Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 15 (of 16)
Part 22
Anche prima che il Doria si presentasse innanzi a Genova, i capi de' contrarj partiti, che si erano così lungamente e con tanto accanimento battuti, e che, vittime de' vicendevoli loro odj, trovavansi tutti ridotti in eguale servitù, avevano finalmente conosciuto che non potevano trovare salvezza che in una sincera riconciliazione. Avevano avute fra di loro alcune conferenze, alle quali avevano chiamati tutti coloro che avevano in Genova opinione di conoscere le leggi e gli affari dello stato. Tutti avevano manifestato un conforme desiderio di concordia, tutti eransi mostrati disposti a grandi sagrificj. Teodoro Trivulzio, in allora luogotenente del re di Francia in Genova, non aveva concepito verun sospetto di tali adunanze; conciossiachè il loro apparente scopo di procurare una pace generale ad una città divisa in tanti partiti, pareva troppo legittimo.[399]. Egli aveva trovati in città dodici magistrati, creati nel precedente anno col titolo di riformatori, i quali dovevano occuparsi della riforma delle leggi, e della riunione delle diverse fazioni. Il Trivulzio aveva lasciato questi che si occupassero liberamente intorno alle funzioni della loro carica; e i riformatori poterono sotto il di lui governo maturare i loro progetti di legislazione, senza prendere veruna misura per mandarli ad effetto[400].
[399] _Ben. Varchi Stor. Fior., l. VII. p. 173._
[400] _Ivi, p. 174._
Ma quando Andrea Doria, nel 1528, ebbe costretto Barbesieux ad uscire colla sua flotta dal porto di Genova, e Teodoro Trivulzio a rifugiarsi nella Cittadella, il senato adunato incaricò i riformatori di dare alla patria una nuova costituzione, ed in particolare di fare sparire radicalmente tutti i segni delle fazioni che l'avevano così lungamente lacerata[401]. Pure il senato ignorava tuttavia se il Doria, ad esempio di tutti i suoi predecessori, non vorrebbe raccogliere per sè solo tutti i frutti della sua vittoria e farsi sovrano della sua patria. Infatti Carlo V, che non amava le repubbliche, ed a cui lo zelo a pro della libertà ricordava i freschi torbidi de' suoi regni di Spagna, aveva offerto ad Andrea Doria di riconoscerlo principe di Genova, e di mantenerlo nel possedimento di quello stato; ma questo grand'uomo ricusò costantemente d'innalzarsi con danno della sua patria; si ostinò a chiedere che venisse riconosciuta la di lei costituzione repubblicana, ed altro per sè non volle che la gratitudine dei suoi concittadini[402].
[401] _Ivi, p. 175._
[402] Il senatore Battista Lomellini lo ringraziò a nome dalla patria, e la repubblica gli fece innalzare una statua di marmo con questa iscrizione. «_Andreæ Auriæ civ. opt. felicissimoque, vindici atque auctori publicae libertatis S. P. q. G. posuere._» _Bern. Segni, l. II, p. 47 — P. Bizzarri, l. XX, p. 476._
Non era quasi mai per interessi loro proprj, per diritti, o per privilegj contesi tra le varie classi de' cittadini, che le fazioni di Genova avevano prese le armi. Fino dalla metà del XIV.º secolo la prima dignità dello stato era stata dalle leggi riservata ad un plebeo ghibellino, e le fazioni guelfa e patrizia, eransi senza mormorare assoggettate a questa costante esclusione. Ad ogni modo l'una e l'altra aveva continuato ad esistere ed a prendere parte nelle violenti rivoluzioni dello stato. Ma il punto d'onore di cadaun cittadino trovavasi bizzarramente associato piuttosto ad un nome che ad un vero interesse, appoggiandosi le fazioni ad odj personali, non ad opinioni. Erano in Genova Guelfi e Ghibellini, nobili e cittadini, grandi e piccoli borghigiani, partigiani degli Adorni e partigiani dei Fregosi: ogni cittadino si era collocato in alcuna di queste parti, ognuno trovavasi gravemente offeso nelle prerogative, o nell'onore della propria fazione; fors'anche era per sè stesso indifferente rispetto alla cosa che doveva ferirlo, ma se non se ne fosse mostrato offeso, i suoi concittadini lo avrebbero creduto senz'onore e senza coraggio. Era dunque il più delle volte l'immaginazione, era un fatale pregiudizio, e non già reali offese, che avevano tante volte poste le armi in mano di questo popolo focoso, e precipitatolo d'una in altra rivoluzione. Perciò i riformatori si trovarono in dovere di mutare piuttosto i nomi che le cose. Se potevano sopprimere i nomi delle antiche fazioni e quegli ancora delle antiche famiglie, che erano un pegno dell'attaccamento di ogni famiglia ad ogni fazione, confidavano di potere spegnere con que' nomi, anche quelle passioni prive di reale alimento, e tenute vive soltanto dal pregiudizio.
