Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 15 (of 16)

Part 23

Chapter 233,733 wordsPublic domain

Non era gran tempo che la peste più non infieriva, quando in una delle prime sedute del gran consiglio, il 9 febbrajo del 1528, Niccolò Capponi si animò in parlando de' gastighi di Dio e della sua compassione; tenne arringando quasi i termini medesimi adoperati già dal padre Savonarola in pulpito, e terminò la sua allocuzione gettandosi in ginocchioni ed implorando ad alta voce la divina misericordia. Il consiglio, strascinato dal suo esempio, replicò, stando pure in ginocchio, il grido di misericordia e decretò in appresso, dietro proposizione fatta dal Capponi, che Cristo sarebbe dichiarato perpetuo re di Firenze, e fece collocare alla porta principale del palazzo pubblico un'iscrizione che attestava questa nomina. Ma que' medesimi che non si erano opposti al Capponi nelle sue estasi religiose, per timore di cadere in sospetto d'empietà, lo motteggiavano in appresso per la città come imbecille, o lo accusavano d'ipocrisia[418].

[418] _Ben. Varchi, t. II, l. V, p. 53. — Jac. Nardi, l. VIII, p. 340. — Filip. de' Nerli, l. VIII, p. 170. — Bern. Segni, l. I, p. 31. — Gio. Cambi, t. XXIII, p. 5._

Malgrado l'alienamento che avevano pel Capponi tutti gli amici più ardenti della libertà, il 10 giugno del 1528, egli fu confermato per esercitare la seconda volta l'ufficio di gonfaloniere, e tale elezione riuscì universalmente gradita al popolo, che trovava nel capo dello stato moderazione, disinteresse ed amore del ben pubblico[419]. Durante la sua amministrazione egli aveva cercato di riformare i tre più importanti rami del governo, la giustizia, la finanza e la guerra; ed aveva se non altro ottenuto di rendere più tollerabili diverse istituzioni assai viziose.

[419] _Ben. Varchi, l. VI, p. 133. — Bern. Segni, l. I, p. 31. — Filippo de' Nerli, l. VIII, p. 171._

Erasi fin allora sperimentato che i delitti politici non erano mai in Firenze giudicati imparzialmente; e sebbene alternativamente portati al tribunale del podestà, della signoria, degli otto di balìa e del gran consiglio, le sentenze erano sempre state il trionfo di un partito sull'altro. In giugno si pubblicò una legge che accordava l'interposizione dell'appello di tutti i delitti politici e militari ad un nuovo tribunale detto la _quaranzia_. Fu composto detto tribunale di quaranta membri estratti a sorte per ogni caso particolare nel consiglio degli ottanta; e vi si trovò il vantaggio d'avere giudici originariamente nominati dal popolo, e preventivamente non conosciuti dai delinquenti. Nello stesso tempo la legge che stabiliva la quaranzia, assicurava la pronta decisione delle cause portate alla sua decisione[420].

[420] _Ben. Varchi, l. IV, t. I, p. 191. — Jacopo Nardi, l. VIII, p. 337. — Bern. Segni, l. I, p. 25._

La maniera di distribuire le imposte era stata d'ogni tempo quasi affatto arbitraria, ed era forse impossibile l'evitare tale inconveniente in una repubblica mercantile, dove il maggior peso doveva gravitare sul fruttato del commercio, e dove ogni dichiarazione del proprio stato di fortuna; intaccando il credito de' mercanti, non poteva non riuscire odiosa. L'imposta territoriale appoggiavasi ad un catastro fatto con grandissima diligenza. Le imposte indirette sono di loro natura apparentemente volontarie, e non alterano punto la libertà; ma l'imposta diretta sulle ricchezze mobiliari o sopra gli sconosciuti profitti del commercio era la più difficile a regolarsi, ed era riservata soltanto per gli urgenti bisogni e per le straordinarie sovvenzioni. Il gran consiglio, dopo avere ordinata la somma da levarsi in questo modo, sceglieva venti cittadini, cui dava il carico di ripartire la fissata somma fra tutti i contribuenti. Richiedeva, sotto severe pene, che l'operazione loro si terminasse entro un determinato numero di giorni, e stabiliva un _minimum_ ed un _maximum_ per ogni quota di contribuzione. Questi commissarj facevano tutti i loro lavori separatamente, ed in appresso rimettevano ai monaci di qualche convento, designato con pubblico decreto, il proprio ruolo de' contribuenti colla somma che gli era arbitrariamente imposta. I monaci, per determinare la contribuzione di un cittadino, riunivano le venti proposizioni dei commissarj a suo riguardo, levavano preventivamente le sei più alte e le sei più basse, siccome quelle che potevano essere state dettate da odio o da favore, indi addizionavano le otto medie, e dividevano la somma per otto. Questi monaci erano obbligati con giuramento al segreto per tutto questo lavoro; e dopo averlo ultimato ne bruciavano tutti i materiali[421].

