Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 15 (of 16)
Part 19
Dal canto suo la repubblica di Firenze fu chiamata a rinnovare la sua alleanza colla Francia e coi Veneziani. Il gonfaloniere Niccolò Capponi vedeva con rincrescimento i suoi concittadini prendere parte in questa guerra. Egli avrebbe giudicato più prudente consiglio il tenersi amici i due sovrani che minacciavano l'Italia; e Luigi Alamanni, che aveva di già gran nome come poeta, e che dopo la congiura contro il cardinale Giulio dei Medici era sempre vissuto in Francia, pareva avere conosciuto a quella corte quanto la repubblica dovesse poco contare sulla di lei amicizia; e perciò vivamente esortava i suoi concittadini a collegarsi con Carlo V, piuttosto che con Francesco I. Ma Firenze trovavasi in allora divisa in due partiti, dei grandi e del popolo; di già spargevasi il sospetto che i primi pensassero a richiamare i Medici, e si suppose che il Capponi e l'Alamanni non si opponessero al rinnovamento dell'alleanza che per segretamente favorirli. Tutto il partito popolare dichiarossi vivamente per la Francia; fu rinnovata l'alleanza, e le bande nere che la repubblica aveva da poco tempo prese al suo servizio, e ch'erano state portate a cinque mila uomini sotto gli ordini d'Orazio Baglioni, furono promesse al signore di Lautrec[344]. Dopo queste negoziazioni il rinnovamento della lega si pubblicò a Mantova il 7 dicembre: doveva questa comprendere papa Clemente VII, i re di Francia e d'Inghilterra, le repubbliche di Venezia e di Firenze, i duchi di Milano e di Ferrara, ed il marchese di Mantova[345].
[344] _Ben. Varchi, l. IV, p. 212; l. V, t. II, p. 12-23. — Jac. Nardi, l. VIII, p. 341. — Bern. Segni, l. I, p. 15._
[345] _P. Jovii, l. XXV, p. 34. — Dumont Corps Diplomatique, t. IV. — P. Paruta, Ist. Ven., l. VI, p. 417. — Rymer Acta pub., t. XIV, p. 233._
Il papa veniva sempre nominato alla testa della santa lega destinata essenzialmente a fargli ricuperare la libertà. Pure nell'epoca press'a poco in cui si pubblicava questa lega in Mantova, egli ancora usciva dalla sua lunga prigionia di Castel sant'Angelo. Per ragunare il danaro promesso alle truppe imperiali egli era stato obbligato di porre in vendita sette cappelli di cardinale, ed altre principali dignità della Chiesa romana; aveva fatte aprire agl'imperiali le fortezze ch'erano tuttavia in suo potere; aveva dati nuovi ostaggi per guarentire il resto del suo debito; ed il giorno 10 di dic. era finalmente stato fissato per aprirgli le porte della sua prigione. Alarcone per sei interi mesi che l'ebbe in sua custodia aveva adempiuto al suo ufficio colla più rigorosa puntualità; ma l'ultimo giorno, o sia che realmente trascurasse la consueta vigilanza, o che avesse segrete istruzioni di permettere che il papa si sottraesse alle nuove domande che gli potessero essere fatte dall'armata, egli lo lasciò fuggire. Il papa presentossi il 9 di dicembre alla porta di castel sant'Angelo, come un espresso mandato dal suo proprio maestro di palazzo per apparecchiargli viveri ed alloggio; non fu riconosciuto, o le guardie finsero di non riconoscerlo, ed egli passò liberamente coperto il capo con un cappello grandissimo, ed avviluppato il corpo in un grossolano mantello; uscì quindi a piedi da Roma per la porta di un orto, poi trovato fuori delle mura un cavallo spagnuolo che lo stava aspettando, andò tutto solo ad Orvieto dove allora trovavansi accampati gli alleati[346].
