Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 15 (of 16)
Part 20
Sperava Lautrec che il porto di Napoli verrebbe interamente chiuso agli assediati dalle flotte francese e veneziana; ma Andrea Doria, ammiraglio della flotta francese, già da gran tempo disgustato della condotta che tenevano a suo riguardo i generali, e di quella della corte di Francia verso la sua patria, non aveva voluto servire egli medesimo, e si faceva rimpiazzare da Filippino Doria, suo nipote, nel comando delle otto galere genovesi mandate all'assedio di Napoli. Dal canto suo Pietro Lando, ammiraglio dei Veneziani, non sapeva determinarsi ad abbandonare l'assedio del castello di Brindisi, e le conquiste che andava facendo sulle coste della Puglia per la sua repubblica; ad ogni modo, siccome ne aveva ricevuto positivi ordini in sul finire di maggio, gli assedianti cominciarono ad aspettare, e gli assediati a temere la di lui venuta. Don Ugo di Moncade lusingossi di poterlo prevenire, sorprendendo nel golfo di Salerno Filippino Doria, prima che gli si unisse la flotta veneziana: meditava di attaccarlo a bordo colle sue vecchie bande spagnuole, e d'impadronirsi delle sue otto galere, malgrado la superiorità de' marinaj genovesi nel manovrare. Teneva nel porto di Napoli sei galere, quattro fuste e due brigantini, sulle quali navi imbarcò mille archibugieri spagnuoli, il fiore dell'armata; andò a bordo egli stesso con quasi tutti i capitani, ed i più distinti ufficiali che si trovavano in Napoli, e si fece seguire da molte barche pescarecce, che pure caricò di soldati. Aveva sperato di trovare le galere del Doria senza guarnigione; ma questi era stato prevenuto dei progetti del nemico, ed aveva avuto tempo di far passare sulle sue galere trecento archibugieri domandati a Lautrec[365].
[365] _Fr. Guicciardini, l. XIX, p. 487. — P. Jovii, l. XXV, p. 43. — Mém. de M. du Bellay, l. III, p. 90. — Ben. Varchi, l. VI, p. 115. — Bern. Segni, l. II, p. 40. — Mar. Guazzo, f. 58._ — Non sono tutti d'accordo intorno all'epoca di quest'avvenimento. Io la rettificai colle _Lett. de' Princ., t. II, f. 100 ec. — P. Folietae contin. Ann. Gen., l. XII, p. 733._
Filippino Doria, quando gl'imperiali si mossero per attaccarlo, incrociava nel golfo di Salerno, lungo la costa d'Amalfi, in faccia al piccola promontorio di Capo d'Orco. Non ricusò la battaglia; ma prima di farsi incontro al nemico, staccò tre galere sotto gli ordini di Niccola Lomellini, per prendere il vento a qualche distanza, e tornare in seguito, quando sarebbe attaccata la battaglia, ad urtare ne' fianchi ed in poppa le navi imperiali con tutta la forza del movimento acquistato.
Il marchese del Guasto ed Ugo di Moncade, essendo partiti la mattina del 28 maggio da Posilippo, avevano voluto incoraggiare i loro soldati a questo genere di battaglia, cui non erano accostumati, col far loro apparecchiare un pranzo nell'isola di Caprea, e farli esortare nel medesimo luogo da un eremita spagnuolo a combattere valorosamente per liberare i molti prigionieri della loro nazione che il Doria teneva incatenati nelle sue galere. A questo ritardo l'ammiraglio genovese dovette il vantaggio d'essere prevenuto dell'imminente attacco. Più non rimanevano che tre ore di giorno, quando gli Spagnuoli scoprirono le cinque galere che Filippino s'era tenute. I due vascelli ammiraglj vennero fra di loro a battaglia; ma il Doria si affrettò di far fuoco il primo onde coprirsi col proprio fumo, ed uccise colla prima scarica quaranta uomini sul ponte della galera nemica. I Genovesi, accostumati al servigio di mare, sapevano chinarsi combattendo, e tenersi nascosti dietro alla pavesata; gli Spagnuoli invece conoscevano d'essere inferiori finchè non potessero venire all'abbordaggio, che i loro nemici evitavano. Essi non avevano pavesata, ed erano maltrattati assai dal fuoco