[421] _Comment. di Filippo de' Nerli, l. VIII, p. 165._

Per ultimo la terza riformagione, procurata da questo governo alle leggi di Firenze, tendeva a dare alla repubblica abitudini più militari; e questa era, meno che le altre, opera del gonfaloniere. Nicolò Capponi, sia pel suo carattere pacifico e per l'età sua, o sia per economia, erasi opposto all'accrescimento delle fortificazioni di Firenze, ed aveva tentato d'impedire che si adottasse il dispendioso progetto seguito da Clemente VII quand'era tuttavia cardinale. Soleva frequentemente ripetere che una piccola armata non sarebbe capace di prendere Firenze, e che una grande non potrebbe tanto tempo mantenersi nella campagna fiorentina per intraprendere l'assedio della capitale[422]. Ma non potè interamente resistere all'ardore marziale, che aveva allora invasa la nazione. Un corpo di trecento giovani, appartenenti alle principali famiglie, si era volontariamente formato per guardia del palazzo; era composto de' più caldi partigiani della libertà, cui il Capponi si rendette in breve sospetto a cagione de' suoi riguardi verso i Medici. Il gonfaloniere, ch'erasi lungamente opposto all'armamento del popolo fiorentino, finì col farne egli medesimo la proposizione, onde procurarsi un appoggio contro la guardia del palazzo. Tale proposizione fu riconosciuta come legge il 6 novembre del 1528[423].

[422] _Jacopo Nardi, l. VIII, p. 335. — Ben. Varchi, l. VII, t. II, p. 188._

[423] _Ben. Varchi, l. VII, p. 190. — Bern. Segni, l. II, p. 36._

La guardia urbana doveva essere formata di quattro mila cittadini dell'età de' diciotto ai quarantacinque anni, tutti di famiglie che avessero diritto di sedere nel gran consiglio. Dividevasi questa guardia in sedici compagnie sotto gli ordini dei sedici gonfalonieri che formavano il collegio della signoria. Ella prestò giuramento di fedeltà alla repubblica in mezzo ad un popolo orgoglioso di ricevere nuovamente le armi, e riconobbe per suo capo Stefano Colonna di Palestrina, che fu incaricato di ordinarla. La ricchezza de' suoi abiti e de' suoi equipaggi le inspirava una confidenza in sè medesima affatto nuova pei Fiorentini. Finalmente dopo la sua creazione il consiglio decise, contro il parere del gonfaloniere, di terminare le fortificazioni di Firenze; ma per impiegare minor numero di gente nel custodirle, se ne ristrinse il circuito. Michel Angelo Buonarotti non isdegnò di farne il piano, dopo avere consultati varj sperimentati militari; ed il più grande artista consacrò i suoi talenti alla prima delle arti, quella della difesa della patria[424].