[346] _Jac. Nardi, l. VIII, p. 334. — Fr. Guicciardini, l. XVIII, p. 468. — Bern. Segni, l. I, p. 21. — Fr. Belcarii, l. XIX, p. 604. — Mém. de M. du Bellay, l. III, p. 75. — Ben. Varchi, l. V, p. 44. — P. Jovii Hist. sui temp., l. XXV, p. 29. — Georg. von Frundsberg, B. VIII, f. 153._
Clemente VII, abbattuto da tanti patimenti e da così lunga prigionia, disperando di miglior fortuna, e rinunciando a' suoi vasti progetti, cui aveva fatti fin allora tanti sagrificj, parve, quando giunse presso gli antichi suoi confederati ad Orvieto, non avere oramai altro desiderio che quello di soddisfare al trattato conchiuso cogl'imperiali, e di tornare la pace all'Italia. Supplicò gli alleati a ritirare la loro armata dagli stati della Chiesa, poichè i generali di Carlo V gli avevano promesso di ritirare nello stesso tempo anche la loro armata da Roma; e questa sventurata capitale, esposta sette mesi continui alle ruberie d'una barbara armata, non poteva più a lungo sostenere così crudele calamità. Ma quando in principio del 1528 gli ambasciatori di Francia e d'Inghilterra si presentarono al papa e gli fecero calde istanze perchè si unisse alla loro lega, egli fu visto ritornare all'irrisoluzione, alle simulazioni e alla mala fede che avevano per lui avuto così fatali conseguenze, e lusingare nuovamente tutti i partiti[347].
[347] _Fr. Guicciardini, l. XVIII, p. 470. — Ben. Varchi, l. VI, p. 98. — Lett. de Princ., t. II, f. 82 e seg. — P. Paruta, l. VI, p. 418._
Sebbene le ostilità si fossero ricominciate da alcuni mesi, solamente il 21 gennajo del 1528 gli ambasciatori di Venezia e d'Inghilterra si presentarono a Carlo V a Burgos per riepilogare in una pubblica udienza le lagnanze de' loro padroni, per intimargli di porre in libertà il papa ed i reali figli di Francia, e per domandare in caso di rifiuto il loro congedo, poichè delle tante proposizioni di pace che si erano discusse nel precedente anno niuna aveva potuto ottenere il vicendevole aggradimento. Agli ambasciatori tennero dietro immediatamente due araldi d'armi, che a nome dei re di Francia e d'Inghilterra dichiararono formalmente la guerra. Questo clamoroso apparato dato alla rottura delle negoziazioni irritò l'imperatore, il quale, sotto colore di provvedere alla sicurezza de' proprj ambasciatori, fece ritenere in distanza di trenta miglia gl'inviati di Francia, di Venezia e di Firenze, e non permise all'inviato del duca di Milano d'abbandonare la sua corte[348].
[348] _Fr. Guicciardini, l. XVIII, p. 471. — Ben. Varchi Stor. Fior., l. V, p. 59. — Mém. de M. du Bellay, l. III, p. 43. — Alfonso de Ulloa, l. II, p. 113._
Francesco I fece, per rappresaglia, arrestare l'ambasciatore dell'imperatore, ed ottenne con tale mezzo che fossero posti in libertà i suoi inviati, i quali, essendo tornati in Francia, gli dissero che l'imperatore l'aveva pubblicamente chiamato mancatore di parola: Francesco rispose il 28 di marzo a Carlo V con un cartello di sfida a singolare duello per provargli che aveva mentito accusandolo: Carlo V rispose il 24 di giugno accettando la disfida, ed offrì per campo di battaglia lo stesso luogo sulla sponda dell'Andaya, ove Francesco I era stato cambiato coi suoi figliuoli. Queste disfide appagarono l'animosità dei due principi, senza che veruno di loro pensasse poi di dare effetto alla disfida[349].
[349] _Mém. de M. du Bellay, l. III, p. 44-63. — Ben. Varchi, l. V, p. 69-75. — Fr. Guicciardini, l. XVIII, p. 474. — Fr. Belcarii, l. XIX, p. 606._
Frattanto Lautrec, quando vide perduta ogni speranza di pace, mosse la sua armata per tentare la conquista del regno di Napoli. Era partito il 9 di gennajo da Bologna, tenendo la strada della Romagna e della Marca per entrare negli Abruzzi; ed infatti passò il Tronto il 10 di febbrajo[350]. Francesco I gli aveva assegnati cento trenta mila scudi al mese pel mantenimento dell'armata; e di già aveva lasciato accumulare un arretrato di dugento mila scudi, quando, dimenticando che aveva fatto perdere il Milanese allo stesso Lautrec per non avergli somministrate le somme necessarie al mantenimento dell'armata, ridusse tutt'ad un tratto a sessanta mila scudi la promessa sovvenzione, facendolo in pari tempo avvisare che non potrebbe continuarla più di tre mesi[351].
