Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 15 (of 16)

Part 21

Chapter 213,663 wordsPublic domain

Giova sommamente a coloro che possono disporre di tutti gli onori e di tutte le ricompense, di far risguardare la costanza nell'ubbidienza militare come il principale dovere di un soldato, e di dissimulare che tutti gli obblighi essendo reciproci, la violazione del contratto per parte di colui che comanda, scioglie dal giuramento quegli che aveva promesso di ubbidire. La posterità fu giusta verso Andrea Doria; non vide nella condotta di lui che eroismo, e non lo accusò di mancanza di fede verso Francesco I. I suoi contemporanei furono talvolta più severi, e l'eroe genovese, che aveva passata la sua vita in mezzo ai soldati, non poteva egli stesso liberarsi da tutti i pregiudizj militari. Il fiorentino Luigi Alamanni, celebre egualmente come patriotto e come poeta, disse un giorno ad Andrea Doria: «Certo, Andrea, che generosa è stata l'impresa vostra; ma molto più generosa e più chiara ancora sarebbe, se non vi fosse non so che ombra d'intorno, che non la lascia interamente risplendere.» Affermò Luigi allo storico Segni che Andrea a tali parole mosse un sospiro, e stette cheto, e poi con buon volto rivoltosi, disse: «Egli è gran fortuna d'un uomo, a chi riesca di adoperare un bel fatto con mezzi ancorchè non interamente belli. So, che non pure da te, ma da molti può darmisi carico, che, essendo sempre stato della parte di Francia e venuto in alto grado co' favori del re Francesco, io l'abbia ne' suoi maggiori bisogni lasciato, ed accostatomi ad un suo nemico; ma se il mondo sapesse quanto è grande l'amore che io ho avuto alla patria mia, mi scuserebbe se, non potendo salvarla e farla grande altramente, io avessi tenuto un mezzo, che mi avesse in qualche parte potuto incolpare. Non vo' già raccontare che il re Francesco mi riteneva i servizj e non mi attendeva la promessa di restituire Savona alla patria, perchè non possono queste occasioni aver forza di rimutar uno dall'antica fede: ma ben puote aver forza la certezza che io aveva, che il re non mai avrebbe voluto liberar Genova dalla sua signoria, nè che ella mancasse d'un suo governatore, nè della fortezza; le quali cose avendo io ottenuto felicemente col ritrarmi dalla sua fede, posso ancora, a chi bene andrà stimando, dimostrare il mio fatto chiaro, senza alcun'ombra che gl'interrompa la luce»[383].

[383] Bernardo Segni, che riferisce questo colloquio, l'aveva udito dallo stesso Alamanni. _Ist. Fior., l. II, p. 52._

La flotta veneziana di Pietro Lando era così male equipaggiata, e tanto sprovveduta di soldati e di buoni marinai, che difficilmente avrebbe potuto, dopo la partenza di Filippino Doria, chiudere il porto di Napoli alle piccole navi siciliane: ma d'altronde anche questa s'allontanò il 15 di luglio per andare a provvedersi di vittovaglie in Calabria, e non tornò che ne' primi giorni d'agosto. Vero è che Barbesieux era giunto il 18 di luglio colla flotta francese; ma non conduceva a Lautrec che ottocento fanti, ed un branco di giovani gentiluomini che volevano fare a Napoli le prime loro campagne: anche il danaro che aveva per l'armata non era che una piccola parte delle somme dal re promesse a Lautrec. Pure avendo il Barbesieux sbarcati i suoi pochi soldati col danaro consegnatogli, questi si avanzarono fino a Nola. Ma il principe di Navarra, che ne aveva il comando, trovandosi colà troppo debole per andare più avanti, mandò a chiedere un rinforzo a Lautrec. In fatti, quando ritornava al campo, dopo averlo ricevuto, gl'imperiali fecero una così gagliarda sortita, che il signore di Candalles, ed Ugone Pepoli, che avevano condotto il rinforzo, rimasero prigionieri, e furono uccisi dugento de' nuovi venuti. Vero è che il danaro arrivò al campo senz'alcuno accidente, ed il Pepoli fu ricevuto in cambio di un altro prigioniero; ma Candalles morì in conseguenza delle ricevute ferite[384].