In ogni tempo le potenti famiglie avevano in Genova avuta la costumanza di accrescere la potenza loro coll'adottare altre meno ricche famiglie, meno illustri, meno numerose, cui comunicavano i loro nomi, i loro stemmi, obbligandosi in pari tempo a proteggerle, e facendo in cambio che queste prendessero parte a tutte le loro liti. Le case nelle quali si entrava in tal guisa per adozione, si chiamavano _alberghi_, ed eranvi poche illustri famiglie che non si fossero aggrandite coll'unione di straniere famiglie. Questa costumanza apparecchiò un nuovo regolamento, col quale i dodici riformatori riformarono la repubblica[403].
[403] _Pet. Bizarri Sentinatis dissert. de Repub. Gen. statu, et administ. in Graevii Thesaur., t. I, p. II, p. 1453._
Prima di tutto soppressero la legge che assegnava le più eminenti magistrature a' soli cittadini dell'ordine popolare ed ai Ghibellini, volendo che tutti gli antichi Genovesi contribuenti e proprietarj venissero considerati come eguali in diritto: e per uniformarsi alla crescente vanità del secolo, invece di chiamarli cittadini, loro diedero il nome di gentiluomini. Onde meglio cimentare fra di loro l'eguaglianza, vollero che tutti questi gentiluomini fossero classificati in un ristretto numero di case; dichiararono che tutte le famiglie che in allora tenevano in Genova sei case aperte, sarebbero considerate per _alberghi_, ad eccezione soltanto degli Adorni e dei Fregosi, de' quali volevano sopprimere i nomi, come quelli che rammentavano troppe guerre civili. Le famiglie, che avevano tali requisiti, trovaronsi in numero di ventotto[404]. Essi le obbligarono ad adottare tutto il rimanente de' cittadini genovesi che potevano partecipare agli onori dello stato; in maniera per altro che frammischiarono e confusero tutto quello ch'era prima stato oggetto di distinzione; fecero entrare i Guelfi nelle case anticamente Ghibelline, e i Ghibellini in quelle dei Guelfi; vollero che in ogni albergo vi fossero e nobili e plebei, e partigiani degli Adorni, e partigiani de' Fregosi; in pari tempo risvegliarono la vanità di tutti, legandola al nuovo loro nome di famiglia; e riuscirono così felicemente, che coloro che la legge aveva associati insieme, cominciarono fino d'allora a risguardarsi come parenti[405].
[404] I nomi di questi ventotto alberghi furono, Auria (Doria), Calvi, Catani, Centurioni, Cibo, Cicada, Fieschi, Franchi, Fornari, Gentili, Grimaldi, Grilli, Giustiniani, Imperiali, Interiani, Lercari, Lomellini, Marini, Negri, Negroni, Palavicini, Pinelli, Promontori, Spinola, Salvaghi, Sauli, Vivaldi, Ususmari.
[405] _Fr. Guicciardini, l. XIX, p. 508. — Ben. Varchi, l. VII, p. 180._
Questa singolare divisione di tutta la repubblica in ventotto famiglie durò quarant'otto anni. Questa aveva fatte cessare le antiche divisioni; ma ne lasciò scoppiare delle altre tra l'antica e la nuova nobiltà, e tra queste due classi che governavano ed il popolo escluso dal governo. Per mettere fine a questa dissensione, che aveva degenerato in guerra civile, il papa, l'imperatore ed il re di Spagna, cui i Genovesi avevano deferito l'ufficio di mediatori, credettero di dovere distruggere l'opera fatta ne' tempi del Doria. Colla legge che pubblicarono il 17 marzo del 1576, furono soppressi i nomi degli alberghi, e fu invitata ogni famiglia a riprendere l'antica sua denominazione[406].