[424] _Jacopo Nardi Ist. Fior., l. VIII, p. 337, 338._

Ma mentre che la repubblica apparecchiavasi con tanto ardore a difendere la sua libertà, per una singolare circostanza si trovava implicata in una stessa lega con quel principe medesimo, ch'ella doveva più d'ogni altro temere. Lo scopo principale della sua alleanza con Francesco I, Enrico VIII e la repubblica di Venezia, era di costringere Carlo V a riporre in libertà Clemente VII; e non pertanto Clemente VII era colui che la repubblica Fiorentina doveva più d'ogni altro temere. Fin dal principio della rivoluzione, nel 1527, i Fiorentini avrebbero potuto essere tentati di attaccarsi all'alleanza dell'imperatore, che in allora teneva prigioniere il papa loro nemico, e che tanto accanimento mostrava contro la casa de' Medici; ma essi conservavano per la nazione francese la più tenera affezione: avevano potuto fare confronto di questa nazione coi Tedeschi, cogli Spagnuoli, cogli Svizzeri, che tanto tempo avevano guerreggiato in Italia, e l'avevano costantemente trovata umana, leale e generosa. Invano i loro politici, Macchiavelli, Guicciardini, Vettori e Capponi, loro avevano rappresentato che non dovevano confondere la nazione col capo; che quanto questa era, generalmente parlando, valorosa e fedele, altrettanto il suo governo si faceva giuoco senza scrupolo della data fede, come l'avevano essi medesimi sperimentato nella guerra di Pisa, in quella della lega di Cambrai, e nelle negoziazioni colla Spagna. Le maniere ed i cavallereschi discorsi di Francesco I rendevano inutili tutti questi avvertimenti. I Fiorentini avevano in lui tutta riposta la loro fiducia[425]; eransi essi spogliati del necessario per pagargli sussidj, e per portare a numero la di lui armata a Napoli, mentre ch'essi medesimi si trovavano oppressi dalla peste e dalla fame. Le loro bande nere, che gli avevano mandate, erano state lungo tempo il nervo delle di lui armate, ed erano state totalmente disperse trovandosi al di lui servigio. Quando seppero il disastro di Lautrec sotto Napoli, ed in appresso la rivoluzione di Genova, estremi erano stati il loro dolore e lo spavento loro. Pure risguardavano come cosa impossibile che un eroe, pel quale si erano sagrificati, gli abbandonasse: ma l'avvenimento fece vedere che Macchiavelli, Capponi ed Alamanni avevano conosciuto il re assai meglio che non avevano saputo conoscerlo i loro concittadini.

[425] _Bern. Segni, l. I, p. 14 — Ben. Varchi, l. III, p. 150 e l. V, p. II. — Jac. Nardi, l. VIII, p. 341._

Luigi Alamanni era amico di Andrea Doria; aveva veduto con piacere stabilirsi in Genova un governo libero; ed egli medesimo, proscritto per avere congiurato contro Clemente VII, allora cardinale dei Medici, non doveva cadere in sospetto di parzialità per questo pontefice. Dall'altro canto Andrea Doria vivamente desiderava la libertà fiorentina; egli profondamente paventava per la sua patria la gelosia degli stati dispotici, e calcolava tutti i pericoli che correva Genova se sopravviveva quasi sola alle distrutte repubbliche dell'Italia. Fece perciò sentire all'Alamanni quanto poco poteva sperarsi che i Francesi rimanessero vittoriosi, quanto rischio correvano in particolare i Fiorentini d'essere da Francesco I abbandonati nelle prime trattative di pace; l'avvisò confidenzialmente, che Clemente VII consentiva a riconciliarsi coll'imperatore, se in compenso gli venivano ceduti i Fiorentini, mentre che Carlo V per dare il suo assenso altro non aspettava che di vedere se i Fiorentini gli farebbero qualche offerta. Luigi Alamanni dietro queste prime aperture venne spedito dalla signoria a Barcellona. Tornò in breve per annunciare al governo, che, se voleva prevenire la conclusione del trattato del papa, non aveva un solo istante da perdere; che ad ogni modo Andrea Doria, valendosi del favore che godeva altissimo presso l'imperatore, prometteva ancora di far guarentire la libertà e la sicurezza della repubblica, purchè si affrettasse di trattare. In tale occasione si tennero molte deliberazioni e consulte segrete, tanto fra i membri componenti il governo, come cogli uomini di stato che non erano attualmente in carica; all'ultimo il gonfaloniere assoggettò cotale deliberazione alla signoria, ai dieci della guerra, ed a quelli che dicevansi la _pratica segreta_, persone da lui medesimo scelte per tenergli luogo di consiglieri. Anton Francesco Albizzi espose in una scrittura i vantaggi della riconciliazione coll'imperatore, la di cui lettura fu ascoltata di controgenio. Tommaso Soderini, rispondendogli, risvegliò l'antico amore de' Fiorentini verso la Francia, e tutti a sè trasse i suffragj; di modo che le trattative si ruppero, e lo stesso Alamanni credette essere prudente cosa l'allontanarsi[426].