[384] _Fr. Guicciardini, l. XIX, p. 501. — Mém. de M. du Bellay, l. III, p. 100. — P. Jovii, l. XXVI, p. 52. — Bern. Segni, l. II, p. 43. — Mém. de Blaise de Montluc, l. I, p. 71, t. XXII._

Fino a quest'epoca Lautrec aveva sostenuto il coraggio dell'armata francese colla fermezza del suo carattere: ma fu ancor esso sorpreso dalla febbre pestilenziale nello stesso tempo in cui Vaudemont era omai agonizzante. Anche sotto il peso di questa malattia Lautrec oppose sempre l'irremovibile costanza del suo carattere a tutti i mali che lo affliggevano. Destinò il danaro mandatogli dalla Francia per far leve in Italia di fanteria e di cavaleggieri: Renzo di Ceri partì per assoldarne nell'Abruzzo, mentre i Fiorentini mandavano due mila uomini per rimpiazzare i soldati perduti dalle bande nere in questa campagna. Ma questa risoluzione era di già troppo tarda. Il Lautrec, bloccato ancor esso nel suo campo da quella stessa armata ch'egli aveva tenuta tanto tempo assediata, perdeva ogni giorno i saccomani, i convoglj, gli equipaggi. Le vittovaglie che faceva venire cadevano quasi sempre in mano del nemico; e mentre che i suoi soldati, sfiniti dalle fatiche e dalla malattia, mancavano ancora di pane, Napoli abbondava d'ogni cosa, e i soldati tedeschi più non pensavano a disertare[385].

[385] _Mém. de M. du Bellay, l. III, p. 106. — Fr. Guicciardini, l. XIX, p. 502. — Ben. Varchi, l. VI, p. 155._

In sul declinare di luglio la malattia che infestava il campo francese, vestì un carattere assai più spaventoso. Di venticinque mila uomini che vi si contavano un mese prima, il 2 agosto quattro mila soltanto erano in istato di adoperare le armi, e di ottocento uomini d'armi più non eranvene che cento. Erano ammalati Pietro Navarro, Vaudemont, Camillo Trivulzio, ed i due maestri di campo; Lautrec, che credevasi guarito, era ricaduto; tutti gli ambasciatori, ed i personaggi distinti, ad eccezione del marchese di Saluzzo e del conte Guido Rangoni, erano ammalati. La fanteria soffriva nello stesso tempo la fame e la sete; tutte le cisterne erano senz'acqua, ed i soldati non potevano procurarsene a Poggio reale, che attaccando i nemici, dal che fare venivano sconsigliati dalla presente loro debolezza. L'estensione del campo era affatto sproporzionata al numero de' suoi difensori, i quali erano perciò continuamente spossati da quasi non interrotte fazioni. Prima di partire alla volta degli Abruzzi Renzo di Ceri aveva fatto istanza a Lautrec d'accamparsi altrove, o di acquartierare le sue truppe nelle città della Campania, facendogli osservare che intorno al campo le acque stagnavano in ogni luogo, e che l'erba foltissima cresceva anche nelle tende dei soldati; ma il Lautrec, con un'insuperabile ostinazione, dichiarò di essere apparecchiato a morire in quel luogo piuttosto che dare un tale trionfo ai nemici[386]; egli credeva egualmente compromesso il suo onore nel ristringere i suoi alloggiamenti, e quantunque infermo, si faceva portare da un posto all'altro, per vedere se i suoi ordini venivano eseguiti, e se si mantenevano i corpi di guardia da lui stabiliti. Ma lungo tempo non sostenne tanta fatica, e morì la notte del 15 al 16 agosto: e come la sua virtù, la sua costanza, erano stati fin allora il più solido sostegno dell'armata, così la sua morte distrusse ogni speranza di salvezza[387].