[406] La legge viene riportata da Grevio. _Thes. Rer. Ital., t. I, p. II, p. 1471._
Tutti i gentiluomini genovesi ammessi a partecipare degli onori dello stato dovettero essere ammessi nel senato, nel quale era riposta la sovrana autorità. Questo senato nel 1528 fu formato di 400 membri, che si rinnovavano a vicenda, e che non sedevano che un anno. Quando in seguito l'aristocrazia si andò ristringendo, si trovò più giusto e più conveniente di chiamare tutti ad un tempo in senato i gentiluomini che avevano diritto alla sovranità. Erano in allora ridotti al numero di circa 700, ed entrarono nel gran consiglio tutti coloro che avevano compiuto l'anno 22.mo[407].
[407] _Hier. de Marinis de Reip. Genuens. Gubernat., c. II, in Graevi Thes., t. I, p. II, p. 1422 circa il 1667._
A questo primo senato o gran consiglio spettava l'elezione di un altro senato, composto di cento membri, che posteriormente fu portato a dugento, e che rinnovavasi tutti gli anni. Al primo spettava pure la nomina del doge, degli otto consiglieri della signoria e degli otto procuratori di comune, il di cui ufficio durava due anni, e che formavano tra di loro il governo. La nuova costituzione, sopprimendo le distinzioni de' natali, apriva ad Andrea Doria la strada alla dignità ducale, in addietro chiusa ai gentiluomini; ed infatti pareva che la pubblica riconoscenza gliela destinasse. Ma questo generoso cittadino credeva cosa essenziale di conservare alla sua patria la protezione di Carlo V, continuando a servirlo come comandante delle sue flotte; ed un tale impiego era incompatibile colla rappresentanza della sovranità. Perciò il Doria ricusò la corona ducale; e soltanto a motivo di questo suo rifiuto le funzioni di doge furono ridotte a soli due anni, e strette le prerogative entro angusti confini. Il primo nominato doge fu Uberto Lazario Catani. Si volle che tra gli otto signori che formavano il suo più intimo consiglio, due risiedessero a vicenda nel palazzo ducale; e si accordò a tutti coloro che sarebbero in appresso stati dogi, il diritto di prendere posto nel consiglio de' procuratori del comune. Per ultimo si volle che cinque supremi censori o sindaci conservassero una certa quale ispezione su tutte le magistrature, sull'andamento costituzionale di tutte le autorità, e sulle vicendevoli relazioni fra di loro. Andrea Doria fu il primo di questi sindaci; e per una eccezione personale si volle che egli conservasse a vita tale dignità, mentre i suoi colleghi non dovevano restare in carica che quattro anni[408].
[408] _Ben. Varchi Stor. Fior., l. VII, p. 181. — Pet. Bizarri, dissert. de Reip. Genuens, adm. Thesaur. Ital., t. I, p. II, p. 1453 e seguenti. — Cont. Uberti Folietae a Paulo Fratre, l. XII, p. 741. — Jac. Bonfadii An. Genuens., l. I, p. 1341, in Graev. Thesauro, t. I, p. II. — Filippo Casoni Annali di Genova, t. II, l. III, p. 45 e segu._
La costituzione di Genova, a seconda della nuova riforma, era puramente aristocratica. Stabiliva bensì l'eguaglianza, ma soltanto tra i nobili; limitava ad un numero proporzionatamente assai piccolo d'individui e di famiglie una sovranità che stendevasi non solo sopra una grandissima città, ma inoltre sopra le due Riviere e su tutta la provincia della Liguria. Il popolo genovese, senza influenza sulla casta che si era arrogato il diritto di governarlo, non potevasi in verun modo risguardare come rappresentato; vero è che le lunghe abitudini di una democrazia, la pubblica opinione ed il rispetto per le antiche memorie impedirono all'aristocrazia genovese di rendersi esclusiva come quella di Venezia, o di Lucca. Fino alla fine della repubblica s'introdussero frequentemente nel consiglio, e con una tal quale regolarità, uomini nuovi, tanto della città, che delle due riviere[409]. Venivano in tal modo associati alle prerogative de' governanti; ma non si davano con ciò difensori al popolo. Altronde le antiche famiglie, o spegnevansi interamente, o producevano un minor numero d'individui; il circolo in cui si chiudevano tutti i poteri andava ogni giorno sempre più ristringendosi, e la repubblica, invecchiando, s'andava maggiormente allontanando da quella libertà, di cui conservava tuttavia il nome.
