Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 15 (of 16)
Part 2
Le rivoluzioni degli stati della Chiesa e della Toscana erano opera degl'Italiani, ma l'influenza loro era limitatissima; per lo contrario quelle della Lombardia erano opera degli oltremontani, e da queste dipendevano non solo la futura sorte dell'Italia, ma ancora quella dell'Europa. Francesco I colla sua inconsiderata prodigalità aveva lasciato che si perdesse nel precedente anno lo stato di Milano, mentre il suo cancelliere Duprat aveva con nuove imposizioni, con intollerabili estorsioni e colla vendita de' beni della corona, raccolto assai più danaro che non sarebbe abbisognato per mantenere la più formidabile armata. Francesco tutt'inteso a' suoi amoreggiamenti ed alle feste che dava alle sue amiche, dissipava il danaro strappato a' suoi popoli, o lasciava che sua madre ne disponesse, compromettendo l'onore nazionale colle sconfitte delle sue armate, e col mancare a tutte le convenzioni fatte co' suoi alleati. Vantavasi d'essere il primo re di Francia, che si fosse liberato dalla tutela de' suoi familiari, perchè disponeva solo, ed a voglia sua di tutti gli scrigni de' suoi sudditi, mentre che prima di lui le domestiche spese de' suoi predecessori erano a carico de' beni della corona, ch'essi non si facevano lecito d'impegnare, concorrendo liberamente alle spese della guerra i tre ordini dello stato. Ma il vescovo di Beucaire non dubitò di dire che Francesco cambiò la libertà francese in una miserabile schiavitù; e le sciagure provocate sul di lui regno mostrano abbastanza che colla libertà de' suoi sudditi sagrificò pure la personale sua gloria ai suoi capriccj[17].
[17] _Hinc antiqua illa Gallica libertas aboleri, et in miseram servitutem desinere occaepit. Belcarius Comm. Rer. Gallic., l. XVII, p. 507._
La gloria nazionale era stata pure sagrificata in altra maniera da lui e da' suoi predecessori all'ingrandimento della sua autorità o di quella de' gentiluomini. Era stato severamente vietato l'uso delle armi al terzo stato, onde tenerlo in una assoluta dipendenza dai suoi padroni: erasi con ciò renduto vile ed incapace di servire nelle armate, di modo che era cosa maravigliosa il vedere una delle più valorose nazioni dell'Europa ridotta a non avere fanteria nazionale. I suoi re erano forzati di ricorrere agli Svizzeri per tutte le loro guerre, perchè, ad eccezione degli uomini d'armi tutti presi tra la nobiltà, la Francia non aveva soldati. La Svizzera, che non contava l'ottava parte della popolazione della Francia, le somministrava i suoi battaglioni; ma per ottenerli, bisognava che i Francesi si ponessero in balìa della venalità, dell'orgoglio, dell'incostanza di que' montanari, renduti arroganti dal vedersi accarezzati da tutti i sovrani. Francesco I, che di fresco aveva perduto Milano per la loro mala fede, fu ridotto a mercanteggiare separatamente con ogni cantone, e profondere doni tra i loro magistrati, a promettere pensioni agli uomini che avevano fra loro maggiore riputazione, e ad inghiottire senza lagnarsene la loro arroganza. A questo prezzo Renato, bastardo di Savoja, gran maestro di Francia, e Galeazzo di Sanseverino, grande scudiere, persuasero nella primavera del 1522 circa due mila Svizzeri a passare il san Bernardo ed il san Gottardo per iscendere in Italia[18].
[18] _Fr. Guicciardini, l. XIV, p. 224. — Mém. de M. du Bellay, l. II, p. 195. — Gal. Capella, l. I, p. 16._
Dal canto suo il Lautrec adunò la cavalleria francese dispersa nella pianura lombarda; la riunì presso Cremona all'armata veneziana comandata da Andrea Gritti e da Teodoro Trivulzio; poi andò ad unirsi agli Svizzeri, ed il primo giorno di marzo passò l'Adda per venire ad accamparsi con tutta la sua armata due sole miglia lontano da Milano[19].