che i loro avversarj facevano dall'alto degli alberi. Ad ogni modo due navi genovesi, attaccate da tre imperiali, erano in pessimo stato condotte, e già stavano per arrendersi, quando quelle del Lomellini col vento in poppa tornarono a piene vele contro la flotta di Moncade. L'albero maestro del vascello montato dal Moncade, cadde fracassato nell'urto; Moncade stesso fu ferito in un braccio, e mentre continuava ad incoraggiare i suoi soldati fu ucciso dai sassi e dai fuochi d'artificio che si gettavano sulla sua nave dall'alto delle gabbie nemiche. In sul finire della battaglia la sua nave fu colata a fondo, e lo stesso accadde della galera montata da Cesare Fieramosca. Filippino Doria scelse appunto quest'istante per rompere le catene di tutti gli schiavi barbareschi che teneva sulle sue galere, esortandoli a meritarsi la libertà col fare aspra vendetta degli Spagnuoli loro crudeli nemici. Allora venne all'arrembaggio che aveva prima evitato; ed i barbareschi mezzo ignudi si precipitarono colla sciabola in mano nei vascelli spagnuoli. Quelli del marchese del Guasto e di Ascanio Colonna avevano preso fuoco, spezzati erano i loro remi, ed i loro equipaggi o ribellati o distrutti, quando pensarono di arrendersi. Furono prese anche le fuste, non essendosi salvate fuggendo che due galere imperlali in pessimo stato. Per gastigo di questa sconfitta il principe d'Orange fece appiccare, appena arrivato, uno de' capitani di quelle due galere; l'altro, atterrito da quest'atto di crudeltà, riprese il largo e si arrese a Filippino Doria[366].
[366] _P. Jovii Hist. sui temp., l. XXV, p. 46-47. — Ben. Varchi, l. VI, p. 417. — Fr. Guicciardini, l. XIX, p, 488. — Marco Guazzo, f. 59, 60. — Mém. de M. du Bellay, l. III, p. 91. — Fr. Belcarii, l. XX, p. 611. — Arn. Ferroni, l. VIII, p. 169. — Bern. Segni, l. II, p. 40. — Agost. Giustiniani, l. VI, p. 280._
La flotta imperiale era distrutta, ucciso il vicerè Moncade, cui i Mori, circondando il suo cadavere, chiedevano con feroce sorriso se pensava tuttavia di fare una seconda discesa sulle coste dell'Africa e di rinnovarvi le spaventose sue crudeltà. Il marchese del Guasto, Ascanio Colonna, Francesco Hijar, Filippo Cerbellione, Giovanni Caietani, e Sernone, erano prigionieri, e nel susseguente giorno lo storico Paolo Giovio, ch'era stato spettatore della battaglia dalle coste d'Ischia, andò a nome della marchesana del Guasto a portare ai prigionieri danaro e conforti sulla galera di Filippino Doria. Questi li mandò poi a suo zio Andrea colle tre galere che aveva prese[367].
[367] _P. Jovii Hist., l. XXV, p. 46. — Lettere de' Princ. da Viterbo 3 ed 8 giugno._ Raccomandazioni in favore de' prigionieri. _T. II, f. 101 e seg._
Poco dopo questa vittoria, che sembrava accertare la buona riuscita delle intraprese di Lautrec, il 10 di giugno sopraggiunse nel golfo di Napoli con ventidue galere l'ammiraglio veneziano Pietro Lando, il quale chiuse affatto per alcun tempo il mare agli assediati[368]. Gl'imperiali per altro avevano ancora una ragguardevolissima cavalleria leggiere, mentre il Lautrec quasi non ne aveva; ed invece di assoldarne, come veniva consigliato di fare, acconsentì che gli uomini d'armi, che facevano il suo servigio, andassero ad acquartierarsi a Capoa, ad Aversa ed a Nola. Il principe d'Orange, rimasto solo nel comando di Napoli, seppe approfittare di questa inavvedutezza del Lautrec per istancheggiare con frequenti sortite gli assedianti, e far entrare più vittovaglie in città. La fanteria leggiere delle bande nere, che da prima aveva combattuto con molto zelo in ogni scaramuccia, vedendosi costantemente sagrificata, per non esservi più i cavalli a coprirla nelle sue ritirate, si era disgustata di quelle zuffe sempre svantaggiose. Ma quanto più calde erano le istanze che si facevano a Lautrec perchè adoperasse il danaro