[409] La legge permetteva al senato d'ammettere ogni anno sette abitanti della città, e tre delle riviere nel corpo della nobiltà; purchè la di lui scelta cadesse sopra coloro che per natali, per costumi e per servigj renduti allo stato potevano di già essere riputati eguali ai nobili. _Fil. Casoni Ann. di Genova, t. II, l. III, p. 46._
Dal canto suo la costituzione fiorentina partecipava di quello spirito d'aristocrazia, che suole generarsi dall'orgoglio, e che non tarda ad introdursi in quelle medesime famiglie che si sono rese illustri fondando la libertà. Il primo sentimento che diresse i Fiorentini nell'organizzazione dell'antica loro repubblica, era stato il desiderio di far concorrere tutte le volontà e tutte le forze, così alla difesa dello stato come alla sua amministrazione. Pure di mano in mano che la libertà rendeva la città più prospera, il commercio, le manifatture, il solo sentimento della sicurezza, facevano sorgere nella repubblica uomini nuovi, che dalla campagna venivano a stabilirsi in città, o che vi si rifugiavano dagli stati vicini, o finalmente che sorgevano di mezzo alle classi affatto povere, e la di cui esistenza era quasi del tutto ignota. Gli antichi cittadini non avevano deposta ogni gelosia verso coloro che venivano in tal modo a dividere con loro le proprie prerogative; ed il mantenimento degli esclusivi diritti alla sovranità, che gli uni pretendevano, e che gli altri non volevano ammettere, era stato cagione di molte dissensioni.
Quando la repubblica venne nuovamente costituita nel 1527, il principio di limitare il diritto di cittadinanza a coloro che lo avevano ricevuto per eredità dai loro antenati fu riconosciuto da tutte le parti. Non si risguardarono come cittadini fiorentini che coloro i quali poterono provare che i loro antenati erano stati ammessi ai tre maggiori ufficj, della signoria del collegio, e del buoni uomini. E non si tenne pur conto di quest'ammissione, s'era stata accordata dal governo de' Medici, dal 1512 al 1527, perchè si diceva che in questo spazio di tempo molti uomini nuovi avevano ottenuto l'ingresso al collegio col danaro, mentre che niuno era stato dichiarato abile agl'impieghi per mezzo dello scrutinio di una libera magistratura[410]. Per tal modo, in nome dell'aristocrazia e della libertà, i Fiorentini pronunciarono una severa esclusione contro quanti non appartenevano ad una classe poco numerosa. Effettivamente gli abitanti del territorio fiorentino non avevano parte alcuna alla sovranità, riservata ai soli cittadini della capitale. Tra questi ancora non tenevasi verun conto di coloro che non pagavano le imposte dirette, e che venivano indicati col nome di _non sopportanti_. Rispetto a coloro che trovavansi inscritti nel libro del comune, e che pagavano la decima, quando toccavano l'età di ventiquattro anni, prima della quale non potevano entrare nel gran consiglio, dovevano provare che il nome del loro padre o dell'avo loro era stato posto nelle borse dalle quali si estraevano a sorte le tre supreme magistrature, ed in appresso dovevano essere approvati dalla signoria a scrutinio segreto; locchè loro dava il rango di _statuali_ ossia di cittadini attivi. Tutti i cittadini erano finalmente divisi tra i quattordici mestieri inferiori, ed i sette superiori. I primi, ossiano le _arti minori_ avevano avuto per parte loro il quarto degli onori pubblici, e le _arti maggiori_ i tre quarti; ma questa divisione, che sembra ineguale, era favorevole ai mestieri inferiori. Più non restava che un piccolo numero di antichi cittadini immatricolati nelle arti inferiori; e se fossero stati posti allo stesso livello che gli altri, non avrebbero ottenuto quel quarto degl'impieghi che veniva loro accordato[411].