[386] _P. Jovii, l. XXVI, p. 53. — Bern. Segni, l. II, p. 42._

[387] _Fr. Guicciardini, l. XIX, p. 502. — Mém. de M. du Bellay, l. III, p. 107. — Ben. Varchi, l. VI, p. 156. — P. Jovii, l. XXVI, p. 55. — Fr. Belcarii, l. XX, p. 618._

Era morto ancora il conte di Vaudemont, onde prese il comando dell'armata francese il marchese di Saluzzo, il quale non aveva nè talenti, nè riputazione convenienti a tanto peso. Altronde le difficoltà crescevano ogni giorno, perciocchè Andrea Doria era giunto a Gaeta con dodici galere al soldo dell'imperatore, ed aveva costretta la flotta francese a prendere il largo. Maramaldo, Ferdinando Gonzaga ed altri capi imperiali, cessando di starsi chiusi in città, attaccavano e sorprendevano i corpi staccati de' Francesi a Canoa, a Nola, ad Aversa, tagliando quasi ogni comunicazione tra l'armata e le città ancora ubbidienti alla Francia; onde ogni speranza de' Francesi era omai riposta in Renzo di Ceri, che in allora trovavasi all'Aquila, e di cui il marchese di Saluzzo affrettava la tornata, non più per prendere Napoli, ma per ritirarsi egli medesimo con sicurezza[388].

[388] _Fr. Guicciardini, l. XIX, p. 503 — P. Jovii Hist., l. XXVI, p. 56. — Mém. de M. du Bellay, l. III, p. 108._

La ritirata era omai indispensabile, ed il marchese di Saluzzo approfittò di una gagliarda pioggia, accompagnata da lampi e tuoni, che cadde la notte del 29 agosto per eseguirla senza saputa dei nemici. Egli si pose con Guido Rangoni in capo alla vanguardia, affidò la battaglia a Pietro Navarro, mentre che Pomperani, Camillo Trivulzio e Negro Pelisse comandavano la retroguardia; lasciando sulle batterie i cannoni da breccia, ed abbandonando i più grossi bagaglj, l'armata partì senza che si battessero i tamburi o si suonassero le trombe: ma non si erano i Francesi scostati molto dal campo, quando cessò la pioggia, in sul fare del giorno. La cavalleria imperiale, avvisata della partenza de' Francesi, si diede tutta in corpo ad inseguirli. La banda nera dei Toscani la ricevette con una scarica di tutta la moschetteria; ma perchè camminava per una strada stretta e chiusa, nella quale non poteva allargarsi, la cavalleria, facendo una nuova carica, riuscì a romperne le ultime file, ed a disordinare tutta la colonna. La resistenza non poteva essere lunga, perchè i soldati ammalati appena avevano forza che bastasse per alzare i loro fucili o le spade, e rovesciati dal primo urto, domandavano ed ottenevano facilmente la vita. Fu in questa circostanza preso Pietro Navarro, che sopra un picciol mulo cercava di fuggire per una rimota strada. Intanto l'avanguardia era giunta sotto Aversa; ma l'angusta porta che le era stata aperta venendo ogni tratto ingombrata, si consumarono tre ore prima che tutti i fuggiaschi, ammucchiati nella fossa, potessero entrare in città[389].

[389] _P. Jovii, l. XXVI, p. 57, 58. — Fr. Guicciardini, l. XIX, p. 504. — Bern. Segni, l. II, p. 45. — Georg. von Frundsberg, B. VIII, f. 161._

Le sventure de' Francesi non terminavano giugnendo in Aversa: essi rispinsero a dir vero l'irregolare attacco della cavalleria, che gli aveva inseguiti fin sotto le mura di quella città; ma sopraggiunse il principe d'Orange coll'infanteria e coi cannoni dagli stessi Francesi lasciati nell'abbandonato campo. In breve venne aperta una breccia, mentre il marchese di Saluzzo, ferito in un ginocchio da un pezzo di pietra, era portato alla sua casa fieramente tormentato dalla ferita. Per colmo di sventura Capoa, la più vicina città per cui doveva passare l'armata continuando a ritirarsi, aveva aperte le porte a Fabrizio Maramaldo, dopo che vi erano stati portati la maggior parte degli ammalati dell'armata. Aveva il comando di Capoa il conte Ugo Pepoli, ma egli medesimo era pressochè moribondo; gli abitanti consigliarono la guarnigione a fare una sortita per provvedere la città di buoi e di pecore, ed approfittarono della lontananza di quasi tutti i soldati capaci di trattare le armi per ricevere entro le mura Fabrizio Maramaldo coi suoi Calabresi; questi con estrema crudeltà spogliarono gli ammalati ne' loro letti, e lo stesso Ugo de' Pepoli, morto in quell'istante, sul proprio feretro. Gli abitanti d'Aversa, informati di quest'avvenimento che toglieva ai Francesi ogni speranza di salute, supplicarono il marchese di Saluzzo a non esporli agli orrori di un assalto; e questi, di già vinto dal dolore della sua ferita, incaricò il conte Rangoni di passare al campo nemico per capitolare[390].

