bel nuovo dal loro ambasciatore[448].
[448] _Fr. Guicciardini, l. XIX, p. 524. — Ben. Varchi, l. IX, p. 4._
Il re, che in tempo delle negoziazioni si era recato fino a Compiegne, andò a Cambrai per vedere Margarita subito dopo la sottoscrizione degli articoli; ma perchè sostenere non poteva la vista degli ambasciatori che aveva ingannati, ricusò loro udienza sotto diversi pretesti. Finalmente quando si vide costretto a ricevere Baldassare Carducci, ambasciatore dei Fiorentini, gli volle far credere che il trattato di Cambrai non fosse che uno stratagemma necessario per riavere i suoi figliuoli; protestò non essere altrimenti mutate le sue disposizioni, e se ad onta di qualsiasi impegno ch'egli avesse preso, essere sempre pronto ad assistere i Fiorentini, che incoraggiò pure a fare una vigorosa resistenza[449].
[449] _Fr. Guicciardini, l. XIX, p. 525. — Benedetto Varchi, l. IX, p. 14. — Filip. dei Nerli, l. IX, p. 185._
Carlo V non aveva aspettato che si conchiudesse il trattato di Cambrai per prendere la strada d'Italia. Aveva spedito Andrea Doria a Barcellona per assumere il comando delle sue galere; lo aveva onorato più che verun altro monarca non avesse fatto mai un cittadino; aveva voluto che si coprisse alla sua presenza, e lo aveva investito del principato di Melfi[450], confiscato a danno di Ser Gianni Caraccioli. Tostocchè si fu accordato col papa, egli infatti recossi a Barcellona, ed il 29 di luglio andò a bordo della flotta genovese, risguardando di già come sicura la pace colla Francia[451]. Il tragitto fu assai penoso; ed egli non arrivò a Genova che il 12 di agosto, ove ricevette gli articoli della pace di Cambrai. Colà trovavasi alla testa d'un'armata appositamente adunata per dare esecuzione alla pace. Prima di lui erano giunti a Genova due mila Spagnuoli; conduceva sulla sua flotta mille cavalli e nove mila fanti, e doveva essere raggiunto in Lombardia dal capitano Felice di Virtemberga, che gli conduceva otto mila Landsknecht. Nello stesso tempo il principe d'Orange radunava all'Aquila il resto dell'armata che aveva presa Roma e difesa Napoli. Vi si trovavano tre mila Tedeschi, in addietro arruolati sotto il contestabile di Borbone e sotto Giorgio Frundsberg, e quattro mila Italiani che servivano senza paga sotto il comando di Fabrizio Maramaldo di Calabria. Una piccola armata spagnuola, composta degli avanzi delle vecchie bande che si erano sottratte a quelle micidiali campagne, spingeva con poca apparenza di buon esito l'assedio di Monopoli in Puglia, sotto gli ordini del marchese del Guasto, e faceva testa ai Veneziani, che in questa provincia avevano ottenuti alcuni vantaggi[452].
[450] _Ben. Varchi Stor. Fior. l. IX, p. 23. — Jac. Bonfadii An. Genuens., l. II, p. 1349. — Bern. Segni Stor. Fior., l. III, p. 76._
[451] _Fr. Guicciardini, l. XIX, p. 526. — P. Jovii, l. XXVII, p. 93. — Jac. Bonfadii, l. II, p. 1349. — Fr. Belcarii, l. XX, p. 627._
[452] _Fr. Guicciardini, l. XIX, p. 525. — Ben. Varchi, l. IX, p. 24. — P. Bizarri, l. XX, p. 479. — P. Paruta, l. VI, p. 489. — Lettere de' Princ., t. II, f. 160._
Carlo V era entrato in Italia, intenzionato di valersi di tutti i diritti che aveva acquistati colla vittoria e colla rinuncia di Francesco I; e per verità la di lui armata era abbastanza numerosa ed agguerrita per fargli credere agevole l'esecuzione de' suoi progetti. Ma gli alleati d'Italia, sebbene abbandonati dal re di Francia, non mostravansi del tutto scoraggiati. I Fiorentini spedirono a Genova ambasciatori a Carlo; ma essi ostinatamente rifiutavano di trattare con Clemente VII. L'armata de' Veneziani non era per anco stata attaccata; Malatesta Baglioni tratteneva sotto Perugia quella del principe d'Orange; ed il vescovo di Tarbes, ambasciatore di Francia, non lasciava di persuadere gli alleati a fare resistenza, anche dopo pubblicata la pace, facendo loro sperare i soccorsi di una potente armata francese, che diceva essere di già in cammino[453].