[426] _Bern. Segni Ist. Fior., l. II, p. 52-56._

Dopo la rottura del trattato di Madrid Francesco nulla aveva avuto più a cuore che di rinnovare le negoziazioni, onde liberare i suoi figliuoli. Si era alcun tempo lusingato di riuscirvi colle vittorie di Lautrec; ma bentosto aveva privato questo generale de' fondi che gli aveva promessi, e ruinata in tal modo la sua armata. La sua negligenza, i suoi dissipamenti, erano stati la prima cagione del disastro de' Francesi sotto Napoli; e questo disastro terminò di scoraggiarlo interamente, e lo dispose ad accettare tutte le condizioni che potrebbero condurre ad una pace di cui sentiva così vivamente il bisogno.

Omai altre armate non restavano al re in Italia, che quella di Francesco di Borbone, conte di San-Paolo, la quale era più debole assai di quello che si diceva, e composta di più cattive truppe che le precedenti: inoltre il re le mandava meno danaro di quello che aveva promesso, e perchè il Borbone era prodigo e negligente, s'appropriava parte di questo danaro, lasciando che i suoi subalterni rubassero il rimanente. Si disgustò col duca d'Urbino, che dal canto suo rifiutavasi ad ogni fatto alcun poco pericoloso. Egli non seppe nè soccorrere Genova, nè assediare Milano, sebbene Antonio di Leyva più non avesse che un pugno di soldati. Gli andò a male un attentato poco onorevole per sorprendere Andrea Doria nella sua casa di campagna[427]; e non seppe impedire a due mila Spagnuoli, di quelli cui l'estrema nudità aveva fatto dare il nome di _Bisogni_, di passare a Milano, sebbene avessero preso terra a Genova, senza abiti, senza scarpe, senz'armi, senza paga e senza vittovaglie; tutte le sue intraprese si ristrinsero alla presa de' tre castelli di Serravalle, sant'Angelo e Mortara[428].

[427] _Bern. Segni, l. II, p. 48. — P. Jovii Hist. sui temp., l. XXVI, p. 79. — Jac. Bonfacii An. Gen., l. I, p. 1344. — Galeat. Capella, l. VIII, p. 689._

[428] _Ben. Varchi, l. VIII, p. 287._

La campagna del 1529 era di già cominciata, ed i Milanesi si erano trovati doppiamente oppressi, perchè i due mila _Bisogni_ erano giunti a Milano in aprile, ed era stato forza di provvederli d'ogni cosa. Frequentemente costoro fermavano di bel mezzogiorno i cittadini nelle strade per farsi dare le loro vesti, scarpe, cappelli ec.; e quando facevasi di ciò lagnanza ad Antonio di Leyva, non si avevano da lui per tutta risposta che motteggi[429]. In questo tempo il San-Paolo aveva unita la sua armata a quella del duca d'Urbino ed a quella di Francesco Sforza; ma tutti tre insieme si erano trovati più deboli assai che non lo avevano annunziato i loro generali; tutti i reggimenti erano incompleti, non contando che la metà degli uomini che avrebbero dovuto avere. Dopo essersi alcun tempo trattenuti in vicinanza di Milano per privare di vittovaglie quella vasta città, i tre capi sentirono la necessità di separarsi; e partirono da Marignano, i Veneziani per Cassano, il duca di Milano per Pavia, ed il conte di San-Paolo per Landriano[430].

[429] _Gal. Capella, l. VIII, f. 89._

[430] _P. Jovii Hist. sui temp., l. XXVI, p. 81. — Gal. Capella, l. VIII, f. 90._

Il conte di San-Paolo era giunto il sabbato sera, 19 giugno, a Landriano, grossa borgata lontana dodici miglia da Milano, e poco meno da Pavia. Questa viene attraversata da un ramo del fiume Olona, che d'ordinario porta pochissima acqua, ma che in quell'istante era così gonfio a cagione di una dirotta pioggia, che si trovò impossibile di farlo guadare all'artiglieria. Il San-Paolo vi si trattenne tutta la domenica, ed Antonio di Leyva, avutone avviso a Milano, risolse di sorprenderlo. Il lunedì mattina, 21 giugno, quando il generale francese aveva già fatta partire la sua vanguardia sotto gli ordini di Guido Rangoni, e faceva passare il fiume all'artiglieria con circa mille cinquecento landsknecht ed un piccolo corpo d'artiglieria, che gli erano rimasti, venne all'improvviso attaccato da Antonio di Leyva, il quale, trovandosi gravemente preso dalla gotta, era costretto di farsi portare sopra una seggiola da quattro uomini alla battaglia. Gli uomini d'armi francesi fecero una valorosa resistenza; ma i Landsknecht si difesero assai debolmente, sicchè all'ultimo il San-Paolo fu fatto prigioniere con Giovan Girolamo Castiglione, Claudio Rangoni, Lignacco, Carbone, ed altri ragguardevoli personaggi. Dopo quest'ultima disfatta, l'armata francese si disperse, e quasi tutti i soldati tornarono in Francia[431].