ricevuto dalla Francia nell'assoldare cavalleria leggiere, tanto più a questo generale pareva ingiurioso che altri pretendesse dargli consiglj, e perciò si ostinava a non seguirli[369]. Omai più non accadevano intorno a Napoli scaramucce di qualche importanza, e tanto gli assediati come gli assedianti erano travagliati dalla fame e dalle malattie. I primi erano condannati a dure privazioni; in città si era manifestata la peste, e molti corpi di fanteria tedesca e di cavaleggieri trattavano segretamente con Lautrec per passare nel campo francese; nel quale per altro frequentissime pure erano le malattie, e tanto guasto avevano fatto tra i zappatori, che più non si potevano terminare le trincee; perciò il Lautrec era ridotto a tale stato di non avere più operaj per continuarne i lavori, nè soldati per custodirle quando fossero terminate. Cotali trincee, rompendo il corso delle acque, erano state cagione che queste si spargessero per le campagne, se restassero stagnanti in più luoghi con grave pregiudizio della salubrità dell'aria. Del resto la campagna che circonda Napoli è sempre micidiale ne' calori estivi, ed oggi un'armata non potrebbe tenervisi ne' mesi in cui Lautrec vi accampò colla sua, senz'andare ugualmente soggetta a febbri pestilenziali. Il primo loro sintomo era un'enfiagione alle gambe che in appresso stendevasi a tutto il corpo, e l'infermo moriva tormentato da crudelissima sete. Tra le prime vittime di questo flagello si contarono il nunzio del papa presso l'armata della lega, Pietro Paolo Crescenzio, e Luigi Pisani, provveditore veneziano, morti entrambi il giorno 15 di giugno. In appresso non passò giorno che non fosse funestato dalla morte di qualche capo dell'armata, sebbene l'epidemia non giugnesse al colmo che il 15 di luglio[370].
[368] _Fr. Guicciardini, l. XIX, p. 496. — P. Jovii, l. XXVI, p, 47. — P. Paruta, l. VI, p. 440._
[369] _Fr. Guicciardini, l. XIX, p. 490. — P. Jovii Hist. sui temp., l. XXVI, p. 50._
[370] _Fr. Guicciardini, l. XIX, p. 497. — P. Jovii Hist. sui temp., l. XXVI, p. 51. — Bern. Segni, l. II, p. 42. — Marco Guazzo Stor. de' suoi tempi, f. 61. — Georg. von Frundsberg, B. VIII, f. 180._
L'imperatore ed il re di Francia, informati che l'assedio di Napoli non terminerebbe così presto, ed eccitati dai loro generali a mandare soccorsi, risolsero ambidue di spedire nuove truppe in Italia. Il primo scelse per tale spedizione Enrico il giovane, duca di Brunswick; l'altro Francesco di Borbone, conte di San-Paolo. Doveva il Brunswick condurre rinforzi ad Antonio di Leyva, e poichè avesse ritornata la superiorità agl'imperiali in Lombardia, avanzarsi verso l'Italia meridionale per costringere il Lautrec a levare l'assedio di Napoli. Per lo contrario il San-Paolo, doveva opporsi al passaggio del primo, scacciare da Milano Antonio di Leyva, e dopo avere ridotti gl'imperiali a sgombrare la Lombardia, raggiugnere il Lautrec per terminare con lui la conquista del regno di Napoli[371].
[371] _Fr. Guicciardini, l. XIX, p. 492. — Gal. Capella, l. VII, f. 81. — P. Jovii, l. XXVI, p. 73. — Mém. de M. du Bellay, l. III, p. 104._
Il duca di Brunswick coll'assistenza di Ferdinando, re d'Ungheria, fratello dell'imperatore, fu il primo a scendere in Italia. Partì da Trento il 10 di maggio con seicento cavalli e dieci mila fanti; passò l'Adige e s'avanzò fino in Lombardia, senza che il duca d'Urbino, generale de' Veneziani, gli si avvicinasse mai tanto da venire a qualche scaramuccia. Aveva questi dichiarato al senato veneto, che, per quanto la sua armata potesse superare di numero la nemica, giammai la sua cavalleria sosterrebbe l'urto della tedesca, nè la sua fanteria quello dei landsknecht; onde, non deviando dalla consueta sua tattica, aveva difese le città e le fortezze, lasciando tempo agli oltremontani di consumare la loro furia[372].