[19] _Fr. Guicciardini, l. XIV, p. 226. — M. du Bellay, l. II, p. 202. — P. Jovii Vita Ferd. Davali, l. II, p. 316._
Prospero Colonna difendeva questa città con Alfonso d'Avalos, marchese di Pescara. Il cancelliere del ducato, Girolamo Moroni, vi teneva la rappresentanza del suo signore, che per anco non aveva potuto fare il suo ingresso nella capitale. Esortava i Milanesi a conservare la loro indipendenza; loro mostrava i pericoli delle vendette de' Francesi; e per aggiugnere inoltre un sentimento religioso all'amore della patria, aveva persuaso un eloquente monaco dell'ordine di sant'Agostino, Andrea Barbato, a riscaldare lo zelo de' Milanesi con una serie di sermoni contro i barbari[20]. Con tale pratica ottenne il Moroni dai suoi compatriotti volontarie contribuzioni abbastanza copiose per assoldare dieci mila Tedeschi. Girolamo Adorno, e Giorgio Frundsberg ne condussero cinque mila con tanta rapidità a traverso alla Valtellina ed al Bergamasco, che entrarono in Milano prima che arrivassero i Francesi; gli altri vi furono condotti alquanto più tardi dallo stesso Francesco Sforza[21].
[20] _Fr. Guicciardini, l. XIV, p. 225. — M. du Bellay, l. II, p. 194. — Fr. Belcarii, l. XVII, p. 503. — Galeat. Capella, l. I, p. 16._
[21] _Fr. Guicciardini, l. XIV, p. 227. — M. du Bellay, l. II, p. 203. — P. Jovii Vita Piscarii, l. II, p. 316. — P. Paruta Ist. Ven., l. IV, p. 292._
Dall'altra parte l'armata francese aveva ancor essa ricevuto un inaspettato rinforzo, essendo stata raggiunta da Giovanni de' Medici, che le condusse a Cassano tre mila pedoni e dugento cavalli. Queste truppe avevano bandiere nere in segno di corrotto per la morte di papa Leon X, ond'ebbero poi il nome di Bande Nere; nome che in appresso esse rendettero famoso rivendicando la gloria della fanteria italiana. Queste Bande avevano fino a tale epoca combattuto nell'armata della lega; ma trovandosi Giovanni de' Medici in libertà per la morte di Leon X, le aveva condotte ai servigj della Francia, che gli aveva offerte migliori condizioni[22]. Circa lo stesso tempo, un colpo di colombrina, che alcuni pretesero essere stato diretto dallo stesso Prospero Colonna, uccise Marcantonio Colonna, suo nipote, che serviva nell'armata francese, e Camillo, figliuolo del maresciallo Gian Giacopo Trivulzio. Il cadavere del primo fu mandato in Milano allo zio, che fu estremamente afflitto per avere veduto cadere tra le file nemiche un nipote che grandemente amava[23].
[22] _Mém. de M. du Bellay, l. II, p. 205. — Fr. Guicciardini, l. XIV, p. 226._
[23] _P. Jovii Vita Ferd. Davali, l. II, p. 205. — Fr. Guicciardini, l. XIV, p. 226._
Prospero Colonna ed il Pescara avevano approfittato della lentezza de' Francesi per riparare tutte le fortificazioni di Milano, e per circondare il castello con una circonvallazione, che non permettesse a Lautrec di soccorrere la guarnigione assediata. Questi, prevenuto ne' suoi progetti, non aveva avuto che il debole compenso della presa di Novara; in appresso aveva attaccato Pavia, difesa dal marchese di Mantova; ma fu forzato ad abbandonarne l'assedio, vedendo avvicinarsi coll'armata imperiale Prospero Colonna. Finalmente erasi diretto per la via di Landriano alla volta di Monza, onde accostarsi ad Arona, ove sapeva trovarsi il danaro mandatogli dalla Francia per pagare le sue truppe[24].
[24] _Fr. Guicciardini, l. XIV, p. 228. — P. Jovii Vita Ferd. Davali, l. II, p. 319. — M. du Bellay, l. II, p. 205. — Fr. Belcarii, l. XVII, p. 504. — Arnoldi Ferroni Burdigalensis de reb. gest. Gallor., l. V, p. 107. — P. Paruta, l. IV, p. 293. — Gal. Capella, l. II, f. 19._
Sapevano gli Svizzeri che il danaro destinato pel loro soldo era stato condotto ad Arona, sul lago Maggiore, e che Anchise Visconti, che occupava Busto con un corpo di truppe milanesi, impediva al convoglio di venire fino all'armata. Perciò facevano calde istanze al Lautrec di forzare il passo fino al lago Maggiore onde far loro avere il danaro, mentre Andrea Gritti, generale de' Veneziani, protestava dal canto suo che non si allontanerebbe cotanto dai confini della sua repubblica, e che, se gli Svizzeri prendevano la strada del lago Maggiore, egli prenderebbe quella di Verona[25]. Desiderava il Lautrec di calmare l'impazienza degli Svizzeri: ma l'armata imperiale soffriva ancora più che la sua per mancamento di danaro e di vittovaglie; e di già intere compagnie di disertori avevano abbandonate le insegne del Colonna per porsi sotto quelle di Lautrec; onde questi sperava, tenendo la campagna ancora qualche tempo, di disperdere l'armata nemica[26].