[410] _Gio. Cambi Hist. Fior., t. XXIII, p. 1._
[411] _Jac. Nardi Ist. Fior., l. VIII, p. 336._
Sebbene la popolazione dello stato fiorentino non fosse lontana dal milione, non vedevansi giammai sedere nel grande consiglio più di due mila cinquecento cittadini; la quale assemblea propriamente non rappresentava il rimanente della nazione, ma era sovrana di proprio diritto, piuttosto che a nome del popolo: ad ogni modo bastava che la suprema autorità venisse esercitata da un corpo così numeroso, per interessare l'intera nazione alle sue deliberazioni, e per dare ai Fiorentini i vantaggi di un governo popolare.
Ma tutti i membri del gran consiglio non avevano egualmente cara questa popolarità. Vi si distinguevano due fazioni. Capo della prima, ossia di quella de' magnati, era il gonfaloniere Niccolò Capponi. Questi uomini renduti orgogliosi dalle immense loro ricchezze, dal fasto onde si vedevano circondati ne' loro palazzi, dalle eminenti cariche ottenute nella chiesa, dai cappelli cardinalizj, vescovadi, e governi di province ond'erano decorati i loro figli o fratelli, sdegnavano di riconoscere altri uomini loro eguali nella massa dei cittadini fiorentini, e si studiavano di ravvicinare la repubblica alla costituzione oligarchica di Venezia, in allora oggetto dell'universale ammirazione. Alla testa della fazione popolare opposta a questa stava Baldassare Carducci, dottore di legge, che aveva grandissima riputazione, e che, esiliato già da' Medici, aveva alcun tempo risieduto in Padova, ov'era stato arrestato per ordine di Clemente VII. Malgrado la sua assai avanzata età il Carducci si rendeva ancora oggetto della pubblica attenzione, non meno per l'impetuosità del suo carattere, e pel suo odio verso il Capponi e verso tutti i grandi, che per i suoi talenti[412]. Fu un trionfo pel partito aristocratico lo avergli fatto dare l'ambasceria di Francia, che lo allontanava dalla sua fazione. Egli morì durante la sua legazione, in tempo dell'assedio di Firenze[413].
[412] _Ben. Varchi, l. III, p. 170-176. — Ber. Segni, l. I, p. 14, 29. — Fil. de' Nerli, l. VIII, p. 162._
[413] _Ivi, p. 177._
Primeggiava nello stesso partito Dante di Castiglione, il quale assai più nemico de' Medici che dell'aristocrazia, sforzavasi di aprire tra di loro e la sua patria una così larga breccia, che in verun tempo non si potesse più chiudere. Un giorno con un branco d'uomini mascherati, ma ch'erano stati conosciuti sotto la loro maschera, egli entrò a forza nella Nunziata, una delle più ricche chiese di Firenze, e vi rovesciò co' suoi compagni le statue di Lorenzo, di Giuliano, di Leon X e di Clemente VII. Questi forsennati, dopo averle spezzate con disprezzo, passarono a distruggere gli stemmi dei Medici nelle chiese di san Lorenzo, di san Marco e di san Gallo, edifizj eretti o ristaurati da quella famiglia; essi risguardavano questi emblemi come monumenti di una servitù che volevano far dimenticare; disprezzavano la politica di Niccolò Capponi, che temeva di offendere troppo Clemente VII; e sebbene fossero stati conosciuti, il governo non ardì di punire questa violazione dell'ordine pubblico[414].