[350] _Fr. Guicciardini, l. XVIII, p. 473. — Mém. de M. du Bellay, l. III, p. 76. — Pauli Jovii Hist., l. XXV, p. 35. — Bern. Segni, l. I, p. 25. — P. Paruta, l. VI, p. 420. — Mar. Guazzo, f. 55._
[351] _Fr. Guicciardini, l. XVIII, p. 478. — P. Paruta, l. VI, p. 433._
Questa notizia fu un colpo di fulmine pel Lautrec, che fin allora aveva fatto più che non erasi sperato. Tutte le città degli Abruzzi gli avevano aperte le porte, e la maggior parte, ricevendolo come loro liberatore, gli avevano mandate le loro chiavi in distanza anche di venticinque e di trenta miglia. I Veneziani gli avevano somministrato, sotto gli ordini di Pietro Pesaro e di Camillo Orsini, un'armata, la di cui cavalleria leggiere, levata nelle montagne dell'Epiro, era la migliore di quante altre allora servivano in Europa[352]. I Fiorentini, cui Lautrec aveva soltanto domandato danaro, preferirono di somministrare il loro contingente in uomini. Sentivano essi la necessità di tornare ad essere militari per difendere la loro indipendenza; avevano prese al loro servigio le bande nere formate quasi interamente di Toscani, e ne avevano affidato il comando ad Orazio, figliuolo di Gian Paolo Baglioni di Perugia; e questa truppa di quattro mila uomini era annoverata tra le più valorose e più temute dell'armata francese[353].
[352] _P. Jovii Hist. sui temp., l. XXV, p. 36. — P. Paruta, l. VI, p. 420._ — Diverse lettere d'Andrea Civran, provveditore degli Stradioti. _Lett. de' Princ., t. II, f. 94 e seg._
[353] _Bern. Segni, l. I, p. 22._
Se Francesco I avesse saputo approfittare dello zelo dei popoli, se con un solo sforzo avesse bastantemente provveduta la sua armata d'uomini e di danaro, avrebbe potuto nel corso d'una breve campagna scacciare gl'imperiali dall'Italia; ma l'armata di Lautrec, che stando ai ruoli mostravasi numerosissima, non fu mai portata a numero, nè vicina ad esserlo. Il Lautrec aveva consumato molto tempo nella Marca d'Ancona, aspettandovi ora gli Svizzeri, ora i Tedeschi, ora i Guasconi. Prima che uno dei corpi ch'egli doveva comandare avesse raggiunte le sue bandiere, un altro aveva di già terminato il tempo del suo servigio; perciò la sua marcia nulla aveva di quell'impeto che era stato il carattere distintivo de' Francesi nelle prime loro campagne in Italia; egli avanzavasi lentamente lasciando tempo ai suoi alleati di scoraggiarsi; e in breve il bisogno di danaro lo costrinse ad alienarsi colle sue estorsioni que' popoli che prima l'avevano ricevuto a braccia aperte[354].
[354] Lettere di Gio. Battista Sanga, segretario di Clemente VII, a Pietro Paolo Crescenzio, suo nunzio all'armata della lega. _T. II, f. 86 e seg. Lett. de' Princ._
Sebbene il Lautrec fosse di già entrato nel regno di Napoli, il principe d'Orange potè a stento trarre fuori di Roma l'armata imperiale per andare a combatterlo. Questa sfrenata soldatesca non voleva rinunciare alle spoglie ed alle delizie che trovava ancora nella capitale della Cristianità. Nel corso di otto mesi veruna protezione era stata accordata nè alle persone, nè alle proprietà, e siccome andavano di pari passo crescendo l'insolenza de' militari e la miseria degli abitanti, i mali della vigilia erano sempre superati da quelli del susseguente giorno. Bisognava dare danaro all'armata per persuaderla ad ubbidire di nuovo: il principe d'Orange ne domandò al papa, che colla sua corte trattenevasi tuttavia in Orvieto; e questi, malgrado la miseria cui era ridotto, malgrado i voti che faceva per la causa della lega, malgrado il timore di offendere i Francesi, diede ancora quaranta mila ducati al principe d'Orange perchè facesse uscire da Roma la sua armata, la quale infatti entrò in campagna il 17 di febbrajo. Ma sebbene i disertori fossero stati rimpiazzati dai malviventi che da ogni banda dell'Italia affrettavansi di venire a prendere parte nello spoglio della capitale della Cristianità, quest'armata, che otto mesi prima contava per lo meno quaranta mila uomini, si trovò ridotta a mille cinquecento cavalli, quattro mila Spagnuoli, due in tre mila Italiani, e cinque mila Tedeschi; essendo gli altri rimasti tutti vittima della peste[355].