[25] _P. Paruta Ist. Ven., l. IV, p. 296._
[26] _Fr. Guicciardini, l. XIV, p. 229. — P. Paruta, l. IV, p. 297. — Arnol. Ferroni de reb. gest. Gallor., p. 108._
Ma gli Svizzeri, entrando in campagna, si erano ripromessi più rapidi successi, ed il saccheggio delle più ricche città della Lombardia. Di più terre da loro attaccate, la sola città di Novara era venuta in loro potere, ed era stata da loro barbaramente saccheggiata. Avevano sofferto assai sotto Pavia, ove continue piogge avevano impedita la condotta delle vittovaglie. Mostravansi annojati d'una guerra di posizioni e di marcie, ed accostumati come erano a far tutto cedere ai loro capriccj, si adunarono intorno alla tenda di Lautrec per domandare con altissime grida o la battaglia o il loro congedo[27].
[27] _P. Jovii Vita Ferd. Piscarii, l. II, p. 320. — Galeat. Capella, l. II, f. 20. — Mém. de M. du Bellay, l. II, p. 215. — P. Paruta, l. IV, p. 297._
Il Lautrec e tutti i generali francesi impiegarono inutilmente il loro credito presso gli Svizzeri, per persuaderli a confidare ne' loro capi, ad approfittare dei patimenti del nemico, ad aspettare se non altro pochissimi giorni, ne' quali il generale francese, con un nuovo movimento, forzerebbe Prospero Colonna a mutare posizione: tutto fu inutile, e gli Svizzeri risposero a tutti i ragionamenti degli ufficiali dell'armata con una sola voce: _domani, o il congedo, o la battaglia_[28].
[28] _Fr. Guicciardini, l. XIV, p. 229. — Mém. de M. du Bellay, l. II, p. 216. — Arnold. Ferronius Burdigalensis de reb. gest. Gallor., p. 109._
Lautrec, prima di cedere, incaricò Crequì, signore di Pontdormì, di andare a riconoscere il nemico con quattrocento uomini d'armi e sei mila Svizzeri. Prospero Colonna si era accampato alla Bicocca, casa di campagna di un signore milanese, lontana tre in quattro miglia da Milano. Una strada, più bassa de' fondi laterali, gli teneva luogo di fossa; ed egli ne aveva coperti gli orli con artiglieria e con archibugeri; a destra ed a manca il suo campo era chiuso da due canali d'acqua corrente destinata all'irrigazione; ed a non molta distanza dietro al campo uno de' canali era attraversato da un ponte di pietra. Crequì, dopo avere esaminata questa posizione, riferì al generale francese che riuscirebbe difficilissimo il forzarla; onde il consiglio di guerra tentò nuovamente di persuadere gli Svizzeri a rinunciare ad una battaglia che doveva avere un'infelice riuscita. Risposero questi, che attaccherebbero di fronte la linea del nemico e che colle loro picche e colle alabarde s'impadronirebbero di quelle batterie credute tanto formidabili. Dichiararono in pari tempo che domani si metterebbero in cammino per tornare nei loro paese ove non fossero condotti alla battaglia. Il solo Pietro Navarro propose di far morire i più sediziosi e di ridurre così gli altri all'ubbidienza; ma gli altri generali e lo stesso Lautrec, che conoscevano gli Svizzeri, e che si sentivano assolutamente tra le loro mani, preferirono la dubbiosa sorte d'una battaglia alla certezza d'una sconfitta, necessaria conseguenza della partenza di tutta la loro fanteria; e sebbene vivamente sentissero l'imprudenza che stavano per commettere, nondimeno ordinarono alle loro truppe di apparecchiarsi per combattere nel susseguente giorno[29].