[414] _Bern. Segni Ist. Fior., l. I, p. 19._
Niccolò Capponi era sinceramente attaccato alla libertà; ma la dolcezza del suo carattere unita a qualche debolezza, lo portavano ad avere de' riguardi per il papa, e per gli uomini ch'erano stati potenti sotto il governo mediceo, quali erano Francesco Guicciardini, Francesco Vettori e Matteo Strozzi: egli avrebbe voluto che la repubblica, scuotendo il loro giogo, non lasciasse di rispettarli, onde non provocare il loro risentimento; e così aveva ingrossato il suo partito con tutti coloro che mantenevansi segretamente attaccati ai Medici, o che temevano le vendette del popolo. Contava pure tra i suoi aderenti un'altra classe di uomini, che non avevano veruna relazione co' precedenti: erano costoro gli antichi _piagnoni_, ossia i settatori di Girolamo Savonarola. Lo stesso Capponi era stato discepolo di quel frate, e non aveva interrotte l'esagerate sue pratiche di divozione nemmeno sotto il precedente governo poco favorevole ai bigotti. I partigiani de' Medici, che dicevansi _Palleschi_ o _bigi_, avevano lungo tempo conservata la più marcata avversione verso i fautori del Savonarola, da loro detti piagnoni ed ipocriti; ma un interesse comune li riunì sotto le insegne del Capponi, e bentosto sentirono la segreta alleanza che suole unire gli uni agli altri i partigiani del dispotismo dell'aristocrazia e della superstizione.
Le calamità che travagliarono Firenze il primo anno del governo del Capponi, contribuirono ad accrescere il di lui credito, ed a sviluppare in lui l'entusiasmo religioso. La peste era stata portata da Roma a Firenze nel 1522 da un uomo del basso popolo che si era sottratto alle guardie sanitarie. Sebbene in allora il contagio non si estendesse oltre alcune strade, che vennero cautamente separate dal rimanente della città, lo spavento fu in tutti gli abitanti estremo, e la maggior parte de' ricchi cittadini si rifugiarono nelle loro ville o in lontani paesi. La peste, cessata nel caldo della state, ricomparve nel susseguente anno dopo alcune prediche che avevano riunito una grandissima quantità di popolo. All'ultimo ricomparve nel 1527 con maggiore violenza di prima, dopo una processione ordinata per rendere grazie a Dio della ricuperata libertà. In così lungo intervallo il contagio non si era mai spento del tutto, e ne' sei anni che si protrassero i suoi guasti, si calcolò che rapisse sessanta mila uomini a Firenze, e press'a poco altrettanti nel territorio[415].
[415] _Ben. Varchi, l. VII, t. II, p. 203-215. Bern. Segni, l. I, p. 19._ Questi porta la mortalità a 250,000 persone in tutto lo stato fiorentino.
L'emigrazione ch'era stata nel primo anno grandissima, non si era rinnovata ne' susseguenti, perchè gli uni si erano accostumati al pericolo, gli altri non si trovavano abbastanza ricchi per sostenere così grave dispendio. Ma nel 1527, quando si vide in sul cominciare di luglio morire in Firenze circa dugento persone al giorno, poi tre in quattrocento al giorno in agosto, e più di cinquecento in tre successivi giorni, lo spavento costrinse tutte le persone doviziose a fuggire nuovamente[416]. Allora si rendettero impossibili le adunanze de' consiglj o dei collegj della signoria, e tutte le risoluzioni rimasero ineseguite per non essere sanzionate da sufficiente numero di suffragj. Per uscire da questo stato di anarchia la signoria fece intimare un ordine di recarsi al loro luogo nel gran consiglio a tutti i membri del consiglio degli Ottanta, ed a tutti i cittadini esercenti una qualunque magistratura. Voleva essere autorizzata a poter trascurare in tempo della peste le ordinarie forme della legislazione: ma quest'adunanza non si formò che di novanta cittadini, i quali, dispersi nell'immensa sala del consiglio, tenevansi possibilmente il più lontano che potevano gli uni dagli altri per timore di ogni comunicazione. Varj amici e parenti, che dal principio della malattia fino al presente più non si erano trovati assieme, si rivedevano per la prima volta in questa sala, e apprendevano gli uni dagli altri la morte delle più care persone; perciò si udivano qua e là sospiri e gemiti muovere da quelle quasi deserte panche. L'autorità domandata dal gonfaloniere gli fu in tale circostanza di buon grado accordata da quest'assemblea, ed in appresso la signoria, finchè durò la peste, amministrò la repubblica senza consultare i consiglj. La vigilia della festa dell'Assunta la malattia parve sensibilmente diminuita, ed era quasi affatto cessata il dì d'ogni Santi[417].
[416] _Ben. Varchi, l. VII, p. 212._
[417] _Jac. Nardi Ist. Fior., l. VIII, p. 339. — Comment. di Filippo de' Nerli, l. VII, p. 168._