[453] _Fr. Guicciardini, l. XIX, p. 527. — Ben. Varchi, t. III, l. IX, p. 14._
D'altra parte l'urgente pericolo del fratello di Carlo V e di tutto l'impero stesso germanico richiamava a sè l'attenzione dell'imperatore. Solimano con un'armata, che facevasi ascendere a cento cinquanta mila uomini, aveva invaso e guastato tutto il regno d'Ungheria, ed il 13 di settembre aveva posto l'assedio a Vienna. Il tradimento del Visir di Solimano, o la destrezza di Ferdinando, costrinsero veramente il turco a levare l'assedio il 16 di ottobre; ma quel superbo monarca, ritirandosi sdegnato, minacciava tuttavia, ed il terrore incusso dal suo prossimo ritorno era proporzionato alla violenza della sua collera. Altronde la Germania, divisa dalle dispute religiose, vedeva lo spirito d'indipendenza andar crescendo cogli avanzamenti della riforma; e l'imperatore sentiva il bisogno di fissarvi per alcun tempo la sua residenza, onde ristabilirvi l'autorità imperiale; finalmente sperimentava egli stesso quella penuria, che spesse volte aveva lasciata provare ai suoi generali. Aveva tutti esauriti i suoi mezzi per equipaggiare la flotta e trasportare la sua armata, ed in principio della campagna si trovava di già senza danaro. Non pertanto egli non aveva cuore di risolversi a far esercitare sotto i proprj occhi le orribili esazioni con cui Antonio di Leiva ed il principe d'Orange avevano tanto tempo mantenute le loro armate[454].
[454] _Ben. Varchi, l. X, p. 235. — P. Jovii Hist. sui temp., l. XXVII, p. 92. — Alf. de Ulloa vita di Carlo V, l. II, f. 117. — Jo. Sleidani Comm. de statu Relig. et Reip., l. VI, f. 102._
Per tutti questi motivi Carlo V s'impose, trattando cogli stati d'Italia, una moderazione che non potevasi da lui sperare, e che infatti non si accordava col suo carattere. I soli ai quali non volle accordare veruna indulgenza furono i Fiorentini, non perchè avesse qualche particolare motivo di odio contro di loro, ma perchè credeva per sè vantaggioso di soddisfare pienamente a Clemente VII, e perchè era sollecito di togliere ai popoli il pericoloso esempio d'uno stato che la libertà rendeva prospero[455].
[455] Istruzione al vescovo di Vaison, nunzio presso l'imperatore, intorno al modo da tenersi da questi verso gli stati italiani. Roma; 25 agosto 1529. _Lett. de' Princ., t. II, f. 181._
Il 30 di agosto era partito da Genova alla volta di Piacenza, e gli ambasciatori fiorentini che l'avevano seguito, non avendo potuto ottenere pieni poteri, dei quali egli voleva che fossero muniti, per trattare col papa, non vennero ammessi alla sua udienza[456].
[456] _Fr. Guicciardini, l. XIX, p. 528. — Jac. Nardi, l. VIII, p. 348. — Bern. Segni, l. III, p. 75. — P. Jovii, l. XXVII, p. 95._
Frattanto Antonio di Leiva manteneva viva la guerra contro il duca di Milano; ed il marchese di Mantova, che a prezzo d'oro aveva ottenuto di rientrare nell'alleanza dell'imperatore, era stato posto al comando di un'armata che doveva attaccare i Veneziani. Vero è che queste due guerre trattavansi assai mollemente. Il duca di Milano ed i Veneziani, che egualmente cercavano di negoziare coll'imperatore, temevano d'inasprirlo approfittando de' loro vantaggi. Gli ultimi avevano rinunciato all'attacco di Brindisi, e ritirata la loro flotta a Corfù, evitando una battaglia. Il primo aveva lasciato sorprendere Pavia, che Annibale Picinardo, suo governatore, aveva per tradimento venduta ad Antonio di Leiva; ma sperava tuttavia di potere difendere Cremona e Lodi, ed ambidue si erano vincolati a non trattare separatamente l'uno dall'altro[457].