[29] _Mém. de M. du Bellay, l. II, p. 217. — P. Jovii Vita Davali, l. II, p. 322. — Arn. Ferronii, l. V, p. 109. — Fr. Guicciardini, l. XIV, p. 229. — Georgens von Frundsberg, B. II, f. 32._
In fatti il Lautrec sortì da Monza la mattina del 29 aprile, giorno di _Quasimodo_, e marciò alla volta della Bicocca. A seconda della loro domanda aveva incaricati otto mila Svizzeri del principale attacco sulla fronte del nemico; Montmorencì col conte di Montforte, i signori di Miolans, di Granville, d'Auchì, di Launai e molti altri marciavano a piedi alla loro testa. Giovanni de' Medici aveva avuto ordine di celare il loro avanzamento, tenendo occupato il nemico colle evoluzioni della sua cavalleria e della sua fanteria leggiere. Lescuns, maresciallo di Foix, con trecento lance ed una parte dell'infanteria doveva girare intorno alla sinistra dell'armata imperiale, passare il ponte di pietra ch'era stato riconosciuto, e piombare alle spalle di Prospero Colonna, ove stava di guardia Francesco Sforza colle milizie milanesi uscite di città, per prender parte nella battaglia; il Lautrec col restante della cavalleria e della fanteria francese doveva piegare a destra; e per penetrare nel campo nemico aveva fatto prendere ai suoi soldati la croce rossa, che portavano gl'Imperiali, invece della bianca che portavano i Francesi; poichè non si costumavano ancora gli uniformi. L'armata veneziana formava la retroguardia e non era chiamata a prendere immediatamente parte nella battaglia[30].
[30] _Fr. Guicciardini, l. XIV, p. 230. — Gal. Capella, l. II, f. 21. — P. Jovii Vita Ferd. Davali, l. II, p. 322. — Arn. Ferroni, l. V, p. 109. — P. Paruta Stor. Ven., l. IV, p. 298. — Mém. de M. du Bellay, l. II, p, 318. — Fr. Belcarii, l. XVII, p. 507._
I varj corpi dell'armata francese, non avendo un eguale spazio da percorrere, non potevano giugnere alla rispettiva posizione nello stesso tempo: onde il Montmorencì, giunto a poca distanza dagl'imperiali, ordinò agli Svizzeri di trattenersi per dare tempo al maresciallo di Foix di fare il giro che gli era stato ordinato. Ma gli Svizzeri, pieni di disprezzo pei loro nemici, e volendo avere soli l'onore della vittoria, mai non vollero ubbidire, continuando ad avanzarsi di fronte al nemico, ove trovavansi Giorgio di Frundsberg colla fanteria tedesca ed il marchese di Pescara colla fanteria spagnuola. Questi aveva insegnato ai suoi fucilieri a fare un continuo fuoco, loro facendo ricaricare il fucile stando in ginocchio, mentre che la linea di dietro tirava. L'attacco degli Svizzeri fu ricevuto con un fuoco così sostenuto, tanto dei fucilieri, che delle batterie, ch'erano caduti morti più di mille Svizzeri prima ch'essi giugnessero alla strada bassa, la quale fu da loro trovata assai più profonda che non credevano, conciossiachè, scesi nella medesima, potevano a stento colla punta delle loro picche ferire i landsknecht che ne custodivano gli orli. Ventidue de' loro capitani e più di tre mila soldati furono uccisi in questo sciagurato attacco, senza quasi potere offendere il nemico. All'ultimo si ritirarono in buon ordine, riconducendo i quattordici pezzi d'artiglieria che loro erano stati dati; ma disprezzando anche in sul finire del combattimento, siccome avevano fatto in principio, gli ordini dei loro capi, non vollero trattenersi in faccia al campo di battaglia in aspetto minaccioso per assecondare gli attacchi del maresciallo di Foix e di Lautrec, che non erano giunti a portata del nemico che quando gli Svizzeri si erano di già ritirati[31].
[31] _Fr. Guicciardini, l. XIV, p. 230. — Arn. Ferronii, l. V, p. 110. — P. Jovii Vita Piscarii, l. II, p. 323. — Mém. de M. du Bellay, p. 218. — Gal. Capella, l. II, f. 22. — P. Paruta, l. IV, p. 298. — Georg. von Frundsberg Kriegzsthat, B. II, f. 35._
Il Maresciallo di Foix, che gl'imperiali avevano veduto avanzare sulla loro sinistra, e che sospettavano aver presa la strada di Milano, era finalmente giunto al ponte di pietra che attraversava il canale; era entrato nella posizione di Prospero Colonna, aveva rovesciati i Milanesi di Francesco Sforza ed avrebbe guadagnata la battaglia se fosse stato seguito dalla sua fanteria, o se gli Svizzeri, rinnovando il loro attacco, avessero impedito a Prospero Colonna di condurre tutti i suoi landsknecht ed i fanti spagnuoli contro di lui. Il Lautrec, dopo d'avere posti in fuga sulla diritta i cavalli di Girolamo Adorno, calcolava che i suoi cavalieri entrerebbero assieme con loro nel campo nemico, ove li farebbe ricevere la croce rossa che portavano; ma Prospero Colonna, di ciò prevenuto, aveva ordinato ai suoi soldati di porsi in sul capo una frasca; sicchè, riconoscendo i nemici, gli fu facile di tenerli fuori de' suoi alloggiamenti[32].