[390] _P. Jovii Hist., l. XXVI, p. 59. — Bern. Segni, l. II, p. 44. — Arn. Ferroni, l. VIII, p. 170._

La capitolazione portava che il marchese di Saluzzo aprirebbe agl'imperiali la città e la fortezza; che loro lascerebbe l'artiglieria, le munizioni, le bandiere, le armi, i cavalli e gli equipaggi; ch'egli medesimo rimarrebbe prigioniero con tutti i capitani dell'armata; ma che tutti i soldati, tanto quelli chiusi in Aversa, che quelli ch'erano stati fatti in avanti prigionieri, sarebbero rinviati in Francia dopo di essersi obbligati a non servire per sei mesi contro l'imperatore. Il marchese di Saluzzo promise d'interporsi caldamente, perchè tutte le guarnigioni francesi del regno di Napoli accettassero la stessa capitolazione. Il solo conte Guido Rangoni fu dal principe d'Orange lasciato libero in ricompensa dell'avere egli negoziato questo trattato[391].

[391] _Fr. Guicciardini, l. XIX, p. 504. — M. du Bellay, l. III, p. 109. — Ben. Varchi, l. VI, p. 157. — Fr. Belcarii, l. XX, p. 619._

Per tal modo una delle più belle armate che la Francia avesse fin allora poste in campagna, perì interamente, o sotto il ferro de' nemici, o oppressa dalla malattia, o nella cattività. Gli Spagnuoli con una fredda crudeltà chiusero i prigionieri, quasi tutti infermi, nelle reali scuderie della Maddalena. Il principe d'Orange diede licenza al senato di Napoli di somministrar loro i viveri; ma fu questa la sola cura che egli acconsentì di prenderne. Gli sciagurati, ammucchiati gli uni su gli altri nel fango e tra i cadaveri, perirono ancora più rapidamente che non facevano nel campo. Pochissimi rividero la loro patria; e le loro malattie comunicarono a Napoli una terribile peste, che continuò a devastare la città molto tempo ancora dopo di loro[392].

[392] _P. Jovii Hist., l. XXVI, p. 61._

Cotesta capitolazione pose fine alle bande nere, quasi interamente composte di Toscani, che, formate la prima volta da Giovanni de' Medici, erano riputate la migliore fanteria dell'Europa. Gli è il vero che le bande nere si erano colle loro crudeltà e ruberie rendute ancora più formidabili ai paesi in cui facevano la guerra, che ai loro nemici. Orazio Baglioni, il capo loro dato dalla repubblica fiorentina, era morto sotto Napoli; Ugo de' Pepoli, che gli era succeduto, era perito in Capoa, e Giovan Battista Soderini e Marco del Nero, i due commissarj fiorentini che le accompagnavano, terminarono i loro miseri giorni nelle prigioni di Napoli. Più non rimaneva verun capo che prendesse cura di questo corpo di milizia, che aveva il primo fatto riverberare qualche gloria sui Fiorentini. Molti soldati erano prigionieri, altri morti, altri ammalati; il rimanente si disperse, e più non si riunì[393].

[393] _B. Varchi, l. VI, p. 159. — Ber. Segni, l. II, p. 45._

Il marchese di Saluzzo morì bentosto in prigione; e perchè l'afflizione si aggiunse all'infermità per opprimerlo, si credette che volontariamente si affrettasse colle proprie mani la morte. Pietro Navarro fu condotto a Napoli, in quella stessa fortezza ch'egli aveva presa ai Francesi ai tempi del gran capitano, e chiuso in quella stessa prigione in cui il re di Spagna l'aveva dimenticato per tre anni. Fu scritto a Madrid per sapere come dovesse essere trattato, Carlo V ordinò che fosse decapitato; ma il governatore del castello, Francesco Hijar, compassionando quest'illustre vecchio, che dalla condizione di palafreniere del cardinale di Arragona erasi innalzato con tante luminose azioni, e tanti talenti a tanta gloria, andò egli medesimo, affinchè non perisse per mano del carnefice, a strozzarlo in prigione, o, secondo altri, lo fece soffocare sotto le coltri del suo letto[394].