[355] _Fr. Guicciardini, l. XVIII, p. 479 — Ben. Varchi, l. V, p, 52. — P. Jovii Hist. sui temp., l. XXV. p. 37. — P. Paruta, l. VI, p. 421._ — Lettera di Gio. Battista Sanga a Pietro Paolo Crescenzio, nunzio presso di Lautrec; da Roma, 24 febbrajo. _Lett. de' Princ., t. II, f. 92. — Georg. von Frundsberg, B. VIII, f. 157._
Il principe d'Orange ed il duca del Guasto, avendo preso colla loro armata la strada della Campania, passarono in seguito le montagne presso Serra di Capriola e scesero nella Puglia, ove si accamparono presso le mura di Troja. Dal canto suo il Lautrec invece di portarsi con diligenza sopra Napoli, il di cui possedimento aveva quasi sempre decisa la sorte delle guerre del regno, si era trattenuto nella Puglia per riscuotere la gabella del transito de' montoni, la quale nel mese di marzo produce dagli ottanta ai cento mila scudi, e che in allora formava la principale entrata della corona. Aveva fatta la rassegna delle sue truppe a Sanseverino, ed aveva contati circa trenta mila uomini sotto i suoi ordini; era in appresso andato a Luceria, ove lo aspettava Pietro Navarro; e finalmente le due armate francese ed imperiale si trovarono in vista l'una dell'altra. Le rive d'un ruscello, che scorre tra Luceria e Troja, vennero attaccate e difese con diverse belle scaramucce di cavalleria, ma con poco spargimento di sangue, perchè i fucilieri non entrarono in battaglia[356].
[356] _P. Jovii, l. XXV, p. 37. — Fr. Guicciardini, l. XVIII, p. 479. — Mar. Guazzo, f. 54. — Mém. de M. du Bellay, l. III, p. 79. — Ben. Varchi, l. VI, p. 100. — P. Paruta, l. VI, p. 432._
Lautrec offrì più volte la battaglia al principe d'Orange ne' sette giorni che le due armate si tennero a vista l'una dell'altra; ma gl'imperiali non vollero accettarla. Per altro Lautrec non osò di attaccare i loro alloggiamenti, perchè non istimava la sua fanteria abbastanza ferma per un tale assalto; stava però tuttavia aspettando i quattro mila uomini delle bande nere al soldo de' Fiorentini, che conduceva Orazio Baglioni. Quando il principe d'Orange ebbe avviso del loro avvicinamento, risguardandole ancor esso come le migliori truppe di fanteria che in allora guerreggiassero in Italia, giudicò conveniente di ritirarsi sopra Napoli: approfittò d'una densa nebbia per uscire dal suo campo il 21 di marzo, lasciandovi, per ingannare i Francesi, alcuni fuochi accesi; e mentre attraversava le gole di Crevalcuore per rientrare nella Campania, lasciò a Melfi ser Gianni Caraccioli, principe di quella città, colla sua compagnia d'uomini d'armi, due battaglioni spagnuoli e quattro battaglioni italiani, onde trattenere i Francesi[357].
[357] _Fr. Guicciardini, l. XVIII, p. 480. — P. Jovii Hist., l. XXV, p. 39. — Marco Guazzo, f. 55. — P. Paruta, l. VI, p. 434. — Mém. de M. du Bellay, l. III, p. 83. — Georg. von Frundsberg, B. VIII, p. 158._
Il Lautrec, accortosi della fuga de' nemici, ed essendo entrato in Troja, ove trovò che avevano ancora molte vittovaglie, adunò un consiglio di guerra per deliberare intorno alle future operazioni. Rappresentavano Guido Rangoni, Renato di Vaudemont, Valerio Orsini, e quasi tutti i capitani, che omai niun oggetto poteva trattenere utilmente l'armata nella Puglia, ave la gabella de' montoni non aveva, a cagione della guerra, prodotto più della metà di ciò che si sperava; che per lo contrario tenendo dietro da vicino al principe d'Orange, era facile di raggiugnere l'armata nemica tuttavia imbarazzata dal bottino fatto in Roma; che questa attaccata nella sua marcia sarebbe sicuramente distrutta, tanto più che il principe d'Orange, essendo apertamente disgustato con Ugo di Moncade, succeduto al Lannoy nella carica di vicerè di Napoli, non otterrebbe da questi verun soccorso. Ma Pietro Navarro, che, come il Lautrec, consigliava sempre diversamente dagli altri, e riponeva in appresso tutto il suo orgoglio nel sostenere acremente le proprie opinioni, insistette perchè l'armata non si lasciasse alle spalle veruna fortezza, ed in particolare Melfi, piazza d'armi di ser Gianni Caraccioli, uno de' più potenti e de' più valorosi baroni del partito imperiale. Si adottò il suo consiglio; fu attaccato Melfi dallo stesso Navarro colle bande nere e colla fanteria guascona; e dopo due sanguinosissimi assalti la città fu presa il 23 di marzo, ed il castello si arrese poco dopo a discrezione: i soldati furibondi per le perdite che avevano fatte, non vollero accordare quartiere; e ad eccezione dello stesso principe di Melfi e di pochi suoi ufficiali, tutti gli altri prigionieri furono uccisi in numero di oltre tre mila, parte in città e parte nella rocca[358].