[431] _P. Jovii Hist., l. XXVI, p. 82. — Fr. Guicciardini, l. XIX, p. 521. — Gal. Capella, l. VII, f. 91. — Mém. de M. du Bellay, l. III, p. 117-121. — B. Segni, l. III, p. 74. — Jac. Nardi, l. VIII, p. 348. — Ben. Varchi, l. VIII, p. 289. — Fr. Belcarii, l. XX, p. 625. — P. Paruta, l. VI, p. 481._

Intanto a Cambrai si andava trattando la pace. Fino dal mese di maggio Carlo V e Francesco I avevano convenuto di mandare in quella città, il primo sua zia, l'altro sua madre. La prima, Margarita d'Austria, già duchessa di Savoja, sorella del padre dell'imperatore, era governatrice de' Paesi bassi; la seconda, Luigia di Savoja, duchessa di Angouleme, madre di Francesco I, aveva in ogni tempo esercitata grandissima influenza sul suo figlio, che le aveva dato il titolo di reggente. Queste due signore, pienamente informate de' segreti della loro corte, che avevano l'intera confidenza de' sovrani che rappresentavano, ch'erano unite in istretto nodo di parentela, che avevano molto spirito, abilità ed attitudine al maneggio degli affari, furono concordemente di avviso d'escludere dalla loro negoziazione tutte le formalità che tanto ritardo sogliono portare agli affari diplomatici. Recaronsi il 7 di luglio a Cambrai; alloggiaronsi in due vicine case, tra le quali fecero praticare una riservata comunicazione: conferirono ogni giorno senza testimonj, adoperandosi per la pace de' due imperj con una costante attività e con un impenetrabile segreto[432].

[432] _Mém. de Martin du Bellay l. III, p. 122. — Ben. Varchi, l. IX, t. III, p. 6. — Fr. Guicciardini, l. XIX, p. 524. — Jac. Nardi, l. VIII, p. 347. — Fr. Belcarii, l. XX, p. 626._

Ad ogni modo era di somma importanza per Francesco I di presentarsi sempre a Carlo V come capo di una potente lega, ponendo sulla bilancia tutto il peso de' suoi alleati d'Italia; perciò non lasciò mai, finchè durarono le negoziazioni, di dare ai suoi alleati le più costanti assicurazioni di difendere gl'interessi loro collo stesso zelo de' proprj. Promise replicatamente, ed ancora con giuramento, a Baldassare Carducci, ambasciatore di Firenze, ed a molti di lui concittadini, che mai non abbandonerebbe la repubblica, nè passerebbe a verun trattato senza comprendervela[433]. A ciò aggiunse positive proteste di essere apparecchiato a rinnovare la guerra, e ad entrare personalmente in Italia, ove ciò riuscisse necessario ai suoi alleati; prometteva pure di condurre con sè due mila quattrocento lance, mille cavaleggieri e ventimila fanti, e sollecitava i suoi alleati, i Veneziani, i Fiorentini, ed i duchi di Milano e di Ferrara, a promettergli dal canto loro mille cavaleggieri e venti mila fanti. Egli continuava queste negoziazioni con tanto maggior zelo, quanto meno pensava a dare esecuzione alle sue promesse; e cercava in ogni modo di accrescere la confidenza dei suoi alleati nella costanza e lealtà del suo carattere[434].

[433] _Ben. Varchi, l. VIII, t. II, p. 224; l. IX, t. III, p. 4 e 5._

[434] _Fr. Guicciardini, l. XIX, p. 519. — B. Varchi, l. IX, p. 4. — P. Paruta, l. VI, p. 486._

Ma mentre il re tentava con tali pratiche d'ingannare i suoi alleati, Clemente VII con una politica non diversa cercava d'ingannare lo stesso re. Voleva il papa vendere a caro prezzo la sua alleanza all'imperatore, facendosi a lui vedere sostenuto da tutta la potenza della santa lega, e mentre dava agli stati, che avevano prese le armi per la sua liberazione, manifeste prove della sua riconoscente fedeltà, mercanteggiava con Carlo V la misura del prezzo pel quale gli avrebbe abbandonati[435].