[394] _P. Jovii Hist. sui temporis, l. XXVI, p. 61. — Ben. Varchi, l. VI, p. 158. — Alfonso de Ulloa vita di Carlo V, l. II, f. 115._

La capitolazione dell'armata francese ad Aversa non fece immediatamente cessare le calamità del regno di Napoli. Il principe d'Orange, che comandava i residui di quelle compagnie avvezzate all'assassinio ed alla crudeltà nel sacco di Roma, era sempre dall'imperatore lasciato senza danaro, e soltanto col terrore colle confische e coi supplicj poteva di nuovo riempiere il suo tesoro. I suoi soldati, che avevano saccheggiata Aversa nell'istante in cui i Francesi l'avevano ceduta, chiedevano tuttavia il pagamento di otto mesi di soldo. Altro mezzo non restava al principe d'Orange per soddisfarli che la confisca de' beni di que' signori che si erano dichiarati pel partito d'Angiò: fece decapitare in Napoli, sulla piazza del mercato, Federico Cajetano, figlio del duca di Trajetto, Enrico Pandone, duca di Goviano, figlio d'una figlia di Ferdinando seniore, re di Napoli, ed altri quattro principali signori napolitani[395]. Ogni città del regno fu insanguinata da somiglianti esecuzioni. E dopo di avere in tal modo sparso il terrore tra i partigiani della Francia, il principe d'Orange si fece a trattare con loro vendendo loro la grazia per una somma di danaro proporzionata alla loro ricchezza. Per altro molti, piuttosto che assoggettarsi a così crudeli ed avidi padroni, preferirono di continuare la guerra, e per qualche tempo furono secondati dai Francesi e da' Veneziani. Federico Caraffa, il principe di Melfi ed il duca di Gravina, continuarono nella Puglia i loro guasti; ed il Romano Simone Tebaldi ottenne qualche vantaggio in Calabria[396]. Ma questi fatti d'armi, piuttosto che come una guerra regolare, devono risguardarsi come il cominciamento di quello stato di violenza e di anarchia, che si prolungò nel regno di Napoli per tutto il tempo del dominio spagnuolo. Al governo avido, oppressivo, perfido e crudele dei vicerè deve ascriversi l'impossibilità che provasi anche al presente di stabilire un regolare andamento di giustizia, di polizia, di pubblica sicurezza in queste provincie tanto favorite dalla natura.

[395] _P. Jovii, l. XXVI, p. 61. — B. Varchi, l. VI, p. 158. — Alf. de Ulloa vita di Carlo V, l. II, f. 115._

[396] _Fr. Guicciardini, l. XIX, p. 511. — P. Jovii, l. XXVI, p. 77. — Marco Guazzo, f. 62. — P. Paruta, l. VI, p. 450._

Andrea Doria aveva colla sua flotta contribuito alla ruina dell'armata francese; ma tosto che la capitolazione d'Aversa rendette inutile il suo servigio a Napoli, fece vela verso Genova per raccogliervi il prezzo ch'egli aveva posto alla sua mutazione di partito, e per liberare la sua patria. Allora in Genova infieriva la peste, e Teodoro Trivulzio che vi comandava a nome di Francesco I, non avendo sotto i suoi ordini che una debole guarnigione, aveva inutilmente domandato un rinforzo di due mila uomini; questi non vollero entrare in città per timore del contagio; e il Trivulzio, vedendosi abbandonato, si ritirò nel Castelletto. Ma egli sperava di potere difender Genova colla flotta del signore di Barbesieux, ch'entrava in allora nel porto con alcune compagnie francesi, imbarcate al campo sotto Napoli dopo la rotta dell'armata. Ma ciò fu invano; perciocchè essendosi il 12 di settembre presentato il Doria con tredici galere in faccia a Genova, il Barbesieux ritirossi con tutta la sua flotta nel porto di Savona. Il Doria non aveva che cinquecento uomini di sbarco: li fece di notte scendere sulle scialuppe, e li mandò verso la città sotto il comando di suo nipote Filippino e di Cristoforo Palavicini. I Genovesi, cui aveva preso cura di dare avviso del suo trattato coll'imperatore, trovarono, malgrado la peste, tanto vigore da prendere le armi, assecondare lo sbarco, respingere tutti i Francesi nel castello, ed occupare tutte le fortezze della città[397].