[358] _P. Jovii Hist. sui temp., l. XXV, p. 39. — Bern. Segni, l. I, p. 26. — Fr. Guicciardini, l. XVIII, p. 381. — Mém. de M. du Bellay, l. III, p. 84. — Ben. Varchi, l. VI, p. 101. — Fr. Belcarii, l. XIX, p. 610. — Mar. Guazzo, f. 55._
Il ritardo cagionato dall'assedio di Melfi ebbe le più funeste conseguenze per l'armata francese. Il principe d'Orange ebbe tempo di eseguire la sua ritirata sopra Napoli senza perdere un sol uomo; ebbe agio di calmare una sollevazione de' suoi soldati spagnuoli che gli domandavano i loro soldi arretrati, e di provvedere alla difesa di Napoli. Distribuì nella stessa città la sua armata, malgrado le istanze del marchese del Guasto, che voleva risparmiare ai suoi concittadini così formidabili ospiti, e farli accampare in una forte posizione fuori delle mura. Intanto il Lautrec occupava Barletta, Venosa, Ascoli e tutte le città della Puglia, tranne Manfredonia; e Gio. Moro, che aveva il comando della flotta veneziana a cagione dell'assenza dell'ammiraglio Pietro Lando, scorrendo colle sue galere le coste della terra di Bari e della terra d'Otranto, aveva di già ricevuta la capitolazione di Monopoli e di Trani, ed assediava il castello di Brindisi, dopo avere presa la città. Tre altre città ancora erano state promesse ai Veneziani in forza delle condizioni della lega; cioè Otranto, Pulignano e Molo, ed in tutte tre i popoli manifestavano altamente il loro desiderio di tornare sotto il dominio veneto. Sgraziatamente il provveditore degli Stradioti, Andrea Civran, il più valoroso, il più attivo di tutti i capitani veneziani, venne colpito, nell'assedio di Manfredonia, da una malattia che lo condusse al sepolcro; subito dopo la flotta veneziana fu da Lautrec chiamata innanzi a Napoli, per secondare le operazioni della sua armata[359].
[359] _Fr. Guicciardini, l. XVIII, p. 484. — P. Paruta, l. VI, p. 435. — P. Jovii, l. XXV, p. 41._ — Lettere del nunzio P. P. Crescenzio al segretario del papa, Gio. Battista Sanga. _Lett. de' Princ., t. II, f. 96 e seg._
Il Lautrec verso la metà d'aprile aveva lasciata la Puglia per accostarsi a Napoli. Aveva ricevute le capitolazioni di Capoa, di Nola, di Acerra, d'Aversa e di tutte le principali città di terra di Lavoro; per altro avanzavasi con estrema lentezza, a cagione delle grandi piogge che avevano allagato il paese, e per la difficoltà di trovar vittovaglie per una così grande armata; conciossiachè per una imperdonabile negligenza egli aveva permesso che a' suoi soldati si unisse forse il doppio numero di servitori e d'operai. Finalmente il 29 d'aprile arrivò in faccia a Napoli, ed il primo di maggio si accampò sul Poggio Reale[360].