[372] _P. Jovii Hist., l. XXVI, p. 73. — P. Paruta, l. VI, p. 437. — Lett. de' Princ., t. II, f. 102 e seg._ Lettera del duca d'Urbino al comandante di Bergamo: da Brescia, 21 giugno. — _G. Frundsberg, B. VIII, f. 164._
I Tedeschi condotti dal duca di Brunswick avevano abbandonato il loro paese per la speranza d'un saccheggio somigliante a quello che nel precedente anno aveva arricchito i loro compatriotti; e quando trovarono le pianure della Lombardia ruinate da una disastrosa guerra, le terre desolate dalla fame e dalla peste, e le città contro di loro difese non meno dai nemici che dagli amici, non tardarono a disgustarsi d'un faticoso servigio, del quale non erano pagati. Mai non giugneva danaro all'armata imperiale, nè dalla Spagna nè dalla Germania; onde Antonio di Leyva, che aveva da principio persuaso il duca di Brunswick ad assediare Lodi, vedendo che quest'assedio non avanzava, cercava di scoraggiarlo per non avere in Lombardia compagni nel comando o nei rubamenti. Il Brunswick vendicossi di questa opposizione con una crudeltà senza pari; egli non si accontentava di saccheggiare ogni cosa, ma faceva oltre a ciò passare a filo di spada tutti gli uomini che gli venivano tra le mani; bruciava tutte le case isolale, volendo che il suo passaggio fosse contrassegnato da una totale desolazione. Per giustificare tante atrocità, pretendeva il Brunswick che tutti gl'Italiani fossero ribelli all'autorità imperiale, e diceva d'essere venuto a distruggere coloro che i suoi predecessori non avevano saputo castigare. Il duca d'Urbino usò lo stesso trattamento verso i prigionieri tedeschi; onde il 13 di luglio i landsknecht si ammutinarono, e poco dopo il duca di Brunswick tornò per la strada di Como in Germania co' deboli avanzi di un'armata, i di cui soldati erano per la maggior parte disertati, o passati sotto le bandiere d'Antonio di Leyva[373].
[373] _P. Jovii, l. XXVI, p. 74. — Ben. Varchi, l. VI, p. 122. — Bern. Segni. l. II, p. 41. — Fr. Guicciardini, l. XIX, p. 493. — Marco Guazzo, f. 57. — Fr. Belcarii, l. XX, p. 614. — Gal. Capella, l. VII, f. 82. — Georg. von Frundsberg, B. VIII, f. 165._ — Il vecchio generale di fanteria Giorgio Frundsberg, rimasto infermo a Ferrara, approfittò della spedizione del duca di Brunswick in Italia per ritornare per la via di Milano in Germania. Ma non era rientrato che da otto giorni nel suo castello di Mindelheym, quando venne a morte, oppresso dai debiti contratti in servizio dell'imperatore. _Kriegsthaten, B. VIII, f. 168._
Questi continuava a conservare Milano ubbidiente col terrore. Abbandonato dall'imperatore, senza danaro per pagare i soldati, erasi impossessato di tutte le vittovaglie che si trovavano in città, di tutte quelle che giugnevano dalla campagna, e, fattone monopolio, le vendeva tre o quattro volte più dell'ordinario loro prezzo. I poveri, ruinati da tre anni d'estorsioni, ai quali erano preceduti vent'anni di guerra, morivano di fame per le strade, non potendo comperare il pane all'alto prezzo fissato dell'avarizia del generale; i ricchi, prigionieri de' soldati alloggiati presso di loro, erano esposti ad ogni genere d'oltraggi, e spesso alla tortura, qualunque volta tardavano a soddisfare i capriccj de' loro tiranni. Le sentinelle trattenevano alle porte tutti coloro che cercavano di fuggire di città; e se a taluno riusciva di scalare le mura, o di uscire dalle porte travestito, gli si confiscavano i beni, ed annunciavasene la vendita con avvisi stampati in tutti i capi strada[374].