[397] _Fr. Guicciardini, l. XIX, p. 506. — P. Jovii Hist., l. XXVI, p. 71. — Mém. de M. du Bellay, l. III, p. 112. — Ben. Varchi, l. VII, p. 170. — Bern. Segni, l. II, p. 47. — Ag. Giustiniani, l. VI, f. 282._ — Qui finisce questa cronica genovese contemporanea. — _P. Folieta, l. XII, p. 735._

Teodoro Trivulzio, maravigliato della debolezza de' nemici cui aveva in allora ceduto, si volse al conte di San-Paolo, che aveva il comando dell'armata francese in Lombardia, e che aveva di fresco ricuperata Pavia, chiedendogli soltanto tre mila uomini, co' quali confidava di potere di nuovo sottomettere Genova al re di Francia. Ma il duca d'Urbino ricusò di prendere parte in questa spedizione; ed il San-Paolo da lui ritardato, non potè arrivare a Genova che il primo di ottobre con cento lance e due mila fanti. Era di già troppo tardi, i passaggi delle montagne erano custoditi, e San-Paolo non ottenne pure d'introdurre qualche rinforzo nel castello. Ritirossi dopo avere dato ordine al suo luogotenente Montejean di condurre trecento uomini a Savona, in rinforzo di quella guarnigione; ma Montejean non fu di lui più fortunato, e non potè penetrare fino a Savona. I Genovesi, condotti dal Doria, stringevano l'assedio di Savona e del Castelletto. La prima di queste piazze capitolò il 21 di ottobre, l'altra pochi giorni dopo; ed i Genovesi, per assicurare la loro libertà, e soddisfare la loro gelosia, si affrettarono di distruggere la fortezza del Castelletto che li signoreggiava, e di colmare il porto di Savona, di cui avevano tanto temuta la rivalità[398].

[398] _Fr. Guicciardini, l. XIX, p. 508. — P. Jovii, l. XXVI, p. 72. — Mém. de Martin du Bellay, l. III, p. 114. — B. Varchi, l. VII, p. 178. — Fr. Belcarii, l. XX, p. 620. — Gal. Capella, l. VIII, f. 87. — P. Paruta, l. VI, p. 451. — Lett. de' Princ., t. II, f. 133. — Arn. Ferroni, l. VIII, p. 170. — B. Segni, l. II, p. 47. — P. Bizarri, l. XX, p. 475. — P. Folietae, Cont. Hist. Gen. Uberti ejus fratris, l. XII, p. 742._ — Qui finisce questa storia.

CAPITOLO CXX.

_Nuove costituzioni delle repubbliche di Genova e di Fiorenza. L'indipendenza italiana viene sagrificata da Clemente VII, e da Francesco I ne' trattati di Barcellona e di Cambray. Coronazione di Carlo V a Bologna e servitù dell'Italia._

1528 = 1530.

Press'a poco nell'epoca in cui l'Italia perdeva la sua indipendenza, eransi vedute risorgere due delle più antiche sue repubbliche. Firenze e Genova, non si lasciando scoraggiare dalle spaventose calamità che opprimevano tutta la penisola, sforzavansi di riformare le loro costituzioni. La peste diminuiva la loro popolazione, la fame ne esauriva i mezzi, e la guerra minacciava ad ogni istante la medesima loro esistenza, quando, sottraendosi l'una e l'altra alla tirannide da cui erano state lungamente oppresse, cercavano di non ricadere nello stesso infortunio colla combinazione di nuove leggi. Ma nello stato di miseria cui trovavasi l'Italia ridotta da così lunghe e disastrose guerre, non le bastavano le proprie forze per fissare i nuovi suoi destini da sè medesima; ed i piccoli stati ond'era composta potevano ancora meno guarentire co' loro proprj sforzi la loro esistenza e la loro indipendenza. Essi dovevano soggiacere o sostenersi a seconda della sorte de' loro alleati, piuttosto che della propria; e se Firenze e Genova ebbero diverso destino, procedette dall'avere una di queste seguito il partito imperiale, l'altra il partito francese, e non perchè fosse migliore la costituzione dell'una o dell'altra.