[457] _Fr. Guicciardini, l. XIX, p. 529. — B. Segni, l. III, p. 90. — P. Jovii, l. XXVII, p. 96. — P. Paruta, l. VI, p. 490. — Gal. Capella, l. VIII, p. 94._
Clemente VII e Carlo V erano d'accordo di avere un abboccamento in Bologna. Il primo vi si recò in sul finire di ottobre, per ricevere l'illustre suo ospite[458]. Carlo, dietro le calde istanze di Alfonso duca di Ferrara, attraversò i ducati di Modena e di Reggio per passare da Piacenza a Bologna; venne accolto ai confini da Alfonso, che da lungo tempo negoziava per riavere la di lui grazia, e che, mai più non abbandonandolo per molti giorni, riuscì finalmente a guadagnarsi il di lui favore. L'imperatore fece il suo ingresso in Bologna il 5 di novembre, ed il restante dell'anno fu consacrato alle negoziazioni, che dovevano finalmente fissare la sorte dell'Italia[459].
[458] _Ben. Varchi, l. X, p. 202. — P. Jovii, l. XXVII, p. 100._ Lettera del papa all'imperatore, da Bologna il 27 ottobre. _Lett. de' Princ., t. II, f. 186._
[459] _Fr. Guicciardini, l. XIX, p. 536. — Ben. Varchi, l. X, p. 252. — Bern. Segni, l. III, p. 92. — P. Jovii, l. XXVII, p. 100. — Fr. Belcarii, l. XX, p. 628. — Galeat. Capella, l. VIII, p. 94. — P. Paruta, l. VI, p. 495 — P. Giovio vita d'Alf. d'Este, p. 132._
Il papa non aveva cessato di proteggere Francesco Maria Sforza, e non aveva pure voluto dare orecchio ad alcune proposizioni che gli si erano fatte di stabilire la casa de' Medici a Milano piuttosto che a Firenze[460]. Ottenne per lo Sforza un salvacondotto, munito del quale questi si recò a Bologna il 22 di novembre. Appena giunto, l'infelice stato della sua salute diede subito a conoscere che non vivrebbe lungo tempo, e che Carlo V nulla arrischiava trattandolo favorevolmente, poichè con lui spegnevasi la di lui famiglia, ed il ducato di Milano ricadeva all'imperatore. Dopo un mese di negoziazioni, delle quali il papa si fece mediatore, il 23 dicembre del 1529 furono sottoscritti il trattato di pace dello Sforza e quello de' Veneziani[461].
[460] _Ben. Varchi, l. X, p. 251._
[461] _Fr. Guicciardini, l. XIX, p. 537. — Ben. Varchi, l. X, p. 256. — Bern. Segni, l. III, p. 94. — P. Jovii, l. XXVII, p. 103. — Gal. Capella, l. VIII, f. 94. — P. Paruta, l. VI, p. 500._
Francesco Sforza venne rimesso nel ducato di Milano, e ne ottenne l'investitura imperiale, o piuttosto, ottenne la conferma di quella che aveva già ricevuta molt'anni prima. Ma egli staccò da questo ducato la contea di Pavia, che cedette ad Antonio di Leiva, il quale ne doveva conservare la sovranità per tutto il tempo della sua vita. Lasciò inoltre in mano dell'imperatore la città di Como ed il castello di Milano come guarenzia dei pagamenti che prometteva di fargli nel susseguente anno. Infatti prima che quell'anno terminasse, prometteva di pagare all'imperatore quattrocento mila ducati per prezzo di quest'investitura; e nei dieci successivi anni, doveva ogni anno pagarne cinquanta mila, che in tutto formavano la somma di novecento mila ducati, pel quale prezzo Carlo V gli vendeva il suo ristabilimento nell'eredità de' suoi antenati. Ma per formare così enorme somma in un paese sventurato, guastato da trent'anni di atroci guerre, dalla carestia e dalla peste, d'uopo era di aggravare la mano sui contribuenti con crudeli imposizioni.
Perciò i Milanesi non trovarono sotto Francesco Sforza quel riposo e quella prosperità che da tanto tempo desideravano. Ne' pochi anni che ancora passarono sotto il di lui governo, poterono appena cicatrizzare le profonde piaghe che loro aveva fatte la guerra, e più volte ebbero a dolersi dell'eccessivo prezzo che pagavano pel ritorno del loro principe[462]. Per affezionare Francesco alla sua casa, Carlo V gli fece sposare sua nipote Cristierna, figlia del re di Danimarca, la quale principessa arrivò a Milano in aprile del 1534. Ma questo matrimonio inspirava poca confidenza ai principi ed ai popoli vicini. La salute di Francesco Sforza era a tale termine ridotta, che non potevasi avere lusinga di vederlo godere una lunga vita, nè avere speranza che lasciasse figliuoli dopo di lui. Infatti egli morì il 24 ottobre del 1535, senza posterità, chiamando con suo testamento erede l'imperatore[463].