[360] _Fr. Guicciardini, l. XVIII, p. 485. — P. Jovii, l. XXV, p. 41. — Mém. de M. du Bellay, l. III, p. 86. — Ben. Varchi, l. VI, p. 102. — Bern. Segni, l. I, p. 27 — Georg. von Frundsberg, B. VIII, f. 159._
Napoli era in allora riputata fortissima città, e le montagne lungo le quali si stendevano le sue fortificazioni si difendevano facilmente; oltrecchè al presente aveva entro le sue mura piuttosto un'armata che una guarnigione, la quale era tutta composta di soldati invecchiati nella guerra, e de' più esperti ufficiali di tutta l'Europa. Credevasi che la città non fosse sufficientemente approvvigionata; ma la più parte degli abitanti eransi ritirati ad Ischia, a Capri, e nelle altre vicine isolette, onde le loro provvigioni erano rimaste ai soldati. Lautrec, invece d'aprire le sue batterie contro Napoli, e di approfittare con un ardito attacco del naturale impeto de' Francesi, che a dir vero egli aveva di già lasciato intiepidire, si propose di affamare la città con un blocco. Gli fu inutilmente rappresentato, che mai non otterrebbe di chiudere affatto il mare agli assediati, che non sarebbe meno in pericolo di mancare di vittovaglie la sua armata che quella de' nemici, e che cominciando il caldo della state l'aria della campagna di Napoli riuscirebbe fatale ai suoi soldati. Lautrec si faceva un punto d'onore di decidere ogni cosa da sè senz'abbadare agli altrui consiglj. Faceva così grande fondamento sui bisogni degli assediati, che da prima vietò ai suoi soldati di entrare in veruna scaramuccia; ma fu bentosto forzato di rivocare quest'ordine, affinchè l'ozio e la noia non facessero perdere alla sua gente il coraggio e la salute[361].
[361] _Fr. Guicciardini, l. XIX, p. 486. — Mém. de M. du Bellay, l. III, p. 88. — Bern. Segni, l. II, p. 39._
Le due armate ricominciarono dunque ad intrattenersi ogni giorno in piccole zuffe, che spesso riuscivano sanguinose assai perchè l'infanteria leggiere armata di carabine vi prendeva parte colla cavalleria, e gli Spagnuoli da una banda, ed i Toscani delle bande nere dall'altra, erano assai destri fucilieri. Pure l'armata che difendeva Napoli, avvezza in Roma all'abuso della vittoria ed all'indisciplina, opprimeva crudelmente i Napolitani. Questi fuggivano dalla città qualunque volta potevano farlo, e si rifugiavano in Caprea, in Ischia, in Procida, o sul promontorio di Sorrento. La maggior parte de' fuggiaschi, credendo i Francesi sicuri della vittoria, o desiderando ardentemente di scuotere il crudel giogo degli Spagnuoli, passavano di là al campo di Lautrec, e si affrettavano di giurare fedeltà al re di Francia. Vincenzo Caraffa fu il primo a darne l'esempio, e fu bentosto seguito dal Caraccioli, conte di Murcone, da Ferdinando Pandoni, da Federico Gaetani e da Francesco d'Aquino. Lo stesso ser Gianni Caraccioli, fatto prigioniere a Melfi, di cui era principe, non avendo potuto ottenere d'essere riscattato dal principe d'Orange, dichiarossi pel partito angioino, e ricevette da Lautrec un comando nell'armata[362].
[362] _P. Jovii, l. XXV, p. 42. — Mém. de M. du Bellay, l. III, p. 102. — Fr. Guicciardini, l. XIX, p. 490._
Gli assediati cominciavano di già a provare grandi privazioni, perchè quantunque avessero abbondante approvvigionamento di granaglie, tutti i loro mulini erano in mano de' nemici, ed erano costretti di macinare essi medesimi il frumento. Il vino, che avevano prodigalizzato ne' primi giorni dell'assedio, cominciava pure a mancare: i landsknecht visitavano tutte le cantine de' privati per trovarne, e spinsero l'insolenza loro fino a saccheggiare quelle del marchese del Guasto, uno de' loro generali[363]. Dall'altro canto i Francesi avevano di già moltissimi ammalati nel loro campo; e fu per loro una grave perdita quella d'Orazio Baglioni, colonnello delle bande nere, ucciso il 22 di maggio in una grossa scaramuccia. Gli fu sostituito il conte Ugo de' Pepoli[364].
[363] _P. Jovii, l. XXV, p. 42._
[364] _Fr. Guicciardini, l. XIX, p. 490. — P. Jovii, l. XXVI, p. 48. — Marco Guazzo f. 62. — Bern. Segni, l. II, p. 42. — Fr. Belcarii, l. X, f. 613. — Lett. de' Princ., t, II, f. 100._