[374] _Fr. Guicciardini, l. XVIII, p. 483. — Gal. Capella, l. VII, f. 81. — P. Jovii Hist. sui temp., l. XXVI, p. 81. — Bern. Segni, t. II, p. 48. — Jac. Nardi, l. VIII, p. 336._
L'armata che il signore di San-Paolo conduceva in Lombardia per liberarla dal giogo degli Spagnuoli, doveva essere composta di cinquecento uomini d'armi, e di cinquecento cavaleggieri sotto il comando del signore di Boisì, di sei mila avventurieri capitanati dal signore di Lorges e di tre in quattro mila landsknecht guidati dal signore di Montejan. Ma colla consueta sua negligenza Francesco I lasciò dissipare il danaro destinato a quest'impresa; i corpi non furono ridotti a numero, non giunsero che lentamente ed a lunghi intervalli al luogo dell'unione, ed il conte di San-Paolo era tuttavia sulle Alpi, quand'ebbe notizia che il duca di Brunswick era tornato in Germania per mancanza di danaro[375]. I Francesi eransi lasciati togliere per sorpresa Pavia, conquista del signore di Lautrec; il conte di San-Paolo l'attaccò di nuovo col duca d'Urbino, ed in sul finire della campagna la riebbe d'assalto[376]; ma trovavasi bastantemente occupato da Antonio di Leyva che gli contrastava l'acquisto delle città di Lombardia, onde non potesse innoltrarsi verso Napoli, dove il signore di Lautrec lo andava invano chiamando.
[375] _Mém. de M. du Bellay, l. III, p. 104. — P. Paruta, l. VI, p. 448. — Lett. de' Princ., t. II, p. 106 e seg._
[376] _Mém. de M. du Bellay, l. III, p. 105. — Ben. Varchi, l. VII, p. 175. — P. Jovii, l. XXVI, p. 79._
Malgrado i patimenti di quest'ultimo, che andavano a dismisura crescendo, non potevasi ancora facilmente prevedere quale delle due armate di Lautrec o il principe d'Orange avrebbe dovuto soggiacere la prima alla peste ed alla fame ond'erano egualmente travagliate, quando un'importantissima diserzione, cagionata dalla inconsiderata politica di Francesco I, trasse con sè la ruina dell'armata francese. Andrea Doria, che veniva riputato il più grand'uomo di mare del suo secolo, e che, fino dalla sua gioventù trovandosi al soldo di stranieri potentati, aveva creato una flotta che non aveva ricevuta dalla sua patria, lagnavasi da gran tempo della gelosia e degl'intrighi de' ministri del re di Francia. Era stato associato a Renzo di Ceri in una spedizione da principio destinata contro la Sicilia, poscia contro la Sardegna, la quale era andata a male a cagione della loro malintelligenza[377]. In tempo della spedizione del Borbone in Provenza aveva fatto prigioniero il principe d'Orange; ma la ricca taglia di questo prigioniero gli era stata ritenuta dal re; gli erano inoltre ritenuti ragguardevoli arretrati pel soldo delle sue galere; e Francesco della Rochefoucault, signore di Barbesieux, era stato in di lui pregiudizio nominato ammiraglio dei mari del Levante[378].
[377] _Fr. Guicciardini, l. XVIII, p. 477. — P. Jovii, l. XXVI, p. 68. — Mém. de M. du Bellay, l. III, p. 93._
[378] _Fr. Guicciardini, l. XIX, p. 497. — Mém. de M. du Bellay, l. III, p. 95. — Ben. Varchi, l. VI, p. 150. — P. Jovii, l. XXVI, p. 69. — Bern. Segni, l. II, p. 43. — Fr. Belcarii, l. XIX, p. 608-618. — Lett. de' Princ., t. II, p. 109._
Ma queste personali offese non erano la principale cagione che alienasse Andrea Doria dal partito della Francia. Sebbene questo grand'uomo non avesse quasi mai vissuto in patria, era teneramente attaccato alla libertà, ed alla prosperità della medesima. Il sacco di Genova eseguito dall'armata imperiale gli aveva inspirata un'altissima avversione contro gli Spagnuoli; onde dopo tale epoca non volle per alcun tempo a qualsifosse prezzo rilasciare i prigionieri di quella nazione, e li faceva remare incatenati sulle sue galere; non cominciò a perdere forza nell'animo suo tanta avversione, che quando lo sprezzo di Francesco I pei privilegj de' Genovesi, per la loro capitolazione, ed ancora per la privata loro prosperità, lo chiamò a vendicare le fresche offese ad ogni costo, e foss'anche coll'ajuto di coloro medesimi che erano stati autori delle più antiche. Il re si ostinava a tenere Genova come una provincia del regno, non già come una repubblica postasi volontariamente sotto la sua protezione; egli risguardava tutti i privilegj dei popoli, i diritti dei cittadini, e le restrizioni della sua autorità, come altrettante offese fatte alla maestà reale; perciò si compiaceva di emettere ordini che umiliassero lo spirito ribelle de' Genovesi. A tal fine si propose di trasportare a Savona, per quanto poteva da lui dipendere, tutto il commercio di Genova. Accrebbe le fortificazioni di questa città, e volle che dipendesse immediatamente dalla corona; vi traslocò la gabella del sale: e sebbene avesse formati questi progetti ne' tempi in cui Savona gli si era conservata fedele, e quando Genova era passata sotto il dominio dell'imperatore, non volle punto rinunciarvi allorchè ebbe ricuperata questa capitale. Nell'esecuzione di questi progetti, i Genovesi vedevano apertamente il totale esterminio della loro città; implorarono quindi l'ajuto dell'illustre loro concittadino, il quale promise: «di fare pel suo paese tutto quanto l'onor suo gli acconsentirebbe di fare»[379].