[435] _Lett. de' Principi, t. II, f. 151._

Nella santa lega Clemente VII trovavasi associato a stati che non odiava meno di Carlo V, o a dir meglio, l'opinione della quasi irresistibile potenza di questo sovrano aveva pressocchè interamente fatto tacere il suo rancore, mentre non sapeva perdonare a più deboli stati altre più leggieri offese. Nel tempo della sua prigionia avevano i Veneziani occupate Ravenna e Cervia, sotto colore di custodirle per la santa sede; ma in seguito avevano rifiutato di restituirle, e per quante istanze loro ne facesse il papa direttamente, e per mezzo del re di Francia, unendovi anche le minacce, le due città continuarono ad avere guarnigione veneziana[436]. Il duca di Ferrara aveva a mano armata riprese le sue terre di Reggio, Modena e Rubbiera, sulle quali la santa sede non aveva altro diritto che quello che poteva darle la violenta occupazione fattane da Giulio II, poi da Leone X. Pure Clemente VII risguardava come un'usurpazione la riconquista fattane dalla casa d'Este; rivolgevasi alternativamente a tutti i sovrani, perchè le facessero restituire alla santa sede, e si maravigliava che il duca Alfonso fosse da loro protetto dopo avere ricuperati i proprj stati[437]. Ma i più odiati dal papa erano per altro i Fiorentini. Egli non poteva perdonar loro il ristabilimento della loro libertà, nè lo scacciamento della sua famiglia, nè il rovesciamento delle sue statue, nè la persecuzione de' suoi partigiani; domandava che gli fosse restituita sua nipote Cattarina de' Medici, figliuola di Lorenzo duca d'Urbino; e malgrado l'interposizione della Francia, non aveva ancora potuto riaverla[438]. Perciò, dopo avere ricuperata la libertà. Clemente VII non aveva voluto con verun atto pubblico violare la neutralità, sebbene dichiarasse ai Francesi che il solo motivo che lo ritraeva dall'entrare apertamente nella lega, era lo stato di miseria e di debolezza cui trovavasi ridotto[439].

[436] _P. Paruta, l. VI, p. 456. — Lettere dei Princ., t. II, f. 165_, e frequentemente altrove. — _Lettera del papa a Francesco I del 9 luglio 1528, f. 105._

[437] _Lett. de' Princ., t. II_ passim e specialmente a _f. 184._

[438] _Lett. de Princ., t. II, f. 167._

[439] _Risposta data a M. di Longavalle a nome di papa Clemente. Lett. de' Princ., t. II, f. 85._

Dal canto suo Carlo V, sebbene prendesse co' suoi nemici il contegno di conquistatore, segretamente desiderava di mettere fine ad una guerra che ruinava le sue finanze, e che, riducendo i suoi popoli alla disperazione, poteva alla fine ridondare in suo danno e grave pericolo. Altronde era sommamente agitato dai progressi della riforma in Germania, e da quelli de' Turchi in Ungheria. Egli non poteva lusingarsi che la costante sua prosperità si mantenesse ancora; perciocchè, sebbene le sue truppe mancanti di danaro, di armi e di munizioni, e spesso mal disciplinate, avessero trionfato di numerose popolazioni, ricche ed agguerrite, in una nuova guerra potevano pure restar perdenti. Perciò Carlo desiderava di staccare dalla lega alcuni de' membri che la componevano, persuadendosi che, quando la lega fosse una volta rotta, gli altri individui temerebbero per se medesimi, e si disporrebbero ad abbandonare i loro alleati. Ma più che tutt'altro egli desiderava l'alleanza del papa; voleva cancellare lo scandalo della di lui prigionia; e dopo avergli fatto sentire tuttociò che poteva temere, credeva giunto il propizio istante di affezionarselo coi beneficj.

Per giugnere al suo intento Carlo V accordò a Clemente VII vinto, spogliato e di fresco uscito di carcere, tali condizioni che appena Clemente avrebbe potuto pretendere se fosse stato costantemente vittorioso. La negoziazione cominciatasi in Roma dall'ambasciatore imperiale Mussetola si terminò in Ispagna dal nunzio del papa, Niccola di Schomberg, arcivescovo di Capoa; ed il trattato di pace e di alleanza tra l'imperatore ed il papa fu sottoscritto a Barcellona il 20 di giugno del 1529[440].