[32] _Mém. de M. du Bellay, l. II, p. 220. — Arn. Ferronii, p. 110. — P. Jovii Vita Ferd. Davali, l. II, p. 324._
I tre corpi dell'armata francese essendo stati tutti respinti, questa ritirossi in buon ordine, coperta dalle bande nere di Giovanni de' Medici, e protetta dall'armata veneziana, che non aveva combattuto. Il Pescara voleva inseguirla, ma Prospero Colonna vi si ricusò perentoriamente, perchè un movimento sedizioso tra i suoi landsknecht che in premio dell'ottenuta vittoria domandavano doppia paga, poteva rendere per lui pericolosa una nuova azione. Gli Svizzeri lo liberarono bentosto da ogni timore, essendosi ritirati a Monza con tutta la loro artiglieria ed i loro equipaggi. All'indomani Lautrec avviossi verso Trezzo e passò l'Adda; colà più non gli fu possibile di trattenere gli Svizzeri al tutto determinati di tornare ne' loro paesi. Dopo averli inutilmente eccitati a rimanere, affidò a suo fratello Lescuns, maresciallo di Foix, il comando degli uomini d'armi francesi, e la difesa delle terre che la Francia possedeva ancora in Lombardia; si congedò da Andrea Gritti, che coll'armata veneziana prese a coprire i confini della repubblica; e, fermo nella risoluzione di volersi personalmente giustificare innanzi al re, accompagnò gli Svizzeri, che rientravano ne' loro paesi attraversando il territorio bergamasco, e passò alla corte di Francia[33].
[33] _Fr. Guicciardini, l. XIV, p. 231. — Mém. de M. du Bellay, l. II, p. 223. — Gal. Capella, l. II, f. 22. — P. Jovii Vita Ferd. Davali, l. III, p. 325. — Arn. Ferronii de Gest. Gall., l. V, p. 111. — P. Paruta, l. IV, p. 301._
Il Lautrec era fratello di madama di Chateaubriand, amante del re; e questa era la cagione della grandezza di lui, e di quella di Lescuns e di Lesparre di lui fratelli, uno dei quali perdette il Milanese e l'altro la Navarra. Pure Francesco I rimproverò al maresciallo di Lautrec le sue perdite. Rispose questi d'avere prevenuta S. M. che non potrebbe difendere il Milanese senza danaro; che gli uomini d'armi avevano servito diciotto mesi senza soldo; che gli Svizzeri non gli avevano imposta la legge, e non l'avevano finalmente costretto a combattere alla Bicocca che per non essere stati pagati. Francesco I maravigliando dimandò cosa fosse accaduto dei quattrocento mila scudi che gli aveva mandati. Confessò Semblanzai d'avere avuto ordine di mandarli, ma di esserne stato in seguito impedito da Luigia di Savoja, madre del re, che aveva il titolo di reggente di Francia. Questa, gelosa di Lautrec, e volendo che andasse a male la di lui spedizione, si era fatto dare quel danaro che diceva a sè dovuto. L'onore della madre del re veniva compromesso dalla pubblica processura di Semblanzai. Il cancelliere di Francia Duprat, per salvare la madre del re e per perdere il sovraintendente, suo nemico, lo fece giudicare da alcuni commissarj, e strascinare al supplicio in età di sessantadue anni pel solo delitto d'avere ubbidito alla madre del re, che nè pure fu interpellata in questa causa[34].