[379] _Mém. de M. du Bellay, l. III, p. 95. — P. Jovii, l. XXVI, p. 70. — Agost. Giustiniani, l. VI, p. 280._
Il servizio del Doria col re di Francia spirava coll'ultimo giorno di giugno del 1528. Prima di acconsentire a rinnovarlo, mandò un gentiluomo alla corte di Francesco I per chiedergli giustizia tanto sulle taglie de' prigionieri e sugli arretrati dovutigli, che intorno ai privilegj della sua patria; intanto si rimase in Genova ozioso, ordinando a Filippino, suo nipote, di non usare soverchio rigore nel blocco di Napoli. Il Lautrec, avvedutosi che il Doria pensava ad abbandonare l'alleanza della Francia, e fattone più certo dagli avvisi di Clemente VII, sentì il pregiudizio grandissimo che da ciò ne verrebbe alla sua armata. Spedì dunque al re Guglielmo di Bellay per supplicarlo a ritenere il Doria a suo servizio. Il Bellay, passando per Genova, andò a trovare il Doria che era suo amico; ed udite le sue inchieste, cercò di appoggiarle presso il re; ma il cancelliere Duprat impedì che il re le accettasse. Fu spedito a Genova Barbesieux per prendere il comando della flotta di Andrea, e impadronirsi non solo delle galere del re, ma ancora di quelle del Doria, e se gli riusciva, ancora della persona di lui. L'ammiraglio genovese non aspettò che giugnesse chi era destinato a rimpiazzarlo. Ritirossi colla sua flotta a Lerici, e dichiarò a Barbesieux, che andò a visitarlo: essergli noti gli ordini del re, ed essere non pertanto apparecchiato a rilasciargli le di lui galere; ma determinato però a ritenere le altre come una sua proprietà; e non solamente non essere per darne conto a chicchessia, ma per valersene anzi come meglio crederebbe[380].
[380] _Mém. de M. du Bellay, l. III, p. 97. — Fr. Guicciardini, l. XIX, p. 499. — Ben. Varchi, l. VI, p. 153. — P. Jovii Hist. sui temp., l. XXVI, p. 70. — P. Folietae Hist. Gen., l. XII, p. 734. — P. Bizarri, l. XX. p. 475._
Intanto il Doria aveva intavolato un trattato coi prigionieri fatti da suo nipote sotto Napoli, ed in particolare col marchese del Guasto, che cercava di ridurlo ai servigj dell'imperatore. Per mezzo di quest'ultimo il Doria, il 20 di luglio, mandò in Ispagna un segretario incaricato di esporre le condizioni sotto le quali si obbligherebbe a servire l'imperatore con dodici galere, per l'annuo stipendio di sessanta mila ducati. Domandava che Genova fosse posta in libertà e dorinnanzi governarsi come repubblica indipendente; che le fossero di nuovo assoggettate Savona e le altre città della Liguria; che a lui ed a tutto il suo equipaggio l'imperatore condonasse le offese fatte alla sua corona; che per ogni spagnuolo ch'egli rilascerebbe gli si desse un altro uomo egualmente robusto e capace di remare[381]. Tutte queste condizioni furono all'istante accettate, e la flotta di Genova, che il 4 di luglio aveva abbandonata la baja di Napoli, passò al servizio dell'imperatore[382].
[381] Lettera di Gio. Battista Sanga a Gio. della Stuffa, nunzio presso il Lautrec. Viterbo in agosto 1528. _Lett. de' Princ., t. II, f. 110._
[382] _Fr. Guicciardini, l. XIX, p. 500._