[462] _Fr. Guicciardini, l. XIX, p. 537. — Bern. Segni, l. III, p. 94. — Gal. Capella, l. VIII, f. 96_ ed ultimo.
[463] _P. Paruta, l. VII, p. 559. — Mém. de M. du Bellay, l. VI, p. 300. — Murat. Ann. ad annum._
Per ottenere la pace i Veneziani restituirono al papa le città di Ravenna e di Cervia, ed all'imperatore i porti sull'Adriatico ch'essi avevano conquistati nella Puglia. Essi ad ogni modo richiesero un assoluto perdono per tutti coloro che gli avevano serviti, e che tornavano sotto gli antichi loro sovrani. Dal canto loro accordarono pure il perdono ad una parte de' loro esiliati, e fissarono sui loro beni una pensione a favore di coloro cui non vollero permettere di tornare in patria. Inoltre i Veneziani promisero di pagare a certi termini i dugento mila ducati di cui andavano tuttavia debitori verso l'imperatore, e si obbligarono di aggiungerne altri cento mila come prezzo della pace. Fecero ricevere il duca d'Urbino, loro generale, sotto la protezione dell'imperatore, e finalmente si obbligarono a guarentire i possedimenti dell'imperatore in Italia, e del duca di Milano, ma soltanto contro i principi cristiani, non volendo sottoscrivere verun trattato che potesse strascinarli in una guerra contro i Turchi[464].
[464] _P. Paruta Ist. Ven., l. VI, p. 505. — Fr. Guicciardini, l. XIX, p. 538. — Ben. Varchi, l. X, p. 257. — P. Jovii Hist., l. XXVII, p. 104._
Il trattato di pace di Alfonso, duca di Ferrara, fu assai più che non i precedenti difficile a conchiudersi; negli altri due il papa aveva fatte le parti di mediatore, mentre che era ostacolo egli medesimo alla conchiusione di questo. Aveva lungamente cercato d'impedire che Alfonso non fosse ammesso in Bologna, ed a stento acconsentì di accordargli un salvacondotto il 20 marzo del 1530. Dopo tale epoca Alfonso trattò i suoi affari personalmente; ma egli doveva difendere contro il papa la totalità de' suoi stati. Clemente VII riclamava per la santa sede Modena e Reggio, conquistate dai suoi predecessori, e Ferrara che pretendeva avere Alfonso perduta coll'avere egli fatta la guerra al papa, suo supremo signore. Carlo V non desiderava di rendere tanto potente lo stato della Chiesa; egli si riprometteva assai più dell'ubbidienza all'impero di un duca di Ferrara, che di un futuro papa; e soltanto egli voleva aggiustare queste vertenze prima di abbandonare l'Italia, per non lasciare dietro di sè alcun seme di guerra; in conseguenza stimolava Alfonso di prenderlo arbitro di tutti i suoi interessi. Alfonso, che conosceva il trattato di Barcellona, col quale l'imperatore si era obbligato a far restituire alla santa sede Modena, Reggio e Rubbiera, aveva paura di acconsentirvi; Clemente VII dal canto suo non diffidava meno di assoggettare alla disamina de' giureconsulti i diritti totalmente immaginarj della santa sede sopra Modena e Reggio. Per persuaderlo, Carlo V segretamente gli promise, che, dopo l'esame de' reciproci diritti, se i giureconsulti decidevano a favore della santa sede, pubblicherebbe e farebbe eseguire la loro sentenza, che, se accadesse il contrario, la sentenza non sarebbe mai pubblicata, e che, spirato il termine del compromesso, le due parti rientrerebbero ne' rispettivi diritti. Dopo quest'iniqua convenzione, il papa ed il duca di Ferrara si assoggettarono all'arbitramento della camera imperiale con un compromesso sottoscritto il 20 di marzo, e le terre contestate furono depositate in mano dell'imperatore[465].
[465] _Ben. Varchi, t. IV, l. XI, p. 58. — Muratori Ann. d'Italia ad an. — P. Giovio vita d'Alfonso d'Este, p. 134._