[34] _Mém. de M. du Bellay, l. II, p. 227, 228. — Fr. Belcarii Comm. Rer. Gall. l. XVII, p. 507-609. — Arn. Ferronii, l. V, p. 112._
Il maresciallo di Foix Lescuns non difese lungamente ciò che ancora possedevano i Francesi in Lombardia. Sei compagnie di uomini d'armi, che aveva posti in Lodi sotto gli ordini di Federico da Bozzolo e di Bonneval, vi si lasciarono sorprendere e far prigionieri, mentre che la città venne saccheggiata dagl'imperiali[35]. Pizzighettone, che poteva lungamente resistere e che tenevasi tra le migliori fortezze d'Italia, capitolò alle prime minacce fattegli dal marchese di Pescara. Finalmente in Cremona, dove si era ritirato il maresciallo di Foix, sollevaronsi le truppe di Giovanni de' Medici chiedendo il loro soldo, drizzarono la loro artiglieria contro i Francesi, e minacciarono di consegnare agl'Imperiali una porta della città. Lescuns cercò di soddisfarle, prendendo a prestito il vasellame di tutti i suoi amici e distribuendolo ai soldati; ma sentì l'impossibilità di sostenersi più lungamente in Italia, e propose a Prospero Colonna una capitolazione che fu subito accettata. Convenne di evacuare non solo Cremona, ma tutta la Lombardia, ad eccezione dei tre castelli di Novara, Milano e Cremona, se prima che passassero quaranta giorni una nuova armata francese non forzava il passaggio del Po, o non occupava una delle grandi città di Lombardia. Fino allo spirare del termine stabilito dalla capitolazione, che fu sottoscritta il 26 di maggio, le ostilità dovevano cessare intorno a Cremona, dovevano essere somministrate le vittovaglie all'armata francese. Ma perchè passarono i quaranta giorni senza che il re potesse mandare soccorsi al maresciallo di Foix, questi evacuò la Lombardia, ad eccezione dei tre castelli eccepiti dalla capitolazione, e ricondusse la sua armata in Francia[36].
[35] _Mém. de M. du Bellay, l. II, p. 223. — P. Jovii Vita Ferd. Davali, l. II, p. 326. — Georg. von Frundsberg Kriegzsthat, B. II, f. 36._
[36] _Fr. Guicciardini, l. XIV, p. 232. — M. du Bellay, l. II, p. 231. — P. Jovii Vita Ferd. Davali, l. III, p. 328. — Arn. Ferronii Rer. Gall., l. VII, p. 133. — P. Paruta Ist. Ven., l. IV, p. 303. — Gal. Capella, l. II, f. 23. — Fr. Belcarii, l. XVII, p. 509._
Uno de' motivi che determinarono Prospero Colonna ad accordare ai Francesi la capitolazione di Cremona, fu il desiderio di trovarsi in libertà per attaccare Genova. Finchè i Francesi avevano in mano quella città, egli non risguardava come sicura la conquista della Lombardia. Vero è che la dolcezza di Ottaviano Fregoso, luogotenente del re, aveva accostumati i cittadini ad un giogo straniero, di modo che Antoniotto e Girolamo Adorno, che seguivano il campo imperiale e che si lusingavano di sollevare la loro fazione colla promessa di tornare alla repubblica l'antica libertà, non cagionarono, avvicinandosi a Genova, verun movimento negli abitanti. Pure i generali imperiali, senza perdere un solo istante, avevano approfittato della capitolazione di Cremona. Prospero Colonna era entrato coi landsknecht nella Valle di Bisagno, ed il marchese di Pescara in quella della Polsevera. Non trovavansi in Genova che due mila soldati, cui era venuto ad aggiugnersi da Marsiglia Pietro Navarro, e perchè i Genovesi non volevano nè sollevarsi contro Ottaviano Fregoso, nè armarsi per difenderne l'autorità, ogni resistenza pareva impossibile. Dodici ufficiali della balìa furono incaricati di trattare una capitolazione. Ma nel tempo che questi trattavano, e che la promessa della sospensione delle ostilità rendeva le guardie più negligenti, alcuni soldati spagnuoli si avvidero che una breccia delle mura non era difesa; essi se ne impadronirono e vi chiamarono i loro commilitoni. Per tal modo l'accidente diede Genova in mano ai nemici il 30 di maggio, senza che i generali ne avessero ordinato l'assalto. La città fu presa, e gli abitanti, che non avevano voluto difendersi, furono saccheggiati, senza distinzione di partito, con estrema barbarie. Pietro Navarro ed Ottaviano Fregoso rimasero prigionieri, e molti altri ufficiali fuggirono per mare. Quella città, in altri tempi la più commerciante e la più ricca dell'Italia, fu ruinata e ridotta ad una assoluta dipendenza dagli stranieri; ma nello stesso tempo riconobbe per doge Antoniotto Adorno[37].